Fuori il tumulto, la grande folla che sale non solo da ogni angolo d’Israele a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Folla che vive di una religiosità fatta di pietà ostentata e superficiale. Una folla curiosa e che non vuole scender e in profondità, vuole solo vedere. Fuori il complotto dei potenti, di questi capi condannati alla mediocrità, che non avevano saputo interrogarsi seriamente su Gesù e il suo Vangelo, che non avevano trovato altro che una soluzione radicale e violenta: per non affrontare il problema avevano deciso di eliminarlo.
In questo scorcio così convulso Gesù sente il bisogno, sei giorni prima di Pasqua, della sua Pasqua, deciso ormai a viverla consegnandosi per amore, di tirarsi fuori, di uscire dalla confusione e stare con gli amici. Solo chi sa la bellezza dell’amicizia capisce questa scelta; capisce solo chi per una volta almeno ha voltato le spalle al mondo per trovare con gli amici la forza di gettarsi poi a capofitto nell’obbedienza che il quotidiano ti chiede. Gli amici sono persone preziose più di un tesoro e con cui condividi tutto di te e proprio per questo ti senti amato; con gli amici puoi gettare la maschera ed essere realmente quello che sei; con gli amici ti senti forte e il silenzio, che altro non è che il linguaggio del cuore, spiega tutto tanto quanto un lungo discorso; gli amici intuiscono i tuoi passi e, se possono, ti precedono, ti danno la mano e ti accompagnano lungo la strada verso la tua meta, felici solo di vederti arrivato.
Marta, Maria e Lazzaro sono gli amici e in quella cena Gesù consegna loro la sua intenzione di entrare nel tumulto, di sprofondare nel misteryum iniquitatis e di abitarlo per redimerlo, per farsi carico del Male e trasformarlo dal di dentro, inondarlo di luce e trasformale in Bene. L’odio sarà accolto con amore, l’offesa con il perdono, la violenza e l’arroganza con la mitezza lo sbarazzarsi come il ritrarsi per fare spazio alla nostra libera decisione di amare, il peccato che distrugge diventerà un’ancora di redenzione, la morte si riempirà di vita e non sarà più la parola definitiva ma solo un passaggio, il modo più solenne di dire all’altro che gli vuoi bene .
E mentre Marta è affaccendata, ma del resto sappiamo che le piaceva e a Gesù piaceva vederla così, mentre Lazzaro si comporta da padrone di casa e a tavola intrattiene i suoi ospiti, Maria, penso anche a nome di tutti, del resto nell’amicizia il dono di uno è immediatamente condiviso, spezza il vasetto con quest’olio prezioso e lo versa sui piedi di Gesù. Una prefigurazione della sepoltura, un farsi compagna silenziosa della decisione del Maestro. Ma questo spreco è anche l’immagine della vita che si dona, che non trattiene, che si spreca per dare frutto. Maria, che settimana scorsa era chiusa nel dolore e nelle lacrime di fronte al mistero della morte di Lazzaro, ora comprende che c’è un oltre la morte e che le pietre sepolcrali, con Gesù, sono definitivamente divelte.
Noi oggi siamo chiamati, per l’abilità del narratore, fuori dal tumulto. Noi abbiamo accesso a quella casa e siamo considerati amici. Ora a noi spetta decidere come vogliamo vivere questa Pasqua. È importante arrivare al traguardo di questa settimana autentica scegliendo da che parte stare, per evitare che, come le altre, anche questa festa passi senza scalfirci nel profondo. Siamo di fronte alla scelta. A Maria si oppone drammaticamente Giuda, voce stonata in quella casa: si tira fuori, non comprende perché terribilmente ancorato alle sue cose, alle sue idee: allo sprecare oppone il trattenere. Oppure possiamo stare dalla parte di Maria che comprende lo spreco della vita di Gesù, possiamo vivere questi giorni con uno slancio contemplativo, estatico e stare a bocca aperta di fronte alla grandezza dell’amore del Signore. E poi, a partire da qui, nelle piccole grandi cose che la vita ci chiede, imparare a sprecare tutto di noi sapendo che questo è il modo migliore per non smarrire nella banalità la nostra esistenza.
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