sabato 7 agosto 2010

XI domenica dopo Pentecoste

La Parola di Dio è preziosa certamente nel suo insieme, nei grandi temi che ci permettono di affacciarci nell’abisso del Mistero dell’Amore del Padre. In essa ritroviamo la grammatica dei sogni profumati di giovinezza, nuove motivazioni, spunti di conversione, bocconi di manna che ci permettono di andare avanti anche quando l’orizzonte che ci sta di fronte si annebbia. Oggi per esempio, in questo scorcio della storia della salvezza che ci viene presentato in cui il profeta Elia viene mandato al re Acab dopo che a Nabot è stata usurpata con violenza la vigna, pagina a cui sia Paolo che il Vangelo fanno da risonanza, è evidente il tema della Giustizia che è rendere a ciascuno il suo, è non strappare nulla al povero, è schierarsi sempre e lottare dalla parte di chi è debole ed è pietra di scarto della società. In Dio non esiste Misericordia senza Giustizia e, senza la Giustizia, non esiste la Carità e nemmeno la Pace.

Però anche le sfumature della Parola sono importanti, piccoli passaggi che squarciano infinite riflessioni.

Vorrei solo soffermarmi su alcune e chiedermi di volta in volta cosa questa domenica consegna alla nostra vita, o forse meglio sarebbe dire, in che cosa la Parola di oggi ci chiede di diventare essenziali, di cosa dobbiamo spogliarci per essere più poveri e dunque più audaci.

Della prima lettura mi colpisce anzitutto che Dio vuole intervenire su questa evidente ingiustizia attraverso un profeta. C’è la Parola ma è necessario che ci sia anche qualcuno che la annunci, che se ne faccio carico, che si lasci infiammare dalla sua logica e si lasci condurre alla sfida del mondo. Elia diventa non solo il portavoce di Dio ma anche l’interprete, si identifica con lui e pagherà in prima persona. La fede, l’ascolto contemplativo di Dio e della sua Parola infiammano il cuore del profeta e lo spingono ad occuparsi delle ingiustizie, a sporcarsi le mani con il fango della sua storia. Teme Dio solo e per questo diventa un temerario! Dio sta nel suo cuore e per questo non può non avere a cuore i poveri, il grido dell’umanità sofferente.

Penso che basti questo per comprendere anzitutto che una vita di fede senza uno slancio di Carità è non solo vuota ma anche falsa. E ancora credo che il nostro Dio ha bisogno di noi, ci abbia consegnato non a caso lo spirito della Profezia nel giorno del Battesimo per dire la sua Parola oggi ma più che con infinite prediche in una vita di una carità fattiva e operosa che diventa progetto per il riscatto degli ultimi e a tratti anche denuncia contro tutte le ingiustizie contro i poveri, ben oltre dunque l’assistenzialismo che comunque vede noi su un piedistallo e i poveri sempre sotto a tendere la mano. Se Dio ci sta a cuore non possiamo non accogliere nel cuore il grido dell’umanità affamata da un’economia, la nostra, che distrugge per consegnare a pochi privilegiati la quasi totalità della ricchezza; non possiamo non accorgerci dell’oppressione di chi non ha una casa o ha perso un posto di lavoro; non possiamo non accorgerci del deserto educativo che lascia soli i nostri ragazzi e non insegna loro a stendere le ali nel cielo della vita: il livello di civiltà di una società del resto si vede nel modo in cui tratta e accompagna i bambini e le nuove generazioni.

Dell’epistola sottolineo solo che Paolo punta l’obiettivo del tema della Carità all’interno della Comunità. Del resto si sa che amare il prossimo è la sfida più audace che ci è chiesta, amare i volti di chi ci sta accanto ogni giorno, di chi non nasconde le sue ferite e debolezze, di chi conosciamo anche negli aspetti più noiosi è eroico! Mi piacerebbe affiggere all’ingresso della nostra chiesa i passaggi di questa lettera perché allora diventeremmo davvero spettacolo al quartiere e al mondo dell’Amore di Dio e, così affascinanti, non avremmo bisogno di rincorrere le statistiche dei numeri dei nostri ahimè sempre in difetto ultimamente!

E poi del Vangelo mi colpisce un particolare…il resto mi sembra già così evidente! Nella Parabola si dice il nome del povero, Lazzaro appunto, mentre non sapremo mai quello del ricco. E questo non solo nell’aldilà, quando il contrappasso è di una infernale lucidità, ma anche quando le sorti non si sono ancora ribaltate e lui deve mendicare per sfamarsi. È il segno che nella storia della Salvezza che scorre nelle vene della storia ordinaria e ufficiale, Dio ha in mente non il nome dei ricchi, di quelli che contano, di chi può vantare successo, potere e denaro ma il nome delle pietre di scarto e con loro costruisce un mondo nuovo già qui, già ora. Mi piace ricordare Anna, lasciata da suo marito per un’altra donna, che porta avanti con dignità la sua vita e quella dei suoi figli e che li educa alla sobrietà e fa della povertà un valore e un tratto di orgoglio. Mi piace ricordare Amira e Sanela e tante mamme affidatarie dell’orfanotrofio di Sarajevo che accolgono nella loro casa i bambini che nessuno vuole e con amore cercano di colmare il vuoto e la lacerazione di un rifiuto. Vorrei ricordare Caterina che ogni giorno arriva in oratorio con Michele, suo nipote disabile e che ha sempre il sorriso sulle labbra e ora non solo è diventata la zia di un altro ragazzo disabile, ma di tutti i bambini dell’oratorio che educa con i fatti al rispetto e all’interazione con chi porta un handicap. Penso che Dio non solo abbia fra le mani un otre dove raccoglie le lacrime dei poveri e le conosca una ad una, ma che abbia da sempre deciso di segnare sulla roccia i gesti degli ultimi, piccole cose che noi non vediamo o che adesso scompaiono in fretta come le scritte sulla spiaggia del mare…ma mi hanno detto che non gli è bastata una sola montagna!

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