Anche domenica scorsa avevo
ribadito che la questione del perdono è cruciale per la nostra identità
cristiana, anzi, se non scopri almeno una volta nella vita cosa significa
essere perdonato, non puoi dire di aver conosciuto il volto del Dio di Gesù;
vorrei riprendere ancora la questione ma lasciandomi aiutare dall’immagine
della corda.
La corda è come la nostra
relazione con Dio. il peccato, il male che io riconosco di aver commesso, è
come un taglio netto con cui separo, divido, interrompo il mio rapporto con
lui. Quando chiedo perdono la mano buona di Dio fa un nodo, lega ancora
assieme, unisce ciò che ho separato. Alla fine tuttavia mi ritrovo fra le mani
la stessa corda ma un pizzico più corta: il perdono mi ha avvicinato di più a
lui!
Ma ora vorrei entrare nel
racconto evangelico di oggi già di per sé molto chiaro giusto per sottolinearne
qualche suggestione perché, come un evidenziatore, qualche passaggio, ben rimarcato,
continui a farci compagnia lungo questa settimana.
Già è preziosa l’indicazione
iniziale in cui si dice che Gesù racconta questa Parabola per chi si crede
giusto e si permette di disprezzare gli altri. Ci fa capire da una parte la schiettezza
con cui Gesù predica il Vangelo, entrando come luce nelle tenebre, come chi
mette con le spalle al muro ma per far prendere coscienza del proprio limite e poi
liberarlo; d’altra parte entriamo subito nel vivo della questione e ci è
possibile schierarci da una parte o dall’altra del racconto.
Il primo protagonista è un
fariseo che si ritiene giusto al punto da stare con la fronte alta davanti a
Dio. I grandi personaggi dell’Alleanza, i Padri della fede, quando sentivano la
voce di Dio si prostravano con la faccia a terra. Elia, a soffio leggero del
vento che gli indicava la presenza del Signore, si coprì il volto. Quest’uomo
invece è piuttosto spavaldo, parla di sé, si ripete, nell’elenco delle sue doti
che sciorina nel Tempio, solo la prima persona singolare. Non esiste il noi dell’intercessione, non esiste il Tu di un interlocutore che andrebbe
interpellato, ascoltato, amato. Forse quest’uomo ha dimenticato Dio anche se
sta pregando, lo ha escluso, lo ha tagliato fuori dalla sua vita. Si ritiene
giusto e autosufficiente, può vivere, in nome di Dio, meglio sarebbe dire di
una religiosità tutta sua, come se Dio non ci fosse. Si serve della religione
per apparire ma poi si costruisce da sé. Per lui possiamo usare l’immagine
dello specchio. È come se stesse ritto davanti ad uno specchio. Non guarda
oltre. Vede solo se stesso.
Il secondo personaggio è un
pubblicano, un peccatore pubblico. Lui si prostra, guarda a sé ma invoca su di sé
la presenza di Dio. Vede il suo errore ma cerca di liberarsene, di prenderne le
distanze. Per lui possiamo usare l’immagine del vetro. Riesce a scorgere che
oltre sé e la sua pochezza c’è un Tu che può ascoltarlo e prenderlo per mano e
con cui ricominciare daccapo, uno che può mettere un punto al passato e
finalmente riprendere a scrivere su di una pagina nuova. Il rischio del
pubblicano è di essere un complessato, di arrovellarsi attorno a un milione di
sensi di colpa e affogare nel proprio mare di disperazione. Quel vetro deve
diventare finestra, feritoia di luce che lascia passare la Grazia e trasforma
le ferite in sorgenti d’acqua nuova.
Dio non ha paura del nostro peccato, non teme di percorrere miglia,
di affrontare le discese più impervie per venire a prenderci. Anzi, cerca in
noi proprio ciò che è finita debolezza per rivelare la sua infinita potenza. Ma
ci chiede di lasciare che lui sia Dio, di non trasformare in specchio ciò che
deve rimanere finestra aperta al suo mistero di Padre. Oggi, confessiamolo, noi
tutti abbiamo bisogno di guarigione, che la tenerezza di Dio risani le nostre
piaghe e ci restituisca ad una vita nuova.
Un’ultima parola è a commento
del brano della lettera di Paolo. Se hai scoperto che cos’è il perdono non
guardi più al fratello con disprezzo e con in bocca un giudizio sferzante. Il perdono è la trama lungo cui costruire
una comunità realmente evangelica dove ci si ama e accoglie a partire dai
propri limiti e non si deve più fingere nulla per sentirsi accolti. Sogno una
Chiesa dove si fa festa perché ci si perdona,
una Chiesa che abbia i tratti di questo Vangelo.
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