Era il primo giorno della settimana. Un giorno feriale, assolutamente immerso nella prosa, come per noi, quando è dura riprendere la corsa delle cose ordinarie. Era anche il giorno dopo la grande festa della Pasqua che in quell’anno era ancora più solenne visto che coincideva con il sabato. Un giorno gravato ancora di più dallo spegnersi delle illusioni, dall’amarezza e dal rimorso scottante di aver abbandonato l’amico, in cui fare i conti con i propri limiti insormontabili e con la paura di dover adesso rendere conto a un sistema politico e religioso implacabile con chi, come loro, si era permesso di dissentire. Le porte chiuse del cenacolo sono l’immagine di tutto questo groviglio di sentimenti. E proprio nel cuore della loro notte il Crocifisso-Risorto prende l’iniziativa di farsi incontrare, di darsi ancora appuntamento, di non lasciarsi sfuggire quegli uomini e quelle donne che si era meticolosamente raccolto con parole inedite, gesti di assoluta tenerezza, promesse di orizzonti eterni, uno ad uno negli anni della predicazione in Israele. E la feria si fa festa, l’ordinario straordinario, il ripiegamento è squarciato, la ferita diventa feritoia. Non è il settimo giorno, è l’ottavo giorno, uno in più rispetto alla cadenza settimanale, un’eccedenza che ci fa poggiare il piede nella dimensione dell’eterno che la nostalgia del cuore invoca da sempre. E quell’appuntamento si compie ogni otto giorni e quella corsa non si è mai interrotta. Anche oggi, in questo primo giorno dopo il sabato, Gesù è qui, è presente, lo sente il nostro cuore anche se gli occhi non lo vedono. Ha per te una Parola, si rende uno di noi con la nostra preghiera, spezza il Pane e si consegna a te per raccontarti un amore che non ha confini, una tenerezza infinita perché tu sei prezioso, solleva il tuo sguardo e inaugura da qui percorsi di santità inimmaginabili! Se la messa fosse vissuta come appuntamento e non come precetto…se ti accorgessi della luce che passa da questi minuti che trascorri qui…se solo comprendessi che c’è un’azione che lui compie per primo e che noi siamo chiamati a seguire, come una danza a cui siamo invitati! Proprio non sa chi non viene a Messa cosa si perde! Non ci è più permesso sclerotizzarci nel quotidiano. Non esiste più un’ora del nostro tempo che non porti un’orma di eterno. I tuoi giorni sono visitati dalla compagnia del Signore Risorto. Leviamo il vestito della tristezza e mettiamo quello della gioia. La gioia, che non è allegria e che spesso nasce dalla croce, lo sappiamo bene, contraddistingue il cristiano.
Le parole del Risorto…parole di tenerezza e di pace
Come deve essere il tono della
vita del credente ci è detto nelle consegne che il crocifisso-risorto rivolge
ai suoi in quel cenacolo. Pace perché la parola definitiva di
Dio, il suo giudizio per la tua vita, dall’ora della croce, è perdono. Sai a
che prezzo sei stato amato e da questo amore puoi riprendere a scrivere la
grammatica della relazione con te stesso e con gli altri. Io mando voi: il
discepolo si fa apostolo, ha fra le mani una Parola non tanto da portare ma che
lo porta in ogni angolo del suo mondo, anche lì dove si crede non ci sia nulla
più da fare, perché lo anima la convinzione profonda che il Signore ribalta
anche le pietre più pesanti e ogni sepolcro sigillato è disabitato ed è questa
parola di rinascita che il deserto del mondo attende. Il dono dello Spirito, del maestro del cuore, di Chi rende presente
l’Assente e ti spinge ad andare sempre oltre. Il perdono. C’è una tenerezza infinita che devi custodire nella tua
vita e che devi annunciare ad ogni uomo.
La sostenibilità del dubbio. Tommaso esce dalla comunità. Il risorto lo
riprende
Ma in quella comunità non c’è
solo Pietro che riprende ad essere riferimento, non c’è solo Giovanni e il suo
sguardo profetico. C’è anche Tommaso, il discepolo tutto d’un pezzo – così ci
appare nei passaggi del IV Vangelo che lo vedono protagonista – che non sente
più la necessità di restare dal momento che il Maestro ha tradito le sue attese
e, ai suoi occhi, quel gruppo rischia di essere solo un’accozzaglia di
perdenti. Il discepolo del dubbio
radicale, del disincanto fino alla pedanteria. È difficile di per sé restare
nei ranghi della religione, credere che Dio, l’Oltre per definizione abbia
scelto un Popolo e con lui abbia stretto Alleanza, ma credere che un
crocifisso, un naufrago, un perdente, sia stato risuscitato nell’ora della
storia è impossibile perché sarebbe ammettere che il Maestro di Nazareth era
davvero il Figlio di Dio, sarebbe ammettere che davvero il suo fallimento in
realtà è stato il Segno della Rivelazione. Ed
è proprio nello stallo di questa crisi che il Risorto lo raccoglie. Non lo
rimprovera. Come immagina Caravaggio, anche lui esponente della Chiesa del
dubbio, nel suo quadro, gli prende la mano e con dolcezza gli fa toccare le
ferite che non sono un errore ma una necessità di amore. Tommaso sarà il
discepolo che percorrerà più di tutti la strada dell’annuncio. La tradizione
vuole che sia morto martire in India.
La fede e le sue crisi. Restare per guadagnare un altro miglio nel cammino
e scrivere il Vangelo oggi con la tua vita
La fede non è mai un cammino in salita ma conosce passaggi
scoscesi, in ombra, in sentieri a volte mai battuti da altri perché è la tua
esperienza personalissima della relazione con Dio. Non dobbiamo avere paura di
sedere, almeno qualche volta, ma c’è chi ha un posto prenotato sempre, nella
Chiesa del dubbio. Il confine fra fede e dubbio, fra luce e tenebre del cuore è
sottilissimo e il Signore non bada a certe sfumature, anzi, si fa trovare al
crocevia anche delle tue domande ma senza darti facili spiegazioni, senza darti
astruse dimostrazioni che farebbero perdere a te la dimensione della libertà e
a lui quella di una pedagogia che suscita e chiede fiducia. Ti chiede di restare, di non lasciare i
tuoi compagni, di aprire gli occhi e guardare
oltre l’evidenza perché c’è un essenziale che non cogli se non con lo
sguardo del cuore. E così avrai guadagnato un altro miglio.
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