1 il percorso in questo tempo dopo la pentecoste
Dopo la solennità della Pentecoste, culmine del Mistero della Pasqua, si apre lungo il tempo ordinario un sentiero in cui, a partire dalla domenica della Trinità, ci soffermiamo sugli snodi principali del racconto della Storia della Salvezza per raccogliere nella bisaccia della nostra vita di pellegrini le perle preziose dell’agire del Dio con noi. L’itinerario ci porterà dritti all’Avvento soffermandoci fino alla fine di agosto, con la memoria del martirio del Battista, su alcuni episodi del Primo Testamento, dell’Alleanza antica e sempre nuova di Dio con Israele. Da lì alla festa della Dedicazione del Duomo in ottobre la prospettiva si allarga alla missione di Gesù per raccogliere la sua Chiesa e poi fino all’Avvento, su come la storia della salvezza prosegua nella missione della Chiesa di sempre.
2 la storia della salvezza, la nostra storia se vista con gli occhi di Dio.
Vogliamo allora ripercorrere a ritroso il cammino rileggendo con abbondanza la Parola per scorgere le orme del passaggio di Dio – Mosè e noi con lui possiamo solo guardare le spalle del Signore, cioè possiamo solo nel silenzio della meditazione su ciò che è accaduto capire che Dio è il Presente e non ci ha mai abbandonati e così rinnovare la nostra fede – per poi però riprendere fra le mani la nostra vita con le sue relazioni e le sue intricate vicende e abitare il nostro presente con occhi nuovi: abbiamo la certezza infatti che la storia della salvezza continua a scorrere nelle vene della nostra storia e che Dio continua a scrivere con noi le pagine del suo agire. Si tratta di indossare lenti nuove e si riaccende la speranza.
3 La proposta di oggi è di soffermarci sul brano di Genesi, un racconto parallelo a quello della Creazione dell’uomo a cui si accordano come una risonanza il brano di Paolo e quello di Giovanni.
L’uomo è la creatura più alta che Dio abbia plasmato con le sue mani, il miracolo più grande dopo l’eco del suono della Parola che ha dato la vita a tutto. Non dobbiamo mai scordare la nostra dignità e quella di ogni uomo, che in noi brilla la scintilla che ci rende simili al Creatore, che può accaderci tutto, anche cadere nel baratro più profondo della miseria del nostro male, ma in noi c’è un tratto che ci riscatta dal nulla e dalla disperazione: noi valiamo più degli angeli e siamo polvere di stelle! Per questo l’uomo continua a modellare la Creazione con le sue mani per rispettarla e per renderla ancora più bella. Ma ecco che in questo quadro emerge il passaggio del comando di Dio di non mangiare dell’albero della conoscenza del Bene e del Male. Non certo per tenere nascosto questo mistero a chi Lui ha reso così importante e simile a se stesso. È un comando che suscita libertà. Libertà è poter compiere una scelta, è quando, di fronte ad un bivio, scegli quale strada imboccare, è stringere fra le mani il tuo destino. Ed è Dio che vuole tutto questo. Non gli basta una creatura prona, lo vuole di fronte a lui, in piedi e in dialogo. Dio con questa scelta si assume tutto il rischio di dare all’uomo una via alternativa alla comunione con lui, vuole sentire il brivido di attendere una risposta libera alla sua proposta, vuole smarcarsi definitivamente dall’essere giudicato un burattinaio che tira i fili della sua creatura. Se l’uomo è libero la comunione con il suo Creatore sarà per scelta e per amore e non per costrizione. Sappiamo certo com’è andata in quel magnifico giardino di Eden. L’uomo sperimenta la disobbedienza, pensa che la vera libertà sia tagliare il legame con Dio e pensarsi in autonomia e non più in relazione, sceglie il male che tuttavia lo porta ad essere prigioniero di se stesso degli altri e delle cose.
Anche noi avvertiamo il brivido per la portata di tutto questo: anche noi ci sentiamo creature libere, continuamente sul crinale della scelta fra il bene e il male. E quando però scegliamo il male, la separazione dal nostro Dio ci sentiamo smarriti, inconcludenti, poveri, assetati e strangolati dalle nostre stesse mani.
E proprio nel cuore di queste considerazioni si collocano allora il brano di Paolo e soprattutto del Vangelo che ci ricordano come Cristo sia voluto entrare nel vivo di questa storia della comunione ferita e frammentata dell’uomo con Dio per ricondurla ad un’unità con le sue parole e con il suo esempio soprattutto con la sua Pasqua. La vera libertà è la comunione e non la competizione con Dio, la vera libertà è scegliere il bene e amare fino a dare la vita, la vera libertà non è fuggire da Dio ma dimorare nel suo abbraccio che non soffoca ma rende protagonisti, la vera libertà riprende fiato e slancio dal sapere che noi siamo stati attratti e salvati da un amore più grande e che tutte le nostre distanze sono state colmate dalla croce. La vera libertà sgorga ai piedi di quel sepolcro aperto.
Come conclusione vorrei allora suggerire due piste di approfondimento, una personale e l’altra comunitaria.
1 proviamo in questa settimana a ripensare a come noi ci giochiamo la nostra libertà e proviamo a chiedere a Dio il dono della liberazione: forse tante nostre tristezze o inclinazioni alla disperazione stanno nel fatto che non ci sentiamo liberi. Ci sono cose che ci opprimono e ci soffocano, cose che possiamo cambiare e altre da accettare. Non dimentichiamo però che noi siamo chiamati ad essere sempre protagonisti della nostra vita. È l’amore, abbiamo detto, a dare forma alla vera libertà. E dell’amore di Dio possiamo essere certi, Cristo ha dato la sua vita per noi!
2 la nostra comunità è fatta di uomini liberi e che educano alla libertà con la libertà, a immagine di Cristo, fra noi ci sono relazioni liberanti o opprimenti? Ci obblighiamo a mascherarci oppure siamo capaci di restituire l’uno all’altro la nostra peculiarità? A volte ho paura che le nostre comunità siano abitate da protagonismi del tutto svilenti nel piano generale della crescita libera di ognuno. Forse abbiamo bisogno di convertirci anche in questo.
Dopo la solennità della Pentecoste, culmine del Mistero della Pasqua, si apre lungo il tempo ordinario un sentiero in cui, a partire dalla domenica della Trinità, ci soffermiamo sugli snodi principali del racconto della Storia della Salvezza per raccogliere nella bisaccia della nostra vita di pellegrini le perle preziose dell’agire del Dio con noi. L’itinerario ci porterà dritti all’Avvento soffermandoci fino alla fine di agosto, con la memoria del martirio del Battista, su alcuni episodi del Primo Testamento, dell’Alleanza antica e sempre nuova di Dio con Israele. Da lì alla festa della Dedicazione del Duomo in ottobre la prospettiva si allarga alla missione di Gesù per raccogliere la sua Chiesa e poi fino all’Avvento, su come la storia della salvezza prosegua nella missione della Chiesa di sempre.
2 la storia della salvezza, la nostra storia se vista con gli occhi di Dio.
Vogliamo allora ripercorrere a ritroso il cammino rileggendo con abbondanza la Parola per scorgere le orme del passaggio di Dio – Mosè e noi con lui possiamo solo guardare le spalle del Signore, cioè possiamo solo nel silenzio della meditazione su ciò che è accaduto capire che Dio è il Presente e non ci ha mai abbandonati e così rinnovare la nostra fede – per poi però riprendere fra le mani la nostra vita con le sue relazioni e le sue intricate vicende e abitare il nostro presente con occhi nuovi: abbiamo la certezza infatti che la storia della salvezza continua a scorrere nelle vene della nostra storia e che Dio continua a scrivere con noi le pagine del suo agire. Si tratta di indossare lenti nuove e si riaccende la speranza.
3 La proposta di oggi è di soffermarci sul brano di Genesi, un racconto parallelo a quello della Creazione dell’uomo a cui si accordano come una risonanza il brano di Paolo e quello di Giovanni.
L’uomo è la creatura più alta che Dio abbia plasmato con le sue mani, il miracolo più grande dopo l’eco del suono della Parola che ha dato la vita a tutto. Non dobbiamo mai scordare la nostra dignità e quella di ogni uomo, che in noi brilla la scintilla che ci rende simili al Creatore, che può accaderci tutto, anche cadere nel baratro più profondo della miseria del nostro male, ma in noi c’è un tratto che ci riscatta dal nulla e dalla disperazione: noi valiamo più degli angeli e siamo polvere di stelle! Per questo l’uomo continua a modellare la Creazione con le sue mani per rispettarla e per renderla ancora più bella. Ma ecco che in questo quadro emerge il passaggio del comando di Dio di non mangiare dell’albero della conoscenza del Bene e del Male. Non certo per tenere nascosto questo mistero a chi Lui ha reso così importante e simile a se stesso. È un comando che suscita libertà. Libertà è poter compiere una scelta, è quando, di fronte ad un bivio, scegli quale strada imboccare, è stringere fra le mani il tuo destino. Ed è Dio che vuole tutto questo. Non gli basta una creatura prona, lo vuole di fronte a lui, in piedi e in dialogo. Dio con questa scelta si assume tutto il rischio di dare all’uomo una via alternativa alla comunione con lui, vuole sentire il brivido di attendere una risposta libera alla sua proposta, vuole smarcarsi definitivamente dall’essere giudicato un burattinaio che tira i fili della sua creatura. Se l’uomo è libero la comunione con il suo Creatore sarà per scelta e per amore e non per costrizione. Sappiamo certo com’è andata in quel magnifico giardino di Eden. L’uomo sperimenta la disobbedienza, pensa che la vera libertà sia tagliare il legame con Dio e pensarsi in autonomia e non più in relazione, sceglie il male che tuttavia lo porta ad essere prigioniero di se stesso degli altri e delle cose.
Anche noi avvertiamo il brivido per la portata di tutto questo: anche noi ci sentiamo creature libere, continuamente sul crinale della scelta fra il bene e il male. E quando però scegliamo il male, la separazione dal nostro Dio ci sentiamo smarriti, inconcludenti, poveri, assetati e strangolati dalle nostre stesse mani.
E proprio nel cuore di queste considerazioni si collocano allora il brano di Paolo e soprattutto del Vangelo che ci ricordano come Cristo sia voluto entrare nel vivo di questa storia della comunione ferita e frammentata dell’uomo con Dio per ricondurla ad un’unità con le sue parole e con il suo esempio soprattutto con la sua Pasqua. La vera libertà è la comunione e non la competizione con Dio, la vera libertà è scegliere il bene e amare fino a dare la vita, la vera libertà non è fuggire da Dio ma dimorare nel suo abbraccio che non soffoca ma rende protagonisti, la vera libertà riprende fiato e slancio dal sapere che noi siamo stati attratti e salvati da un amore più grande e che tutte le nostre distanze sono state colmate dalla croce. La vera libertà sgorga ai piedi di quel sepolcro aperto.
Come conclusione vorrei allora suggerire due piste di approfondimento, una personale e l’altra comunitaria.
1 proviamo in questa settimana a ripensare a come noi ci giochiamo la nostra libertà e proviamo a chiedere a Dio il dono della liberazione: forse tante nostre tristezze o inclinazioni alla disperazione stanno nel fatto che non ci sentiamo liberi. Ci sono cose che ci opprimono e ci soffocano, cose che possiamo cambiare e altre da accettare. Non dimentichiamo però che noi siamo chiamati ad essere sempre protagonisti della nostra vita. È l’amore, abbiamo detto, a dare forma alla vera libertà. E dell’amore di Dio possiamo essere certi, Cristo ha dato la sua vita per noi!
2 la nostra comunità è fatta di uomini liberi e che educano alla libertà con la libertà, a immagine di Cristo, fra noi ci sono relazioni liberanti o opprimenti? Ci obblighiamo a mascherarci oppure siamo capaci di restituire l’uno all’altro la nostra peculiarità? A volte ho paura che le nostre comunità siano abitate da protagonismi del tutto svilenti nel piano generale della crescita libera di ognuno. Forse abbiamo bisogno di convertirci anche in questo.
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