Come
in ogni cantiere c’è un prefabbricato dove i geometri e gli ingegneri assieme
ai capomastri custodiscono i disegni originari della loro opera, così questa
festa ci mette fra le mani il sogno di Dio per la sua Chiesa, per la nostra
comunità. Ho pensato a 3 tratti irrinunciabili, a 3 architravi su cui deve poggiare
la nostra vita comune.
1
quest’oggi noi facciamo festa per la realtà di una Chiesa incarnata in una storia e in un tempo ben precisi, di una
Chiesa che assume il volto di una Cattedrale, il duomo. Se Chiesa è realtà
universale, legame di uomini e di donne diversi e, se pur lontanissimi, uniti
da Gesù, l’unico Buon Pastore, confermati nella fede da Pietro; se Chiesa è
quella trama fittissima di storie di santità e di peccato, la cui complessità è
conosciuta da Dio, Chiesa è anche quella particolare, quella comunità che dimora sulle nostre strade,
è realtà appoggiata alle nostre case, è dimora che sento vicino alla mia vita;
è la Chiesa che profuma di popolo e che a volte ci fa dire che è l’unica
credibile perché resiste negli ideali del Vangelo e non abbassa la testa e non
asseconda le logiche del potere e della ricchezza e dell’apparire; è la Chiesa
della periferia con tutto il suo potenziale di creatività, fucina di una
primavera nuova che il vertice non può ancora vedere o che, a volte
colpevolmente, non vuole ascoltare; è la Chiesa del mio quartiere con volti
precisissimi che a volte ci commuovono per la loro bellezza e a volte ci
deprimono per la loro meschinità. Ma in
questa trama di seconda mano passa Dio e le sue orme rimangono indelebili.
Proprio nella vita di questa Chiesa marginale Dio ha deciso di mettere i
paletti della sua tenda, proprio qui e ora io lo posso incontrare e afferro
quel testimone di fede che altri mi hanno consegnato fra le mani e che io devo
trasmettere alle nuove generazioni se non voglio tradire la mia storia.
2
Nel brano di Vangelo di Giovanni ritrovo il secondo architrave. Si è Chiesa non
semplicemente per un’esigenza di aggregazione, anche se per molti di noi tutto
è iniziato così: presto o tardi ci scontreremmo con i nostri limiti e ben
presto la comunione si infrangerebbe. Non si è nemmeno Chiesa, paradossalmente,
per volere bene al mondo, per amare i poveri o per abbracciare un ideale di un
mondo diverso, un’utopia rivoluzionaria: troppo presto rimarremmo feriti da una
frustrazione immensa di fronte al male che sembra sempre avere l’ultima parola
e che disordina le cose; a nostri fratelli se noi portassimo noi stessi
offriremmo solo, nella brocca per lavare i loro piedi, acqua fredda. Si è Chiesa perché c’è Gesù che ci
raccoglie, solo perché c’è una relazione sostanziale con lui, solo perché lui
passa nella nostra vita e ci chiama per nome, non si ferma di fronte ai
nostri limiti, non fa conto delle tenebre che abitano nel nostro cuore perché lui
è luce, non cerca in noi la perfezione per amarci ma ci riveste di Grazia perché
noi valiamo ai suoi occhi per quello che siamo. E poi ci restituisce a dei
fratelli che hanno già condiviso o che stanno per condividere la stessa
identica condizione, uomini e donne che sanno di essere raccolti e salvati per
Grazia e che non vantano alcun merito e per questo smascherati, liberi, pronti
al perdono e non al giudizio. Le pecore ascoltano la voce di Gesù, si lasciano
conoscere da lui e lo seguono. Sono i tre verbi costitutivi dell’essere Chiesa.
3
Paolo nella sua prima lettera ai corinti ribadisce con molta forza che è stato
Dio a costruire, anche attraverso le sue mani e in comunione con altri, quella
comunità. Ognuno dei credenti, in quanto uomo, salvato per Grazia, è tempio di
Dio. Restare con Gesù, essere con lui, dare spazio a lui nella nostra vita ad
un certo punto ti mette nella condizione di lottare perché ad ogni fratello sia riconosciuta la sua dignità di
uomo. La Chiesa non è una comunione autoreferenziale, non puoi rinchiuderti
in un benessere psichico e fingere di assecondare il Vangelo voltando le spalle
al mondo. Appena fai tappa con Gesù si spalanca immediatamente l’orizzonte
della strada. La Chiesa o è missionaria,
o lotta perché la mia felicità sia compartecipata anche da altri, in
particolare i piccoli, o presto esaurisce nelle sue mani il dono della fede che
ha ricevuto.
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