Di fronte alla Parola appena proclamata, invito tutti a gettare via la maschera del buonismo e a lasciare emergere il proprio disappunto, le nostre obiezioni. Questo padrone si meriterebbe una bella denuncia da parte dei sindacati! È vero, non è venuto meno al salario pattuito con gli operai della prima ora, certo però che non è stato rispettoso e forse nemmeno giusto: non ha badato alla fatica dei primi premiando anche gli ultimi con la stessa paga. Quella della provocazione doveva essere uno stile consueto nella predicazione di Gesù…conosciamo anche un figlio maggiore che aveva da obiettare al padre le stesse identiche cose di questi operai di fronte all’accoglienza e alla festa riservate al figlio minore fuggito di casa per sperperare tutti i suoi averi. Che senso ha avuto lavorare nella vigna di Dio dal primo momento? Comprendiamo e fino ad un certo punto condividiamo la preoccupazione che nessuno rimanga escluso e senza lavoro, ma insomma, un merito nell’aver lavorato sodo e fin dall’inizio dovranno pure averlo? Così facendo in un certo senso vengono vanificati la fatica, l’impegno, il loro ruolo e la loro identità.
La Parola così provocante di oggi ci deve aiutare a fissare meglio il volto del Padre di Gesù. Dio ha un criterio di Giustizia completamente differente dal nostro. La sua preoccupazione è che nessuno dei suoi figli rimanga escluso: è davvero struggente l’immagine di questo padrone che continua a uscire sulle strade e sulle piazze a cercare operai per la sua vigna; ma non solo: è abituato a dare in gratuità, indipendentemente dalle opere. Esserci è per lui più importante del fare. Conta abbandonarsi al suo abbraccio, approdare anche dopo un cammino tortuoso al porto del suo amore, lasciarsi raggiungere dalla sua Grazia e abbattere il muro di ogni orgogliosa autosufficienza. Accogliere un Vangelo così significa anche ricomprendere la nostra identità. Questa testarda inclinazione ad accogliere e a donare il primo posto anche agli ultimi non toglie nulla a nessuno, anche perché non è così semplice capire chi sia arrivato prima o dopo. Siamo figli teneramente amati perché ricercati, attesi, voluti, desiderati. Non sarà il sentiero su cui ci siamo smarriti a impedire a Dio di venire a cercarci e a portarci a casa sulle sue spalle. Le opere buone non sono principio della nostra salvezza ma esito, conseguenza. Perché salvati impariamo a fare bene,a fare il bene proprio a immagine del Padre.
Oggi la nostra parrocchia è in festa per il suo oratorio che riprende le sue attività ordinarie dopo lo straordinario periodo estivo. E facciamo bene a fare tutti festa perché, nonostante tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, l’oratorio è ancora il segno della nostra preoccupazione educativa per i ragazzi del nostro quartiere. Un segno perché non si esauriscono in esso tutte le possibilità educative; un segno perché interpella e dice che, aldilà dei muri che gli adulti spesso alzano per paura nei confronti dei più giovani, educare è ancora possibile; un segno perché ci dice che ogni possibilità di una vita felice, compiuta, realizzata non può prescindere dall’annuncio del Dio di Gesù. così ne parla il cardinale Arcivescovo nel messaggio per la festa di riapertura degli oratori L’oratorio, attraverso l’insieme delle sue proposte e attività, è davvero una casa delle vocazioni, perché è il luogo nel quale ciascuno viene educato a fare della sua vita un dono per gli altri, secondo il progetto d’amore di Dio. Tutto questo avviene anzitutto con lo stile semplice e concreto della testimonianza di quanti – genitori, educatori, catechisti, animatori, allenatori li ringrazio con tutto il cuore e ringrazio Dio per averli incontrati nella mia vita – mettono a disposizione con intelligenza e generosità il loro tempo e i loro carismi per aiutare i ragazzi, gli adolescenti e i giovani a riconoscere la presenza dell’amore di Dio nella loro vita e insieme per accompagnarli nella scoperta dei doni – sempre numerosi e grandi – che il Signore fa a ciascuno di noi per il bene di tutti.
Vorrei che la Parola di oggi consegnasse agli educatori e a tutta la nostra comunità qualche suggerimento per fare del nostro oratorio sempre più un segno della presenza del Regno di Dio
L’oratorio deve avere sempre più il muretto basso e il cuore ardente per accogliere tutti, perché tutti i ragazzi si sentano voluti bene e considerino come promettente il cammino di santità e l’amicizia con Gesù, perché tutti loro hanno il diritto di esserci a prescindere.
L’oratorio deve essere casa dove si fa festa per ogni fratello che bussa alle sue porte: non c’è spazio per la mormorazione. L’apertura incondizionata non è sinonimo di identità debole, ma coraggiosa testimonianza dell’amore del Padre.
Vorrei che in ogni sorriso, in ogni gesto premuroso dei catechisti e degli educatori, degli allenatori e degli animatori ci fosse un riflesso dell’amore del Padre perché il vangelo si trasmette più con i gesti che con le parole. Ma di questo amore dobbiamo essere solo un riflesso, in questo amore dobbiamo noi per primi specchiarci.
Chissà se per qualche Agostino del nostro quartiere noi riusciremo ad essere risposta alla sua preghiera
Signore, io non sono capace di pregare:
mai nessuno me lo ha insegnato!
Anche adesso non so cosa dirti: ma tu esisti?
Se esisti, perché non ti fai veder da me?
Forse pretendo troppo!
Le vette, il mare, i fiori
tutto il creato parla di te
ma io non sono capace di scoprirti.
Dicono anche che l’amore
sia una prova della tua esistenza:
forse è per quello
che io non ti ho incontrato:
non sono mai stato amato
in modo da sentire la tua presenza.
Signore, fammi incontrare un amore
che mi porti a te, un amore sincero, disinteressato
fedele e generoso
che sia un poco l’immagine tua.
(preghiera di Agostino, un ragazzo del centro salesiano di Arese, ritrovata nei suoi diari dopo la sua morte a 16 anni)
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