Abbiamo camminato con intensità in questo avvento. Abbiamo affinato il
nostro sguardo e ci siamo lasciati inondare da una grande speranza perché il
Signore ci ha ripetuto che non ci ha abbandonato, che la nostra storia è stata
visitata, che ogni giorno, nelle pieghe più nascoste della nostra vita,
possiamo rintracciare le orme del suo passaggio, e, ancora, che l’umanità
accoglierà il suo Sposo perché non è orientata verso il nulla, verso un baratro
apocalittico, ma verso un fine: l’incontro con lui. Abbiamo voluto trovare la
mappa per vivere in coerenza nell’attesa della sua venuta perché il Signore ha
deciso di vistare la nostra storia passando dalle nostre storie, di passare
nella nostra città prendendo dimora in ognuno di noi. Nel sì di Maria questo mistero si compie: in lei il cielo e la
terra si danno appuntamento per sempre. Vorrei sottolineare tre passaggi della
Parola ascoltata, in particolare del Vangelo e poi, con semplicità, mettere
nella nostra bisaccia di poveri pellegrini quelle intuizioni che ci fanno
guadagnare un tratto di gioia che nessuno può strapparci.
La visita di Dio. Luca ci guida per mano e fotografa sempre
più da vicino il luogo dell’accadimento che ha cambiato la storia. È in
Israele, è nella Galilea, in un villaggio sperduto al nord, terra lontana dalla
sacralità di Gerusalemme e ancora di più dalla frenesia politica di Roma, in una
casa di poco conto dove vive una ragazza sconosciuta a tutti tranne che agli
occhi di Dio. Dio guarda il cuore non l’apparenza;
ciò che è importante ai nostri occhi lui lo considera un nulla: fa delle pietre
scartate dagli uomini architravi di un nuovo edificio. Maria la piccola che
Dio colma con la sua grandezza; Maria, promessa sposa dalle pochissime
possibilità che diventa protagonista da cui dipende il sogno di Dio. Come il sole
che sorge e invade con la luce ogni angolo, così quella casa ha ricevuto la visita
di Dio. Una visita che è un annuncio. Vorrei fermarmi già qui. Nella prospettiva
cupa che nutriamo di noi in noi, nella svalutazione costante in cui amiamo perderci,
o a cui siamo nostro malgrado costretti, nella frenesia che ci regala solo
pochissime isole di deserto per stare soli con Dio, spesso non ci accorgiamo di quanto noi valiamo ai suoi occhi. Più siamo deboli,
più siamo piccoli, oppure più ci mettiamo dalla parte dei deboli e dei piccoli,
e più Dio decide di raggiungerci, sceglierci, toccare la nostra vita, decide di
non voler fare a meno di noi per costruire un mondo diverso, un angolo del suo
Regno. Come Maria, diversi da Maria, ognuno con la sua vocazione, possiamo
cambiare la storia. È un annuncio promettente, è un annuncio buono per le
nostre vite troppo spesso ripiegate. E se iniziamo a credere che Dio chiama me
e proprio me per quello che sono per comporre parte del suo mosaico allora
diventiamo annuncio di Grazia e di Misericordia per i nostri fratelli assetati
di speranza. Vorrei benedire Dio per tutti quelli che in questi giorni e in
tutta la mia vita sono stati un lieto annuncio perché io non smettessi di sperare
e continuassi a credere: dalle lacrime dei genitori appassionati all’opera educativa,
uomini e donne che ancora sperano e lottano e investono sull’uomo, alla
tenerezza dei nostri ragazzi che imparano a sognare in grande e mi fanno
comprendere che non sono solo il nostro futuro ma sono in assoluto il presente,
da chi ha dato senza trattenere e ora si accorge che i suoi sforzi non sono
stati inutili.
Il sì di Maria. Maria tentenna solo per un attimo, non manca
di fede, avverte sulla sua pelle probabilmente solo il brivido di una grandezza che non le appartiene e che
in effetti deve ospitare dall’alto. Ma non esita a dire il suo sì. E non lo
fa con rassegnazione, non ama fare calcoli, non pensa neppure a possibili
risvolti inquietanti. Sente che il suo Signore non può che essere per lei e mai
la priverebbe di una gioia e che, anzi, le sta preparando una inedita, più
grande, imprevedibile, sorprendente. Dio si piega sulla sua piccolezza, la
sfiora e poi ci entra per aprire un orizzonte inimmaginabile che ha i contorni
dell’infinito e dell’eterno. A volte noi, al contrario di Maria, corriamo a
nasconderci come Adamo nel giardino delle nostre architetture esistenziali perché
avvertiamo il passo di Dio nella nostra vita: siamo degli inguaribili scettici e degli istintivi dubbiosi pieni di
sospetto. Dio è davvero per noi e
quando bussa alla nostra porta non vuole rovinarci. Certo, ci trascina
fuori dalle nostre chiusure, chiede un atteggiamento di fiducia ma poi ci
conduce lontano e quello che desideravamo da soli alla fine ci appare come una
piccola cosa rispetto alla sua Promessa. Noi vogliamo essere felici, vogliamo
essere amati, sogniamo la pace, vorremmo non finire mai; e lui ci dona una gioia che resiste come brace anche quando passa dalla
croce, ci dona un amore che non viene meno e che, per non consumarsi, ci fa
dono per gli altri; lui è eternità che intravvediamo in ogni attimo sempre con
più forza.
L’attesa di Maria e l’incarnazione. L’angelo lascia Maria e in lei inizia l’avventura
della vita del Figlio di Dio. Il Vangelo non alza quasi mai il velo sui mesi
dell’attesa, nicchia di straordinaria intensità per ogni donna e quindi anche
per Maria. Inizia così l’incarnazione del Verbo, della contemplazione del
Dio-uomo, tutti ossimori di cui, probabilmente, non sentiamo più la forza
scandalosa. Dio si fa carne, Dio si fa prossimo a noi, Dio si fa uomo e si
lascia accudire da una donna. È il sovvertimento di ogni schema religioso
abituale, una bestemmia per la maggior parte degli uomini di sempre perché è
più rassicurante credere che Dio stia in un orizzonte altro rispetto a me e che
io gli stia sottomesso. Interpella invece la nostra libertà la fede in un Dio
che decide di farsi tuo compagno di viaggio e che mette nelle tue mani ciò che
è suo e prende il tuo per stringere alleanza e fare comunione. A noi non resta che adorare, parola che
alcuni vogliono derivi da “ad-orem”
il gesto di portare la mano alla bocca per lo stupore. Auguro a ognuno giorni
carichi di stupore capace di sovvertire le nostre abitudini, capaci di
restituirci l’inatteso anche di noi stessi.
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