sabato 7 novembre 2009

Cristo Re dell'universo

Non smetto mai di ricordare, quando celebriamo questa festa, la sua origine. È stato un vero e proprio azzardo quello di Papa Pio XI, in un tempo in cui regnavano i più terribili totalitarismi della storia, dire che l’unico vero Re è il Crocifisso Risorto, Gesù di Nazareth. Era una sfida aperta, conforme al suo carattere deciso e lucido, a chi aveva confuso il servizio della politica con il potere, a chi si era lasciato prendere dal delirio di onnipotenza, a chi pensava di potersi sostituire a Dio,a chi toglieva la libertà ai popoli in nome di una superiorità razziale e culturale, a chi pretendeva di lasciare un segno nella storia che poi si è rivelato essere morte, distruzione e violenza. E a distanza di quasi un secolo, oggi, possiamo dare ragione a questo grande Papa e dire che se tutto passa Cristo resta, che anche le ideologie apparentemente più forti hanno il loro tramonto, che tutto ciò che umano ha un inizio, si evolve e poi finisce. Rimane invece la Buona Notizia che Dio ha tanto amato il mondo da dare la vita del suo Figlio e che nell’abbraccio di quella Croce siamo anche noi raccolti dalle nostre strade disperse e diventati amici, addirittura familiari di Dio, con il cuore il segreto di un Regno in cui le coordinate di questo mondo vengono ribaltate e i piccoli sono resi grandi.
Ma c’è da dire che questa è anche l’ultima domenica dell’anno liturgico; si chiude un ciclo in cui il Signore ha spezzato in abbondanza il Pane della Parola e ci ha chiamati alla conversione e alla santità. Come per ogni stagione che si chiude, sarà importante in questa settimana fermarsi, trovare riposo nella preghiera per chiedersi cosa ne è stato di questo ascolto, quali passi abbiamo mosso in avanti per diventare più simili a Cristo e poi per lasciarsi sommergere dalla Misericordia per tutte le nostre distanze, le nostre incertezze, le nostre paure. Chiudere il tempo liturgico nel segno della regalità del Crocifisso Risorto è fare anche una professione di fede nella certezza che il nostro tempo non è destinato al nulla, il nostro mondo non va verso nessun annichilimento ma verso questo Signore che ha nelle sue mani il segreto del Tempo, i cardini della storia e prepara per noi un orizzonte definitivo di Pace. Il cristiano non può essere pessimista, è poco per lui essere anche ottimista: il cristiano vive già ora la Speranza del Regno e questo dona al cuore uno sguardo purificato su se stessi e sul mondo e anche una certa relativizzazione di tutto ciò che abbiamo attorno ma che sappiamo non essere la sola realtà. E così ci potranno essere avvenimenti che ci scandalizzano, che ci turbano, che ci toglieranno qualche volta il sonno ma mai nulla che distrugga la nostra pace, un po’come il mare che spesso è sconvolto da grandi tempeste ma solo in superficie perché nei fondali regna la calma più assoluta.
E ora veniamo alle letture che la Liturgia di quest’oggi ci propone. Il cuore è la scena della crocifissione e il perdono offerto al ladro e da qui le parole di Paolo che si fanno canto per un Signore che in modo del tutto inaspettato si è inabissato nella profondità della nostra umanità fino a toccare il punto più basso e che Dio ha risollevato nella Risurrezione, come un sì che lo ha tratto dalla morte perché l’amore non può avere fine, perché l’amore vince sopra tutto. E poi fa eco alla vicenda di Cristo la profezia del servo sofferente di Isaia che ha reso nella debolezza il suo messia segno di salvezza per Israele e luce per tutte le nazioni.
È un re strano quello che ci propone l’affresco della Parola e non smetteremmo mai di contemplarlo. Non ha potere se non l’amore che vince ogni cosa, anche le durezze dei cuori più ostinati come quello di un ladro che si pente e che è il primo a mettere piede in Paradiso, prima ancora di tutti i giusti del Primo Testamento. Non ha forza se non la debolezza che si spezza per accogliere la Potenza di un Dio che non abbandona mai. Non mette distanze con l’uomo, non ha gente che gli guarda le spalle, non ha nulla che lo protegga perché ha deciso di stare, condividere, fare comunione con tutti i poveri della terra e mettersi dalla loro parte fino a pagare di persona ogni cosa, fino a pagare per ogni persona. E in quella croce si riassume tutta l’Alleanza che Dio ha desiderato con il suo popolo, si riassume tutta la voglia di comunione di un Signore che ha messo la sua creatura accanto a sé e non sotto di sé e con lei desidera costruire un legame di amore.
Essere discepoli del crocifisso risorto, accogliere in noi la sua regalità ha conseguenze molto precise per i nostri giorni.
Anzitutto come comunità abbiamo la consapevolezza di essere stati generati dal fianco aperto di quella croce, in quel crocifisso noi ritroviamo la forza di essere nel mondo segno alternativo di un amore che sconvolge la logica del mondo. Insieme dobbiamo raccontare all’uomo di oggi che ci sono valori per cui vale la pena sporcarsi le mani e altri che bisogna mettere sempre su un piano secondo. Solo l’amore conta, la Chiesa perde se insegue segni di potere piuttosto che incidere nella storia con il potere sei segni che si richiamano esplicitamente al suo Maestro di Nazareth.
E poi anche noi come lui siamo chiamati a diventare luce per le nazioni, luce per tutte le persone che incontriamo negli attimi della nostra vita. c’è un agire discreto del credente che però deve incidere nelle strutture del mondo per renderlo simile al Paradiso. Se si accoglie Cristo come unico riferimento si apre un orizzonte di vita nuova.

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