sabato 14 agosto 2010

XII dopo Pentecoste

Israele, gettato come cerniera fra occidente e oriente, ha sempre dovuto scegliere con chi schierarsi fra i venti di guerra che spiravano da una parte o dall’altra. Nel secolo in cui è ambientata la lettura di 2 Re, Sedecia si allea con l’Egitto andando incontro alla disfatta personale e del suo popolo: Gerusalemme viene distrutta da Nabucodonosor e con essa il Tempio, simbolo della sua vita e il popolo è deportato a Babilonia. Tuttavia questo adempie la profezia di Geremia, forse il profeta che più di tutti ha sofferto per la franchezza della sua parola. Aveva da tempo denunciato la corruzione dei notabili del suo popolo e del Re, segno dell’abbandono della logica di Dio per inseguire orizzonti troppo umani e calcoli troppo bassi, aveva criticato aspramente la scelta di allearsi con gli egiziani e aveva rimproverato il re di non accorgersi del segno dei tempi e così l’epilogo segue un copione immaginato e annunciato. La Parola di oggi è un esempio mirabile di come la storia dell’uomo può essere letta e interpretata alla luce della fede. La storia, anche nelle sue pagine più drammatiche, non è un susseguirsi casuale di episodi, non è un ciclico ritorno di guerre e distruzioni alternati a momenti di pace, ma è l’esito delle scelte dell’uomo, è dettata dalla libertà che può inoltrarsi lungo sentieri contorti e le conseguenze negative sono imputabili solo a chi ha compiuto tali passi; eppure la Provvidenza continua a d esserci, un Dio che ha il coraggio di consegnare il destino delle cose all’uomo è un Padre che non abbandona i suoi figli e che dà loro appuntamento all’angolo del fallimento per riprendere il cammino. Il profeta deve incarnare esattamente questa prospettiva, deve essere voce di denuncia per indicare come correggere le proprie scelte per non pagare alto il prezzo del proprio male, ma allo stesso tempo, quando la disfatta è compiuta, deve essere capace di dare speranza, di squarciare ancora la possibilità di un orizzonte, deve gridare che è ancora possibile riprendere la strada. E in effetti Geremia andrà a Babilonia, resterà con il suo popolo nella sofferenza e saprà ridare fiducia facendo eco alla scelta di Dio di ricostruire Israele a partire da quel resto che abbiamo sentito è rimasto nella Terra. Ma questo lo leggeremo domenica prossima.
Cosa dice a noi questa pagina. Anzitutto risveglia in noi quello spirito profetico che, anche la scorsa settimana, abbiamo detto deve essere giudicato essenziale per il nostro cammino di fede. Dio ha bisogno ancora oggi di profeti come Geremia, di parole decise e controcorrente come quelle di Paolo nell’Epistola. Noi, e proprio noi – chi altri al nostro posto? – dobbiamo porre l’accento sulla corruzione dei potenti, sui calcoli incerti del pensare comune che distruggono l’uomo e la sua dignità, dobbiamo, come Chiesa della base, dare eco ai segni dei tempi perché chi poi è chiamato a discernere e a decidere, possa ascoltare meglio lo Spirito: su quanti temi oggi la Chiesa dovrebbe ripensare meglio se stessa come serva dell’uomo e al servizio della gioia del mondo, o quali scelte devono essere messe all’ordine del giorno per essere più decisamente evangelici e meno ancorati ai segni del potere! E poi, proprio perché profeti, dobbiamo sporcarci le mani con la storia, scendere in campo dalla parte dei poveri però e dare speranza a chi è nel buio, a chi sente forte il peso della sconfitta, a chi ha perso l’orizzonte, a chi è solo, a chi vorrebbe volare ma porta con sé, come delle stigmate, la sfiducia e la stanchezza.
Essere così è terribilmente affascinante ma anche, in verità, spaventosamente pericoloso. Accennavo già al fatto che Geremia ha rischiato molto spesso di essere ucciso perché indispettiva i potenti del tempo, ha pagato certamente con il carcere la sua profezia. E il vangelo rimarca questa pericolosità, la sottolinea con questo grido accorato e commovente di Gesù. Anche lui pagherà care le parole ma anche i gesti che annunciano un Dio vicino agli ultimi e ai poveri. E il suo destino è di tutti quelli che abbracciano il suo cammino, anche il nostro dunque…un servo non è mai di più del suo Maestro! Quante persone non fanno carriera per quella parola di troppo sul posto di lavoro in difesa di alcuni principi di legalità e umanità, quante persone vengono lasciate sole perché hanno il pallino di difendere sempre e comunque i poveri cristi,quanti vengono tagliati fuori dal mondo di chi conta perché la loro fede è giudicata inconciliabile con la cultura e la contemporaneità?
Ma se è vero che Dio c’è ed è all’opera è meglio giocare su lunga scala, scommettere sul tempo perché ride bene chi ride ultimo!

sabato 7 agosto 2010

XI domenica dopo Pentecoste

La Parola di Dio è preziosa certamente nel suo insieme, nei grandi temi che ci permettono di affacciarci nell’abisso del Mistero dell’Amore del Padre. In essa ritroviamo la grammatica dei sogni profumati di giovinezza, nuove motivazioni, spunti di conversione, bocconi di manna che ci permettono di andare avanti anche quando l’orizzonte che ci sta di fronte si annebbia. Oggi per esempio, in questo scorcio della storia della salvezza che ci viene presentato in cui il profeta Elia viene mandato al re Acab dopo che a Nabot è stata usurpata con violenza la vigna, pagina a cui sia Paolo che il Vangelo fanno da risonanza, è evidente il tema della Giustizia che è rendere a ciascuno il suo, è non strappare nulla al povero, è schierarsi sempre e lottare dalla parte di chi è debole ed è pietra di scarto della società. In Dio non esiste Misericordia senza Giustizia e, senza la Giustizia, non esiste la Carità e nemmeno la Pace.

Però anche le sfumature della Parola sono importanti, piccoli passaggi che squarciano infinite riflessioni.

Vorrei solo soffermarmi su alcune e chiedermi di volta in volta cosa questa domenica consegna alla nostra vita, o forse meglio sarebbe dire, in che cosa la Parola di oggi ci chiede di diventare essenziali, di cosa dobbiamo spogliarci per essere più poveri e dunque più audaci.

Della prima lettura mi colpisce anzitutto che Dio vuole intervenire su questa evidente ingiustizia attraverso un profeta. C’è la Parola ma è necessario che ci sia anche qualcuno che la annunci, che se ne faccio carico, che si lasci infiammare dalla sua logica e si lasci condurre alla sfida del mondo. Elia diventa non solo il portavoce di Dio ma anche l’interprete, si identifica con lui e pagherà in prima persona. La fede, l’ascolto contemplativo di Dio e della sua Parola infiammano il cuore del profeta e lo spingono ad occuparsi delle ingiustizie, a sporcarsi le mani con il fango della sua storia. Teme Dio solo e per questo diventa un temerario! Dio sta nel suo cuore e per questo non può non avere a cuore i poveri, il grido dell’umanità sofferente.

Penso che basti questo per comprendere anzitutto che una vita di fede senza uno slancio di Carità è non solo vuota ma anche falsa. E ancora credo che il nostro Dio ha bisogno di noi, ci abbia consegnato non a caso lo spirito della Profezia nel giorno del Battesimo per dire la sua Parola oggi ma più che con infinite prediche in una vita di una carità fattiva e operosa che diventa progetto per il riscatto degli ultimi e a tratti anche denuncia contro tutte le ingiustizie contro i poveri, ben oltre dunque l’assistenzialismo che comunque vede noi su un piedistallo e i poveri sempre sotto a tendere la mano. Se Dio ci sta a cuore non possiamo non accogliere nel cuore il grido dell’umanità affamata da un’economia, la nostra, che distrugge per consegnare a pochi privilegiati la quasi totalità della ricchezza; non possiamo non accorgerci dell’oppressione di chi non ha una casa o ha perso un posto di lavoro; non possiamo non accorgerci del deserto educativo che lascia soli i nostri ragazzi e non insegna loro a stendere le ali nel cielo della vita: il livello di civiltà di una società del resto si vede nel modo in cui tratta e accompagna i bambini e le nuove generazioni.

Dell’epistola sottolineo solo che Paolo punta l’obiettivo del tema della Carità all’interno della Comunità. Del resto si sa che amare il prossimo è la sfida più audace che ci è chiesta, amare i volti di chi ci sta accanto ogni giorno, di chi non nasconde le sue ferite e debolezze, di chi conosciamo anche negli aspetti più noiosi è eroico! Mi piacerebbe affiggere all’ingresso della nostra chiesa i passaggi di questa lettera perché allora diventeremmo davvero spettacolo al quartiere e al mondo dell’Amore di Dio e, così affascinanti, non avremmo bisogno di rincorrere le statistiche dei numeri dei nostri ahimè sempre in difetto ultimamente!

E poi del Vangelo mi colpisce un particolare…il resto mi sembra già così evidente! Nella Parabola si dice il nome del povero, Lazzaro appunto, mentre non sapremo mai quello del ricco. E questo non solo nell’aldilà, quando il contrappasso è di una infernale lucidità, ma anche quando le sorti non si sono ancora ribaltate e lui deve mendicare per sfamarsi. È il segno che nella storia della Salvezza che scorre nelle vene della storia ordinaria e ufficiale, Dio ha in mente non il nome dei ricchi, di quelli che contano, di chi può vantare successo, potere e denaro ma il nome delle pietre di scarto e con loro costruisce un mondo nuovo già qui, già ora. Mi piace ricordare Anna, lasciata da suo marito per un’altra donna, che porta avanti con dignità la sua vita e quella dei suoi figli e che li educa alla sobrietà e fa della povertà un valore e un tratto di orgoglio. Mi piace ricordare Amira e Sanela e tante mamme affidatarie dell’orfanotrofio di Sarajevo che accolgono nella loro casa i bambini che nessuno vuole e con amore cercano di colmare il vuoto e la lacerazione di un rifiuto. Vorrei ricordare Caterina che ogni giorno arriva in oratorio con Michele, suo nipote disabile e che ha sempre il sorriso sulle labbra e ora non solo è diventata la zia di un altro ragazzo disabile, ma di tutti i bambini dell’oratorio che educa con i fatti al rispetto e all’interazione con chi porta un handicap. Penso che Dio non solo abbia fra le mani un otre dove raccoglie le lacrime dei poveri e le conosca una ad una, ma che abbia da sempre deciso di segnare sulla roccia i gesti degli ultimi, piccole cose che noi non vediamo o che adesso scompaiono in fretta come le scritte sulla spiaggia del mare…ma mi hanno detto che non gli è bastata una sola montagna!

domenica 11 luglio 2010

VII dopo Pentecoste

Prima che la Promessa si compia, Israele deve fare alleanza con il suo Dio. Quella terra non si possiede, è dono.

Se fra le mani avessimo il contratto di quel giorno troveremmo questi dati: a firma di Dio e Israele, davanti al cielo e alla terra, testimoni autorevoli, viene oggi data in Sichem al popolo la terra dove scorre latte e miele, nulla di più desiderabile. Dio si impegna ad esserci, a non dimenticare, a portare sul palmo della sua mano la sua gente, come una madre, a prendersi cura dei suoi figli, a lottare per loro. Israele si impegna a dimenticare gli idoli e a servire Dio solo.

Guardiamo meglio chi sono gli attori di questo contratto. Dio è colui che c’è stato, c’è e ci sarà come aveva promesso a Mosè nel giorno della chiamata al roveto ardente. È lui che vuole questa Alleanza, che chiama Israele a scegliere perché non impone nulla ma vuole assenso suscitando libertà. È un Dio che pone con le spalle al muro il suo popolo perché non tollera l’inerzia.

Israele oggi s’impegna con generosità, con sincerità. È un popolo che ha sentito forte la tentazione di servire gli idoli che altro non sono che l’immagine di noi stessi, qualcosa di manipolabile; a differenza di Dio non pretendono la relazione, non chiedono di cambiare il cuore. Sappiamo che questa tentazione si affaccerà anche dopo questo giorno a Sichem e che questo contratto sarà più volte spezzato.

Il vangelo fa da risonanza a questo brano. Anche Gesù mette con le spalle al muro i suoi. Questa volta in gioco c’è l’accogliere o meno le esigenze forti, dure, della sequela. Stare con Gesù non può mai essere per inerzia e il Vangelo non è mai per le masse – Gesù non ha mai badato alla logica del numero – ma delle singole coscienze che si confrontano con esso e decidono di farlo proprio. Gesù ha appena concluso il discorso del Pane di vita, ha appena dichiarato di essere lui Pane spezzato, amore che non si risparmia in nulla e si dona totalmente. Lui è il Messia non della rivoluzione ma della debolezza, della croce, della vita che si offre. E chiede comunione, pretende che chi sta con lui sia come lui, abbracci la via piccola della sconfitta che agli occhi di Dio è vittoria sul mondo. Chi è stato con lui ora deve fare i conti, deve capire bene ed ecco perché si tirano indietro in molti, tranne i Dodici che accettano la sfida, forse non capiscono fino in fondo, ma comunque vogliono mettersi in gioco.

E anche noi anzitutto oggi lasciamoci mettere con le spalle al muro come singoli e come Comunità. Liberiamoci dall’inerzia anche semplicemente chiedendoci perché siamo qui ora, perché crediamo, perché ci diciamo cristiani: è tramontato per sempre il momento in cui come popolo non possiamo non dirci cristiani, è finita per sempre l’epoca del cristianesimo di massa e proprio per questo è uno scorcio splendido della storia perché valorizza la scelta delle singole coscienze di aderire al Vangelo.

Inoltre facciamo i conti e chiediamoci da che parte vogliamo stare, se accogliamo in noi la logica disinteressata di servire il mondo fino a dare la vita. Con Gesù non ci sono vie di mezzo.

E infine risvegliamo l’orgoglio di un’appartenenza a questa Chiesa. Nonostante tutto, nonostante le ombre, nonostante le persone, in questa Chiesa noi troviamo Gesù Cristo e senza saremmo smarriti.

domenica 4 luglio 2010

VI dopo Pentecoste

Un’alleanza antica e una nuova ma un’unica pedagogia, quella di un Dio appassionato della sua creatura, disposto a rincorrerla e a tendergli sempre la mano.

Oggi abbiamo letto di Mosè che sancisce con il sangue dei sacrifici la prima alleanza, quella del Sinai. Dio ha liberato il suo popolo dalla mano degli egiziani, ha teso l’orecchio al loro grido, si è gettato nella mischia e ha preso posizione in mezzo ai suoi, si è voluto profumare di popolo e ha deciso di lottare dalla loro parte. Ora che sono in cammino verso la terra della Promessa fa loro dono della Legge, rispettarla significa fare spazio a Dio nello scorrere dei giorni, ritrovare il sentiero da percorrere per non smarrirsi nei propri ripiegamenti, insidiosi quanto la schiavitù. La Legge infatti assomiglia ai paletti posti lungo la strada, ai guardrail per non uscire dalla corsia e farsi male. Ma poi quella strada va percorsa, si deve trovare la voglia di agire in positivo per assomigliare a Dio in ogni istante della propria vita. Ed è qui che emerge il limite della Legge. Conoscerla ed evitare di fare il Male non basta per fare il Bene. E tutta la storia d’Israele da quel deserto in avanti è un continuo venir meno da parte del popolo all’Alleanza. Serve una marcia in più, serve un cuore nuovo,un qualcosa che lo modelli e lo trasformi da pietra in carne! Ed ecco perché nel sangue versato sulla croce si apre il tempo di un’Alleanza nuova dove, in nome di un amore che tace e si offre, immagine di un Dio che si fa dono totale senza risparmiarsi in nulla, noi possiamo dirci perdonati e amati. Ecco perché nell’acqua da quel costato noi leggiamo, assieme al Testimone che ha scritto quei fatti, il dono di uno Spirito che ci guida, ci fa comprendere qual è il volto di Dio e che ci modella come figli.

Cosa vuol dire per noi essere attori della nuova Alleanza?

1 Vuol dire anzitutto essere gente stupita, con la mano sulla bocca aperta per il dono di un Amore che non chiede nulla e si fa offerta di sé. Significa riconoscersi figli, non interlocutori chiamati semplicemente a stare alle regole del gioco. Vuol dire essere contemplativi, capaci di spiare il cielo oltre i ripiegamenti di ogni giorno e ritrovare in Dio il volto del Padre. Sapere che io sono anzitutto amato indipendentemente da ciò che faccio e riesco a dimostrare mi libera dal senso di angoscia, dall’ansia di prestazione e di perfezionismo. Noi siamo schiodati dalle colpe, dal male che abbiamo fatto. Dimorare nel costato trafitto è sentirsi bimbi nella mano di un Padre che ci ama teneramente.

2 non ci basta la Legge. A noi non basta non fare il male, bisogna vivere in pura perdita di sé senza trattenere nulla, correre su questo cammino in salita che è il modo più autentico per una vita riuscita. Ama e fa quello che vuoi diceva Agostino. Perché chi ama sa essere immagine di Cristo. L’uomo spirituale è l’uomo morale perché non c’è nessuno che accoglie seriamente Cristo e poi non vive l’amore.

3 Noi come Chiesa siamo il popolo di questa nuova Alleanza. Siamo chiamati a vestire abiti profumati di nuovo e non di vecchio, dobbiamo sostituire il lievito vecchio con quello nuovo, siamo gli otri appena confezionati che possono contenere il mosto spumeggiante. Quando la Chiesa si fa serva del mondo, quando con coraggio indica che è Cristo la gioia, quando si fa compagna dell’uomo di oggi senza giudicarlo ma accogliendolo perché amato indipendentemente da ciò che è e che fa allora è immagine bella del suo Signore. Quando si libera dei segni del potere, quando si fa compagna con i poveri, quando incarna il Vangelo delle Beatitudini, quando vince la tentazione del tradizionalismo che è dare risposte vecchie a problemi attuali, allora è secondo la Nuova Alleanza.

E noi che ogni domenica spezziamo il Pane facendo memoria di questo inizio dell’Alleanza, volendo dare continuità a quella sorgente che si è aperta sul Calvario, riempiamoci le mani di quell’acqua e portiamola come un dono a chi ne è assetato.

domenica 20 giugno 2010

spunti per l'omelia nella quarta domenica dopo Pentecoste

Una ripetizione che fa bene…la provvidenziale opportunità di ascoltare i passaggi della storia della salvezza per allenare i nostri sguardi e cogliere che nelle vene della nostra storia scorre la storia di Dio, che lui c’è, cammina con noi, lotta dalla nostra parte per la nostra gioia, tira i cardini delle nostre vite e ci fa passare anche attraverso valli oscure, verso pascoli erbosi.
La storia della salvezza, dialettica fra l’infedeltà dell’uomo e la fedeltà di Dio

La pagina di Caino e Abele letta in controluce con la parola del discorso della montagna in cui Gesù, con un’autorevolezza singolare, aggiunge alla Legge quel di più che è la rivelazione del cuore del Padre. Al discepolo non basta semplicemente obbedire alla Legge e non oltrepassarne i paletti: deve amare e così superare la Legge. Non basta non uccidere perché anche la parola può ferire, e così il rancore, l’astio. Il discepolo è chiamato alla mitezza e alla pace, e il rapporto con Dio non è mai a prescindere dal rapporto con gli altri.

Mi soffermo però oggi su alcuni spunti che ci consegna la prima lettura
1 il male è accovacciato alla porta del cuore di ognuno. A noi dominarlo. Nessuno può considerarsi al riparo per sempre dal male, nessuno può considerare finita questa costante lotta contro le tenebre che si agitano in noi e che vorrebbero prendere il sopravvento sulle nostre decisioni. La nostra cultura considera casi da ospedale psichiatrico persone che soccombono a questa lotta, giudizio per proiettare lontano da noi la certezza che anche noi potremmo arrivare a certi estremi se smettessimo di vigilare. Forse sono solo persone che hanno disimparato la grammatica dell’emozione e che confondono il confine fra il bene e il male. La nostra cultura getta in prigione chi ha sbagliato e li confina ai margini della società come ci si disfa di un rifiuto forse per esorcizzare il pensiero che anche no potremmo cadere negli stessi identici reati se un filo di buona fortuna, a volte malgrado noi, non ci tenesse legati alla legalità.
La grammatica del bene va continuamente imparata alla scuola della preghiera e nella pratica della relazione con gli altri.
2 “i sangui di tuo fratello gridano a me dal suolo” non ho detto male, è la traduzione letteraria di questa pagina. Quel giorno non solo è morto Abele ma con lui i figli che avrebbe potuto generare e da loro la sua discendenza. Uccidere un solo uomo è far morire il mondo intero. Salvarne uno è salvare il mondo intero. Dio non è sordo al grido del giusto che soffre e ne chiede conto a chi ha una diretta responsabilità. Ma ci sono anche responsabilità indirette, remote che alla lunga schiacciano proprio i piccoli e i più poveri. Mi mette un brivido pensare che Dio metterà anche noi con le spalle al muro riguardo al dolore innocente o non solo ci dirà cosa hai fatto? ma anche che cosa non hai fatto? Riguardo a quel piccolo povero, uno solo prezioso come il mondo intero, polvere di stelle chiusa nel palpito di un’esistenza apparentemente banale, noi oggi cosa possiamo fare?
3 nessuno tocchi Caino! È la conclusione mirabile di questa pagina. Dio punirà con maggiore severità chi si permetterà di fare del male a Caino magari con la scusa del suo sbaglio. Dio non vuole la vendetta perché sa che dal male nasce sempre altro male, che la catena dell’odio si vince con il perdono e rimettendo alle sue mani il giudizio su ognuno. Basta solo questo a correggere il tiro su certi nostri giudizi affrettati, basta solo questo per fare di noi strumenti di pace non di odio

domenica 13 giugno 2010

spunti per l'omelia nella terza domenica dopo Pentecoste

Oggi, festa in famiglia per riscoprire che la nostra comunità è formata dalle famiglie che abitano il nostro quartiere, un’occasione per valorizzare la vocazione della famiglia ad essere cellula preziosa per la Chiesa per la società intera. Un’occasione per la nostra comunità a metterci tutto l’impegno possibile perché ad ogni famiglia sia restituita la sua dignità.

La storia della salvezza è la storia che scorre nelle vene dei nostri giorni, sotto le apparenze degli avvenimenti che fanno cronaca. La cogli se indossi le lenti giuste e ti accorgi della presenza di Dio che tiene i cardini del mondo e guida con la sua Provvidenza ogni cosa. Beato chi se ne accorge perché riscatta il tempo dalla banalità, dal pessimismo, dalla paura che tutto procede a caso verso una fine tragica.

La Parola allena lo sguardo e ci offre due chiavi per interpretare la storia della salvezza.

l’uomo e il suo peccato, le sue ombre, il tentativo di emancipazione attraverso il falso mito dell’autonomia.

l’ostinata caparbietà di Dio nel tendergli la mano, di offrirgli occasioni di ricucire una comunione

Eva tentata dal serpente inizia a pensare che Dio sia nemico, un compagno di viaggio ambiguo che promette e poi non mantiene, che abbia qualcosa da nascondere, che sia da ostacolo alla sua felicità. In realtà quell’albero era stato proibito non per nascondere all’uomo la conoscenza del Bene e del Male ma perché Dio voleva che l’uomo, attraverso una regola, un comandamento, fosse libero di scegliere se fidarsi o meno di lui. Il nostro è un Dio che non vuole creature prone e soggiogate ma persone a fronte alta, libere di seguirlo o meno. Da qui la disobbedienza e le conseguenze: Dio non castiga ma prende sul serio il desiderio di autonomia e l’uomo dovrà accettare le conseguenze di aver scelto di essere slegato dal suo Creatore. Dio aveva messo fra le sue mani la natura e ora, nella solitudine ricercata e immaginata come possibilità di realizzazione, l’uomo la scopre nemica contro cui lottare. Anche l’amore diventa ambiguo e può diventare, da scambio reciproco, dominio. La pagina di oggi non ci fa leggere i versetti immediatamente successivi. Dio intreccia un vestito ad Adamo ed Eva, segno di una volontà di ricucire appena l’uomo lo vorrà l’antica comunione.

Saranno un altro uomo e un’altra donna, Maria e Giuseppe, scelti nella loro diversità e nella loro storia di coppia, in obbedienza ognuno alla propria vocazione (Maria a generare Gesù e Giuseppe a dargli il nome, a legarlo cioè alla storia di Israele), a donare la mondo un Uomo, il Cristo, Gesù che salverà il suo popolo, che intreccerà definitivamente i fili della comunione con il Padre per chi fa di lui il motivo della sua vita. è Paolo nella sua riflessione che ci offre le dimensioni giuste della salvezza che ci è stata data in Gesù.

Cosa dice a noi questa stralcio della storia della salvezza.

1 la salvezza non ce la siamo guadagnati con le nostre mani, con le nostre buone opere. è un dono che ci precede. Noi siamo rivestiti di Grazia attraverso la Pasqua di Gesù. su quella croce Gesù porta anche la nostra storia con le sue ferite, i suoi errori e Gesù ci dice che tutto ci è stato perdonato e che noi siamo amati e attesi a casa in un abbraccio forte; sulle palme delle sue mani ferite d’amore stanno i nostri nomi e Dio non li vuole dimenticare. Noi siamo figli e questa è la verità che cambia la nostra prospettiva su noi stessi. Da qui si può iniziare a vivere in modo nuovo.

2 nel racconto di Genesi ci è detto che la radice del peccato è la voglia di essere autonomi, indipendenti da Dio, avvertirlo come nemico e sovvertire l’ordine delle cose, iniziare a pensare come male ciò che è bene e viceversa. Anche se oggi siamo qui non ci è risparmiata la tentazione di voltargli le spalle e di voler fare di testa nostra in una strana idea di libertà, salvo poi stare male e soffrire le conseguenze di questa scelta. Dio ci ha creati come persone di comunione e ogni volta che ci barrichiamo e vogliamo fare di testa nostra andiamo contro noi stessi.

Se ci scopriamo poveri pellegrini, ancora una volta feriti per le nostre cadute, sentiamoci però accolti. Forse da qui, oggi, si può iniziare ancora una volta daccapo.

domenica 6 giugno 2010

II dopo Pentecoste

Noi sappiamo cosa diceva Gesù e come passava i suoi giorni, sprofondato fra la sua gente, con la mano tesa a chi aveva bisogno del suo Amore. Sappiamo che il segreto di questa passione era la preghiera, l’immersione nel silenzio per stare cuore a cuore con il Padre suo. Ma Gesù aveva anche l’anima del poeta che sa stupirsi di ciò che lo circonda. Questo i Vangeli non lo raccontano, ma fra le righe possiamo immaginare che Gesù amasse perdersi fra i disegni delle nuvole in cielo, ascoltare il canto dei passeri, sostare ad ammirare i fiori del campo, il grano maturo, la straordinaria bellezza del creato e dell’uomo. La Creazione gli racconta che Dio è un Padre affidabile, che ha deciso, nella sua tenerezza, di non essere solo ma di dare forma al mondo per divertirsi, per non essere più solo, per avere di fronte qualcuno da amare.

Ed ecco che la contemplazione del creato diventa insegnamento alla sua gente, un invito a fare come lui, a sostare, respirare e liberarsi da ciò che opprime, liberarsi cioè dal desiderio di possedere, di stringere, di accaparrare che accende in cuore una sete implacabile che si fa ansia e poi tristezza, depressione. Contro l’affanno cambia prospettiva! Non solo perché il bicchiere non è mai mezzo vuoto, non solo perché bisogna essere inguaribili ottimisti ma soprattutto perché il Padre c’è ed è all’opera e a noi non manca nulla altrimenti già lui ce lo avrebbe dato.

Noi siamo di quelli che spesso temono di non essere mai adeguati: tutto pretende che noi siamo sempre attivi, operosi, produttivi, efficienti, in ogni campo, da quello affettivo a quello lavorativo e familiare, impareggiabili. Talvolta anche noi, gente di Chiesa, a marcia ingranata, viviamo il rischio di perderci in centinaia di progetti e rischiamo l’illusione che Dio ci ama e siamo credenti adeguati solo se impegnati nel recinto delle nostre parrocchie…a volte anche in chiesa è difficile respirare un po’ di calma (me lo diceva ieri un papà “so che voi preti siete sempre di corsa”…e chi lo ha detto che deve essere così!) E non ci è mai permesso di essere quello che siamo, anche creature fragili, deboli! Tutto ci obbliga a mascherarci e a correre. Salvo poi ritrovarci schiacciati in un vortice quasi con un cappio stretto alla gola. Noi siamo di quelli che vivono la paura che ci manchi qualcosa e qualcuno, che saremo felici solo se avremo fra le mani un salario adeguato, il vestito all’ultima moda, a disposizione la tecnologia più avanzata e, vicino a noi, tanti amici. Noi siamo di quelli che vivono la paura della novità e del futuro come se la Provvidenza non ci accompagnasse giorno dopo giorno e come se Dio che c’era e anche oggi c’è domani si scordasse di noi. Noi siamo di quelli che hanno paura di perdere tempo: sappiamo che, aldilà di tanti discorsi, il tempo è il bene più prezioso che non ci sarà mai più restituito e proprio per questo crediamo di doverlo mettere a frutto, impiegarlo perché è denaro e non abbiamo il coraggio di perderlo per ciò che realmente vale: l’amore che è gratuità totale e spezzarsi per l’altro senza trattenere nulla.

Anche noi abbiamo il bisogno di uno sguardo rinnovato per non essere stritolati dall’ansia e dall’affanno. Proviamo a perderci nella semplicità dei passeri del cielo, fragili eppure liberi, li sentiamo ogni mattina presto che cantano sulle persiane ancora chiude delle nostre case mentre attorno il traffico ancora tace. Anche noi siamo piccole creature eppure preziose, anche noi come loro palpitiamo nel palmo della mano di Dio e siamo amati e conosciuti per quello che siamo e possiamo gettare via la maschera perché il Padre con noi ricomincia daccapo proprio a partire dai nostri fallimenti. Proviamo a perderci nella bellezza di un tramonto e chiediamoci su cosa abbiamo puntato la nostra giornata e se c’è stato davvero un attimo in cui Dio non era con noi. Proviamo ad aprire le braccia alla luce di un’alba e scopriamo che il tempo che noi viviamo non è un’agenda da riempire con l’elenco fittissimo di appuntamenti e impegni ma l’occasione che Dio si dà per incontrarci e che ci dà perché noi andiamo incontro ai nostri fratelli.

Vorrei concludere la mia riflessione di quest’oggi con una nota a margine che la lettura di Paolo mi suggerisce. Nel creato, ma anche nella nostra stessa vita, sentiamo a volte un senso di incompiutezza che non è l’affanno di cui dicevo prima: è quasi un bisogno di definitività, di fermare l’attimo perché la felicità non ci sfugga fra le dita, di arrivare ad un porto e attraccare, di gettare per sempre l’ancora. È l’attesa di una vita diversa, nuova, compiuta. La vita è attesa del Regno, il tempo scorre verso l’eternità e noi a volte vorremmo già esserci. La nostra condizione di creature che stanno come nelle doglie del parto è segno di una vitalità, certo a nervi scoperti, ma promettente per noi e per chi ci sta accanto, gravida di un Regno che già c’è e non è ancora definitivo. Ed è in nome di questa speranza che noi possiamo dirci vivi.