Era l’epoca dei
totalitarismi: uomini dotati di grande carisma, di indubbia capacità demagogica
e forti di quello che oggi definiamo populismo, che altro non è che la delega su
tutto a uno solo da parte delle masse, stringevano fra le mani le sorti della
storia. Il loro era un potere in apparenza destinato a non tramontare, sorretti
dall’ideologia di questo o quel colore politico, affermato con la violenza
quando occorreva. Contrapposta stava la sapienza
di un Papa che proprio non sospese mai il suo giudizio e mai si tirò
indietro nell’esprimere la sua critica, Pio XI, e con lui della Chiesa. Forse sembrava
azzardato, controcorrente, sicuramente imbarazzante ma, proprio perché la speranza
va annunciata contro ogni speranza, era necessario dire che Cristo era l’unico vero re con tutta la sua
paradossalità fatta di vita che si fa servizio, amore che si spende per tutti
gli ultimi della terra fino a scegliere di nascondersi fra di loro, di gioia
raccolta nella povertà, di beatitudine vissuta nella quotidianità, di denuncia
fino a pagare con la morte di ogni ingiustizia che ferisce la dignità dell’uomo.
A distanza di anni da quell’epoca così tragica possiamo solo riconoscere il
valore profetico di un’intuizione che si è fatto insegnamento nella scuola
popolare che è la Liturgia.
…e la sua attualità
Di tempo ne è passato molto, siamo in uno scorcio di
storia dove, per tanti motivi culturali, è difficile pensare che possano
riaffermarsi quei totalitarismi ma credo sia terribilmente attuale dire la
scomoda verità di Cristo contro quei poteri definiti forti, come una certa
politica o economia, oppure occulti, nascosti come la criminalità e la mafia,
che ancora si oppongono come sistema all’uomo e alla sua vocazione ad essere
felice, libero, appagato, aperto al futuro e perciò anche al Dio della vita. Celebrare
Cristo re è occasione per salire all’opposizione
e gridare che non è giusta un’economia che affama oltre i 3/4 dell’umanità;
i credenti devono dire qualcosa contro chi difende allo stremo un modello
capitalistico basato sul consumismo per cui essere coincide con l’apparire; che
sono sacrosanti i diritti di chi pretende una vita dignitosa per un lavoro, una
casa, per progettare il futuro; bisogna denunciare nel nome del Vangelo che una
politica che ha perso di mira il servizio del bene comune e continua a
raggomitolarsi per difendere i propri privilegi sta affondando le speranze di
tanti uomini e donne di buona volontà; dobbiamo spaccare il muro di diffidenza
e di indifferenza e riappropriarci del nostro dovere e diritto di educare i
nostri giovani soprattutto quelli più fragili che qui, proprio nel nostro
quartiere, sono vittime della droga che li fa schiavi, brucia a poco a poco i
loro sogni e li rende ostaggio della malavita. È altamente pericoloso celebrare questa festa…ci chiede uno sforzo di
coerenza non indifferente!
Gli spunti che ci offrono le letture
Un Dio che è Signore ma non si lascia imprigionare dagli
schemi del Tempio, nella rigidità delle leggi del culto. Lui preferisce stare
in mezzo alla sua gente, abitare accanto al povero come un povero e un pellegrino
che sta sotto una tenda. Questo re non si lascia imbrigliare negli stereotipi o
nei moduli già mille volte battuti; non si lascia adulare facilmente o tirare
dalla parte di chi ha interessi da difendere. È estremamente libero. E poi vuole profumare di popolo, piangere le
lacrime della sua gente, sorridere per la loro gioia, lottare sempre dalla lor
parte sia quando c’è da denunciare il male sia quando c’è da sostenere come una
pianticella smorta la speranza.
Un Dio che ha un regno altro di cui noi siamo fatti
cittadini. Se ti sai di questo Dio, di più,
se te ne innamori alla follia, non puoi che fare tue le sue scelte e la sua
prospettiva. Viene alla mente quella
pagina della lettera a Diogneto in cui si dice che “i cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per
territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano
città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno
speciale genere di vita…Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e
pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo,
si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti,
incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a
tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di
passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per
essi terra straniera…Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono
la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo.
Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono
superiori alle leggi…In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è
l'anima nel corpo.”
Un re che è verità
che si contrappone a tutto ciò che è menzogna in uno scorcio in cui le tenebre
stanno avendo il sopravvento, in cui la menzogna si è impadronita della storia.
Cosa significa avere una verità: credo sia non smarrire la strada che Gesù ha
tracciato, non svenderla, costi quel che costi, la certezza cioè che la vita ha
valore solo se donata, spesa per il bene di un altro, solo se vissuta a mani aperte senza trattenere nulla per sé!
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