Il percorso della Parola. Inizia oggi il tempo dell’avvento che, nella nuova versione del lezionario del rito ambrosiano, è parte del Mistero dell’Incarnazione. Celebriamo in modo unitario il mistero di un Dio che progressivamente si è rivelato, con segni e la parola dei profeti, al suo popolo e nella pienezza dei tempi si è fatto carne, prossimo all’uomo, ha piantato i paletti della sua tenda in modo definitivo nella nostra storia, conosce il sapore della nostra fatica, le lacrime del nostro dolore, la gioia dei momenti di festa; un Dio così che si rivela al mondo come promessa di salvezza e compimento della gioia. Buon cammino, dunque! Il Signore ci dona ancora questi giorni perché possiamo diventare più profondi, attenti, affinare il nostro fiuto spirituale, riscoprire la certezza di essere figli amati e poi per essere più agili dietro a lui come discepoli e più disinvolti come apostoli, portati dalla Parola fino agli estremi confini della terra.
Il già e il non ancora: un’idea che contraddistingue questo tempo. Se c’è un’idea che ricorre costantemente nella filigrana di questi giorni è quella racchiusa sinteticamente nell’espressione già e non ancora. Già, perché il Signore è già venuto fra noi, la storia della salvezza ha già trovato il suo culmine, tutto è stato detto, compreso il giudizio su questo mondo e si è aperto il tempo del Regno. I giorni di Avvento sono anche della memoria, un ripercorrere con Israele i passi dell’avvicinarsi del messia ecco perché continueremo ad ascoltare la parola dei profeti come se anche in noi dovesse accendersi la fiamma dell’attesa o forse solo perché riscopriamo la portata della venuta di Cristo, e ci accorgiamo che dopo di lui nulla è più come prima. Ma non ancora ci è data la stabilità del Regno e la sua definitività, noi sappiamo che Gesù ritornerà nella Gloria. Questo proietta il nostro sguardo in avanti e Avvento è l’occasione per riprendere fra le mani il senso del tempo e capire che non è un eterno ritorno, un piatto e ripetitivo susseguirsi di errori o di successi ma un progressivo salire verso l’alto, un camminare verso l’eternità. Note sulla spiritualità di Avvento Basta solo questo per trarre alcune conclusioni che potrebbero essere delle note sulla spiritualità d’avvento, una sinfonia che dobbiamo comporre in noi stessi per essere credenti autentici. Sei già nella pienezza del tempo: metti un nuovo paio di occhiali sul naso. È bandita ogni forma di lamentosità, di critica aspra sull’oggi. Il credente è uno che sa che Cristo c’è stato e cammina con noi e sa che la notte è già alla fine, vede in ogni attimo sorgere l’alba e vede germogliare i segni del tempo nuovo mentre tutti indugiano sulla secchezza dei rami. Risveglia la speranza perché tutto volge alla pienezza. Noi possiamo scommettere seriamente su un mondo diverso perché Dio mantiene le sue promesse e verrà a dare fondamento sicuro al suo regno. Sperare è mettersi al lavoro per un mondo migliore. Vigila su te stesso e il tuo amore nello scorrere del tempo: aumenta la preghiera e afferra il tempo per i capelli senza che sia lui a sopraffarti. Non è facile abitare sospesi fra il già e il non ancora. Lo scorrere del tempo può logorarci, può affievolire la speranza. Per questo i giorni di Avvento ci chiedono un surplus di preghiera per ancorarci a Gesù. Ricorda che devi essere profeta per qualcuno. Ascoltare la voce dei profeti ci obbliga a diventare noi stessi profeti, portatori di speranza per i nostri fratelli a cui siamo prossimi.
E ora provo a riprendere solo qualche aspetto del vangelo che abbiamo appena ascoltato a cui fanno eco le due letture nella tematica del ritorno del Figlio dell’uomo.
I discepoli si compiacciono delle pietre del Tempio: sembrano dover durare per sempre! E invece Gesù relativizza tutto, perché è così: ciò che è dell’uomo ha un inizio, dura ma volge inesorabilmente alla fine. Solo Cristo resta. Parlare della fine del Tempio per un ebreo, significava parlare della fine del mondo. Ecco allora perché i suoi lo incalzano con la domanda sul quando accadranno queste cose. Gesù con dolcezza sostituisce la loro questione e sposta l’asse del discorso sul come, come resistere nell’attesa del suo ritorno. Perché la fine in realtà è un fine, la venuta nella Gloria del Crocifisso-Risorto. Importante è preparare questo ritorno e non soccombere nell’attesa nemmeno di fronte all’eco di violenza e di catastrofe che si sente in ogni epoca della storia. Il tempo è proprio una sfida: può logorare, dissipare, disperdere, affievolire oppure può lasciar emergere il meglio di noi e insegnarci a lottare contro tutto ciò che tenta di distruggere il nostro amore. Se l’amore di molti si raffredderà, il discepolo deve amare e annunciare il vangelo fino agli estremi confini della terra. Questa parola è vera anche per noi che attendiamo il ritorno del Signore: sapere che Cristo è ciò che rimane e ci rimane ci permette di guardare a tutto con una certa relatività. E di reimpostare la nostra scala di valori. Più che alla bellezza dei nostri progetti, dei nostri piani, delle nostre chiese dobbiamo concentrarci su di lui e nutrire il nostro amore per lui. Sull’importanza del resistere nello scorrere del tempo si diceva qualcosa anche prima. Davvero prendiamo fra le mani i nostri giorni e domandiamoci se abbiamo resistito nei nostri sogni oppure siamo stanchi e dispersi o se il male che abbiamo ricevuto non ci ha messo qualche blocco nel cuore per cui ci ritroviamo più spenti e ripiegati su di noi. Una conclusione: la perseveranza degli eletti abbrevierà i giorni della pena. A chi dovremo dire grazie alla fine della storia?. Forse a quelle anime che nel silenzio si raccolgono in preghiera per la gioia del mondo intero, forse a chi nella fatica dei giorni tiene viva la fiamma dell’ideale, forse a chi resiste e continua a vivere nello stile del Vangelo. Non lo sapremo mai. forse a qualcuno che è presente fra noi anche oggi o forse anche a noi stessi se ci scopriremo caldi e perseveranti.
Nessun commento:
Posta un commento