domenica 12 agosto 2012

undicesima dopo Pentecoste

1 Nella terra dove aveva preso dimora stabile, in quella terra concessa al patto di non dimenticare che tutto era stato dono di Dio, Israele si era lasciato sedurre dagli idoli, aveva dimenticato il sentiero antico per batterne uno nuovo, si era lasciato rapire dalla demagogia dei potenti che, allora come oggi, sanno mistificare la realtà e creare consenso spegnendo la coscienza. Elia è uno dei pochi rimasti fedeli al Signore, non aveva avuto paura di sfidare a viso aperto l’arroganza di Gezabele e di Acab e sul Carmelo, in questa gara che, se non fosse per la finale tragica dello sgozzamento di tutti quei falsi profeti, potrebbe assomigliare ad un grande gioco, si consuma la sfida fra verità e menzogna e il popolo riceve un segno, un altro segno della forza e della presenza dell’unico Dio. Il Segno...chiederlo è nella stessa logica che ti porta a invocare un idolo: lo puoi stringere fra le mani, ti assomiglia, puoi immaginare che sia al servizio di ogni tuo bisogno, di ogni capriccio, svendendo però la tua libertà. Così il segno. Deve esserci per farci compiere quel salto di affidamento, deve spingermi fra le braccia di Dio, deve farmi superare il sospetto di non essere abbandonato ma che di Dio posso fidarmi. E se questi segni non ci sono smetto di fidarmi, inizio a pensare che questo Dio sia cattivo o che abbia chiuso la sua partita con me. Si capisce bene che la pagina di oggi parla proprio anche di noi, racconta anche la nostra logica, fotografa bene la nostra mentalità.

2 Dio concede dei segni lungo la storia della salvezza. La Scrittura ne è costellata: il mare che si apre, le rocce che danno acqua, sterili che diventano madri. Dio sa che ne abbiamo bisogno e, aldilà di tutto, lui rimane fedele alla nostra storia più di quanto noi possiamo rimanere fedeli a lui. Anche noi, nella nostra personalissima storia personale, possiamo aver ricevuto qualche segno che ha accontentato la nostra sete di eterno. Ma alla fine di tutto, nella pienezza della sua rivelazione, Dio ci dona il Segno del suo Figlio e della croce in particolare. Non ce lo aspettavamo, non è nell’ordine delle cose che avremmo chiesto. È un segno muto, da interpretare, è uno stare a braccia spalancate e con le mani aperte e lo puoi leggere come la più grande sconfitta, il grande scandalo, il grande tradimento della nostra idea di Dio oppure come la più alta dichiarazione della verità di Dio, di un amore che non trattiene nulla e si dona, che non pretende nulla e offre perdono e una nuova alleanza. Anzi, la debolezza è la sua forza, la sconfitta è la sua vittoria, lo scandalo e il paradosso sono il suo linguaggio. Penso sia proprio questo il segreto della pagina del Vangelo di quest’oggi: ci saremmo aspettati nella parabola che il figlio del re mettesse mano alla spada, che pretendesse con la forza l’obbedienza dei suoi e invece si lascia mettere le mani addosso e si lascia uccidere perché quel re crede fino alla fine nella bontà dei suoi e scommette sulla loro libertà.
Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.
(Dietrich Bonhoeffer Resistenza e Resa – Lettere e scritti dal carcere)  
Anche Elia ha dovuto fare i conti con questo segno di debolezza. Non leggeremo il seguito del racconto, vi invito a farlo personalmente. Dopo l’uccisione dei falsi profeti, Elia dovrà fuggire nel deserto per non essere catturato dalla regina Gezabele. In una grotta Dio gli appare ma non più nella forza del fuoco, nemmeno nella potenza del terremoto o nella furia del Vento. Gli parlerà con il mormorio di una brezza leggera. Qui nel fuoco Dio non parla. Lì sentirà chiara la sua voce nella debolezza. E anche lui, sceso da quel monte, dovrà annunciare la Parola del suo Signore smettendo per sempre il linguaggio della violenza e della forza.

3 Vorrei allora chiudere il discorso pensando che anche noi siamo chiamati a diventare segno della presenza di Dio, come singoli e come comunità. Ma se è vero quanto ci siamo detti fin ora non possiamo esserlo nella supponenza del linguaggio, nel restauro di antichi segni di potere, nell’arroganza di una dialettica che pretende di fare cultura e invece tende solo ad annichilire la posizione di chi ti sta di fronte. Siamo segno quando viviamo la condizione della debolezza, la paradossalità della croce, quando sappiamo amare l’altro al costo di perderci e di dimenticarci, quando ci sentiamo piccoli e deboli. È il segreto dei martiri, è il segreto di tanti semplici che ci parlano di Dio e penso ora ai malati che sanno dare luce a chi va a visitarli, a chi non conta nulla e non ha nulla eppure è ricco della gioia del Regno, penso a quelle comunità, piccolo gregge nella massa anonima delle città, dove si è capaci di vivere in un’apertura intelligente e dove si prega bene e ci si perdona tanto.

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