domenica 28 novembre 2010

III di Avvento

Dopo esserci fermati in questo cammino di Avvento su due tappe in cui abbiamo risaldato la convinzione che il Signore verrà nella sua gloria e che la nostra storia cammina verso un orizzonte promettente; dopo che la Parola ci ha chiesto di vivere come figli del Regno nell’attesa della sua venuta, ora, con il tema delle profezie adempiute, dobbiamo esplicitare che in Gesù si è dato il compimento della storia della Salvezza, che in lui tutto il desiderio di felicità e di pienezza dell’uomo ha trovato risposta.

Non so voi ma vivo questa tappa con un certo imbarazzo e con il timore di essere retorico.

Noi e le nostre promesse di felicità inadempiute.

A volte ci ritroviamo a stringere fra le mani, se pensiamo ai progetti della nostra vita, un pugno di sabbia che scivola via lentamente o poco più. Ci sembra che i momenti belli siano passati da molto e ormai è il tempo di tirare qualche bilancio, spesso tragicamente in rosso. La felicità è qualcosa che assaporiamo difficilmente e sfugge via come il vento. Ci sembra che le cose urgenti, sempre troppe e troppo oberanti, ci facciano perdere di vista quelle necessarie e che alla fine non siamo noi i veri protagonisti dei nostri giorni. La fede, è vero, ci sostiene ma è un appiglio che non ci fa palpitare come un tempo, forse è una riserva per sperare che domani sia migliore. In noi non riusciamo insomma a vedere nulla di definito e tanto meno una profezia di felicità compiuta.

Se lo sguardo si allarga alla storia e al tempo presente, ai poveri, agli ultimi, a chi rantola nella miseria e nella povertà, troppo spesso causate dall’egoismo di pochi ricchi e potenti, si rischia di perdersi nel buio. Ma anche passando sulle nostre strade, scorgendo le case del nostro quartiere, se riusciamo a guardare poco più in là del nostro cammino, ci assale la paura, la tentazione di giudicare tutto come un equilibrio molto precario sopra la follia, o, in certi angoli dove alcuni nostri giovani buttano via la loro vita nel baratro del non-senso, ci si chiede dov’è il Signore e la sua mano.

Ringrazio però il Signore perché oggi ci fa compagnia Giovanni e la sua notte del cuore e della fede

Una vita spesa per annunciare cosa e chi guardando alla sopraffazione dei potenti e alla sua stessa vita costretta in carcere? La notte del cuore è il buio di non sentire più nulla, di non vedere Dio dalla tua parte, è la sensazione di essere entrati nel deserto e di aver smarrito per sempre le ali della Grazia spirituale. L’invio dei suoi a Gesù forse potremmo leggerlo come un grido a ridosso della disperazione per avere un abbozzo di risposta da cui ricucire un senso. Gesù chiede a Giovanni di affinare lo sguardo, di tendersi oltre il proprio dolore, di scendere nella profondità di ciò che appare e riconsiderare tutto alla luce della fede in lui, il Messia che non è venuto a spezzare e a recidere, a bruciare e a spazzare via il male e chi lo compie, ma il Dio-con-noi che ama stare fra gli ultimi come ultimo, povero fra i poveri in una logica di totale solidarietà per riempire dal di dentro di speranza chi è nell’abisso della disperazione. Chissà se Giovanni sarà riuscito a ricostruire un senso. Noi sappiamo che il suo destino di precursore si è compiuto anche nel martirio e che la sua vita non è stata spesa invano. Proprio con la sua carica profetica, con le sue notti del cuore, con la sua morte, Gesù elogia Giovanni e lo dice più grande fra i nati di figli di donna. Ora raccogliamo il suo testimone perché siamo inviatati anche noi ad andare oltre le nostre notti del cuore. In fondo è solo questione di sguardi!

Dobbiamo affinare lo sguardo, Signore, per vederti all’opera e scoprire che oltre le apparenze, tu ci sei, c’è una storia che non appare e che non fa clamore, la tua storia con noi.

Dobbiamo lasciare che le profezie si avverino in noi, dobbiamo accogliere la notizia buona che Dio Padre è per noi, che siamo racchiusi e custoditi da sempre nel suo abbraccio, che non ci manca nulla che Dio non ci abbia dato e che anche le nostre sofferenze sono parte di un disegno di salvezza se vissute come una Passione, una croce per amare; che dietro alle nostre delusioni c’è sempre un oltre che è la Speranza; che Dio solo porta a compimento i nostri abbozzi di vita e la felicità sta anche nella convinzione che qualcun altro potrà raccogliere il nostro testimone.

E se è così anche noi siamo invitati ad essere profeti per questo nostro tempo e a sovvertire per dare slancio alla nostra storia i meccanismi che distruggono l’uomo e la sua dignità.

Saremo per qualcun altro segno di profezia adempiuta.

domenica 21 novembre 2010

II di Avvento

Questa domenica si pone in continuità con quanto ascoltato settimana scorsa. Il Signore viene fra noi,e verrà come ha promesso, e noi siamo chiamati a forgiare il nostro cuore e continuamente convertire la nostra strada sul modulo esigente del Vangelo, aguzzare il nostro sguardo, tenere accesa la speranza in questa attesa. Se sapremo davvero vivere così saremo figli del Regno.

L’omelia di questa domenica potrebbe a questo punto prendere una piega un po’ moraleggiante, se non addirittura moralistica, e potrei iniziare ad elencare quali sono gli aspetti su cui dobbiamo lavorare per vivere in pienezza la nostra vocazione alla santità: che ne è del nostro rapporto con Dio, con gli altri e con noi stessi? Ma sono convinto che non andremmo molto lontano, forse sarebbe uno sprone per certi versi azzeccato, per altri inutile, comunque superficiale.

Perché per un cristiano l’aspetto morale è sempre in secondo ordine, è una conseguenza della vita spirituale. Chi si sa amato da Dio, chi si abbandona al suo abbraccio benedicente, chi sa custodire nel cuore la certezza di essere figlio necessariamente saprà anche vivere bene e saprà fare dell’amore il parametro della sua vita. Figli del Regno non si è perché si emerge con i propri sforzi ma perché ci si lascia sommergere dalla Misericordia.

E ora proviamo a interrogare la Parola e a chiederle di darci qualche suggerimento sulla nostra verità di figli, quasi una cartina di tornasole per capire se stiamo procedendo nella direzione giusta o qualcosa in noi si è inceppato. E se è così forse dobbiamo dedicarci di più alla preghiera, a riprendere l’immersione nel Mistero di Dio.

Figli del regno, ci suggerisce Baruc, sono quelli che vivono nella gioia perché guardano ad oriente e vedono sorgere l’alba. Figlio è chi sa cogliere che Dio c’è ed è all’opera come Padre, che la salvezza viene dalle sue mani e che sul nostro mondo splende ormai la sua luce. È bandito ogni pessimismo, ogni disperazione, ogni critica feroce come se questi fossero i tempi peggiori di sempre. Non si vuole nascondere la drammaticità di questo scorcio del nostro presente, eppure il credente sa leggere nelle vene della storia la salvezza che scorre come un fiume, sa sentire sulla sua pelle e su quella di ogni uomo il respiro buono, pieno di amore del Padre. Per questo si può gioire, danzare, darsi alla gioia. Se non arde come brace in fondo al cuore la nostra gioia, e a tratti riprende a fiammeggiare, forse si è annebbiata la nostra verità di figli. Se le nostre comunità non sanno più dare gioia nelle relazioni ma solo peso, angoscia, un senso di depressione perché oberate di cose da fare, se le nostre liturgie trasmettono solo pedanteria forse anche come Chiesa dobbiamo fare conversione e tornare a contemplare il sorriso di Dio. Del resto, per chi saremo credibili se non abbiamo in noi un guizzo di gioia, chi mai si aggiungerà a noi se non saprà avvertire un brivido di felicità.

Figli del regno, ci suggerisce Paolo, sono quelli che sanno prendere sulle loro spalle il peso del fratello più debole, è chi fa della sua vita un’icona vivente dell’Amore di Cristo. C’è una certa propensione all’amore, alla cura di chi è più povero, come un marchio di fabbrica, quasi un tratto di carattere che dice l’identità della nostra famiglia.

Infine, ci suggerisce Giovanni nel racconto di Luca, figli sono quelli che sanno rimettersi in discussione sempre e sanno prendere fra le mani con coraggio la loro vita anche dandole delle sferzate se si è fuori strada. La giovinezza del cuore, quella che più conta, sta proprio nel saper cambiare azzerando l’orgoglio. Ognuno di noi, se oggi ci mettessimo in fila davanti al Battista, potrebbe sentire parole che toccano sul vivo la propria vita, con estrema concretezza. Del resto non è sui principi ma sui frutti concreti che si vede quanto siamo fratelli di Cristo, portatori della speranza del Regno. Ma qui si apre un ambito molto riservato, un colloquio che ognuno in settimana è opportuno riprenda con Dio e con la propria coscienza. Per tutti vale l’idea che noi siamo chiamati non a fare cose straordinarie, impossibili, ma a fare bene le piccole cose di ogni giorno che ci sono chieste, perché in esse c’è la nostra possibilità prima e ultima di essere santi. Immaginare di essere santi solo se si può compiere questa o quella impresa è un perdersi via dietro a fantasie inutili. Madleine Delbrel ci dà un elenco preciso di momenti in cui Dio viene a bussare alla nostra porta e noi spesso ci attardiamo in altro disprezzando queste occasioni per essere figli e non lasciarci amare.

Ogni piccola azione è un avvenimento immenso nel quale ci viene dato il paradiso, nel quale possiamo dare il paradiso. Non importa quel che dobbiamo fare: tenere in mano una scopa o una stilografica. Parlare o tacere, rammendare o fare una conferenza, curare un malato o battere a macchina. Tutto ciò non è che la scorza della realtà splendida, l’incontro dell’anima con Dio rinnovata ad ogni minuto, che ad ogni minuto si accresce in grazia, sempre più
bella per il suo Dio. Suonano? Presto, andiamo ad aprire: è Dio che viene ad amarci. Un’informazione?…eccola: è Dio che viene ad amarci E’ l’ora di metterci a tavola? Andiamoci: è Dio che viene ad amarci Lasciamolo fare.

sabato 13 novembre 2010

I di Avvento

Il percorso della Parola. Inizia oggi il tempo dell’avvento che, nella nuova versione del lezionario del rito ambrosiano, è parte del Mistero dell’Incarnazione. Celebriamo in modo unitario il mistero di un Dio che progressivamente si è rivelato, con segni e la parola dei profeti, al suo popolo e nella pienezza dei tempi si è fatto carne, prossimo all’uomo, ha piantato i paletti della sua tenda in modo definitivo nella nostra storia, conosce il sapore della nostra fatica, le lacrime del nostro dolore, la gioia dei momenti di festa; un Dio così che si rivela al mondo come promessa di salvezza e compimento della gioia. Buon cammino, dunque! Il Signore ci dona ancora questi giorni perché possiamo diventare più profondi, attenti, affinare il nostro fiuto spirituale, riscoprire la certezza di essere figli amati e poi per essere più agili dietro a lui come discepoli e più disinvolti come apostoli, portati dalla Parola fino agli estremi confini della terra.

Il già e il non ancora: un’idea che contraddistingue questo tempo. Se c’è un’idea che ricorre costantemente nella filigrana di questi giorni è quella racchiusa sinteticamente nell’espressione già e non ancora. Già, perché il Signore è già venuto fra noi, la storia della salvezza ha già trovato il suo culmine, tutto è stato detto, compreso il giudizio su questo mondo e si è aperto il tempo del Regno. I giorni di Avvento sono anche della memoria, un ripercorrere con Israele i passi dell’avvicinarsi del messia ecco perché continueremo ad ascoltare la parola dei profeti come se anche in noi dovesse accendersi la fiamma dell’attesa o forse solo perché riscopriamo la portata della venuta di Cristo, e ci accorgiamo che dopo di lui nulla è più come prima. Ma non ancora ci è data la stabilità del Regno e la sua definitività, noi sappiamo che Gesù ritornerà nella Gloria. Questo proietta il nostro sguardo in avanti e Avvento è l’occasione per riprendere fra le mani il senso del tempo e capire che non è un eterno ritorno, un piatto e ripetitivo susseguirsi di errori o di successi ma un progressivo salire verso l’alto, un camminare verso l’eternità. Note sulla spiritualità di Avvento Basta solo questo per trarre alcune conclusioni che potrebbero essere delle note sulla spiritualità d’avvento, una sinfonia che dobbiamo comporre in noi stessi per essere credenti autentici. Sei già nella pienezza del tempo: metti un nuovo paio di occhiali sul naso. È bandita ogni forma di lamentosità, di critica aspra sull’oggi. Il credente è uno che sa che Cristo c’è stato e cammina con noi e sa che la notte è già alla fine, vede in ogni attimo sorgere l’alba e vede germogliare i segni del tempo nuovo mentre tutti indugiano sulla secchezza dei rami. Risveglia la speranza perché tutto volge alla pienezza. Noi possiamo scommettere seriamente su un mondo diverso perché Dio mantiene le sue promesse e verrà a dare fondamento sicuro al suo regno. Sperare è mettersi al lavoro per un mondo migliore. Vigila su te stesso e il tuo amore nello scorrere del tempo: aumenta la preghiera e afferra il tempo per i capelli senza che sia lui a sopraffarti. Non è facile abitare sospesi fra il già e il non ancora. Lo scorrere del tempo può logorarci, può affievolire la speranza. Per questo i giorni di Avvento ci chiedono un surplus di preghiera per ancorarci a Gesù. Ricorda che devi essere profeta per qualcuno. Ascoltare la voce dei profeti ci obbliga a diventare noi stessi profeti, portatori di speranza per i nostri fratelli a cui siamo prossimi.

E ora provo a riprendere solo qualche aspetto del vangelo che abbiamo appena ascoltato a cui fanno eco le due letture nella tematica del ritorno del Figlio dell’uomo.

I discepoli si compiacciono delle pietre del Tempio: sembrano dover durare per sempre! E invece Gesù relativizza tutto, perché è così: ciò che è dell’uomo ha un inizio, dura ma volge inesorabilmente alla fine. Solo Cristo resta. Parlare della fine del Tempio per un ebreo, significava parlare della fine del mondo. Ecco allora perché i suoi lo incalzano con la domanda sul quando accadranno queste cose. Gesù con dolcezza sostituisce la loro questione e sposta l’asse del discorso sul come, come resistere nell’attesa del suo ritorno. Perché la fine in realtà è un fine, la venuta nella Gloria del Crocifisso-Risorto. Importante è preparare questo ritorno e non soccombere nell’attesa nemmeno di fronte all’eco di violenza e di catastrofe che si sente in ogni epoca della storia. Il tempo è proprio una sfida: può logorare, dissipare, disperdere, affievolire oppure può lasciar emergere il meglio di noi e insegnarci a lottare contro tutto ciò che tenta di distruggere il nostro amore. Se l’amore di molti si raffredderà, il discepolo deve amare e annunciare il vangelo fino agli estremi confini della terra. Questa parola è vera anche per noi che attendiamo il ritorno del Signore: sapere che Cristo è ciò che rimane e ci rimane ci permette di guardare a tutto con una certa relatività. E di reimpostare la nostra scala di valori. Più che alla bellezza dei nostri progetti, dei nostri piani, delle nostre chiese dobbiamo concentrarci su di lui e nutrire il nostro amore per lui. Sull’importanza del resistere nello scorrere del tempo si diceva qualcosa anche prima. Davvero prendiamo fra le mani i nostri giorni e domandiamoci se abbiamo resistito nei nostri sogni oppure siamo stanchi e dispersi o se il male che abbiamo ricevuto non ci ha messo qualche blocco nel cuore per cui ci ritroviamo più spenti e ripiegati su di noi. Una conclusione: la perseveranza degli eletti abbrevierà i giorni della pena. A chi dovremo dire grazie alla fine della storia?. Forse a quelle anime che nel silenzio si raccolgono in preghiera per la gioia del mondo intero, forse a chi nella fatica dei giorni tiene viva la fiamma dell’ideale, forse a chi resiste e continua a vivere nello stile del Vangelo. Non lo sapremo mai. forse a qualcuno che è presente fra noi anche oggi o forse anche a noi stessi se ci scopriremo caldi e perseveranti.

domenica 7 novembre 2010

Domenica di Cristo Re

Un’altra logica è possibile

Non penso sia tempo perso ricordare il contesto in cui nacque questa festa. Era l’epoca oscura dei grandi totalitarismi; in Italia si era affermato ormai da un decennio il fascismo e in Germania il nazismo come nell’est imperversava il comunismo: diversi gli spunti da cui nacquero, uguali i deliri di onnipotenza, la perdita del senso della dignità dell’uomo e la violenza. Pio XI, uomo di grande chiarezza e decisione, prendendo le distanze da quei dittatori, consegnava alla scuola popolare della fede che è la Liturgia l’idea che il solo vero Re della storia è Cristo Gesù che con la sua logica ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili, che non è mai sceso al compromesso di brandire i segni del potere ma che, con il potere dei segni, camminava sulle strade della sua terra restituendo la dignità dei figli a chi la vita o la supponenza dei potenti aveva schiacciato e messo ai margini, che con la sua croce ci ha raccontato che l’unica cosa che rimane e incide nella storia è l’amore, che alla fine dei tempi tirerà i cardini della storia e giudicherà ogni uomo proprio sulla sua capacità di amare. E a distanza di così tanti anni, sull’argine del fiume del tempo colorato da troppo sangue versato inutilmente, noi possiamo dire che quell’intuizione era profetica e vera.

Di fronte a chi usa ancora il potere come mezzo per arricchirsi alle spalle dei poveri del mondo, di fronte a chi fa della politica non un servizio ma l’altare per i propri scopi sacrificando il futuro delle persone, di fronte a un’economia che marca sempre più fortemente il divario fra i poveri e i ricchi, fra il nord e il sud del mondo, ad una Chiesa che si attarda ancora in mille indugi prima ancora di rompere con i vecchi moduli e i troppi compromessi con i forti di questo mondo, celebrare Cristo come Re ci obbliga ad affinare il fiuto spirituale e a guardare le cose sotto un’altra prospettiva, quella di Dio, e spinge a giocare la nostra partita sul fronte opposto, a scendere sulle strade e farci compagni dei poveri e a investire in pura perdita di noi stessi in amore. Allora la nostra esistenza avrà senso e questa terra prenderà almeno in parte i connotati marcati del Regno che viene.

Forse sono solo giorni

Oggi è anche l’ultima domenica dell’anno liturgico. Sono pochi gli anni/ forse sono solo giorni/ e stanno finendo tutti in fretta e in fila/ non ce n’è uno che ritorni dice così una nota canzone di Lucio Dalla: e che ne è del nostro cammino di santità, della nostra conversione al Vangelo che di domenica in domenica la liturgia ci propone. Potremmo darci questa settimana come occasione per un esame di coscienza per capire se la Parola di Dio ci ha davvero plasmato il cuore, la mente e l’azione e per rilanciare il nostro proposito di seguire Gesù magari con un pizzico di tempo in più per la preghiera e per non sciupare le occasioni per vivere la carità.

La Parola

Mi vorrei soffermare quest’oggi in particolare sul brano di Vangelo di Matteo. Siamo all’improvviso proiettati alla fine della storia quando il re, Gesù, con i segni della sua Passione e della Risurrezione, giudicherà la storia e ogni uomo.

Il Giudizio non è affatto una spada minacciosa sulla nostra testa. Dio prende in seria considerazione la nostra libertà, le scelte che compiamo ogni giorno aldilà delle intenzioni. Il suo Giudizio ratifica quanto noi abbiamo deciso e gli dà la forma dell’eternità.

Il Vangelo ci mostra anche qual è il parametro in base a cui saremo giudicati così che non si possa fingere di non sapere, così che alla paura si sostituisca la voglia di fare. Non sarà la fede a salvarci, anzi non è nemmeno citata come principio per scagionare gli uni o per condannare gli altri; non si parla neppure di speranza. Solo se la fede sarà diventata carità, solo se la speranza avrà alimentato l’amore saremo salvati. Cristo ha scelto di essere l’ultimo fra i poveri di questa terra e lì ha deciso di continuare ad abitare. Si confonde con ognuno di loro tanto che quando ci saremo presi cura di loro, della loro fame, della loro sete, della loro sorte nei momenti drammatici della loro esistenza, nella concretezza delle loro domande avremo servito Gesù. Gesù non ci chiede di sovvertire dall’alto l’ordine delle cose ma dal basso, di giocarci in piccoli segni che non faranno mai cronaca ma che profumano di futuro, che rendono il mondo più bello. Il sorriso restituito ad ogni piccolo sarà un anticipo del Paradiso.

Ogni sera la Chiesa ci fa recitare il nunc dimittis il cantico di Simeone. In un passaggio dice: perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza preparata da te davanti ad ogni popolo. Questa salvezza è Gesù. non passi giorno senza aver visto Gesù in qualche piccolo per cui ci siamo messi al servizio a tempo perso, non passi giorno senza aver invocato occhi per scorgerlo fra i poveri di questo mondo che ci tendono la mano.

sabato 30 ottobre 2010

II domenica dopo la Dedicazione

L’annuncio del vangelo alle genti, l’accoglienza di nuovi popoli nella Chiesa. Mi colpisce il tema di questa domenica sospesa fra un mandato missionario ricevuto settimana scorsa e la prossima festa di Cristo Re in cui sottolineeremo il primato di Gesù sulla storia e sul mondo. Allargare sempre i paletti della propria tenda per fare spazio all’altro è una tensione costitutiva della comunità credente. Anche se sembra di perdere, di svilire la propria natura o smarrire la propria identità, non c’è mai un momento in cui la Chiesa possa chiudersi, rintanarsi, mettere le sbarre alle finestre per non vedere oltre il proprio confine rassicurante o tirare su il muretto della propria recinzione così da impedire a chi vuole di accedervi; la storia del Maestro deve essere anche la nostra sotto la guida creativa dello Spirito: lui è stato mandato non solo per le pecore della casa d’Israele, non si accontentava di piantare i paletti della sua tenda in una città, ma aveva l’esigenza quasi randagia di raggiungere sempre posti nuovi, di aggiungere alla lista dei propri amici sempre volti e storie inediti. Penso che basti solo questo per obbligarci a sederci e ripensare a certe nostre prassi, a certi nostri progetti, anche alle nostre liturgie. Oltre noi c’è una terra deserta assetata di senso, di speranza, di Vangelo e chi renderà questo servizio alla nostra città, ai nostri giovani, alle nostre famiglie se non noi? forse tante forze gestite per supportare l’esistente dovrebbero essere invece dirottate sul fare spazio agli altri, senza timore, perché è in questa direzione che soffia lo Spirito che rende sempre giovane la sua Chiesa. e a queste nuove genti bisogna offrire non lo scarto, gli scampoli della nostra vita comune, quasi come un assistenzialismo sterile! Il Signore ci chiede di aprire la casa e condividere un banchetto preparato da lui che è il migliore in assoluto. La bellezza e l’abbondanza del dono dicono all’altro che è benvenuto e prezioso per noi.

Vorrei ora addentrarmi nella Parola del vangelo ascoltata per sottolineare solo qualche passaggio.

C’è una festa, c’è un banchetto che è stato preparato ma gli invitati della prima ora non vogliono andare. L’invito si allarga allora ad altri – obbligatorio tuttavia l’abito delle grandi occasioni! – che occupano la sala, si siedono, fanno comunione con il Signore. Chi ascoltava Gesù aveva ben presente la forza del rimprovero sotteso a questo racconto. Il banchetto dell’era messianica lì, in quel momento, era stato preparato davanti a Israele eppure è stato più forte il pregiudizio, il timore di prendervi parte, il sospetto, la ristrettezza mentale e la sclerotizzazione del cuore. Ora altre genti vi prenderanno parte.

Noi che ascoltiamo dopo tanto tempo questa pagina penso che possiamo assumere due punti prospettici differenti.

1 la gratitudine. Noi siamo quella gente che è stata invitata in un secondo tempo al banchetto. Dio ci ha aperto una possibilità che non immaginavamo. Noi possiamo sedere alla sua mensa, prendere parte alla sua vita, fare della sua vita la nostra dopo che lui ha deciso di prendere sulle sue spalle il peso dei nostri giorni. Noi non siamo Israele e siamo stati innestati nella sua storia e nella sua Promessa. E questa gratitudine diventa responsabilità perché la corsa del vangelo non si fermi fra noi ma possa proseguire sulle nostre strade e per il futuro almeno imminente.

2 la vigilanza. È anche vero però che noi possiamo metterci al posto degli invitati della prima ora. Dobbiamo vigilare per rispondere alla chiamata che Dio sempre ci rivolge A Dio noi possiamo voltare le spalle in qualsiasi momento della nostra giornata, essere altrove mentre ci chiede di essere da qualche altra parte con lui, possiamo rimanere chiusi nei nostri schemi mentre ci chiede un’apertura mentale sempre nuova, possiamo non fare la sua volontà magari credendo di obbedirgli, possiamo sistematicamente portare avanti i nostri progetti senza metterci al servizio del Regno: non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel Regno ma chi fa la volontà del Padre mio!

E infine mi colpisce un altro aspetto di questa pagina, un perché che nasce in me come una domanda inquietante ascoltando il rifiuto di quei primi invitati. Per loro era stata preparata una festa, un appuntamento che dice pienezza di vita e gioia e perchè voltano le spalle, si escludono? Mi viene alla mente il no di tante persone a tante iniziative delle nostre comunità, la distanza che alcuni giovani pongono con la Chiesa, il distacco di molti quando avvertono le esigenze del vangelo che non sono mai senza una promessa di felicità. Forse si rintana sotto la paura antica come quel giardino di Eden di perdersi, di non ritrovare più se stessi, si inizia a vedere Dio come un avversario, come un antagonista della propria realizzazione. Anche su questo dobbiamo noi per primi vigilare per non restare vittime delle nostre paure. Ma è vero anche che, di fronte al rifiuto, di fronte all’indifferenza di qualcuno su cui avremmo investito molto dobbiamo fare proprio come Gesù: allargare la prospettiva e metterci sulle strade a cercare sempre nuovi fratelli da invitare. La sala forse non si riempirà dei migliori secondo la logica di questo mondo, ci troveremo compagni di molti poveri, ma è proprio questo lo scandalo del Vangelo, forza che divampa nel mondo con strumenti deboli.

domenica 24 ottobre 2010

domenica I dopo la Dedicazione, del mandato missionario

Il percorso di queste domeniche dopo Pentecoste: abbiamo ascoltato le pagine più importanti della storia della salvezza il cui centro è Gesù: tutto prende forma in lui, senso pieno……Gesù che chiama attorno a sé la sua Chiesa e la invia fino alla fine dei tempi in cui tutto sarà preso fra le braccia del Padre. Vorrei soffermarmi già da ora su alcune conseguenze, 2 in particolare per la nostra vita:1 La storia della salvezza prosegue nell’oggi, noi ne siamo i protagonisti. Nei nostri sì, nelle nostre scelte, nel nostro dolore portato avanti con dignità e coraggi, nell’obbedienza al quotidiano e alla scelta di vivere a immagine di Cristo noi stiamo costruendo un angolo di regno di Dio. Non sottovalutiamo se non ha clamore, le cose più importanti sono invisibili agli occhi e scorrono nelle vene della storia. 2 Non esiste Chiesa se non in una dinamica missionaria. Non si può trattenere per sé la buona notizia. Se hai incontrato la verità, la gioia che fa danzare e palpitare il cuore la devi raccontare non la puoi trattenere, devi farti portale d’accesso per la fede di qualcun altro. A credere si arriva così, per la testimonianza buona di un fratello più grande che si è lasciato rapire dalla forza della Parola e si è lasciato mettere in gioco totalmente. Il termometro della nostra fede, delle nostre liturgie, della carità cioè della nostra capacità di amare i poveri e metterli al centro, della nostra speranza, del nostro saper testimoniare uno stile di vita alternativo sta nella forza di accogliere fra noi sempre nuovi fratelli, di saper trasmettere il buon bagaglio della fede, interessarci delle terre lontane che desiderano il vangelo come una pioggia per il deserto.

Le letture di oggi sono un prontuario per la comunità che vuole vivere la missione.1 per andare, per salpare al largo ci vuole una comunità alla maniera del racconto di Atti: i diversi vivono la comunione attorno alla presenza del Risorto e stanno in ascolto della voce dello Spirito. Queste sono le radici utili, necessarie per avere i frutti di evangelizzazione. La missione non è l’iniziativa di alcuni, il gioco in solitaria di pochi appassionati del tema. Tutta la comunità è missionaria, testimonia al mondo la bellezza dell’amore alternativo secondo il Vangelo, suscita simpatia attorno a sé e poi sceglie alcuni che possano partire. Questa è la cosa necessaria anche oggi per la missione della Chiesa. tutti siamo chiamati ad amarci, quasi a chiuderci per poi aprirci, e dare sostegno a chi fra noi è più esposto. 2 la missione alle genti di Paolo, verso chi di principio si pensava non potesse essere accolto nella storia della Salvezza. Paolo ribalta ogni pregiudizio. La Chiesa di oggi è chiamata a scommettere proprio sulle persone apparentemente più lontane, quelle su cui non faremmo mai nessun investimento. Anch3 accanto a noi, case, strade, posti di lavoro e di vita c’è gente che attende il vangelo! Dalla roccia durissima il Signore sa far scaturire le sorgenti d’acqua più fresche. Non è tempo perso perdere tempo con i giovani sul muretto delle nostre piazze, fermarsi a raccontare la speranza che è in noi con chi ci interroga, con i figli che sembrano aver cambiato direzione. E se non noi altri raccoglieranno i frutti della nostra semina i figli delle lacrime non andranno mai perduti 3 Gesù chiama i suoi sul Monte. Per esser missionari si deve stare prima con Gesù e conoscerlo, amarlo, sentire nel cuore la sua presenza di Signore risorto: la nostra fede non è un’ideologia ma un incontro con chi ti ha amato da sempre. alcuni dubitavano. Per andare in missione non serve una fede granitica. I dubbi si scioglieranno lungo la strada. Il dubbio ti mette dalla parte di chi ascolta il vangelo e sta nel buio. Io sono con voi. È Gesù che agisce. Noi non lo portiamo da nessuna parte. È lui che ci porta. Noi non annunciamo la Parola: è lei che annuncia che la nostra vita è più bella se palpita in essa il segreto del Crocifisso-Risorto. Noi siamo poveri strumenti, comunque necessari perché Dio ha voluto così Grazie a chi vive ogni giorno la sua missione ed è speranza per tutti noi e per il mondo.

sabato 9 ottobre 2010

VI dopo il martirio - festa dell'oratorio ss. Nazaro e Celso

La Chiesa nasce dalla condivisione di un sogno. Quando Gesù chiamava attorno a sé donne e uomini che stessero con lui e annunciassero al mondo la sua Parola, quando cioè dava forma con le sue mani alla comunità, voleva che fosse segno del Regno, un angolo di Paradiso tratteggiato sulla terra. La Parola di queste domeniche, che ci conducono alla festa della Dedicazione della Chiesa Cattedrale, ci fanno proprio riprendere fra le mani i disegni originari di questa casa, sono abbozzi consegnati alla creatività dello Spirito in noi e al nostro impegno perché la nostra comunità sia ordinata, ben orientata, aperta, luminosa. Ogni sillaba pronunciata è espressione di quel sogno e noi siamo chiamati oggi ad abbandonare ogni pessimismo, ogni sfiducia, e a dare a quel sogno di Chiesa le ali della speranza e del nostro amore.

La cifra sintetica attorno a cui possiamo raccogliere le indicazioni di questa domenica è l’accoglienza

Vorrei con voi non leggerla anzitutto in chiave moralistica, come un dovere, un imperativo da mettere subito in pratica. Proviamo a dare tempo alla memoria e alla contemplazione, a risvegliare in noi l’emozione e la gioia di saperci accolti. L’accoglienza è come l’amore, come il perdono: se non sai cos’è difficilmente riesci a praticarla!

Ognuno di noi è stato accolto con infinita sorpresa dall’amore di due genitori, qualcuno ci ha fatto sentire amati nel suo abbraccio, ognuno di noi è stato preso per mano e condotto sui sentieri della vita ed è diventato grande con qualcuno che ha accolto la nostra voglia di essere grandi; abbiamo sentito nel cuore la gioia di avere un amico o una persona speciale che con il suo amore ci volesse bene per quello che realmente siamo. Non c’è vita se non si è accolti e se si vive senza essere accolti da qualcuno, se si è soli, in noi rimangono ferite difficilmente rimarginabili. Si diventa scontrosi, si mettono maschere e si inscena una finzione per sentirsi sempre all’altezza e per farsi amare. Proviamo ora ad andare con la memoria a chi ci ha accolti e trasformiamola in gratitudine: questo ci darà pace e ci darà gioia mista a commozione.

Ma anche Dio è mistero di accoglienza in sé, si fa in tre per raccontarcelo, e con noi suoi figli.

Accoglie il grido dell’uomo e non lo lascia solo: tutta la storia della salvezza si potrebbe leggere sulla falsariga dell’accoglienza che si fa Alleanza con il suo popolo.

Accoglie la nostra umanità con tutto il suo carico di dolore e di gioia: danza con noi, piange con noi, decide di essere come noi.

Accoglie noi ogni domenica alla sua mensa e condivide la sua vita, ci invita alla comunione perché ciò che è nostro diventi suo e ciò che è suo palpiti in noi.

Noi siamo figli accolti e amati, benedetti, noi valiamo perché abbiamo di fronte un Dio che dà senso alla nostra vita.

Dunque la Chiesa deve farsi mistero di accoglienza perché ha ricevuto proprio questo dal suo Signore.

Alla maniera della vedova di Zarepta: mettendo in gioco quanto si ha perché Dio sa sempre colmare di doni chi si priva del suo per fare posto al’altro: la Provvidenza è abbondante con chi la sa assecondare e con chi in lei ci crede.

Alla maniera di Ebrei verso tutti i poveri della terra, anche aprendo le proprie case ai carcerati, agli orfani e alle vedove, allo straniero. La Chiesa apostolica era amata e suscitava simpatia proprio per questo tratto di Carità che sapeva raccontare il volto premuroso del Padre. Mi piace molto la frase in cui si dice che accogliendo i poveri in realtà si è accolto in casa propria un angelo…mi ricorda quanto avvenuto anche questa estate con i bambini di Sarajevo!

Alla maniera di Matteo in cui si dice di praticare l’ospitalità verso i discepoli e chi annuncia la Parola per accogliere nella propria vita Gesù stesso.

E ora proviamo a dare due risvolti concreti per la nostra comunità in questa domenica: accogliere questi bambini e farsi loro compagni di fede è un dovere non solo per i loro genitori ma per tutti noi. Il vero volto di una comunità si delinea proprio nella sua capacità di trasmettere quello che è il suo fondamento. Accoglierli nella Chiesa significa raccontare loro l’avventura affascinante di Gesù e della vita comune ed essere coerenti per non smentirsi e perdere così la loro fiducia.

Ma oggi è anche la festa del nostro Oratorio: non sto a soffermarmi troppo su cosa sia un oratorio dal muretto basso, dalla soglia facilmente accessibile perché rischierei di ripetermi. Penso invece che sia doveroso per la nostra comunità sapere che fra quei cortili e quelle aule si gioca il futuro della nostra Chiesa. È doveroso sapere che accogliere bene i ragazzi, anche solo con il sorriso e con la mano tesa, vuol dire parlare loro del Vangelo e mettersi in ascolto dei loro bisogni e della loro sete di felicità e farsi compagni di volo. È doveroso che l’accoglienza sia scommettere sulla loro libertà e dare loro le ali anche per cambiare la direzione avviata: un giovane deve arrivare più lontano della generazione che lo ha preceduto. È doveroso che accogliere e amare è puntare con loro e per loro sulla santità.

Grazie a chi si fa accogliente per tutti i nostri bambini e giovani. Non avrò mai sufficienti parole per dire quanto è bello collaborare con voi in questo scorcio della vigna di Dio.