Ci sono parole che bisognerebbe centellinare tanto sono belle, tanto sono capaci di aprire il cuore e di dargli consolazione. Mi riferisco all’Epistola di Paolo agli Efesini. L’evento della Pasqua di Gesù ha riconciliato Dio all’umanità, ha dato pace al cuore dei pagani e al cuore degli ebrei: Dio non è il Giudice severo che imprigiona la nostra libertà in precetti e leggi che non sono capaci di saziare la nostra attesa di felicità; Dio non è un’invenzione dell’uomo che ha bisogno di idealizzare i suoi desideri più profondi o che ha bisogno di cercare parole capaci di aiutarlo a superare la sua atavica paura della morte: Dio è il Padre di Gesù che ama l’umanità e la invita a entrare nella sua logica, nel suo Regno, nella sua famiglia. Dio è promessa compiuta di eternità e il suo Amore incrocia i nostri desideri e dà loro compimento.
Mi chiedo spesso che cosa sarebbe stato se Paolo non avesse sognato durante una notte, ma forse era il sogno di tutta una vita, di oltrepassare i confini dell’occidente e annunciare il suo Vangelo e poi, in obbedienza allo Spirito, approdare in Macedonia.
E ancora cosa sarebbe accaduto se a Gerusalemme, durante quell’adunanza, i discepoli con gli apostoli avessero chiuso le porte del Vangelo ai pagani.
E poi ancora se il Vangelo non fosse approdato nelle culture di tutti i popoli lungo i tempi con lo sforzo dell’intelligenza e la missione di tanti uomini e donne.
Forse si sarebbe tradita la visione di Isaia che vedeva il Tempio trasformato in casa di preghiera per tutte le genti, si sarebbe tradito senz’altro lo slancio di Gesù di abbracciare uomini e donne oltre il confine della cultura d’Israele
Forse noi non saremmo qui oggi, forse non avremmo mai incontrato come compagno e amico della nostra vita il Dio dell’Alleanza, non sapremmo cosa significa amare sino alla fine, non potremmo poggiare i nostri piedi sulle orme di Gesù, la nostra vita sarebbe alla disperata ricerca di un senso, di un oltre capace di saziare le attese di felicità, saremmo con le mani tese al cielo per capire chi lo abita e non ci avrebbe sorpreso dall’alto la luce di un Dio che invece si fa mano tesa all’uomo, rivelazione inedita di un’Alleanza eterna.
Nel Vangelo Gesù racconta una parabola per dire alla sua gente l’urgenza di accogliere in lui il Messia, di non perdere per sempre l’attimo della fede, ma allo stesso tempo parla di una festa a cui iniziano a partecipare primi fra tutti persone inizialmente estranee al Regno, gli ultimi, i pagani.
Vorrei ora fare eco al brano di Vangelo e dire che anche per noi è possibile declinare l’invito alla festa del Regno quando la nostra fede si appiattisce nei moduli di sentieri già battuti e si fa formalismo, religiosità di facciata. C’è una terra nascosta in ognuno di noi, nelle profondità del nostro cuore, e che non è stata ancora toccata dal raggio del Vangelo. C’è un angolo di paganesimo in ognuno di noi, C’è una parte di noi che assomiglia a quei poveri che vivono sulle strade e che vorremmo volentieri lasciare fuori: sono le nostre ferite più nascoste, le nostre paure più vere, le nostre domande che urlano in noi, sono le ansie che ostacolano la nostra gioia e la nostra libertà. La Parola vuole invitare anche questa parte di noi alla festa del Regno, non tiriamoci indietro perché Gesù ci ama per quello che siamo e ci vuole guarire proprio come poveri pellegrini e ci invita a gettare le nostre maschere di efficienza e di autoreferenzialità.
Ma poi possiamo declinare l’invito quando noi non scendiamo sulle nostre strade e rinunciamo ad essere missionari nel nostro quartiere. Lasciamo mancare alla nostra festa figli che Dio ama,i nostri ragazzi, i nostri giovani, i nostri vicini o i nostri colleghi o per un eccesso di orgoglio, perché crediamo che non ne sono degni, o per un difetto di autostima perché crediamo che non ci darebbe retta nessuno. Il Vangelo è per tutti e desidera correre ancora sulle nostre strade, proprio ora: non possiamo fermarlo in noi, perché il suo dono presto potrebbe appassire.
Decliniamo l’invito alla festa quando ci mettiamo da parte e non accogliamo fra noi fratelli di altre culture o di altri popoli che devono incontrare il Vangelo come proposta credibile nella nostra Carità discreta.
Decliniamo l’invito quando ci assale la sfiducia e non pensiamo che questo nostro tempo è il tempo della Grazia per tutti gli uomini e che lo Spirito non vuole fare a meno del nostro sì per una nuova primavera.
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