domenica 19 luglio 2009

settima dopo pentecoste

La nostra corsa lungo le pagine della Scrittura prosegue in queste domeniche del tempo dopo Pentecoste e oggi facciamo sosta con Israele che, sotto la guida di Giosuè, è impegnato nella battaglia di Gàbaon, una delle tante per conquistare e trovare stabilità nella Terra promessa da Dio. Il sole e la luna si fermano per un intero giorno: Dio si impegna in prima persona per garantire vittoria al suo popolo. È un Dio che non sta sicuro sulle retroguardie; non lo precede neppure oltre risparmiandosi la fatica della lotta, come chi si sottrae al pericolo, come chi si considera diverso e non si sporca le mani con i problemi della sua gente: sta in mezzo, dove la battaglia impazza, dove il pericolo è in agguato e il nemico si fa insidioso e proprio la sua presenza permette al popolo di alzare la testa e gli dà il coraggio di combattere sino alla fine. A questa pagina fanno eco le altre letture; anzitutto Paolo ai Romani ribadisce che nulla potrà mai separarci dall’Amore di Cristo. E in quell’elenco così intenso, in un crescendo commovente, Paolo elenca le difficoltà che lui in prima persona ha dovuto affrontare per vincere la battaglia dell’annuncio del Vangelo e da cui ne è uscito vincitore, sempre più testardamente innamorato di Cristo. E poi il brano di Vangelo di Giovanni in cui Gesù, durante il discorso di addio dell’ultima cena, mette in guardia i suoi dai pericoli e dalle tribolazioni che dovranno affrontare nel suo nome, perché sappiano che cosa li attenderà, quasi per condividere con loro il suo stesso destino di croce, perché non fuggano di fronte alle prime difficoltà, perché un servo non è più grande del suo Maestro. Ma a chi persevererà sino alla fine sarà dato di condividere il Regno, la Gloria della Risurrezione, la vita in pienezza che è la comunione con il Padre.
Quali spunti per la nostra storia ci suggerisce la Liturgia della Parola di questa domenica, quali intuizioni per il nostro cammino, e ancora a quali vene d’acqua freschissima attingere per proseguire sul nostro itinerario di fede.
Penso anzitutto che dobbiamo anche noi fare i conti con la dura parola della croce: se hai deciso di seguire Cristo non puoi risparmiarti dalla battaglia, se pensavi di trovare pace in realtà con lui ti trovi nella tribolazione, se pensavi di vivere tranquillo forse non hai ascoltato bene il Vangelo o non hai iniziato a metterlo in pratica. La Parola è come un fuoco che inizia a bruciare dentro, che non sfuma i contorni delle cose ma li esaspera, che non edulcora la realtà ma alza il velo delle sue contraddizioni, essere discepoli di Gesù significa trovarsi a fare i conti con una sensibilità esasperata che fa soffrire per ogni ingiustizia o ipocrisia, significa avere il cuore ferito a immagine del suo, significa diventare accoglienti all’estremo e fare largo ad ogni problema che bussa con insistenza alle tue porte, significa scendere in battaglia ogni giorno per conquistare un pezzo di Regno e per seminare comunque la Parola che salva. La prima vera battaglia è con se stessi, con le ferite che ci portiamo dentro e che attendono di essere sanate, è con quella forza che ti spinge a tornare indietro e a non rincorrere il sogno di santità, è con il male che ti tenta ad ogni attimo e che talvolta ha il sopravvento. Ma poi sei chiamato a fare i conti anche con il male che sta attorno a te. Vi confesso che quando ero in Seminario spesso, a sera inoltrata, mi fermavo a guardare dall’alto della collina di Venegono le luci dei paesi poco distanti e, rare volte, si riusciva a gettare lo sguardo in là fino alla nostra città. E sognavo di essere prete immerso fra la mia gente, sognavo di essere santo e di poter facilmente condurre la mia gente a Cristo: sognavo una realtà troppo fittizia, schermata dai miei desideri più che dalla verità del Vangelo. Diventato prete, messo piede finalmente nella realtà, ho iniziato a fare i conti seriamente anche con il male che c’è nelle nostre strade, con quel sommerso che noi nemmeno immaginiamo che scorre come un fiume nero sotto le apparenze perbeniste delle nostre vite e che si chiama droga, violenza, denaro e successo, solitudine, egoismo, chiusura all’altro, il nulla che inghiotte i nostri giorni, il relativismo esasperato per cui il bene di uno diventa il bene di tutti e la realizzazione personale va perseguita anche al prezzo altissimo della vita degli altri, è un’economia che affama i poveri per rendere i ricchi sempre più ricchi. La testimonianza al Vangelo se non si unisce alla sofferenza rimane sterile e il seme per portare frutto davvero deve morire. Siamo chiamati, a immagine di Cristo che si incarna fino alle estreme conseguenze, a sporcarci le mani proprio qui e ora e a fare bene quel poco che siamo chiamati a fare. Sarà forse solo una goccia nell’Oceano ma, come diceva madre Teresa, senza di quella l’Oceano avrebbe comunque una goccia in meno
Ma non basta dire questo. Trascureremmo la Verità più forte che oggi abbiamo ascoltato se dimenticassimo di dire che nella nostra battaglia abbiamo dalla nostra parte il nostro Dio secondo la sua Promessa. A volte non lo vediamo ma perché ci è troppo accanto per scorgerne completamente i suoi tratti, è troppo impegnato a spianarci davanti la strada e noi siamo troppo attenti a poggiare bene i nostri piedi. Ma alla fine ci ritroveremo abbracciati a lui e potremo fare il bilancio e capire che anche per noi lui si è impegnato sino alla fine.
E ora stiamo per entrare nel Mistero della Pasqua dove morte e vita si sono sfidati a duello e Cristo ne è stato vincitore. E noi con lui. E per questo avremo una gioia profondissima che, anche in mezzo a tante tribolazioni, nulla potrà strapparci.

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