domenica 19 febbraio 2012

Ultima domenica dopo l'Epifania

Questa è la seconda di due domeniche dedicate al tema del perdono per introdurci al tempo della Quaresima. Si può intraprendere un serio cammino di conversione, abbracciare la nostra libertà e modellarla secondo la verità del Vangelo, solo se si ha la consapevolezza profonda di avere accanto un Dio che è Padre e che può perdonare le nostre colpe, schiodarci da un passato che ci immobilizza, entrare come luce nelle zone d’ombra del nostro cuore, in quella parte di noi stessi che fatichiamo a guardare e che preferiamo nasconderci.

Anche domenica scorsa avevo ribadito che la questione del perdono è cruciale per la nostra identità cristiana, anzi, se non scopri almeno una volta nella vita cosa significa essere perdonato, non puoi dire di aver conosciuto il volto del Dio di Gesù; vorrei riprendere ancora la questione ma lasciandomi aiutare dall’immagine della corda.

La corda è come la nostra relazione con Dio. il peccato, il male che io riconosco di aver commesso, è come un taglio netto con cui separo, divido, interrompo il mio rapporto con lui. Quando chiedo perdono la mano buona di Dio fa un nodo, lega ancora assieme, unisce ciò che ho separato. Alla fine tuttavia mi ritrovo fra le mani la stessa corda ma un pizzico più corta: il perdono mi ha avvicinato di più a lui!

Ma ora vorrei entrare nel racconto evangelico di oggi già di per sé molto chiaro giusto per sottolinearne qualche suggestione perché, come un evidenziatore, qualche passaggio, ben rimarcato, continui a farci compagnia lungo questa settimana.

Già è preziosa l’indicazione iniziale in cui si dice che Gesù racconta questa Parabola per chi si crede giusto e si permette di disprezzare gli altri. Ci fa capire da una parte la schiettezza con cui Gesù predica il Vangelo, entrando come luce nelle tenebre, come chi mette con le spalle al muro ma per far prendere coscienza del proprio limite e poi liberarlo; d’altra parte entriamo subito nel vivo della questione e ci è possibile schierarci da una parte o dall’altra del racconto.

Il primo protagonista è un fariseo che si ritiene giusto al punto da stare con la fronte alta davanti a Dio. I grandi personaggi dell’Alleanza, i Padri della fede, quando sentivano la voce di Dio si prostravano con la faccia a terra. Elia, a soffio leggero del vento che gli indicava la presenza del Signore, si coprì il volto. Quest’uomo invece è piuttosto spavaldo, parla di sé, si ripete, nell’elenco delle sue doti che sciorina nel Tempio, solo la prima persona singolare. Non esiste il noi dell’intercessione, non esiste il Tu di un interlocutore che andrebbe interpellato, ascoltato, amato. Forse quest’uomo ha dimenticato Dio anche se sta pregando, lo ha escluso, lo ha tagliato fuori dalla sua vita. Si ritiene giusto e autosufficiente, può vivere, in nome di Dio, meglio sarebbe dire di una religiosità tutta sua, come se Dio non ci fosse. Si serve della religione per apparire ma poi si costruisce da sé. Per lui possiamo usare l’immagine dello specchio. È come se stesse ritto davanti ad uno specchio. Non guarda oltre. Vede solo se stesso.

Il secondo personaggio è un pubblicano, un peccatore pubblico. Lui si prostra, guarda a sé ma invoca su di sé la presenza di Dio. Vede il suo errore ma cerca di liberarsene, di prenderne le distanze. Per lui possiamo usare l’immagine del vetro. Riesce a scorgere che oltre sé e la sua pochezza c’è un Tu che può ascoltarlo e prenderlo per mano e con cui ricominciare daccapo, uno che può mettere un punto al passato e finalmente riprendere a scrivere su di una pagina nuova. Il rischio del pubblicano è di essere un complessato, di arrovellarsi attorno a un milione di sensi di colpa e affogare nel proprio mare di disperazione. Quel vetro deve diventare finestra, feritoia di luce che lascia passare la Grazia e trasforma le ferite in sorgenti d’acqua nuova.

Dio non ha paura del nostro peccato, non teme di percorrere miglia, di affrontare le discese più impervie per venire a prenderci. Anzi, cerca in noi proprio ciò che è finita debolezza per rivelare la sua infinita potenza. Ma ci chiede di lasciare che lui sia Dio, di non trasformare in specchio ciò che deve rimanere finestra aperta al suo mistero di Padre. Oggi, confessiamolo, noi tutti abbiamo bisogno di guarigione, che la tenerezza di Dio risani le nostre piaghe e ci restituisca ad una vita nuova.

Un’ultima parola è a commento del brano della lettera di Paolo. Se hai scoperto che cos’è il perdono non guardi più al fratello con disprezzo e con in bocca un giudizio sferzante. Il perdono è la trama lungo cui costruire una comunità realmente evangelica dove ci si ama e accoglie a partire dai propri limiti e non si deve più fingere nulla per sentirsi accolti. Sogno una Chiesa dove si fa festa perché ci si perdona,  una Chiesa che abbia i tratti di questo Vangelo.

domenica 12 febbraio 2012

Penultima domenica del tempo dopo l'Epifania




1 Due domeniche perché la quaresima non ci trovi impreparati.
Siamo ormai prossimi al termine di questo tempo dopo l’Epifania inserito nel ciclo del mistero dell’incarnazione: oggi e domenica prossima sono dette “penultima” e “ultima” domenica dopo l’Epifania. La nostra Liturgia ambrosiana pone in esse come tema centrale la Misericordia di Dio, la sua clemenza e il perdono. E tutto questo per prepararci al tempo di Quaresima. Mi piace questo segnare il tempo giocando in anticipo, quasi che la Quaresima non ci trovi impreparati se è vero che, assieme all’Avvento, è il tempo forte per eccellenza! Ma ancora di più mi piace questo accento posto sull’identità di un Dio che è perdono e che, con il suo amore di Padre, ci modella, ci attrae a sé, ci cambia per davvero, ci muove alla conversione. Quaresima  sarà il tempo in cui la nostra libertà deve esercitarsi nella conversione per lottare contro tutte quegli atteggiamenti diventati abitudine che rischiano di farci smarrire, nell’affanno dei nostri giorni, la nostra identità di figli, di sale e luce per il mondo. Ma il presupposto per ogni esercizio ascetico è sempre questo amore irresistibile. Per noi cristiani prima di tutto non sta il nostro sforzo di volontà, non stanno le nostre corse in avanti, non sta l’imperativo alla santità. Ciò che ci precede sempre è la Grazia, è un amore che si fa dono di sé fino a dare la vita per attrarci. Dio sa che finché non sentiremo bruciare sulla nostra pelle il suo amore non ci lasceremo scalfire nel profondo. Per noi, prima di una nostra qualsiasi azione, sta la passività di accogliere a mani aperte il suo dono di amore, la sua tenerezza sconfinata e non devi fare nulla per meritartela. Ma in fondo è sempre così: se vuoi davvero cambiare qualcuno amalo, e amalo quando meno se lo merita. Sarà allora che, sorpreso, inizierà a chiedersi il senso di questo amore gratuito e come può corrispondere.  

2 Il tema del perdono: questione cruciale per comprendere la nostra identità cristiana.
Davvero credo cruciale ed essenziale la questione del perdono per comprendere la nostra fede. Se non hai mai sperimentato cosa significa essere perdonato, se non ti sei mai trovato fra le mani il dono di un amore così sproporzionato rispetto alle tue attese, se non hai mai capito cosa significa essere amato non nonostante i tuoi limiti, ma proprio per questi, amato per quello che sei e non per come devi apparire, credo che difficilmente riuscirai a comprendere l’identità di questo nostro Dio. E continuerai a pensarlo Giudice freddo, burattinaio distante, moralizzatore dei costumi, inopportuna offerta di una verità inconciliabile con la tua vita, forse lo considererai padre ma un po’ padrone, a cui devi strappare con i tuoi meriti il suo affetto. Il perdono lo senti quando ti stai perdendo nelle tue ombre e si accende una luce che rischiara te e il mondo attorno a te, quando riesci a fare pace con la tua identità ferita perché ti scopri amato e preso per mano, il perdono ti sorprende ed assomiglia ad una mano che ti guarisce, che ti dà gioia, che ti schioda dal tuo passato, che ti mette in piedi e ti restituisce alla strada. Il perdono è ciò che più di ogni altra cosa ci avvicina a Dio, proprio come un nodo che lega due parti di una corsa tagliata a metà dal nostro errore. Più nodi ci sono e più i due estremi si avvicinano.

3 Il brano di Vangelo di oggi. Una profonda padronanza di sé, segno di una scelta maturata e presa in tutta libertà: Gesù è il Dio misericordioso.
 Credo che, contestualizzando il più possibile questo brano, ci possiamo rendere conto del possibile imbarazzo in cui Gesù avrebbe potuto trovarsi. Era a tavola con gente seria, colta, profondamente religiosa. Forse il discorso si era già fatto intenso e alto quando entra questa donna, una i cui sbagli erano di dominio pubblico, che si accovaccia proprio ai piedi dell’ospite d’onore iniziando a piangere e a dare affetto per ricevere amore e perdono. Eppure il Maestro di Nazareth non si smuove, forse solo un pizzico di rossore sul viso, ma con una ferma padronanza di sé, un silenzioso assenso che corrisponde a quanto questa donna gli sta chiedendo che dice la scelta non di sembrare Dio ma di esserlo nella Misericordia, nella scelta di stare accanto a chi ha il cuore ferito e fasciarlo con tenerezza. Lei è muta in tutta questo racconto ma sarebbe bello chiederle dove mai abbia trovato il coraggio di fare questo: forse solo nel disperato bisogno di essere amata e di rivoluzionare il giudizio che le avevano dato proprio in nome di Dio. Contrapposto a questo minuetto silenzioso, il giudizio severo di Simone contrappone all’amore la Legge, alla riconciliazione la sanzione, all’accoglienza la giustizia. In lui prevale un’idea di Dio troppo umana, troppo relegata ai nostri schemi di azione-reazione. Ma Dio è oltre e ci supera spalancando le braccia anche a chi noi non pensiamo lo meriti suscitando anche in noi, giusti, molto spesso rabbia o comunque perplessità.

Ma c’è una questione…
Ma c’è una questione che il brano di Vangelo  non risolve, lascia nell’ambiguità, scatenando  nei biblisti le più opposte reazioni interpretative: è  l’amore della donna che muove Dio al perdono o è il perdono di Dio che muove la donna ad un amore più grande per lui? Io penso che la domanda posta così non possa trovare una soluzione. È l’esperienza che dice che le cose possono benissimo stare assieme, una è causa e conseguenza dell’altra. Chi si sa perdonato si sente attratto all’amore e amerà ancora di più. Chi ama sa di poter contare sempre sul perdono dell’altro e lo ottiene senza condizioni. Ma di questo abbiamo già parlato. Dicevamo prima che questa attitudine al perdono da parte di Dio ci mette a tratti un po’ di stizza. Del resto siamo abituati a schierarci sempre dalla parte dei giusti che sono sazi di tutto! ma se solo facessimo lo sforzo di sentirci per qualche volta anche noi figli minori scappati di casa, pecorelle che sono uscite dal recinto, potenziali peccatori se solo quelle ombre dentro di noi potessero dilagare e se iniziassimo a sentire che Dio vuole proprio entrare in queste zone d’ombra per amarci e non per condannarci, allora cambierebbe tutto. E ci sentiremmo peccatori in conversione, felici di un amore su cui poter sempre scommettere

domenica 29 gennaio 2012

Solennità della S. Famiglia di Nazareth




Con gli occhi di Maria

Io non so quel giorno che cosa gli è preso! Eravamo felici per quella settimana così intensa, così diversa, così lontana dalle solite prospettive di ogni giorno, anguste come le vie di Nazareth. Quella festa con i suoi riti, i suoi canti, quel viaggio, quell’affiatamento che vivevamo rendeva anche noi 3 tutti più uniti. E ne avevamo bisogno! Non era poi così lontano il tempo delle calunnie dei vicini, quei sorrisetti maliziosi delle donne di paese, quando mi spiavano a mezzogiorno al pozzo a prendere l’acqua con una pancia imbarazzante - per loro certo, non per me - e quei commenti “dice che le è apparso un angelo. Vedrai se nasce femmina come rideremo di gusto!”. Povero Giuseppe, anche il suo lavoro ne aveva risentito: i bigotti di Nazareth non gli portavano più i loro arnesi da riparare e non gli commissionavano più lavori importanti: “Del resto, se giusto era, avrebbe dovuto ripudiarla quella poco di buono!”. E così poco di buono giudicarono  anche lui!  No, proprio niente mi avrebbe preoccupata in quella festosa carovana al ritorno da Gerusalemme nella sua dodicesima Pasqua. Ma 3 giorni a non vederlo sono troppi anche se sai con chi viaggi e sai che nessuno avrebbe potuto fargli del male! Proprio al terzo giorno l’angoscia montava come un cavallo sbizzarrito. Mi prese le vene e iniziai a correre avanti e indietro chiedendo dove fosse e se qualcuno lo avesse visto. Mi prese la gola fino a dare un grido disperato a Giuseppe che inutilmente cercava di calmarmi: “dobbiamo tornare indietro!” quel figlio mio che non era nostro, quella carne destinata a qualcosa di grande mi era stata affidata e io, in quell’attimo, mi sentivo non solo sprofondare ma anche venire meno a una Promessa! Lo trovammo alla fine nel Tempio. Era lì con un accento da adulto seduto fra uomini dotti, di quelli che non danno retta ai poveri come noi, ma che a un ragazzo così non potevano non guardare con ammirazione e simpatia. Non so cosa gli avrei fatto: forse se la mano dolce di Giuseppe non mi avesse fermata uno scapaccione, come pochi gli ne ho dati, lo avrebbe proprio meritato. Gli urlai in faccia però tutta la mia rabbia, la mia paura, il mio terrore di averlo perso. Ma lui, calmo, come un adulto che ha già scelto la sua strada, mi replicò che così doveva essere, che in quel modo doveva andare, aveva un Padre a cui obbedire! No, figlio mio, non adesso, non ancora. È troppo poco il tempo che ti ho avuto con me. È troppo presto per darti in pasto a gente che non ti capirà e che ti ucciderà. Lascia ancora per un po’ – non so quanto ma sarà comunque troppo breve – che tu sia solo mio! E tornammo a Nazareth, niente è mai stato come prima da allora. Il mio Joshua era una bomba a orologeria destinata a deflagrare presto o tardi nella nostra casa. È il mistero di ogni uomo che chiede di affacciarsi alla vita. E io, come ogni madre, avrei dovuto ancora una volta farmi obbediente.



Con i nostri occhi

Luca solo per poco squarcia il velo del silenzio che avvolge i giorni dell’infanzia di Gesù: c’è un mistero che non può essere violato. Del resto la famiglia di Nazareth non fa cronaca, non ha la pretesa di assurgere agli annali della Storia dei potenti. Dio sceglie di abitare la storia dell’uomo nella più nascosta prosaicità e, proprio da questa prospettiva, ribalta ogni parametro: ciò che conta non sono le imprese quasi epiche ed episodiche ma la capacità di resistere e continuare a scommettere sull’amore giorno dopo giorno.

Questo brano vuole essere, forse, solo un prologo di quello che sarà lo stile di Gesù: non si lascerà mai imbrigliare, percorrerà con decisione e caparbietà la sua strada, farà, costi quel che costi, la volontà del Padre suo. Il tentativo di emancipazione che qui ci viene raccontato è sinonimo di una libertà che si fa scelta di essere il Figlio che dona la sua vita per amore e proprio così rivela la Verità di Dio.

Infine con queste righe Luca vuole dirci dove Maria e Giuseppe e con loro, poi, i discepoli del Signore devono trovare Gesù se lo vogliono incontrare per davvero. Gesù non sta nella carovana ma nel Tempio a discutere delle cose del Padre suo così come non sarà imbrigliato negli schemi di una religiosità farisaica e precettistica ma oltre, dove la Legge si fa Amore; Gesù sta sempre davanti a Pietro e a tutti gli altri, è sempre oltre perché il suo Vangelo ha una logica che spiazza; infine Gesù non sta nel sepolcro ma è nella casa del Padre suo, è il vivente che, perché crocifisso, perché si è donato senza trattenere, ha vinto la morte.  

A questo punto mi chiedo  cosa questo brano centra con le nostre famiglie. Non sono ammesse riduzioni di sorta! Anche perché la famiglia di Gesù è davvero unica nella sua forma. Mi piace però prendere spunto da quanto detto e fare delle dediche

Vorrei che tutte le mamme e tutti i papà imparassero a non trattenere mai i loro figli, che smettessero di pre-occuparsi per loro (perché quel pre denuncia che prima di tutto ci sono loro e le loro attese da colmare) ma si occupassero seriamente della loro felicità mettendosi accanto come puntelli solidi nella roccia su cui i ragazzi possono appoggiarsi ma per compiere quella scalata che sarà comunque e sempre solo la loro.

Vorrei che tutte le famiglie che faticano a resistere nell’amore sentissero sul loro capo la carezza di un Dio che è tenerezza e a cui non sfuggono i piccoli gesti d’amore che fanno, alla fine, eroica la vita di ognuno.

Vorrei che tutti quelli che non sanno dove sia il Signore magari nel cuore del loro fallimento, anche familiare, sappiano che Gesù è sempre nascosto nella trama dei nostri giorni e con lui si può sempre ricominciare daccapo.

lunedì 9 gennaio 2012

Battesimo del Signore

L’uomo alla ricerca di Dio
Esiste una sola discriminante fra noi: c’è chi si è arreso e sclerotizzato, chi ha smussato per sempre ogni sogno e si accontenta della monotonia del quotidiano – e spesso questo accontentarsi genera frustrazione, ci si inacidisce verso tutto e tutti, ci mette di cattivo umore e ci rende costantemente critici – e c’è invece chi non si è arreso, c’è chi si sente pellegrino alla ricerca del senso dei suoi giorni. Che cosa cerchi uomo? Forse la salute, forse il benessere. Forse cerchi la felicità, vuoi fermare a tutti i costi contro la logica del tempo quegli istanti di pura felicità: sogni l’eternità! Cerchi l’amore da dare e da ricevere, soffri la separazione, quella di un giorno e quella per sempre: tu sogni l’infinito. Uomo, fratello, tu cerchi Dio!

Dio alla ricerca dell’uomo.
Questa è la storia dell’uomo di sempre. Questa è la condizione che ci lega a chi ci ha preceduto. Ma oggi ci viene detto che in un luogo dalle coordinate precise e ben rintracciabili, in uno scorcio della storia Dio si è affacciato, si è raccontato, si è fatto vedere, in una parola, si è rivelato. Molti sono i momenti di questa Epifania e unico è il denominatore di tutti questi: Lui è l’Appassionato alla ricerca della sua creatura. Dio rompe ogni distanza e si fa nostro compagno sulle strade della nostra vita, calca con le sue orme la scena dei nostri giorni, non tollera la nostra paura, vuole riscattarci da quella solitudine che ci rende randagi e vuoti, si mette come capofila per indicarci che la nostra vita ha senso solo se giocata per amore e non si perde nei meandri dell’egoismo. Il Creatore si fa creatura e ci tende la mano.      

Un Dio che si rivela a noi in modo del tutto paradossale.
Ma se pensi alla voce di questo Dio come ad un tuono, se credi il suo agire come un terremoto, come una forza che penetra e sconquassa hai sbagliato idea. Questo Signore si rivela a noi in modo del tutto paradossale: lui, al grido, preferisce il silenzio; al clamore dell’apparire, sceglie il nascondimento; alla potenza e alla violenza preferisce la povertà e la piccolezza, la sua forza è la sua debolezza. Eccolo oggi in fila fra i peccatori lungo le sponde del Giordano. Non è diverso dagli altri. Si è messo in cammino per andare incontro al suo popolo e stare, dimorare, abitare la condizione di tutti gli uomini con la pretesa però di cambiarla dal di dentro. Oggi è lì dove tutti attendevano una parola dal profeta capace di illuminare di senso la loro vita. Sta al principio del cammino di conversione, dove l’uomo in tutta libertà decide di fare spazio nel cuore a Dio. Una voce e un segno lo indicano.  

Se lui si fa tuo compagno di viaggio allora scopri il potere di diventare figlio di Dio. Questo in fondo è il senso della sua presenza. Che quella benedizione che si sente dal cielo su di lui diventi anche la tua. E non dobbiamo fare nulla: non la si merita in nessun modo, la si accoglie come un dono gratuito e la si centellina giorno per giorno. Noi siamo figli benedetti del Padre, noi siamo gli amati, noi siamo preziosi e valiamo tutto l’amore di Dio. Ci piace pensarlo per gli altri, stentiamo a crederlo fino in fondo, lo riteniamo impossibile per noi. No, metti sul naso le lenti della Grazia e scopri oggi che la tua ricerca ha trovato un approdo, Dio cerca te e proprio te, quando gli lasci spazio nella tua vita. Te e proprio te con le tue zone d’ombra, con quei mostri che ti porti dentro e che hai paura anche a chiamare per nome, con le tue ferite, con quel poco che sei e che hai nella tua bisaccia, non c’è punto così basso che tu non sia raccolto e portato in alto al riparo delle sue ali.

Vorrei provare a dire cosa accade quando ti scopri Figlio amato
Alle persiane delle tue finestre, al mattino, non picchia solo la luce ma è la Grazia che ti dà la sveglia.
Quando ti alzi hai il sorriso di chi sa che nulla può accaderti che Dio non lo permetta.
Il bicchiere sulla tua tavola non è mai mezzo vuoto e nemmeno mezzo pieno, è quel che ti basta per saziare la tua sete. Lo specchio smette di piangere perché tu vali. Il vicino di casa, proprio lui che non tolleri più; il portinaio che ti dice il suo buongiorno forse troppo rituale per sembrare vero; chi ti circonda sul bus e sembra toglierti l’aria; la cassiera al supermercato che non sorride mai, il giovane che ti siede accanto e fa discorsi così vuoti; l’altro che ti fa compagnia ben sigillato nella sua macchina lungo il traffico è figlio amato quanto te, è fratello e non  un nemico e tu, perché figlio, sai che il padre te lo ha donato per fare più ricco il tuo bagaglio. Il lavoro si fa partecipazione ad un disegno che ha le coordinate del Regno di Dio. E con l’altro ti senti Chiesa, comunità dove ci si accoglie e ci si ama al punto di perdonarsi ogni cosa.  E in ogni respiro ti ritrovi prezioso, insostituibile.  E sentirai in te crescere l’amore. E questo amore è come la gioia: non te la fabbrichi con le tue mani ma la ricevi e devi donarla anche agli altri se non vuoi perderla. È il miracolo di una benedizione!

domenica 25 dicembre 2011

Natale, messa del giorno

Mentre Giuseppe e Maria erano in viaggio verso Betlemme, un angelo radunò tutti gli animali per scegliere i più adatti ad aiutare la Santa Famiglia nella stalla. Per primo, naturalmente, si presentò il leone. “Solo un re è degno di servire il Re del mondo”, ruggì “io mi piazzerò all'entrata e sbranerò tutti quelli che tenteranno di avvicinarsi al Bambino!”. “Sei troppo violento” disse l’angelo. Subito dopo si avvicinò la volpe. Con aria furba e innocente, insinuò: “Io sono l’animale più adatto. Per il figlio di Dio ruberò tutte le mattine il miele migliore e il latte più profumato. Porterò a Maria e Giuseppe tutti i giorni un bel pollo!” “Sei troppo disonesta”, disse l’angelo. Tronfio e splendente arrivò il pavone. Sciorinò la sua magnifica ruota color dell’iride: “Io trasformerò quella povera stalla in una reggia più bella dei palazzo di Salomone!”. “Sei troppo vanitoso” disse l’angelo. Passarono, uno dopo l’altro, tanti animali ciascuno magnificando il suo dono. Invano. L’angelo non riusciva a trovarne uno che andasse bene. Vide però che l’asino e il bue continuavano a lavorare, con la testa bassa, nel campo di un contadino, nei pressi della grotta. L’angelo li chiamò: “E voi non avete niente da offrire?”. “Niente”, rispose l’asino e afflosciò mestamente le lunghe orecchie, “noi non abbiamo imparato niente oltre all’umiltà e alla pazienza. Tutto il resto significa solo un supplemento di bastonate!”. Ma il bue, timidamente, senza alzare gli occhi, disse: “Però potremmo di tanto in tanto cacciare le mosche con le nostre code”. L’angelo finalmente sorrise: “Voi siete quelli giusti!”.

Vorrei che oggi si sentissero tutti benvenuti in questa chiesa. Chi è da molto che non vi entra, chi lo fa abitualmente, chi per la prima volta. Non so i motivi che vi hanno portato a lasciare le vostre case, feste ancora da preparare, trame di relazioni che per l’occasione si stanno ricucendo: forse il desiderio di rendere diverso questo giorno da tutti gli altri, forse la nostalgia di quando a messa ci andavate con mamma e papà con il vestito della festa tirato fuori per l’occasione; forse siete qui alla ricerca del senso di questo giorno così particolare, forse per un po’ di pace in mezzo a tante corse affannate a cui la vita ci costringe come quando incontri una fontana zampillante dopo aver camminato a lungo sotto il sole. Prendete posto, non state scomodi, mettete da parte per un po’ l’orologio che ci perseguita abitualmente. Benvenuti con quello che portate in voi, con quel che avete nel fardello della vostra vita. Immagino gioie autentiche, speranze di larghi orizzonti e alcune molto semplici, sicuramente domande e angosce, qualcosa che vi batte nel cuore come un dolore nascosto e di cui non trovate il senso, forse la sete per l’aridità, e tutti la stanchezza per il cammino. Siamo gente semplice, come l’asino e il bue. Ma la nostra debolezza piace tanto a Dio e lo innamora e così, possiamo prendere posto qui davanti, qui vicino al mistero del Bambino di Betlemme, il Dio con noi.
Ho tre passaggi che vorrei con voi rimarcare, tre perle preziose che la Parola di oggi ci consegna e che dobbiamo mettere nella nostra sporta per renderla più carica, sono parole che vogliono strapparci alla banalità a cui questo tempo e tutto quello che ci si muove attorno sembra costringerci.

1 la visita di Dio nella nostra storia.
Luca ci dice il tempo e il luogo precisi in cui Gesù nasce. È un tempo, come il nostro, dove fa cronaca la storia dei potenti che vogliono stringere in pugno le sorti della terra e in cui la storia dei semplici fa da corollario spesso insignificante: giorni di fatica e di obbedienza a un quotidiano a tratti difficile e a tratti pieno di sorprese. Proprio in questo tempo Dio decide di piantare i paletti della sua tenda, di volerci stringere a sé in un abbraccio che è condivisione totale, comunione, vicinanza, prossimità. Creatura e Creatore si danno appuntamento nella carne di quel bambino. Sotto i nostri giorni scorre il fiume della Storia di Dio con noi, palpita un Regno in cui sono sovvertite tutte le logiche del mondo e in cui ritrova valore e conta solo l’Amore. Cambia tutto se iniziamo a considerare così il nostro tempo: ci sentiremo liberati dal peso di un nulla che sembra volerci inghiottire alla meta delle nostre tante corse. Il tempo diventa occasione di incontro con questo Dio per imparare ad amare ogni fratello, i giorni carichi di dovere, se vissuti in questo abbraccio, sono occasione di santità e dalle nostre case si sprigionerà un tale potenziale di novità da sovvertire e da rivoluzionare l’intera città.

2 il segno paradossale. Il silenzio di Dio o la presenza di Dio dove non ce lo aspetteremmo?
Questo è il segno: un bambino, piccolo, appena nato, avvolto in fasce e che sta in una mangiatoia. Vorrei, se permettete, togliere per un attimo la patina di poesia a questa scena e rileggerla in tutta la sua scarna prosaicità. Provo a mettermi nei panni di Giuseppe e più ancora nei panni di Maria. Perché a loro, in quella notte, non è apparso nessun angelo a confortarli ma si sono sentiti addosso solo il rifiuto di mille porte sbattute in faccia. Avevano il compito di dare a questo bambino un futuro, una dignità e trovano solo lo squallore di una stalla dove appoggiare la loro stanchezza e la vulnerabilità di questo cucciolo. Io credo che quella notte la loro gioia sia stata velata di malinconia e di tristezza,  e si saranno chiesti con tutta probabilità dove fosse Dio e la sua onnipotenza, dove si fosse cacciata la promessa del riscatto d’Israele, come mai tutto quel silenzio. E hanno stretto fra le mani solo la fragilità di quel piccolo. Ma questo è ormai il modo di essere di Dio. Fragile per essere accolto con un atto libero e non per imposizione, debole ed è tolto per sempre il pregiudizio di un Dio distante, giudice, nemico. Ritratto per farci spazio. Ferito per prendere fra le mani tutte le nostre ferite e trasformarle in feritoie di luce.

3 i pastori e noi come loro: più si è deboli e più si è adatti all’amore trasformante di Dio. 
E infine lo sguardo cade sui pastori, su questa gente giudicata come poco di buono, abbruttiti come le loro bestie, distanti e non poco dai precetti rituali della loro religione. Uomini che vivevano confinati e che su di sé non nutrivano più speranza alcuna. Proprio per loro quella notte il cielo si squarcia, sui loro destini segnati e sui loro orizzonti chiusi, e, come a nessun altro è dato, assistono, loro ripiegati nello squallore, al concerto più bello che l’umanità abbia ascoltato. Più si è deboli e più si è adatti all’amore trasformante di Dio. Non c’è punto così basso in cui l’uomo sia caduto che Dio non lo voglia prendere in braccio e portarlo a casa. E loro vedono il segno, lo sanno interpretare e tornano nei loro villaggi carichi di una Parola che non può essere trattenuta.

Buon Natale fratello, perché buono è il Signore che nasce anche per te. Lui che è nato circondato dai briganti e muore fra i ladri, lui che è nato nella povertà e si è fatto povero perché, libero, oltre al Padre suo non desiderava null’altro, lui che ci spiazza e ci sorprende è per te oggi il sorriso di Dio.


domenica 18 dicembre 2011

domenica della Divina maternità di Maria


Omelia nella sesta domenica di avvento

In quest’ultima domenica dell’Avvento, tutta dedicata al mistero della divina maternità di Maria e al mistero dell’Incarnazione, vorrei con voi raccogliere dal brano di Vangelo, attorno a cui ruota tutta la Liturgia della Parola, qualche spunto, come se ci trovassimo su un campo ricco di fiori, uno più bello dell’altro, tutti profumati e di una rara delicatezza.

Quel giorno nel cuore di un’adolescenza che stava ormai per trasformarsi in maturità nel progetto stabile di essere una cosa sola con l’uomo che amava, in quel giorno in cui le apparso l’angelo che dall’immensità e dall’eternità di Dio è entrato nella piccolezza della casa di Nazareth, no, Maria non ha avuto paura. Lei, del resto, era abituata a leggere la Parola, aveva dimestichezza con il carattere di un Signore che, se pur Altro e distante, non si è mai risparmiato di gettarsi a capofitto nella storia di un popolo che amava e che si era scelto da sempre; di un Signore che, per inscrivere con traccia indelebile la linea dritta della sua presenza nelle tante linee storte dell’uomo, si è scelto spesso uomini e donne insignificanti e piccoli, molto spesso ragazzi, dialogando con loro e donando loro sogni dagli occhi del mondo giudicati miraggi improponibili ma che si sono rivelati alla fine pietre angolari da cui ripartire. E lei, Maria, ormai apparteneva a questa schiera, lei come gli altri, lei più degli altri.

Dio aveva un sogno:  essere uomo, accorciare tutte le distanze che lo separavano dalla sua creatura, per rompere il sospetto di sempre, anche il nostro, antico dai giorni del Giardino dell’Eden, che lui sia in concorrenza con noi, che voglia privarci della nostra libertà, che lui sia un Dio di divieti e di censure, prima fra tutte, alla nostra felicità. Dio vuole fare solo alleanza con l’uomo, vuole dargli la mano per dargli quello che gli manca, quel compimento dei suoi bisogni più profondi e più veri e così lottare per la sua gioia.  Maria accoglie questo sogno fra i suoi sogni e lei per prima sente sulla sua pelle che Dio dona tutto e non toglie nulla. Il suo sogno di amare viene centuplicato, il suo essere madre ritrova un orizzonte nuovo, inedito ma molto più intenso. La sua voglia di essere dono per il mondo trova possibilità  perché Maria, come ogni giovane, sente che può dare al mondo ciò che altri non hanno ancora fatto e, dopo, nessuno mai farà. E il suo sì pieno di gioia è certezza di un compimento non atteso ma da sempre desiderato.

Dio non ha mai voluto smettere di entrare così nella storia dell’uomo. E se in Gesù troviamo la definitività della sua Rivelazione è anche vero che oggi continua ad entrare nella nostra vita dai contorni sfilacciati scegliendo noi e proprio noi, noi con la nostra debolezza e con la nostra pochezza, noi con i nostri sogni, e proprio a noi chiede, nella semplicità delle scelte di ogni giorno, di aggiungere un tratto in più alla storia della salvezza. Noi, come Maria, siamo chiamati a dire il nostro sì perché Dio possa continuare a dire di sì all’umanità. È sorprendente ma è proprio così: Dio non vuole fare a meno di noi per trasformare la nostra terra in un angolo di Paradiso. Come dalla casa di Nazareth, così dalle nostre case si può sprigionare un potenziale d’amore tale da rinnovare il mondo intero.

E da quel sì prende forma il Mistero dell’Incarnazione. Dio sceglie di imparare da una donna ad essere uomo.  Ora nel segreto del suo grembo che tesse la vita con ossa e carne, poi con la pazienza delle cure, con gli insegnamenti delle prime cose: i passi, il linguaggio, l’educazione dei gesti e del loro valore, della preghiera e dell’ascolto della Parola e con l’esempio di una vita spesa nell’operosità del lavoro. Gesù deve anche alla madre tutto ciò che poi è stato. Nella parola profetica che regala speranza ai poveri, nella denuncia dell’ipocrisia e del potere che, con la ricchezza, allontana l’uomo da ciò che più conta, nella cura per ogni uomo ferito, nell’insistenza a raccogliere ogni uomo, nel dono totale di sé fino a spezzarsi per i suoi possiamo forse intravvedere, in potenza, le parole che Maria sussurrava ai suoi orecchi nelle sere a casa loro e gli esempi che gli dava in ogni momento di quegli anni lontani.

Per questo non possiamo fare a meno di avere Maria anche noi per Madre per imparare ad essere uomini e donne alla maniera di Gesù.

Madre, sorella nostra, fatti accanto a ognuno di noi, donaci quelle parole e quei gesti di tenerezza che hai avuto con Gesù perché possiamo qui e ora essere un prolungamento della sua presenza, per riscattare la nostra vita dalla banalità in questo  tempo che si è fatto ormai breve.

domenica 4 dicembre 2011

4 domenica di Avvento - l'ingresso del Messia


Vado perché non reggo più la frenesia che scuote questa città.
Resto perché non saprei più obbedire a un ritmo diverso e, in quest’obbedienza, trovo a tratti la pace del cuore. Vado perché ai palazzi, alle strade, al traffico preferisco la solitudine affascinante del deserto.
Resto perché fra i palazzi, le strade, il traffico io trovo il mio deserto.
Vado perché la folla mi spaventa.
Resto perché in questa folla ancora ritrovo, ultimo fra gli ultimi, Gesù.
Vado perché non sopporto l’anonimato che rende grigia la gente di questa città.
Resto perché voglio strappare dall’anonimato qualcuno da amare.
Vado perché qui tutto mi pesa.
Resto perché,  se condividiamo i nostri pesi, tutto si fa più leggero.
Vado perché mi stanno strappando a poco a poco il futuro.
Resto perché il futuro sono io qui e ora con le mie scelte.

Volevo solo dare voce e condividere le mie sensazioni, contraddittorie certo, che emergono quando penso alla città e mi penso cittadino in un angolo di una trama complessa e gigante.
E mi sento autorizzato a farlo oggi, in questa IV domenica di avvento, perché contempliamo Gesù che entra a Gerusalemme, che decide di terminare il suo cammino fissando i paletti della sua tenda proprio nella grande città, di voler affondare le sue radici lì dove l’uomo corre, lavora, prega, si incontra, progetta il futuro. Qui Gesù porta a compimento la sua incarnazione condividendo con noi anche la morte, abitandola per poi trasformarla in vita dal di dentro.

Questo brano è tipico della tradizione ambrosiana e vuole ricordarci che Gesù, come è entrato nella città, e anche oggi, in modo nascosto continua ad abitarla nel cuore di chi crede, nelle vene nascoste della storia, così ritornerà alla fine del tempo. Nel primo atto sotto i segni della piccolezza e del nascondimento, nell’ultimo atto nella gloria di un giudizio che unirà verità e misericordia, giustizia e pace. E così anche noi, che ci sentiamo a tratti piccoli e smarriti nella corsa della nostra città, sappiamo che il nostro tempo è destinato ad approdare non al nulla ma all’incontro con il Signore. E cambia tutto pensarsi come risucchiati dal buio oppure dirigersi verso la luce, sapendo che tutto è per il nostro bene e per la nostra gioia, con in mano una mappa dettagliata tracciata con l’inchiostro della Speranza.

Vorrei  quest’oggi trovare con voi, in una sintesi approssimativa della Parola ascoltata e ispirandomi a un testo del cardinale C.M. Martini, qualche indicazione su questa mappa. Come dobbiamo abitare noi la città nell’attesa della venuta di Gesù, volendo noi essere un prolungamento vivo e agile (Madeleine Delbrel, il ballo dell’obbedienza in Noi delle Strade) della sua presenza, custodendo la sua memoria, sapendoci accompagnati da lui? Cosa è essenziale e non va smarrito. E ho pensato a queste 5 indicazioni

L’amore per la preghiera, per il deserto. Se attendiamo la salvezza da qualche riforma, da qualche progetto innovativo, da uomini forti capaci di promettere utopie, rischiamo di restare delusi. La città la salva chi osa concedersi spazi di contemplazione, chi dà alla nostalgia del cielo il suo tempo migliore, chi sta con Gesù per ascoltare la sua Parola e farsi cambiare giorno dopo giorno il cuore per poi rituffarsi a capofitto nell’ordinario con occhi nuovi, mani pronte a servire e a dare la vita per amore. E Gesù sapeva ogni mattina, molto presto, uscire dalla città per ritirarsi a pregare, a gettarsi a capofitto nel dialogo cuore a cuore con il Padre. E questo era il segreto della sua gioia discreta che contagiava e lo rendeva così luminoso.   

La bellezza dell’amicizia. La città tende a seppellire nell’anonimato. L’amicizia che nasce dalla condivisione di qualche passione comune, rende l’altro un dono prezioso per la tua vita. Sono i piccoli gruppi di amici che voltano le spalle al mondo che lo salveranno (C. Lewis, I quattro Amori). Anche Gesù esce da Gerusalemme per rifugiarsi a Betania e trovare nel cenacolo di quell’amicizia la forza per donare la sua vita.

La forza della profezia e dei segni. Il cristiano non può firmare deleghe in bianco a nessuno e sgravarsi della responsabilità di rendere più bella, più simile al Paradiso la sua città. Deve porre segni che indicano soluzioni al problema, deve essere libero di dire la sua Speranza o di denunciare la logica che calpesta la dignità dell’uomo. Bisogna porre segni profetici che inquietino la falsa pace delle coscienze e che dicano un futuro alternativo. Proprio per dire la sua voglia di essere il Messia piccolo, povero, nascosto Gesù sceglie di mostrarsi su un asino.

Il coraggio del dialogo. In una città sempre più complessa e articolata il credente oggi è l’uomo del dialogo, dell’incontro ma non per fare sintesi ma per accogliere l’altro nella sua vita, per dare spazio alle domande e per cercare sinceramente con i fratelli la Verità.

La bellezza dell’accoglienza. E infine, l’ultimo atteggiamento che vorrei richiamare, è quello dell’accoglienza, di fare spazio dentro di sé e nella propria vita e, perché no, nelle nostre case, all’altro. Nell’altro c’è sempre un dono di Dio e per me e l’occasione per incontrarlo e amarlo. Mentre fai spazio a lui in realtà fai spazio proprio al Signore. Mentre hai paura di perdere, e in realtà accogliere è sempre un po’ perdersi, ti ritrovi più ricco, inaspettatamente si schiude un orizzonte di senso che non immaginavi. Accogliere il povero, metterlo al tuo livello nella tua vita, dilata a dismisura la libertà e la gioia.