Penso siano due le sottolineature di questa domenica ultima di Avvento, immersa nella Grazia dei giorni imminenti al Natale, detti giorni di colui che è accolto. Da una parte c’è un rincorrersi di parole che liberano la gioia perché è vicino il giorno del Signore e dall’altra ci viene chiesto di fermarci a contemplare Maria, a farci prendere la mano da lei che è madre perché dal suo sì abbiamo ricevuto Gesù e sorella perché i suoi passi devono diventare anche i nostri.
A proposito della gioia per il Natale ormai prossimo basta dare eco alla lettura di Paolo. Dobbiamo ritrovare quel sorriso che nessuna preoccupazione o nessuna tristezza possono spegnere. Dio infatti si è fatto vicino, ci tende la sua mano, si fa uno di noi per farci diventare come lui, ci mette a parte della sua vita, porta a compimento in noi quella nostalgia di eterno e di infinito che ci portiamo nel cuore. Un Dio così porta scritto sul palmo della sua mano il nostro nome e non ci fa mancare nulla di quanto è necessario. Ed è per questo che la comunità non può essere affannata, disperata, sempre intenta a inseguire nell’ansia ciò che pensa di non avere. La comunità che celebra il Dio fatto carne sprizza gioia, pace e accoglienza. È una comunità che si fa testimonianza aperta senza il bisogno di troppe parole ma con i fatti. Se forse siamo poco accoglienti è perché siamo a corto della fede nel Dio che ci ha accolti nel suo abbraccio.
A proposito di Maria e della sua maternità penso sia corretto assumere una doppia prospettiva: una che dica la sua totale singolarità, che la rende unica, se vogliamo, anche distante da noi e dai nostri giorni; ma poi ci dobbiamo anche chiedere che cosa il suo esempio è da trascrivere nella grammatica dei nostri giorni e della nostra vita, in che cosa davvero ci è sorella
Maria e la sua singolarità.
Vergine e madre.
In lei c’è un mistero che racconta l’incontro singolare fra il mondo di Dio e quello dell’uomo. In lei e solo in lei c’è un abbraccio fra il cielo e la terra. In lei l’eterno si dà nel tempo, l’infinito si racchiude nel de-finito e grazie a lei Dio si fa dono.
La ragazza di Nazareth aperta al mistero di Dio: Maria, donna del suo tempo.
Della vita da adolescente di Maria sappiamo poco – probabilmente in quegli anni così veloci e drammatici si inscrive la pagina che abbaino letto oggi – possiamo però presupporre che fosse una ragazza semplice, umile, nascosta, con tante prospettive sul suo futuro come altre in quel piccolo villaggio; ma allo stesso tempo è una donna aperta a Dio e alla sua Parola, vive una quotidiana familiarità con il Dio dei padri tanto che non si spaventa quando l’angelo entra in casa sua.
La sposa di Giuseppe e il suo rapporto con Gesù di madre e di discepola.
E poi Maria ha avuto la grazia di essere sposa di un uomo di grande fede e capace di sognare come Giuseppe, avrà trovato in lui il sostegno e la forza in tanti momenti difficili e in lui un complice con cui intendersi anche solo con uno sguardo, un uomo innamorato capace di riconsegnarle la felicità e compagno con cui condividere la fede. Maria è stata poi la mamma di Gesù, di quel bambino su cui riposa tutta la speranza d’Israele, un dono prezioso da proteggere e amare e di cui un giorno diventare discepola. Ma pur sempre un bambino che ha avuto i suoi stessi occhi, le sue stesse espressioni, i suoi tratti che lo rendevano riconoscibile agli occhi dei nazareni proprio come il figlio di Maria. E lei ha avuto per lui mille premure e mille attenzioni come solo una mamma può avere. Gli ha insegnato certamente a parlare, a camminare, a non perdersi nei capricci inutili di ogni bambino, l’obbedienza a Giuseppe e poi di certo è stata lei a insegnargli a pregare e ascoltare la Parola. La divinità non toglie nulla ma anzi rende ancora più pienamente umana questa maternità.
Ma dicevamo che questa festa dice anche noi qualcosa e vuole dettare il passo per la nostra spiritualità.
Anzitutto ci viene detto che, come per Maria, anche per noi la piccolezza e debolezza sono le condizioni per accogliere la grandezza e la forza di Dio. Dio non cerca in noi eroi che emergano con le loro capacità e le loro abilità, ma persone che si lasciano sommergere dalla sua tenerezza. E più si è deboli, nascosti, semplici, come matite nelle sue mani, e più si è adatti all’amore di Dio che trasforma e modella. La casa di Nazareth in cui si è fatto presente l’angelo può essere anche la casa più nascosta e umile della Barona.
Saperci scelti e amati: questa, come per Maria, è la nostra condizione. Dio sceglie noi e proprio noi perché ci ama e ci affida un tratto del suo disegno per rendere questa terra simile al Regno dei cieli. Se sentissimo fino in fondo quanto Dio ci ama noi non resisteremmo alla gioia, saremmo persone profumate di speranza, sentiremmo il bisogno di danzare e metteremmo le ali.
E infine la vicenda di Maria ci ricorda che nei nostri sì Dio ha deciso di trascrivere il suo Sì all’umanità. Ciò che noi scegliamo vale per l’eterno e scrive un tratto di storia che nessun altro al nostro posto potrebbe portare avanti se noi dicessimo no.
Gioisci Maria, piena di Grazia, prega per noi perché anche noi ci sentiamo colmati del suo amore che tutto giustifica e tutto fa nuovo. E donaci una scintilla della tua gioia perché possiamo mettere fuoco al mondo intero.
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