domenica 18 dicembre 2011

domenica della Divina maternità di Maria


Omelia nella sesta domenica di avvento

In quest’ultima domenica dell’Avvento, tutta dedicata al mistero della divina maternità di Maria e al mistero dell’Incarnazione, vorrei con voi raccogliere dal brano di Vangelo, attorno a cui ruota tutta la Liturgia della Parola, qualche spunto, come se ci trovassimo su un campo ricco di fiori, uno più bello dell’altro, tutti profumati e di una rara delicatezza.

Quel giorno nel cuore di un’adolescenza che stava ormai per trasformarsi in maturità nel progetto stabile di essere una cosa sola con l’uomo che amava, in quel giorno in cui le apparso l’angelo che dall’immensità e dall’eternità di Dio è entrato nella piccolezza della casa di Nazareth, no, Maria non ha avuto paura. Lei, del resto, era abituata a leggere la Parola, aveva dimestichezza con il carattere di un Signore che, se pur Altro e distante, non si è mai risparmiato di gettarsi a capofitto nella storia di un popolo che amava e che si era scelto da sempre; di un Signore che, per inscrivere con traccia indelebile la linea dritta della sua presenza nelle tante linee storte dell’uomo, si è scelto spesso uomini e donne insignificanti e piccoli, molto spesso ragazzi, dialogando con loro e donando loro sogni dagli occhi del mondo giudicati miraggi improponibili ma che si sono rivelati alla fine pietre angolari da cui ripartire. E lei, Maria, ormai apparteneva a questa schiera, lei come gli altri, lei più degli altri.

Dio aveva un sogno:  essere uomo, accorciare tutte le distanze che lo separavano dalla sua creatura, per rompere il sospetto di sempre, anche il nostro, antico dai giorni del Giardino dell’Eden, che lui sia in concorrenza con noi, che voglia privarci della nostra libertà, che lui sia un Dio di divieti e di censure, prima fra tutte, alla nostra felicità. Dio vuole fare solo alleanza con l’uomo, vuole dargli la mano per dargli quello che gli manca, quel compimento dei suoi bisogni più profondi e più veri e così lottare per la sua gioia.  Maria accoglie questo sogno fra i suoi sogni e lei per prima sente sulla sua pelle che Dio dona tutto e non toglie nulla. Il suo sogno di amare viene centuplicato, il suo essere madre ritrova un orizzonte nuovo, inedito ma molto più intenso. La sua voglia di essere dono per il mondo trova possibilità  perché Maria, come ogni giovane, sente che può dare al mondo ciò che altri non hanno ancora fatto e, dopo, nessuno mai farà. E il suo sì pieno di gioia è certezza di un compimento non atteso ma da sempre desiderato.

Dio non ha mai voluto smettere di entrare così nella storia dell’uomo. E se in Gesù troviamo la definitività della sua Rivelazione è anche vero che oggi continua ad entrare nella nostra vita dai contorni sfilacciati scegliendo noi e proprio noi, noi con la nostra debolezza e con la nostra pochezza, noi con i nostri sogni, e proprio a noi chiede, nella semplicità delle scelte di ogni giorno, di aggiungere un tratto in più alla storia della salvezza. Noi, come Maria, siamo chiamati a dire il nostro sì perché Dio possa continuare a dire di sì all’umanità. È sorprendente ma è proprio così: Dio non vuole fare a meno di noi per trasformare la nostra terra in un angolo di Paradiso. Come dalla casa di Nazareth, così dalle nostre case si può sprigionare un potenziale d’amore tale da rinnovare il mondo intero.

E da quel sì prende forma il Mistero dell’Incarnazione. Dio sceglie di imparare da una donna ad essere uomo.  Ora nel segreto del suo grembo che tesse la vita con ossa e carne, poi con la pazienza delle cure, con gli insegnamenti delle prime cose: i passi, il linguaggio, l’educazione dei gesti e del loro valore, della preghiera e dell’ascolto della Parola e con l’esempio di una vita spesa nell’operosità del lavoro. Gesù deve anche alla madre tutto ciò che poi è stato. Nella parola profetica che regala speranza ai poveri, nella denuncia dell’ipocrisia e del potere che, con la ricchezza, allontana l’uomo da ciò che più conta, nella cura per ogni uomo ferito, nell’insistenza a raccogliere ogni uomo, nel dono totale di sé fino a spezzarsi per i suoi possiamo forse intravvedere, in potenza, le parole che Maria sussurrava ai suoi orecchi nelle sere a casa loro e gli esempi che gli dava in ogni momento di quegli anni lontani.

Per questo non possiamo fare a meno di avere Maria anche noi per Madre per imparare ad essere uomini e donne alla maniera di Gesù.

Madre, sorella nostra, fatti accanto a ognuno di noi, donaci quelle parole e quei gesti di tenerezza che hai avuto con Gesù perché possiamo qui e ora essere un prolungamento della sua presenza, per riscattare la nostra vita dalla banalità in questo  tempo che si è fatto ormai breve.

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