domenica 7 novembre 2010

Domenica di Cristo Re

Un’altra logica è possibile

Non penso sia tempo perso ricordare il contesto in cui nacque questa festa. Era l’epoca oscura dei grandi totalitarismi; in Italia si era affermato ormai da un decennio il fascismo e in Germania il nazismo come nell’est imperversava il comunismo: diversi gli spunti da cui nacquero, uguali i deliri di onnipotenza, la perdita del senso della dignità dell’uomo e la violenza. Pio XI, uomo di grande chiarezza e decisione, prendendo le distanze da quei dittatori, consegnava alla scuola popolare della fede che è la Liturgia l’idea che il solo vero Re della storia è Cristo Gesù che con la sua logica ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili, che non è mai sceso al compromesso di brandire i segni del potere ma che, con il potere dei segni, camminava sulle strade della sua terra restituendo la dignità dei figli a chi la vita o la supponenza dei potenti aveva schiacciato e messo ai margini, che con la sua croce ci ha raccontato che l’unica cosa che rimane e incide nella storia è l’amore, che alla fine dei tempi tirerà i cardini della storia e giudicherà ogni uomo proprio sulla sua capacità di amare. E a distanza di così tanti anni, sull’argine del fiume del tempo colorato da troppo sangue versato inutilmente, noi possiamo dire che quell’intuizione era profetica e vera.

Di fronte a chi usa ancora il potere come mezzo per arricchirsi alle spalle dei poveri del mondo, di fronte a chi fa della politica non un servizio ma l’altare per i propri scopi sacrificando il futuro delle persone, di fronte a un’economia che marca sempre più fortemente il divario fra i poveri e i ricchi, fra il nord e il sud del mondo, ad una Chiesa che si attarda ancora in mille indugi prima ancora di rompere con i vecchi moduli e i troppi compromessi con i forti di questo mondo, celebrare Cristo come Re ci obbliga ad affinare il fiuto spirituale e a guardare le cose sotto un’altra prospettiva, quella di Dio, e spinge a giocare la nostra partita sul fronte opposto, a scendere sulle strade e farci compagni dei poveri e a investire in pura perdita di noi stessi in amore. Allora la nostra esistenza avrà senso e questa terra prenderà almeno in parte i connotati marcati del Regno che viene.

Forse sono solo giorni

Oggi è anche l’ultima domenica dell’anno liturgico. Sono pochi gli anni/ forse sono solo giorni/ e stanno finendo tutti in fretta e in fila/ non ce n’è uno che ritorni dice così una nota canzone di Lucio Dalla: e che ne è del nostro cammino di santità, della nostra conversione al Vangelo che di domenica in domenica la liturgia ci propone. Potremmo darci questa settimana come occasione per un esame di coscienza per capire se la Parola di Dio ci ha davvero plasmato il cuore, la mente e l’azione e per rilanciare il nostro proposito di seguire Gesù magari con un pizzico di tempo in più per la preghiera e per non sciupare le occasioni per vivere la carità.

La Parola

Mi vorrei soffermare quest’oggi in particolare sul brano di Vangelo di Matteo. Siamo all’improvviso proiettati alla fine della storia quando il re, Gesù, con i segni della sua Passione e della Risurrezione, giudicherà la storia e ogni uomo.

Il Giudizio non è affatto una spada minacciosa sulla nostra testa. Dio prende in seria considerazione la nostra libertà, le scelte che compiamo ogni giorno aldilà delle intenzioni. Il suo Giudizio ratifica quanto noi abbiamo deciso e gli dà la forma dell’eternità.

Il Vangelo ci mostra anche qual è il parametro in base a cui saremo giudicati così che non si possa fingere di non sapere, così che alla paura si sostituisca la voglia di fare. Non sarà la fede a salvarci, anzi non è nemmeno citata come principio per scagionare gli uni o per condannare gli altri; non si parla neppure di speranza. Solo se la fede sarà diventata carità, solo se la speranza avrà alimentato l’amore saremo salvati. Cristo ha scelto di essere l’ultimo fra i poveri di questa terra e lì ha deciso di continuare ad abitare. Si confonde con ognuno di loro tanto che quando ci saremo presi cura di loro, della loro fame, della loro sete, della loro sorte nei momenti drammatici della loro esistenza, nella concretezza delle loro domande avremo servito Gesù. Gesù non ci chiede di sovvertire dall’alto l’ordine delle cose ma dal basso, di giocarci in piccoli segni che non faranno mai cronaca ma che profumano di futuro, che rendono il mondo più bello. Il sorriso restituito ad ogni piccolo sarà un anticipo del Paradiso.

Ogni sera la Chiesa ci fa recitare il nunc dimittis il cantico di Simeone. In un passaggio dice: perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza preparata da te davanti ad ogni popolo. Questa salvezza è Gesù. non passi giorno senza aver visto Gesù in qualche piccolo per cui ci siamo messi al servizio a tempo perso, non passi giorno senza aver invocato occhi per scorgerlo fra i poveri di questo mondo che ci tendono la mano.

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