sabato 13 febbraio 2010

ultima domenica dopo l'Epifania

La liturgia di queste due domeniche ci sta aiutando a preparare il cuore alla quaresima che è ormai alle porte. In quel tempo la Parola si farà spada che penetra nella profondità della nostra vita per purificare il cuore, per azzerare le nostre distanze da Gesù, per darci il giusto slancio scuotendoci dalle nostre inerzie e sclerotizzazioni. Il richiamo al perdono oggi, e alla divina clemenza settimana scorsa, però ci ricordano che non si muove nemmeno un passo sul cammino di santità se prima non ci si scopre amati teneramente, raccolti nell’abbraccio del Padre, sorretti dal perdono ogni volta che cadiamo. È come nell’educazione: i ragazzi, soprattutto quelli in difficoltà, raramente cambieranno uno stile di vita distruttivo in nome di qualche obbligo, di qualche buon precetto moralistico o per paura di un castigo; sapranno diventare uomini, prenderanno il volo nel cielo della vita solo se capiranno per chi farlo (il perché lo sanno bene, fino alla nausea!), perché si sapranno amati da qualcuno, perché al loro fianco avranno scoperto una persona capace di sporcarsi le mani con la loro storia anche nei momenti più difficili.
Perdono significa dono grande, extra, smisurato, inestimabile. Mi piace rimarcare questa idea di infinito: nella Parola si dice anche che come dista l’oriente dall’occidente così Dio allontana da noi le nostre colpe e come è alto il cielo sulla terra così è grande la sua Misericordia. Il perdono è come un nodo che viene fatto alla corda della nostra amicizia con Dio recisa dal nostro peccato: più nodi ci sono e più i due estremi si avvicinano, più Dio rivela in noi la forza del suo perdono e più ci riconduce a casa, ci avvicina a sé, ci fa simili a lui.
Nella prima lettura si sottolinea la diversità fra noi e Dio: noi possiamo perdonare a chi ci sta accanto mentre Dio perdona l’umanità intera. In effetti la nostra capacità di perdono è molto limitata, non è mai immediata – stento davvero a credere in chi, dopo magari un torto anche grave, è subito pronto a sbandierare il suo perdono – e va esercitata proprio pregando tanto e soprattutto lasciandosi riconciliare all’infinito dal Padre: non a caso nella preghiera del Padre nostro continuiamo a chiedere aiuto nel perdonare gli altri perché Dio perdona a noi.
Ma ora vorrei con voi sottolineare almeno un passaggio del brano evangelico che in sé è molto eloquente e su cui invito ognuno a tornare magari preparando il proprio esame di coscienza per una confessione che ci faccia entrare bene in quaresima. Mi colpisce anzitutto questo scambio di sguardi che passa fra Gesù e Zaccheo arrampicato sul sicomoro. È il capolino di due storie, di due alterità che si incontrano e si donano l’una all’altra. Zaccheo con la sua vita piena di sbagli e di solitudine, Gesù con la sua esasperata voglia di cercare uno ad uno chi si è perso nel sentiero della vita, fino a scendere nei dirupi più profondi e nei meandri più nascosti. Zaccheo si scopre amato come non mai in quello sguardo, si sente ricercato, voluto, oggetto di attenzione e di tenerezza e scende subito dall’albero. È veloce anche a cambiare rotta e a ricambiare con quattro volte tanto quanto aveva rubato. Questa è la parabola della nostra fede: ci si lascia raggiungere da Dio anche nelle regioni più in ombra del nostro cuore, dove tutti noi abbiamo qualche ferita, ci sentiamo inchiodati a qualche colpa, quella parte segreta che abbiamo paura a raccontare anche a noi stessi. E quando scopriamo che Dio ci ama per quello che siamo e vuole ricucire il suo amore con noi proprio a partire dalle nostre debolezze in noi rifluisce la vita come a primavera, sentiamo l’impulso di amare come ha fatto lui; sono sempre più persuaso che, se non scopriamo sulla nostra pelle cosa significa il perdono, difficilmente saremo discepoli: forse saremo solo praticanti di una fede monotona e vuota come quella della folla anonima che non manca di rumoreggiare per la decisione di Gesù di entrare a far festa nella casa di Zaccheo.
Vorrei concludere infine con due appelli. Il primo me lo suggerisce il passaggio di questa seconda lettera di Paolo ai Corinti in cui invita la comunità intera a perdonare di cuore quel tale che probabilmente lo aveva offeso nella persona di un suo rappresentante. La comunità cristiana, se vuole riscoprire il suo fascino, è chiamata ad essere luogo del perdono e dunque della festa. La nostra comunità che dice di incontrare il Signore nella Parola e nei Sacramenti, che vanta numerosi progetti di carità, forse dovrebbe esercitarsi di più nell’arte del perdono, nell’accogliere l’altro che ci sta accanto proprio a partire dalla sua debolezza, dalle sue ferite e dal suo peccato. Non si può celebrare il Cristo e pugnalarsi a vicenda chiudendosi in piccoli gruppi che alzano fra loro barricate di pregiudizio.
L’ultimo appello è ad ognuno e a me per primo: oggi la vita conduce molte persone su sentieri insidiosi, pieni di inciampi e di continue soste; oggi la corsa di ogni occupazione tende a frammentare e a distruggere il cuore così che ciò che a noi sembra evidentemente giusto per molti è assolutamente relativo. Dobbiamo unire alla critica profetica sempre il sorriso misericordioso, dobbiamo mostrare il volto di un Vangelo che profuma di perdono: è il prezzo di una fede che vuole farsi contagiosa.

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