domenica 7 ottobre 2012

6 dopo il Martirio del Battista - per la festa di riapertura dell'oratorio di SNEC

Caro don Santino,

mi fa un po’ strano scriverti. Per me non sei che un nome che compare in un elenco relativamente lungo di nomi affisso in sacristia. E anche se c’è qualche foto che ti ritrae, proprio non riesco a fissare nella mente i tuoi lineamenti. Ma perché scripta manent, il tuo nome lo lego ad una tua lettera datata 1913 che ho trovato in archivio. So che non è buona educazione ficcare il naso nella corrispondenza degli altri ma qui si tratta di oratorio e proprio non ce l’ho fatta a trattenermi. Chiedevi a un industriale della zona di cederti un appezzamento di terra perché volevi costruirci un oratorio dove accogliere come si deve i tuoi ragazzi che ti trovavi costretto a tenere come prigionieri (cit.) nel giardino della casa canonica. E poi, in modo chiaro, facevi presente l’urgenza di non lasciare sulla strada molti altri ragazzi perché il rischio che si traviassero (cit.) era tutt’altro che lontano.
Non ho mai capito se quel pezzo di terra ora è il campo di calcio o quello di basket e non ho ancora capito quando te lo hanno venduto o, conoscendo le doti dei preti, regalato! Fatto sta che mi piace pensare che da quella data ha avuto inizio l’avventura dell’oratorio alla Barona.
Oggi è la festa per la ripresa delle attività ordinarie dopo lo straordinario dell’estate. Dopo 100 anni, caro don, non possiamo certo vantare di avere grandi strutture. Non, non te ne faccio una colpa. Del resto, ai tuoi tempi, le norme sulla sicurezza non si sapeva nemmeno cosa fossero! Per fare oratorio bastava un campo anche se polveroso, un buon numero di adulti per i giochi e tanti ragazzi e infine un prete che facesse catechismo e che si rendesse disponibile a confessare. Chiedo anche a te di essere buono e di non rimproverarci se per esempio al posto della Grotta della Madonna ora ci sono improponibili gabinetti e se il tetto del teatro fa acqua da tutte le parti. E poi tranquillo, non ti scrivo per chiederti in sogno qualche numero – a volte l’enalotto mi pare la sola unica soluzione – e tanto meno una buona raccomandazione perché qualche industriale ci aiuti a risistemare un po’ il tutto: con la crisi che c’è…non mi faccio illusioni!
Vorrei parlarti invece dei nostri ragazzi e rassicurarti del fatto che non è venuta meno quella passione educativa la stessa che, immagino, in una notte insonne, ti ha fatto prendere in mano il coraggio di scrivere a qualche benefattore, dopo giorni passati a sognare ad occhi aperti che cosa avrebbe significato per la zona un oratorio. Sarà il Vangelo di oggi ad aiutarmi a parlare di educazione.

Vedi, come te, anche io sono preoccupato dei giovani sulla strada. Ma era la stessa preoccupazione di quel padrone di casa, la stessa preoccupazione di Dio. La noia li divora, li afferra e gli avvelena il cuore facendogli credere, a poco a poco, di non valere nulla, spegne i loro sogni, li costringe ad un eterno presente senza speranza di futuro, non si lasciano scottare dal fuoco di una rivoluzione da compiere nella storia che li attende come protagonisti. E su queste strade, come in quella piazza, non ci sono molti adulti che spaccano il muro dietro al quale altri adulti colpevolmente li isolano.

Ci sarà almeno uno disposto a chiamarli per nome? È la sfida dell’oratorio che sognavi, è la sfida che attende anche noi oggi. Come mi piacerebbe che gli educatori che oggi ricevono il mandato, e io per primo con loro, fossimo almeno un riflesso, anche sbiadito basterebbe, del Padre che non si arrende, che esce dalla sua casa, varca il muretto di confine della sua proprietà e va sulla piazza anche alle ore più improbabili a raccogliere quanta più gente possibile. Educare i ragazzi è la sfida che vale la pena rischiare per il futuro ma anche per il presente della nostra città.

Abbiamo bisogno di educatori che escano di casa, che si lascino scomodare, che non siano strabici cioè con un occhio all’orologio e uno negli occhi dei ragazzi. Che conoscano le strade dove si rintanano per incontrarli ed essere per loro, in gratuità, in totale perdita di se stessi.

Abbiamo bisogno di educatori affascinanti, che sappiano parlare ai ragazzi, magari come diceva don Bosco, al loro orecchio facendo capire loro quanto sono preziosi ma non per quello che possono dare ma per quello che sono, che si facciano loro compagni di viaggio, che riescano a dire al loro cuore che c’è un’opera grande da costruire assieme, il Regno, e che senza le loro mani tutto è più povero.

Abbiamo bisogno di educatori che dicano con la loro vita la bontà di Dio che non guarda al merito ma che dà tutto per Grazia. Un buon educatore è uno che si lascia divorare, che non può fare a meno della Messa perché ha scoperto che prima di lui c’è uno, Gesù Cristo, che si è fatto pane spezzato, amore incondizionato e che ci chiede di fare come lui per non buttare via nella banalità la nostra vita.
Caro don Santino, se dopo 100 anni alla Barona ci sarà un oratorio magari povero di strutture ma con un cuore ardente così, penso che avremo centrato l’obiettivo che ti riproponevi e non avremo tradito l’eredità che, assieme a molti altri, ci hai messo fra le mani; un oratorio che racconti la logica paradossale di un Dio che chiama ciascuno per nome. Niente di più che un segno. Un interrogativo posto nella vita del quartiere come inquietudine per molti. Buon inizio a tutti, allora!    

Nessun commento:

Posta un commento