domenica 19 febbraio 2012

Ultima domenica dopo l'Epifania

Questa è la seconda di due domeniche dedicate al tema del perdono per introdurci al tempo della Quaresima. Si può intraprendere un serio cammino di conversione, abbracciare la nostra libertà e modellarla secondo la verità del Vangelo, solo se si ha la consapevolezza profonda di avere accanto un Dio che è Padre e che può perdonare le nostre colpe, schiodarci da un passato che ci immobilizza, entrare come luce nelle zone d’ombra del nostro cuore, in quella parte di noi stessi che fatichiamo a guardare e che preferiamo nasconderci.

Anche domenica scorsa avevo ribadito che la questione del perdono è cruciale per la nostra identità cristiana, anzi, se non scopri almeno una volta nella vita cosa significa essere perdonato, non puoi dire di aver conosciuto il volto del Dio di Gesù; vorrei riprendere ancora la questione ma lasciandomi aiutare dall’immagine della corda.

La corda è come la nostra relazione con Dio. il peccato, il male che io riconosco di aver commesso, è come un taglio netto con cui separo, divido, interrompo il mio rapporto con lui. Quando chiedo perdono la mano buona di Dio fa un nodo, lega ancora assieme, unisce ciò che ho separato. Alla fine tuttavia mi ritrovo fra le mani la stessa corda ma un pizzico più corta: il perdono mi ha avvicinato di più a lui!

Ma ora vorrei entrare nel racconto evangelico di oggi già di per sé molto chiaro giusto per sottolinearne qualche suggestione perché, come un evidenziatore, qualche passaggio, ben rimarcato, continui a farci compagnia lungo questa settimana.

Già è preziosa l’indicazione iniziale in cui si dice che Gesù racconta questa Parabola per chi si crede giusto e si permette di disprezzare gli altri. Ci fa capire da una parte la schiettezza con cui Gesù predica il Vangelo, entrando come luce nelle tenebre, come chi mette con le spalle al muro ma per far prendere coscienza del proprio limite e poi liberarlo; d’altra parte entriamo subito nel vivo della questione e ci è possibile schierarci da una parte o dall’altra del racconto.

Il primo protagonista è un fariseo che si ritiene giusto al punto da stare con la fronte alta davanti a Dio. I grandi personaggi dell’Alleanza, i Padri della fede, quando sentivano la voce di Dio si prostravano con la faccia a terra. Elia, a soffio leggero del vento che gli indicava la presenza del Signore, si coprì il volto. Quest’uomo invece è piuttosto spavaldo, parla di sé, si ripete, nell’elenco delle sue doti che sciorina nel Tempio, solo la prima persona singolare. Non esiste il noi dell’intercessione, non esiste il Tu di un interlocutore che andrebbe interpellato, ascoltato, amato. Forse quest’uomo ha dimenticato Dio anche se sta pregando, lo ha escluso, lo ha tagliato fuori dalla sua vita. Si ritiene giusto e autosufficiente, può vivere, in nome di Dio, meglio sarebbe dire di una religiosità tutta sua, come se Dio non ci fosse. Si serve della religione per apparire ma poi si costruisce da sé. Per lui possiamo usare l’immagine dello specchio. È come se stesse ritto davanti ad uno specchio. Non guarda oltre. Vede solo se stesso.

Il secondo personaggio è un pubblicano, un peccatore pubblico. Lui si prostra, guarda a sé ma invoca su di sé la presenza di Dio. Vede il suo errore ma cerca di liberarsene, di prenderne le distanze. Per lui possiamo usare l’immagine del vetro. Riesce a scorgere che oltre sé e la sua pochezza c’è un Tu che può ascoltarlo e prenderlo per mano e con cui ricominciare daccapo, uno che può mettere un punto al passato e finalmente riprendere a scrivere su di una pagina nuova. Il rischio del pubblicano è di essere un complessato, di arrovellarsi attorno a un milione di sensi di colpa e affogare nel proprio mare di disperazione. Quel vetro deve diventare finestra, feritoia di luce che lascia passare la Grazia e trasforma le ferite in sorgenti d’acqua nuova.

Dio non ha paura del nostro peccato, non teme di percorrere miglia, di affrontare le discese più impervie per venire a prenderci. Anzi, cerca in noi proprio ciò che è finita debolezza per rivelare la sua infinita potenza. Ma ci chiede di lasciare che lui sia Dio, di non trasformare in specchio ciò che deve rimanere finestra aperta al suo mistero di Padre. Oggi, confessiamolo, noi tutti abbiamo bisogno di guarigione, che la tenerezza di Dio risani le nostre piaghe e ci restituisca ad una vita nuova.

Un’ultima parola è a commento del brano della lettera di Paolo. Se hai scoperto che cos’è il perdono non guardi più al fratello con disprezzo e con in bocca un giudizio sferzante. Il perdono è la trama lungo cui costruire una comunità realmente evangelica dove ci si ama e accoglie a partire dai propri limiti e non si deve più fingere nulla per sentirsi accolti. Sogno una Chiesa dove si fa festa perché ci si perdona,  una Chiesa che abbia i tratti di questo Vangelo.

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