2 Dio concede dei segni lungo la storia della salvezza. La Scrittura ne è costellata: il mare che si apre, le rocce che danno acqua, sterili che diventano madri. Dio sa che ne abbiamo bisogno e, aldilà di tutto, lui rimane fedele alla nostra storia più di quanto noi possiamo rimanere fedeli a lui. Anche noi, nella nostra personalissima storia personale, possiamo aver ricevuto qualche segno che ha accontentato la nostra sete di eterno. Ma alla fine di tutto, nella pienezza della sua rivelazione, Dio ci dona il Segno del suo Figlio e della croce in particolare. Non ce lo aspettavamo, non è nell’ordine delle cose che avremmo chiesto. È un segno muto, da interpretare, è uno stare a braccia spalancate e con le mani aperte e lo puoi leggere come la più grande sconfitta, il grande scandalo, il grande tradimento della nostra idea di Dio oppure come la più alta dichiarazione della verità di Dio, di un amore che non trattiene nulla e si dona, che non pretende nulla e offre perdono e una nuova alleanza. Anzi, la debolezza è la sua forza, la sconfitta è la sua vittoria, lo scandalo e il paradosso sono il suo linguaggio. Penso sia proprio questo il segreto della pagina del Vangelo di quest’oggi: ci saremmo aspettati nella parabola che il figlio del re mettesse mano alla spada, che pretendesse con la forza l’obbedienza dei suoi e invece si lascia mettere le mani addosso e si lascia uccidere perché quel re crede fino alla fine nella bontà dei suoi e scommette sulla loro libertà.
Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.
(Dietrich Bonhoeffer Resistenza e Resa – Lettere e scritti dal carcere)
Anche Elia ha dovuto fare i conti con questo segno di debolezza. Non leggeremo il seguito del racconto, vi invito a farlo personalmente. Dopo l’uccisione dei falsi profeti, Elia dovrà fuggire nel deserto per non essere catturato dalla regina Gezabele. In una grotta Dio gli appare ma non più nella forza del fuoco, nemmeno nella potenza del terremoto o nella furia del Vento. Gli parlerà con il mormorio di una brezza leggera. Qui nel fuoco Dio non parla. Lì sentirà chiara la sua voce nella debolezza. E anche lui, sceso da quel monte, dovrà annunciare la Parola del suo Signore smettendo per sempre il linguaggio della violenza e della forza.
3 Vorrei allora chiudere il
discorso pensando che anche noi siamo chiamati a diventare segno della presenza
di Dio, come singoli e come comunità. Ma se è vero quanto ci siamo detti fin
ora non possiamo esserlo nella supponenza del linguaggio, nel restauro di
antichi segni di potere, nell’arroganza di una dialettica che pretende di fare
cultura e invece tende solo ad annichilire la posizione di chi ti sta di fronte.
Siamo segno quando viviamo la condizione della debolezza, la paradossalità
della croce, quando sappiamo amare l’altro al costo di perderci e di dimenticarci,
quando ci sentiamo piccoli e deboli. È il segreto dei martiri, è il segreto di
tanti semplici che ci parlano di Dio e penso ora ai malati che sanno dare luce
a chi va a visitarli, a chi non conta nulla e non ha nulla eppure è ricco della
gioia del Regno, penso a quelle comunità, piccolo gregge nella massa anonima
delle città, dove si è capaci di vivere in un’apertura intelligente e dove si prega
bene e ci si perdona tanto.
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