domenica 20 marzo 2011

II di quaresima

Dopo aver varcato il portale della Quaresima ed esserci decisi – sì, perché la Quaresima non accade ma siamo noi a volerla vivere – a metterci in cammino per non smarrire la nostra verità di figli, da questa domenica in avanti ci attendono i brani di Vangelo di Giovanni in cui Gesù, attraverso degli incontri, ci restituisce all’altezza della nostra vocazione purificando quelle zone d’ombra in noi che non sono riconciliate, che ci inchiodano a noi stessi, che non ci rendono definitivamente liberi.

Vorrei allora vivere questo appuntamento domenicale come, da una parte una riflessione su noi alla luce della Parola ascoltata, e dall’altra come un rilancio, una proposta di esercizio da vivere nella settimana in modo da accogliere fino in fondo la sfida di questo tempo. La protagonista di oggi è la donna di Samaria.

La profondità del brano è tale che le prospettive di lettura potrebbero essere molteplici. Mi limito soltanto a due: una prospettiva psicologica e una spirituale.

Provo a riscrivere il brano con gli occhi della donna per cogliere cosa c’era in gioco per la sua vita.

E come avrei potuto immaginare allora che l’acqua di cui parlava non era quella che ogni mattina e sera a fatica vengo a prendere a questo pozzo. All’inizio per me lui era solo un uomo, uno dei tanti. Gli uomini li conoscevo bene, ho imparato a riconoscere i loro passi sulla strada che dal pozzo porta dritta a casa mia. Ero piccola e desideravo amore ma loro, aldilà dell’apparenza, mi guardavano rapaci e poi consumavano veloci l’amore che offrivo a braccia aperte. E quando finiva una storia mi ritrovavo più sola e più confusa di prima. Fino a che non ho iniziato io a tirare i fili del gioco. Non più loro ma io ho iniziato a sedurli, io a farmi rincorrere, io a mentire con il mio corpo perché mi facessero sentire desiderata. E poi alla fine li abbandonavo e provavo piacere a sentirli piangere come stupidi alla mia porta, mi ripagavano da tutte le delusioni collezionate. Come dici, felice? No, lo sapevo anche allora che quel piacere non era felicità, la ferita che portavo dentro sanguinava sempre più forte ma sapevo mascherare bene. Per me lui quel giorno era uno dei tanti. E il cuore si sentì spezzare. Ma non come le altre volte. Un uomo mi guardava e mi parlava ma non per possedermi: mi ha detto tutto quello che avevo fatto e non mi giudicava. In un attimo mi sono sentita amata e riconosciuta. Il cuore si è spezzato ed è nata in me una sorgente freschissima, ho iniziato a conoscere l’Amore. Ed è allora che ho sentito nascere in me il bisogno di Dio. Negli occhi di quell’uomo ho visto gli occhi di un Dio, no, non quello che mi giudicava e mi inchiodava alle mie colpe, il dio che mi hanno sempre raccontato un po’ per farmi paura e un po’ per farmi sentire diversa, per appiccicarmi addosso la maschera della peccatrice. Avevo bisogno di Dio, del suo Dio. E fu così che lasciai in quel giorno la mia brocca presso il pozzo. Andò a terra e si ruppe. Ma non me ne importava più molto. Avevo trovato un’altra sorgente e dovevo dirlo a tutti.

Il suo è un vero e proprio itinerario spirituale, completo, che nasce dalla purificazione della memoria, muove verso la scoperta del volto del Dio che non giudica ma ama e libera, fino alla testimonianza autentica, sincera e convincente resa ai fratelli. Oggi Gesù vuole purificare la nostra memoria. Ci sono delle cose in noi che gridano appena ci affacciamo per guardarle. Sono mostri che ci portiamo dentro e che abbiamo paura a chiamare per nome. È la nostra affettività confusa, la storia del rapporto con i nostri genitori che a tratti singhiozza e non è per nulla lineare e che ci ha lasciato dentro un senso di tradimento o di rabbia, è il rimprovero nascosto che facciamo a noi stessi per le occasioni perdute, è quello sbaglio che ci ha allontanato dalle persone che più amavamo, sono le ferite per decisioni sbagliate con cui facciamo fatica a riconciliarci. Gesù vuole proprio partire da qui per portarci in alto. Sa che con la memoria ferita noi assomigliamo a statue mutili, belle da vedere ma private comunque di qualcosa; sa che inchiodati al nostro passato non abbiamo spazio per correre verso il futuro, la nostra gioia sarà sempre a metà oppure bloccata, stenterà a distendersi. Ed ecco la seconda prospettiva, tutta spirituale. Lasciamoci incontrare da un Dio così, che lotta per la gioia dei suoi figli e che vuole restituire libertà e dignità. Non è il dio dei precetti e delle norme, il dio che si lascia confinare nella ritualità e che alla fine rischia di apparire giudice implacabile: è Spirito e Verità, lavora nella profondità del nostro cuore. La sua Verità non fa male: è come quando la luce irrompe improvvisa e all’inizio fa male agli occhi ma poi restituisce profondità alla vista. La sua Verità è amore per la sua creatura che si rivela giorno dopo giorno. E poi è Spirito, vento leggero che soffia sulle nostre vite e che allarga orizzonti imprevisti. In questa settimana proviamo ad aprire lo scrigno della nostra memoria, lasciamo entrare la luce della Misericordia negli archivi segreti della nostra vita e sentiamo su di noi la carezza di un Signore che ci ricorda il suo amore: il peccato più grande che possiamo commettere è dimenticare che noi siamo figli amati sopra ogni cosa.

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