domenica 25 dicembre 2011

Natale, messa del giorno

Mentre Giuseppe e Maria erano in viaggio verso Betlemme, un angelo radunò tutti gli animali per scegliere i più adatti ad aiutare la Santa Famiglia nella stalla. Per primo, naturalmente, si presentò il leone. “Solo un re è degno di servire il Re del mondo”, ruggì “io mi piazzerò all'entrata e sbranerò tutti quelli che tenteranno di avvicinarsi al Bambino!”. “Sei troppo violento” disse l’angelo. Subito dopo si avvicinò la volpe. Con aria furba e innocente, insinuò: “Io sono l’animale più adatto. Per il figlio di Dio ruberò tutte le mattine il miele migliore e il latte più profumato. Porterò a Maria e Giuseppe tutti i giorni un bel pollo!” “Sei troppo disonesta”, disse l’angelo. Tronfio e splendente arrivò il pavone. Sciorinò la sua magnifica ruota color dell’iride: “Io trasformerò quella povera stalla in una reggia più bella dei palazzo di Salomone!”. “Sei troppo vanitoso” disse l’angelo. Passarono, uno dopo l’altro, tanti animali ciascuno magnificando il suo dono. Invano. L’angelo non riusciva a trovarne uno che andasse bene. Vide però che l’asino e il bue continuavano a lavorare, con la testa bassa, nel campo di un contadino, nei pressi della grotta. L’angelo li chiamò: “E voi non avete niente da offrire?”. “Niente”, rispose l’asino e afflosciò mestamente le lunghe orecchie, “noi non abbiamo imparato niente oltre all’umiltà e alla pazienza. Tutto il resto significa solo un supplemento di bastonate!”. Ma il bue, timidamente, senza alzare gli occhi, disse: “Però potremmo di tanto in tanto cacciare le mosche con le nostre code”. L’angelo finalmente sorrise: “Voi siete quelli giusti!”.

Vorrei che oggi si sentissero tutti benvenuti in questa chiesa. Chi è da molto che non vi entra, chi lo fa abitualmente, chi per la prima volta. Non so i motivi che vi hanno portato a lasciare le vostre case, feste ancora da preparare, trame di relazioni che per l’occasione si stanno ricucendo: forse il desiderio di rendere diverso questo giorno da tutti gli altri, forse la nostalgia di quando a messa ci andavate con mamma e papà con il vestito della festa tirato fuori per l’occasione; forse siete qui alla ricerca del senso di questo giorno così particolare, forse per un po’ di pace in mezzo a tante corse affannate a cui la vita ci costringe come quando incontri una fontana zampillante dopo aver camminato a lungo sotto il sole. Prendete posto, non state scomodi, mettete da parte per un po’ l’orologio che ci perseguita abitualmente. Benvenuti con quello che portate in voi, con quel che avete nel fardello della vostra vita. Immagino gioie autentiche, speranze di larghi orizzonti e alcune molto semplici, sicuramente domande e angosce, qualcosa che vi batte nel cuore come un dolore nascosto e di cui non trovate il senso, forse la sete per l’aridità, e tutti la stanchezza per il cammino. Siamo gente semplice, come l’asino e il bue. Ma la nostra debolezza piace tanto a Dio e lo innamora e così, possiamo prendere posto qui davanti, qui vicino al mistero del Bambino di Betlemme, il Dio con noi.
Ho tre passaggi che vorrei con voi rimarcare, tre perle preziose che la Parola di oggi ci consegna e che dobbiamo mettere nella nostra sporta per renderla più carica, sono parole che vogliono strapparci alla banalità a cui questo tempo e tutto quello che ci si muove attorno sembra costringerci.

1 la visita di Dio nella nostra storia.
Luca ci dice il tempo e il luogo precisi in cui Gesù nasce. È un tempo, come il nostro, dove fa cronaca la storia dei potenti che vogliono stringere in pugno le sorti della terra e in cui la storia dei semplici fa da corollario spesso insignificante: giorni di fatica e di obbedienza a un quotidiano a tratti difficile e a tratti pieno di sorprese. Proprio in questo tempo Dio decide di piantare i paletti della sua tenda, di volerci stringere a sé in un abbraccio che è condivisione totale, comunione, vicinanza, prossimità. Creatura e Creatore si danno appuntamento nella carne di quel bambino. Sotto i nostri giorni scorre il fiume della Storia di Dio con noi, palpita un Regno in cui sono sovvertite tutte le logiche del mondo e in cui ritrova valore e conta solo l’Amore. Cambia tutto se iniziamo a considerare così il nostro tempo: ci sentiremo liberati dal peso di un nulla che sembra volerci inghiottire alla meta delle nostre tante corse. Il tempo diventa occasione di incontro con questo Dio per imparare ad amare ogni fratello, i giorni carichi di dovere, se vissuti in questo abbraccio, sono occasione di santità e dalle nostre case si sprigionerà un tale potenziale di novità da sovvertire e da rivoluzionare l’intera città.

2 il segno paradossale. Il silenzio di Dio o la presenza di Dio dove non ce lo aspetteremmo?
Questo è il segno: un bambino, piccolo, appena nato, avvolto in fasce e che sta in una mangiatoia. Vorrei, se permettete, togliere per un attimo la patina di poesia a questa scena e rileggerla in tutta la sua scarna prosaicità. Provo a mettermi nei panni di Giuseppe e più ancora nei panni di Maria. Perché a loro, in quella notte, non è apparso nessun angelo a confortarli ma si sono sentiti addosso solo il rifiuto di mille porte sbattute in faccia. Avevano il compito di dare a questo bambino un futuro, una dignità e trovano solo lo squallore di una stalla dove appoggiare la loro stanchezza e la vulnerabilità di questo cucciolo. Io credo che quella notte la loro gioia sia stata velata di malinconia e di tristezza,  e si saranno chiesti con tutta probabilità dove fosse Dio e la sua onnipotenza, dove si fosse cacciata la promessa del riscatto d’Israele, come mai tutto quel silenzio. E hanno stretto fra le mani solo la fragilità di quel piccolo. Ma questo è ormai il modo di essere di Dio. Fragile per essere accolto con un atto libero e non per imposizione, debole ed è tolto per sempre il pregiudizio di un Dio distante, giudice, nemico. Ritratto per farci spazio. Ferito per prendere fra le mani tutte le nostre ferite e trasformarle in feritoie di luce.

3 i pastori e noi come loro: più si è deboli e più si è adatti all’amore trasformante di Dio. 
E infine lo sguardo cade sui pastori, su questa gente giudicata come poco di buono, abbruttiti come le loro bestie, distanti e non poco dai precetti rituali della loro religione. Uomini che vivevano confinati e che su di sé non nutrivano più speranza alcuna. Proprio per loro quella notte il cielo si squarcia, sui loro destini segnati e sui loro orizzonti chiusi, e, come a nessun altro è dato, assistono, loro ripiegati nello squallore, al concerto più bello che l’umanità abbia ascoltato. Più si è deboli e più si è adatti all’amore trasformante di Dio. Non c’è punto così basso in cui l’uomo sia caduto che Dio non lo voglia prendere in braccio e portarlo a casa. E loro vedono il segno, lo sanno interpretare e tornano nei loro villaggi carichi di una Parola che non può essere trattenuta.

Buon Natale fratello, perché buono è il Signore che nasce anche per te. Lui che è nato circondato dai briganti e muore fra i ladri, lui che è nato nella povertà e si è fatto povero perché, libero, oltre al Padre suo non desiderava null’altro, lui che ci spiazza e ci sorprende è per te oggi il sorriso di Dio.


domenica 18 dicembre 2011

domenica della Divina maternità di Maria


Omelia nella sesta domenica di avvento

In quest’ultima domenica dell’Avvento, tutta dedicata al mistero della divina maternità di Maria e al mistero dell’Incarnazione, vorrei con voi raccogliere dal brano di Vangelo, attorno a cui ruota tutta la Liturgia della Parola, qualche spunto, come se ci trovassimo su un campo ricco di fiori, uno più bello dell’altro, tutti profumati e di una rara delicatezza.

Quel giorno nel cuore di un’adolescenza che stava ormai per trasformarsi in maturità nel progetto stabile di essere una cosa sola con l’uomo che amava, in quel giorno in cui le apparso l’angelo che dall’immensità e dall’eternità di Dio è entrato nella piccolezza della casa di Nazareth, no, Maria non ha avuto paura. Lei, del resto, era abituata a leggere la Parola, aveva dimestichezza con il carattere di un Signore che, se pur Altro e distante, non si è mai risparmiato di gettarsi a capofitto nella storia di un popolo che amava e che si era scelto da sempre; di un Signore che, per inscrivere con traccia indelebile la linea dritta della sua presenza nelle tante linee storte dell’uomo, si è scelto spesso uomini e donne insignificanti e piccoli, molto spesso ragazzi, dialogando con loro e donando loro sogni dagli occhi del mondo giudicati miraggi improponibili ma che si sono rivelati alla fine pietre angolari da cui ripartire. E lei, Maria, ormai apparteneva a questa schiera, lei come gli altri, lei più degli altri.

Dio aveva un sogno:  essere uomo, accorciare tutte le distanze che lo separavano dalla sua creatura, per rompere il sospetto di sempre, anche il nostro, antico dai giorni del Giardino dell’Eden, che lui sia in concorrenza con noi, che voglia privarci della nostra libertà, che lui sia un Dio di divieti e di censure, prima fra tutte, alla nostra felicità. Dio vuole fare solo alleanza con l’uomo, vuole dargli la mano per dargli quello che gli manca, quel compimento dei suoi bisogni più profondi e più veri e così lottare per la sua gioia.  Maria accoglie questo sogno fra i suoi sogni e lei per prima sente sulla sua pelle che Dio dona tutto e non toglie nulla. Il suo sogno di amare viene centuplicato, il suo essere madre ritrova un orizzonte nuovo, inedito ma molto più intenso. La sua voglia di essere dono per il mondo trova possibilità  perché Maria, come ogni giovane, sente che può dare al mondo ciò che altri non hanno ancora fatto e, dopo, nessuno mai farà. E il suo sì pieno di gioia è certezza di un compimento non atteso ma da sempre desiderato.

Dio non ha mai voluto smettere di entrare così nella storia dell’uomo. E se in Gesù troviamo la definitività della sua Rivelazione è anche vero che oggi continua ad entrare nella nostra vita dai contorni sfilacciati scegliendo noi e proprio noi, noi con la nostra debolezza e con la nostra pochezza, noi con i nostri sogni, e proprio a noi chiede, nella semplicità delle scelte di ogni giorno, di aggiungere un tratto in più alla storia della salvezza. Noi, come Maria, siamo chiamati a dire il nostro sì perché Dio possa continuare a dire di sì all’umanità. È sorprendente ma è proprio così: Dio non vuole fare a meno di noi per trasformare la nostra terra in un angolo di Paradiso. Come dalla casa di Nazareth, così dalle nostre case si può sprigionare un potenziale d’amore tale da rinnovare il mondo intero.

E da quel sì prende forma il Mistero dell’Incarnazione. Dio sceglie di imparare da una donna ad essere uomo.  Ora nel segreto del suo grembo che tesse la vita con ossa e carne, poi con la pazienza delle cure, con gli insegnamenti delle prime cose: i passi, il linguaggio, l’educazione dei gesti e del loro valore, della preghiera e dell’ascolto della Parola e con l’esempio di una vita spesa nell’operosità del lavoro. Gesù deve anche alla madre tutto ciò che poi è stato. Nella parola profetica che regala speranza ai poveri, nella denuncia dell’ipocrisia e del potere che, con la ricchezza, allontana l’uomo da ciò che più conta, nella cura per ogni uomo ferito, nell’insistenza a raccogliere ogni uomo, nel dono totale di sé fino a spezzarsi per i suoi possiamo forse intravvedere, in potenza, le parole che Maria sussurrava ai suoi orecchi nelle sere a casa loro e gli esempi che gli dava in ogni momento di quegli anni lontani.

Per questo non possiamo fare a meno di avere Maria anche noi per Madre per imparare ad essere uomini e donne alla maniera di Gesù.

Madre, sorella nostra, fatti accanto a ognuno di noi, donaci quelle parole e quei gesti di tenerezza che hai avuto con Gesù perché possiamo qui e ora essere un prolungamento della sua presenza, per riscattare la nostra vita dalla banalità in questo  tempo che si è fatto ormai breve.

domenica 4 dicembre 2011

4 domenica di Avvento - l'ingresso del Messia


Vado perché non reggo più la frenesia che scuote questa città.
Resto perché non saprei più obbedire a un ritmo diverso e, in quest’obbedienza, trovo a tratti la pace del cuore. Vado perché ai palazzi, alle strade, al traffico preferisco la solitudine affascinante del deserto.
Resto perché fra i palazzi, le strade, il traffico io trovo il mio deserto.
Vado perché la folla mi spaventa.
Resto perché in questa folla ancora ritrovo, ultimo fra gli ultimi, Gesù.
Vado perché non sopporto l’anonimato che rende grigia la gente di questa città.
Resto perché voglio strappare dall’anonimato qualcuno da amare.
Vado perché qui tutto mi pesa.
Resto perché,  se condividiamo i nostri pesi, tutto si fa più leggero.
Vado perché mi stanno strappando a poco a poco il futuro.
Resto perché il futuro sono io qui e ora con le mie scelte.

Volevo solo dare voce e condividere le mie sensazioni, contraddittorie certo, che emergono quando penso alla città e mi penso cittadino in un angolo di una trama complessa e gigante.
E mi sento autorizzato a farlo oggi, in questa IV domenica di avvento, perché contempliamo Gesù che entra a Gerusalemme, che decide di terminare il suo cammino fissando i paletti della sua tenda proprio nella grande città, di voler affondare le sue radici lì dove l’uomo corre, lavora, prega, si incontra, progetta il futuro. Qui Gesù porta a compimento la sua incarnazione condividendo con noi anche la morte, abitandola per poi trasformarla in vita dal di dentro.

Questo brano è tipico della tradizione ambrosiana e vuole ricordarci che Gesù, come è entrato nella città, e anche oggi, in modo nascosto continua ad abitarla nel cuore di chi crede, nelle vene nascoste della storia, così ritornerà alla fine del tempo. Nel primo atto sotto i segni della piccolezza e del nascondimento, nell’ultimo atto nella gloria di un giudizio che unirà verità e misericordia, giustizia e pace. E così anche noi, che ci sentiamo a tratti piccoli e smarriti nella corsa della nostra città, sappiamo che il nostro tempo è destinato ad approdare non al nulla ma all’incontro con il Signore. E cambia tutto pensarsi come risucchiati dal buio oppure dirigersi verso la luce, sapendo che tutto è per il nostro bene e per la nostra gioia, con in mano una mappa dettagliata tracciata con l’inchiostro della Speranza.

Vorrei  quest’oggi trovare con voi, in una sintesi approssimativa della Parola ascoltata e ispirandomi a un testo del cardinale C.M. Martini, qualche indicazione su questa mappa. Come dobbiamo abitare noi la città nell’attesa della venuta di Gesù, volendo noi essere un prolungamento vivo e agile (Madeleine Delbrel, il ballo dell’obbedienza in Noi delle Strade) della sua presenza, custodendo la sua memoria, sapendoci accompagnati da lui? Cosa è essenziale e non va smarrito. E ho pensato a queste 5 indicazioni

L’amore per la preghiera, per il deserto. Se attendiamo la salvezza da qualche riforma, da qualche progetto innovativo, da uomini forti capaci di promettere utopie, rischiamo di restare delusi. La città la salva chi osa concedersi spazi di contemplazione, chi dà alla nostalgia del cielo il suo tempo migliore, chi sta con Gesù per ascoltare la sua Parola e farsi cambiare giorno dopo giorno il cuore per poi rituffarsi a capofitto nell’ordinario con occhi nuovi, mani pronte a servire e a dare la vita per amore. E Gesù sapeva ogni mattina, molto presto, uscire dalla città per ritirarsi a pregare, a gettarsi a capofitto nel dialogo cuore a cuore con il Padre. E questo era il segreto della sua gioia discreta che contagiava e lo rendeva così luminoso.   

La bellezza dell’amicizia. La città tende a seppellire nell’anonimato. L’amicizia che nasce dalla condivisione di qualche passione comune, rende l’altro un dono prezioso per la tua vita. Sono i piccoli gruppi di amici che voltano le spalle al mondo che lo salveranno (C. Lewis, I quattro Amori). Anche Gesù esce da Gerusalemme per rifugiarsi a Betania e trovare nel cenacolo di quell’amicizia la forza per donare la sua vita.

La forza della profezia e dei segni. Il cristiano non può firmare deleghe in bianco a nessuno e sgravarsi della responsabilità di rendere più bella, più simile al Paradiso la sua città. Deve porre segni che indicano soluzioni al problema, deve essere libero di dire la sua Speranza o di denunciare la logica che calpesta la dignità dell’uomo. Bisogna porre segni profetici che inquietino la falsa pace delle coscienze e che dicano un futuro alternativo. Proprio per dire la sua voglia di essere il Messia piccolo, povero, nascosto Gesù sceglie di mostrarsi su un asino.

Il coraggio del dialogo. In una città sempre più complessa e articolata il credente oggi è l’uomo del dialogo, dell’incontro ma non per fare sintesi ma per accogliere l’altro nella sua vita, per dare spazio alle domande e per cercare sinceramente con i fratelli la Verità.

La bellezza dell’accoglienza. E infine, l’ultimo atteggiamento che vorrei richiamare, è quello dell’accoglienza, di fare spazio dentro di sé e nella propria vita e, perché no, nelle nostre case, all’altro. Nell’altro c’è sempre un dono di Dio e per me e l’occasione per incontrarlo e amarlo. Mentre fai spazio a lui in realtà fai spazio proprio al Signore. Mentre hai paura di perdere, e in realtà accogliere è sempre un po’ perdersi, ti ritrovi più ricco, inaspettatamente si schiude un orizzonte di senso che non immaginavi. Accogliere il povero, metterlo al tuo livello nella tua vita, dilata a dismisura la libertà e la gioia.

sabato 19 novembre 2011

2 domenica di Avvento - i Figli del Regno

Il tempo dell’Avvento e la sua doppia prospettiva

1 Non una patetica nostalgia del passato, ma un’immersione là dove le nostre radici affondano, nel Mistero cioè di un Dio che si fa carne, che un giorno ha violato quel confine fino ad allora invalicabile fra noi e Lui, che ha trasgredito ogni regola che impone distanza e rigida differenza e si è fatto come noi per vivere sulla sua pelle la vocazione di essere uomo, e diventare in tutto come noi e poi per prenderci per mano e per condurci in alto, per dirci che noi non siamo destinati a brancolare nella nostra pochezza ma il nostro destino è l’eternità e una vita che ha senso solo se vissuta nel segno dell’amore e che trova il coraggio di spezzarsi per l’altro. 2 ma questi giorni risvegliano in noi il desiderio dell’eterno, di andare incontro a questo Signore che, come è venuto e viene ogni giorno in mezzo a noi, tornerà e tirerà i cardini della storia con Giustizia e Misericordia: e allora sarà festa perché darà al suo Regno, la cui presenza scorre al momento nelle vene della nostra storia, al di sotto della cronaca apparentemente sfilacciata dei nostri giorni, i connotati della stabilità e dell’evidenza. Questo tempo riscatta il nostro presente e lo libera da ogni ripiegamento e dalle strettoie e ci ridona la speranza.

I figli del Regno

Nel percorso che il lezionario ambrosiano ci offre oggi sostiamo sul tema dei figli del Regno, in profonda connessione con il tema di domenica scorsa, con l’annuncio cioè del ritorno del Signore. Oggi ci viene messo fra le mani l’identikit di chi è il credente che attende la venuta del Signore; è come se aprissimo la carta d’identità dei figli di Dio che non hanno smesso di sperare nel ritorno di Gesù e ogni giorno vivono la speranza buona del Regno e che sono, appunto, figli del Regno.

La Parola che abbiamo ascoltato non ci fa rincorrere un insieme di moniti moralistici, come se ci venisse detto solo come dobbiamo comportarci. Il cristianesimo è molto di più: sempre, ai temi della morale, precede la dimensione spirituale, la certezza che Dio ci ha amato per primo, che c’è un dono di Grazia che anticipa anche la nostra decisione di accogliere il Vangelo. La prima azione per la nostra fede è una non azione, uno stare per accogliere un annuncio nuovo per la nostra esistenza. E solo dopo aver scoperto che il Signore ci ha visitato e ha fatto grandi cose in noi, che ha colmato il nostro bisogno di felicità con la sua presenza, che è perdono, misericordia, che trasforma le nostre ferite in feritoie di luce, che abita la nostra debolezza per renderla strumento della sua Potenza, noi possiamo affinare il nostro agire. Allora il primo dato sulla nostra ipotetica carta d’identità potrebbe dire pressappoco così: Figlio del Regno? Un incallito estatico! Uno che è vaso di creta ma con un tesoro prezioso che non è a sua disposizione ma che lo abita e lo trasforma di giorno in giorno.

E poi, in ordine sparso, con la pretesa di offrire niente di più che qualche suggestione, mi piace sottolineare che figli del Regno sono quelli che hanno fatto della vocazione profetica il ciglio fiero della loro vita…come Isaia, come Paolo, come il Battista. I credenti non possiedono ma sono posseduti da una Parola che non può essere taciuta, che ci rende paradossali: quando tutto sembra andare bene il profeta indica la piaga e chiede che sia guarita; quando l’inverno invece lo circonda, quando sembra si sia spenta ogni speranza, il profeta sa dare coraggio, sa indicare i germogli che già corrugano il ramo. Se siamo figli del Regno dobbiamo stare nella città ma a volte anche di fronte ad essa  con uno sguardo critico, con l’intelligenza di chi sa appunto leggere dentro alle situazioni e all’occorrenza parla o tace…perché anche certi silenzi sono molto eloquenti!

Ancora, figli del Regno sono quelli che si sentono in un costante cammino di conversione, che sanno di non essere mai arrivati, che si sentono sempre sproporzionati rispetto al Vangelo e, con estrema docilità, si lasciano correggere. Sanno che Dio sa suscitare anche dalle pietre figli di Abramo e proprio per questo mettono il loro cuore indurito come pietra, perché il tempo che scorre rischia di indurire anche i sogni più accesi, nelle mani abili di un Signore che fa sgorgare fiumi dalle rocce. E, quello che accade a loro è vero per ogni uomo: i figli del Regno guardano con estrema tenerezza le persone che li circondano, in modo particolare i piccoli e i semplici, tutti quelli che faticano a vivere in coerenza, e non sono mai arrabbiati con nessuno. Dio è all’opera nella storia proprio per raccogliere sotto le sue ali, nella tenerezza della sua mano ogni creatura.

Infine, i figli del Regno sono persone che percorrono il sentiero di umiltà che il Battista indica, la via della piccolezza, di quella presunzione ostinata che Dio non ci salva per merito ma per Grazia per cui si smette di voler contare agli occhi degli uomini, per rendere conto personalmente a lui e a chiunque chiede conto della loro speranza.          

domenica 6 novembre 2011

Cristo re dell'universo

Il contesto in cui nacque questa festa…

Era l’epoca dei totalitarismi: uomini dotati di grande carisma, di indubbia capacità demagogica e forti di quello che oggi definiamo populismo, che altro non è che la delega su tutto a uno solo da parte delle masse, stringevano fra le mani le sorti della storia. Il loro era un potere in apparenza destinato a non tramontare, sorretti dall’ideologia di questo o quel colore politico, affermato con la violenza quando occorreva. Contrapposta stava la sapienza di un Papa che proprio non sospese mai il suo giudizio e mai si tirò indietro nell’esprimere la sua critica, Pio XI,  e con lui della Chiesa. Forse sembrava azzardato, controcorrente, sicuramente imbarazzante ma, proprio perché la speranza va annunciata contro ogni speranza, era necessario dire che Cristo era l’unico vero re con tutta la sua paradossalità fatta di vita che si fa servizio, amore che si spende per tutti gli ultimi della terra fino a scegliere di nascondersi fra di loro, di gioia raccolta nella povertà, di beatitudine vissuta nella quotidianità, di denuncia fino a pagare con la morte di ogni ingiustizia che ferisce la dignità dell’uomo. A distanza di anni da quell’epoca così tragica possiamo solo riconoscere il valore profetico di un’intuizione che si è fatto insegnamento nella scuola popolare che è la Liturgia.

…e la sua attualità

Di tempo ne è passato molto, siamo in uno scorcio di storia dove, per tanti motivi culturali, è difficile pensare che possano riaffermarsi quei totalitarismi ma credo sia terribilmente attuale dire la scomoda verità di Cristo contro quei poteri definiti forti, come una certa politica o economia, oppure occulti, nascosti come la criminalità e la mafia, che ancora si oppongono come sistema all’uomo e alla sua vocazione ad essere felice, libero, appagato, aperto al futuro e perciò anche al Dio della vita. Celebrare Cristo re è occasione per salire all’opposizione e gridare che non è giusta un’economia che affama oltre i 3/4 dell’umanità; i credenti devono dire qualcosa contro chi difende allo stremo un modello capitalistico basato sul consumismo per cui essere coincide con l’apparire; che sono sacrosanti i diritti di chi pretende una vita dignitosa per un lavoro, una casa, per progettare il futuro; bisogna denunciare nel nome del Vangelo che una politica che ha perso di mira il servizio del bene comune e continua a raggomitolarsi per difendere i propri privilegi sta affondando le speranze di tanti uomini e donne di buona volontà; dobbiamo spaccare il muro di diffidenza e di indifferenza e riappropriarci del nostro dovere e diritto di educare i nostri giovani soprattutto quelli più fragili che qui, proprio nel nostro quartiere, sono vittime della droga che li fa schiavi, brucia a poco a poco i loro sogni e li rende ostaggio della malavita. È altamente pericoloso celebrare questa festa…ci chiede uno sforzo di coerenza non indifferente!

Gli spunti che ci offrono le letture

Un Dio che è Signore ma non si lascia imprigionare dagli schemi del Tempio, nella rigidità delle leggi del culto. Lui preferisce stare in mezzo alla sua gente, abitare accanto al povero come un povero e un pellegrino che sta sotto una tenda. Questo re non si lascia imbrigliare negli stereotipi o nei moduli già mille volte battuti; non si lascia adulare facilmente o tirare dalla parte di chi ha interessi da difendere. È estremamente libero. E poi vuole profumare di popolo, piangere le lacrime della sua gente, sorridere per la loro gioia, lottare sempre dalla lor parte sia quando c’è da denunciare il male sia quando c’è da sostenere come una pianticella smorta la speranza.

Un Dio che ha un regno altro di cui noi siamo fatti cittadini. Se ti sai di questo Dio, di più, se te ne innamori alla follia, non puoi che fare tue le sue scelte e la sua prospettiva.  Viene alla mente quella pagina della lettera a Diogneto in cui si dice che “i cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita…Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera…Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi…In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo.”

Un re che è verità che si contrappone a tutto ciò che è menzogna in uno scorcio in cui le tenebre stanno avendo il sopravvento, in cui la menzogna si è impadronita della storia. Cosa significa avere una verità: credo sia non smarrire la strada che Gesù ha tracciato, non svenderla, costi quel che costi, la certezza cioè che la vita ha valore solo se donata, spesa per il bene di un altro, solo se vissuta  a mani aperte senza trattenere nulla per sé!   

martedì 1 novembre 2011

solennità di tutti i Santi


“È il 14 luglio. Tutti si apprestano a danzare. Dappertutto il mondo, dopo anni dopo mesi, danza. Ondate di guerra, ondate di ballo. C'è proprio molto rumore. la gente seria è a letto. I religiosi dicono il mattutino di sant'Enrico, re. ed io, penso All'altro re. Al re David che danzava davanti all'Arca. Perché se ci sono molti santi che non amano danzare, ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare, tanto erano felici di vivere: Santa Teresa con le sue nacchere, San Giovanni della Croce con un Bambino Gesù tra le braccia, e san Francesco, davanti al papa. Se noi fossimo contenti di te, Signore, Non potremmo resistere a questo bisogno di danzare che irrompe nel mondo, E indovineremmo facilmente Quale danza ti piace farci danzare Facendo i passi che la tua Provvidenza ha segnato. Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza Della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero, Di conoscerti con aria da professore, Di raggiungerti con regole sportive, Di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato. Un giorno in cui avevi un po' voglia d'altro Hai inventato san Francesco, E ne hai fatto il tuo giullare. Lascia che noi inventiamo qualcosa per essere gente allegra che danza la propria vita con te.” Madeleine Delbrel
Mi sembra che questo scritto ci offra l’approccio corretto per vivere questa festa. Proviamo ad accendere uno sguardo contemplativo: noi ora siamo in comunione con i santi…liberiamo la nostra gioia!
Lasciamoci rapire dal fascino della santità: perché anch’io voglio riscattare la mia vita dalla banalità, voglio essere qui e ora un prolungamento vivo del Signore Gesù, segnare con i miei passi questa storia in questo angolo di mondo che mi è chiesto di abitare
Lasciamoci prendere per mano dalla danza e lasciamoci attrarre dalla logica del Vangelo

In questa chiave allora vorrei sottolineare qua e là qualche aspetto delle letture ascoltate chiedendoci sempre chi è il santo.

Uno che porta impresso sulla fronte un sigillo di appartenenza: il santo è uno che sta a fronte alta nelle vicende della vita; perché teme Dio è un temerario, non ha timore di nulla e di nessuno, nemmeno di mettere in gioco la sua vita se il rischio è di perdere la logica del Vangelo e della carità. È uno che appartiene al Signore e per questo appartiene al mondo, in particolare si sente per i poveri della terra in mezzo ai quali il suo Signore ha deciso di abitare e anche per loro tiene alta la fronte, forte la denuncia, contro tutto ciò e contro chiunque schiaccia la loro dignità.

Uno che conta sull’amore di Cristo sapendo che nulla potrà mai separarlo. La santità non è opera nostra ma il lavoro nascosto, a tratti lento e a tratti accelerato, della Grazia in noi. È Gesù che non vuole smarrirci, che ci ha stretto un giorno la mano e ci ha dichiarate tutto il suo amore il ché significa per lui fedeltà alla nostra storia costi quel che costi. Proviamo a pensare alla nostra vita e ci sorprenderemo di scoprire come in molti tratti del nostro cammino se lui non ci fosse stato ci saremmo perduti, non avremmo avuto la forza necessaria per affrontare tanti guadi, non avremmo avuto il coraggio di compiere determinate scelte. La santità è giocare la nostra partita scommettendo sempre su di lui: si diventa allora più semplici, più liberi, più agili.

Uno che si lascia invitare da Cristo alla danza di una vita diversa, lascia che la sua vita abbia il profumo della beatitudine.  Quando leggiamo il brano delle beatitudini dovremmo evitare il rischio di usare una chiave moralistica, evitare cioè di sentirlo come un invito a impegnarci a vivere così! Non ce la faremmo mai! Quando Gesù parla dei beati parla di sé, è come se ci mostrasse la sua carta d’identità. E poi ci dichiara il suo piano rivoluzionario, ci dice che cosa accade quando lo accogli nella tua vita, che cosa fa lo Spirito in noi quando lo lasciamo lavorare. Un esempio per tutti: Beati i poveri in spirito. Gesù è il povero, non ha nulla se non quel pane quotidiano che il Padre ci dona, il necessario per non smarrire la propria dignità: questa non è una logica di pura privazione, non è amore alla povertà in quanto tale ma la convinzione che il di più farebbe smarrire questo rapporto filiale con Dio: Dio solo basta, il resto rischia di entrare con prepotenza nel cuore  e di fare da controaltare a Dio. La povertà di spirito è una dichiarazione di dipendenza da Dio, è dire che Dio solo basta per essere felici! E lui vuole che noi scopriamo il bello, la gioia, la beatitudine appunto di essere così. Così non si diventa per forza ma per la forza dell’amore che attrae e modella e cambia i connotati più profondi della nostra vita! La mancanza di povertà in noi, nella Chiesa, è un termometro che dice la fede: ecco perché fa così scandalo vedere una Chiesa ricca, opulenta, appesantita e quasi soffocate da troppi segni esteriori.

Facci vivere la nostra vita, Non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato, Non come una partita dove tutto è difficile, Non come un teorema che ci rompa il capo, Ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si rinnovella, Come un ballo, Come una danza, Fra le braccia della tua grazia, Nella musica che riempie l’universo d’amore. Signore, vieni ad invitarci.

lunedì 31 ottobre 2011

2 domenica dopo la Dedicazione del Duomo


1 un Dio che è salvezza per tutte le genti: l’altra prospettiva sulla missione

In questo ultimo scorcio dell’anno liturgico il lezionario ci sta invitando a riflettere sul mistero di Gesù che convoca la sua Chiesa e la invia missionaria nel mondo fino al giorno in cui lui ricapitolerà ogni cosa, fino a quando tirerà i cardini della storia e darà un senso a tutto, anche alle pagine oscure della nostra vita e ai tanti perché che oggi ci serrano il cuore e, a tratti, la gola. Il credente dunque sa di essere chiamato ad una sfida non da solo ma sempre con altri fratelli, puntando sempre oltre: il suo orizzonte è il mondo e il suo confine è il futuro del Regno…fa bene ogni tanto dirselo per non rischiare di restare impantanati e invischiati in una dimensione troppo ripiegata sull’attimo presente o sui confini angusti delle proprie piccole strade. Fino al giorno ultimo siamo chiamati ad uscire verso ogni uomo per annunciare con la vita e con le parole che Cristo è il senso dell’esistenza e che se rischi con lui non perdi e non ti perdi mai.

Oggi il tema che compare come sottotitolo a questa II domenica dopo la dedicazione del Duomo è la chiamata delle genti alla salvezza. È un modo altro per dire la missione della Chiesa, è una prospettiva forse più specifica per ritrovare il senso di una direzione da marcare a passi rapidi verso i confini della terra. La missione non è anzitutto opera nostra, noi non dobbiamo proprio convincere nessuno a passare, armi e bagagli, dalla nostra parte: la missione è dare nome e indirizzo alla nostalgia che l’uomo di sempre e di ogni terra porta nel cuore, la nostalgia di poter incontrare nella sua vita Dio, di poter far incrociare le sue domande di senso alla risposta che è Cristo, con la sua vita, la sua Parola e la sua Pasqua. Si spezza così l’ansia di convertire a tutti i costi vicini e lontani e il nodo della questione diventiamo noi e l’esemplarità di una testimonianza che in questo senso riusciamo ad offrire; perché alla fine il punto è se noi per primi siamo capaci di trovare in Gesù la fonte che disseta le nostre inquietudini.    

2 Una questione attuale:  le altre religioni e il cristianesimo (Conc. Vat. II Nostra Aetate).

Se così stanno le cose diventa allora urgente riprecisare quale deve essere l’atteggiamento del credente nei confronti delle altre religioni. Siamo in una stagione non facile, di crisi, e quando si ricerca la propria identità si rischia a volte di alzare un muro e di cercare un nemico, di ribadire le differenze. Per questo si rischia di rendere anche le religioni strumentali a questa contrapposizione, si innesta la paura del diverso e si smarrisce il tesoro che anche la tradizione più recente della Chiesa ci consegna a partire dal Concilio: tutti sono salvati in Cristo; in ogni religione, addirittura nella retta coscienza dell’ateo e dell’agnostico, è seminata la presenza creativa dello Spirito. Per dirla con papa Benedetto nei giorni appena passati ad Assisi: siamo tutti pellegrini verso la Speranza. È ancora il tempo di sottolineare ciò che ci unisce più che ciò che ci divide e a noi cristiani resta da vivere la gioia del Vangelo e l’espressione alta della Carità per essere testimoni della bellezza di Cristo. E io non posso non pensare di aver intravisto Cristo nell’amore sincero delle mamme musulmane di Sarajevo che accolgono nelle loro case, come mamme affidatarie, i bambini orfani della seconda generazione dopo la guerra; non posso non dire la straordinaria accoglienza verso i nostri giovani fino a farci celebrare messa in una delle loro case. Non posso tacere lo stupore di aver sentito dire, in quella terra segnata dalla contrapposizione e dalla divisione, che, vedendo i nostri giovani all’opera, loro musulmani hanno compreso che anche i cattolici sono capaci di amare e che dire il contrario è solo sterile propaganda!

3 l’immagine della rete…

Forse mi soffermerò poco sul brano di vangelo che oggi ci è proposto ma è di una lucidità tale che, annunciato in un contesto così, sa illuminare ancora più in profondità il nostro tema. Il Regno è come una rete gettata in mare. In questo Regno convivono i diversi, addirittura i buoni e i cattivi insieme. Ma a noi non è dato di fare discernimento fra gli uni e gli altri. Ci è chiesto di condividere la nostra esistenza con i nostri fratelli ed essere noi per primi impegnati a incarnare il Vangelo facendo sì discernimento fra il bene e il male, rifiutando la logica del peccato, la ricerca del potere e tutto ciò che uccide la dignità dell’uomo, cercando, in altre parole, di essere pesci buoni e denunciando ciò che è male. E un giorno ci sorprenderemo che Dio avrà tratto da quella rete molti più pesci di quello che immaginavamo, fratelli che magari abbiamo avuto la tentazione di giudicare lontani e perduti ma che sono stati sinceramente ancorati alla Carità, l’unica cartina di tornasole, l’unica controverità di ogni religione e di ogni fede. E allora sarà festa.

4 come una conclusione. ogni scriba che diviene discepolo…

All’inizio non ho compreso bene il perché di queste parole, mi sono chiesto cosa c’entrassero con il tema posto dalla liturgia di oggi. Ma poi ho pensato che, se è vero che la salvezza è data a tutti indistintamente, allora ogni praticante di qualsiasi religione, in retta coscienza, è come uno scriba che ha un tesoro prezioso da cui attingere sapienza. Ma, come è lecito pensare di restare scriba, sarebbe magnifico se tutti conoscessero Gesù e diventassero suoi discepoli. Il tesoro della vita si arricchisce quando riconosci che Cristo è la pienezza della Rivelazione di Dio.