mi fa un po’ strano scriverti. Per me non sei che un nome che compare
in un elenco relativamente lungo di nomi affisso in sacristia. E anche se c’è
qualche foto che ti ritrae, proprio non riesco a fissare nella mente i tuoi
lineamenti. Ma perché scripta manent, il
tuo nome lo lego ad una tua lettera datata 1913 che ho trovato in archivio. So che
non è buona educazione ficcare il naso nella corrispondenza degli altri ma qui
si tratta di oratorio e proprio non ce l’ho fatta a trattenermi. Chiedevi a un
industriale della zona di cederti un appezzamento di terra perché volevi
costruirci un oratorio dove accogliere come si deve i tuoi ragazzi che ti trovavi
costretto a tenere come prigionieri (cit.)
nel giardino della casa canonica. E poi, in modo chiaro, facevi presente l’urgenza
di non lasciare sulla strada molti altri ragazzi perché il rischio che si traviassero (cit.) era tutt’altro che
lontano.
Non ho mai capito se quel pezzo di terra ora è il campo di calcio o
quello di basket e non ho ancora capito quando te lo hanno venduto o,
conoscendo le doti dei preti, regalato! Fatto sta che mi piace pensare che da
quella data ha avuto inizio l’avventura dell’oratorio alla Barona.Oggi è la festa per la ripresa delle attività ordinarie dopo lo straordinario dell’estate. Dopo 100 anni, caro don, non possiamo certo vantare di avere grandi strutture. Non, non te ne faccio una colpa. Del resto, ai tuoi tempi, le norme sulla sicurezza non si sapeva nemmeno cosa fossero! Per fare oratorio bastava un campo anche se polveroso, un buon numero di adulti per i giochi e tanti ragazzi e infine un prete che facesse catechismo e che si rendesse disponibile a confessare. Chiedo anche a te di essere buono e di non rimproverarci se per esempio al posto della Grotta della Madonna ora ci sono improponibili gabinetti e se il tetto del teatro fa acqua da tutte le parti. E poi tranquillo, non ti scrivo per chiederti in sogno qualche numero – a volte l’enalotto mi pare la sola unica soluzione – e tanto meno una buona raccomandazione perché qualche industriale ci aiuti a risistemare un po’ il tutto: con la crisi che c’è…non mi faccio illusioni!
Vorrei parlarti invece dei nostri ragazzi e rassicurarti del fatto che non è venuta meno quella passione educativa la stessa che, immagino, in una notte insonne, ti ha fatto prendere in mano il coraggio di scrivere a qualche benefattore, dopo giorni passati a sognare ad occhi aperti che cosa avrebbe significato per la zona un oratorio. Sarà il Vangelo di oggi ad aiutarmi a parlare di educazione.
Vedi, come te, anche io sono preoccupato dei giovani sulla strada. Ma era
la stessa preoccupazione di quel padrone di casa, la stessa preoccupazione di
Dio. La noia li divora, li afferra e
gli avvelena il cuore facendogli credere, a poco a poco, di non valere nulla, spegne
i loro sogni, li costringe ad un eterno presente senza speranza di futuro, non si
lasciano scottare dal fuoco di una rivoluzione da compiere nella storia che li
attende come protagonisti. E su queste
strade, come in quella piazza, non ci sono molti adulti che spaccano il muro
dietro al quale altri adulti colpevolmente li isolano.
Ci sarà almeno uno disposto a chiamarli per nome? È la sfida dell’oratorio
che sognavi, è la sfida che attende anche noi oggi. Come mi piacerebbe che gli
educatori che oggi ricevono il mandato, e io per primo con loro, fossimo almeno
un riflesso, anche sbiadito basterebbe, del Padre che non si arrende, che esce dalla
sua casa, varca il muretto di confine della sua proprietà e va sulla piazza anche
alle ore più improbabili a raccogliere quanta più gente possibile. Educare i
ragazzi è la sfida che vale la pena rischiare per il futuro ma anche per il
presente della nostra città.
Abbiamo bisogno di educatori che
escano di casa, che si lascino scomodare, che non siano strabici cioè con un occhio all’orologio
e uno negli occhi dei ragazzi. Che conoscano le strade dove si rintanano per
incontrarli ed essere per loro, in gratuità, in totale perdita di se stessi.
Abbiamo bisogno di educatori affascinanti,
che sappiano parlare ai ragazzi, magari come diceva don Bosco, al loro orecchio
facendo capire loro quanto sono preziosi
ma non per quello che possono dare ma per quello che sono, che si facciano loro
compagni di viaggio, che riescano a dire al loro cuore che c’è un’opera grande da costruire assieme, il Regno, e che senza le loro
mani tutto è più povero.
Abbiamo bisogno di educatori che dicano con la loro vita la bontà di Dio che non guarda al merito ma che dà
tutto per Grazia. Un buon educatore è uno che si lascia divorare, che non può
fare a meno della Messa perché ha scoperto che prima di lui c’è uno, Gesù
Cristo, che si è fatto pane spezzato, amore incondizionato e che ci chiede di
fare come lui per non buttare via nella banalità la nostra vita.
Caro don Santino, se dopo 100 anni alla Barona ci sarà un oratorio magari
povero di strutture ma con un cuore ardente così, penso che avremo centrato l’obiettivo
che ti riproponevi e non avremo tradito l’eredità che, assieme a molti altri,
ci hai messo fra le mani; un oratorio che racconti la logica paradossale di un
Dio che chiama ciascuno per nome. Niente di più che un segno. Un interrogativo
posto nella vita del quartiere come inquietudine per molti. Buon inizio a
tutti, allora!
Nessun commento:
Posta un commento