Omelia nella sesta
domenica di avvento
In quest’ultima domenica dell’Avvento,
tutta dedicata al mistero della divina maternità di Maria e al mistero dell’Incarnazione,
vorrei con voi raccogliere dal brano di
Vangelo, attorno a cui ruota tutta la Liturgia della Parola, qualche
spunto, come se ci trovassimo su un campo ricco di fiori, uno più bello dell’altro,
tutti profumati e di una rara delicatezza.
Quel giorno nel cuore di un’adolescenza
che stava ormai per trasformarsi in maturità nel progetto stabile di essere una
cosa sola con l’uomo che amava, in quel giorno in cui le apparso l’angelo che
dall’immensità e dall’eternità di Dio è entrato nella piccolezza della casa di
Nazareth, no, Maria non ha avuto paura.
Lei, del resto, era abituata a leggere la Parola, aveva dimestichezza con il
carattere di un Signore che, se pur Altro e distante, non si è mai risparmiato
di gettarsi a capofitto nella storia di un popolo che amava e che si era scelto
da sempre; di un Signore che, per inscrivere con traccia indelebile la linea
dritta della sua presenza nelle tante linee storte dell’uomo, si è scelto spesso uomini e donne
insignificanti e piccoli, molto spesso ragazzi, dialogando con loro e
donando loro sogni dagli occhi del mondo giudicati miraggi improponibili ma che
si sono rivelati alla fine pietre angolari da cui ripartire. E lei, Maria,
ormai apparteneva a questa schiera, lei come gli altri, lei più degli altri.
Dio aveva un sogno: essere
uomo, accorciare tutte le distanze
che lo separavano dalla sua creatura, per rompere il sospetto di sempre,
anche il nostro, antico dai giorni del Giardino dell’Eden, che lui sia in
concorrenza con noi, che voglia privarci della nostra libertà, che lui sia un
Dio di divieti e di censure, prima fra tutte, alla nostra felicità. Dio vuole fare solo alleanza con l’uomo,
vuole dargli la mano per dargli quello che gli manca, quel compimento dei suoi
bisogni più profondi e più veri e così lottare per la sua gioia. Maria accoglie questo sogno fra i suoi sogni e
lei per prima sente sulla sua pelle che Dio dona tutto e non toglie nulla. Il suo
sogno di amare viene centuplicato, il suo essere madre ritrova un orizzonte
nuovo, inedito ma molto più intenso. La sua voglia di essere dono per il mondo
trova possibilità perché Maria, come ogni
giovane, sente che può dare al mondo ciò che altri non hanno ancora fatto e,
dopo, nessuno mai farà. E il suo sì pieno di gioia è certezza di un compimento
non atteso ma da sempre desiderato.
Dio non ha mai voluto smettere di entrare così nella storia dell’uomo.
E se in Gesù troviamo la definitività della sua Rivelazione è anche vero che
oggi continua ad entrare nella nostra
vita dai contorni sfilacciati scegliendo noi e proprio noi, noi con la
nostra debolezza e con la nostra pochezza, noi con i nostri sogni, e proprio a
noi chiede, nella semplicità delle scelte di ogni giorno, di aggiungere un tratto in più alla storia
della salvezza. Noi, come Maria, siamo chiamati a dire il nostro sì perché Dio
possa continuare a dire di sì all’umanità. È sorprendente ma è proprio così: Dio non vuole fare a meno di noi per trasformare
la nostra terra in un angolo di Paradiso. Come dalla casa di Nazareth, così
dalle nostre case si può sprigionare un potenziale d’amore tale da rinnovare il
mondo intero.
E da quel sì prende forma il
Mistero dell’Incarnazione. Dio sceglie di imparare da una donna ad essere uomo.
Ora nel segreto del suo grembo che tesse
la vita con ossa e carne, poi con la pazienza delle cure, con gli insegnamenti
delle prime cose: i passi, il linguaggio, l’educazione dei gesti e del loro
valore, della preghiera e dell’ascolto della Parola e con l’esempio di una vita
spesa nell’operosità del lavoro. Gesù deve
anche alla madre tutto ciò che poi è stato. Nella parola profetica che
regala speranza ai poveri, nella denuncia dell’ipocrisia e del potere che, con
la ricchezza, allontana l’uomo da ciò che più conta, nella cura per ogni uomo
ferito, nell’insistenza a raccogliere ogni uomo, nel dono totale di sé fino a
spezzarsi per i suoi possiamo forse
intravvedere, in potenza, le parole che Maria sussurrava ai suoi orecchi nelle
sere a casa loro e gli esempi che gli dava in ogni momento di quegli anni
lontani.
Per questo non possiamo fare a meno di avere Maria anche noi per Madre per imparare ad essere uomini e donne alla maniera di Gesù.
Madre, sorella nostra, fatti accanto a ognuno di noi, donaci quelle parole e quei gesti di tenerezza che hai avuto con Gesù perché possiamo qui e ora essere un prolungamento della sua presenza, per riscattare la nostra vita dalla banalità in questo tempo che si è fatto ormai breve.
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