
E fu la luce. Le tenebre che coprivano il mondo e rendevano indistinta ogni cosa furono fugate con la prima parola di Dio. La stessa luce penetra negli occhi del cieco nato e quel mondo per lui prima inaccessibile, il mondo da cui doveva dipendere per ogni cosa, il mondo nei confronti del quale talvolta essere guardingo e ostile ora diventa dimora abitabile, spazio in cui giocare la propria libertà, strade su cui inoltrarsi inseguendo desideri fin ora repressi. E anche Dio, il Dio che, per qualche misteriosa colpa sua o dei suoi genitori, fino a poco prima era un nemico contro cui scagliarsi segretamente, cercato in molti e inutili perchè senza risposte, ora è vicino, così vicino da farsi mano che benedice e che sostiene, che plasma la sua creatura, che vuole solo la vita e in pienezza e la restituisce forte ad ogni palpito; quel Dio che, fedele al suo popolo, non solo ha donato un Messia ma lo stesso suo Figlio. E proprio per questo merita l’obbedienza e la dedizione dell’intera vita. Il cieco ricupera uno sguardo nuovo anche su se stesso e, da povero mendicante, abituato a tendere la mano in una povertà che opprimeva la sua stessa dignità, ora si fa discepolo.
Vorrei, Signore, che fosse nostra la stessa esperienza del cieco nato. Perchè, anche se facciamo fatica ad ammetterlo, anche noi spesso non vediamo bene.
Non vediamo bene chi sei aldilà delle nostre immagini che sono solo la proiezione delle nostre perfezioni o delle nostre paure. E ci appari a giorni così lontano, oppure così ingiusto. Apri i nostri occhi perchè vediamo il tuo volto di Padre che ci ama alla follia, tanto quanto la vita del Figlio suo. Apri i nostri occhi perchè ti cogliamo all’opera silenziosamente nella quotidianità e possiamo tornare a sperare. Apri i nostri occhi perchè se tu sei l’amico che pone la sua mano sulla nostra spalla nelle valli oscure delle nostre solitudini o delle nostre paure, delle nostre sofferenze o delle nostre angoscianti domande, possiamo ritornare sereni e con agilità a camminare puntando solo verso l’alto. Apri i nostri occhi perché possiamo fare la sessa esperienza di Mosè che, in quella Tenda posta in mezzo all’accampamento, ti parlava faccia a faccia, come ad un amico e non aveva niente da nasconderti o niente per cui provare paura e ad ogni incontro con te appariva sempre più raggiante. Tu vuoi che noi veniamo a te come degli amici che alzano gli occhi e che ti raccontano con il cuore in mano le proprie gioie e i propri dolori e tu, perché padre, ci doni ogni cosa e non ci fai mancare nulla per completare la nostra gioia. Saremo davvero come questo cieco che è rinato al mondo ma soprattutto alla fede e saremo pronti a seguirti ovunque.
Non vediamo bene chi sono i nostri fratelli che ci stanno accanto per questo siamo come il cieco se tu non passi e non ci guarisci. A volte li consideriamo, soprattutto i più cari, come un possesso su cui spadroneggiare, a volte, feriti da loro, fatichiamo ad ammettere la loro debolezza e a perdonarli. A volte alcuni per noi non esistono, proprio non li vediamo perchè li barrichiamo dietro a muri di invisibilità e sono i più poveri, i più deboli, a volte i giovani di cui abbiamo paura. Apri i nostri occhi perché possiamo essere comunità come desiderava Paolo nella lettera di cui abbiamo ascoltato oggi uno stralcio. La comunità è il luogo dove la mia libertà si intreccia mirabilmente con la libertà degli altri e dove i miei pesi, perché condivisi, si fanno più leggeri e la gioia dell’altro moltiplica anche la mia. La comunità è il luogo dove non rimaniamo imprigionati ma è la forza per cui slanciarsi. La comunità è il luogo alternativo al mondo per essere sempre più evangelici, e quasi come un paradosso, sempre più incarnati in questo mondo.
Ma permettimi, Signore, di dirti che a volte noi non vediamo bene neppure noi stessi perchè ci mettiamo maschere impenetrabili, non vogliamo guardarci dentro perchè abbiamo paura di noi stessi e dei mostri che portiamo nascosti nel nostro cuore. A volte ci sopravvalutiamo ma sempre più spesso ci assale un senso di disistima e crediamo di non valere ai tuoi occhi e agli occhi dei fratelli. Se tu guarisci il nostro sguardo noi saremo creature nuove, debolezza riconosciuta ma colmata della tua potenza, scelti non perché meritevoli ma perché amati. E così comprenderemo fino in fondo le parole iniziali della lettera di Paolo a proposito del nostro corpo. È luogo dove tu manifesti la tua Grazia, il corpo è per te e tu sei per il nostro corpo e non possiamo sciupare neppure un palpito di vita.
Vorrei, Signore, che fosse nostra la stessa esperienza del cieco nato. Perchè, anche se facciamo fatica ad ammetterlo, anche noi spesso non vediamo bene.
Non vediamo bene chi sei aldilà delle nostre immagini che sono solo la proiezione delle nostre perfezioni o delle nostre paure. E ci appari a giorni così lontano, oppure così ingiusto. Apri i nostri occhi perchè vediamo il tuo volto di Padre che ci ama alla follia, tanto quanto la vita del Figlio suo. Apri i nostri occhi perchè ti cogliamo all’opera silenziosamente nella quotidianità e possiamo tornare a sperare. Apri i nostri occhi perchè se tu sei l’amico che pone la sua mano sulla nostra spalla nelle valli oscure delle nostre solitudini o delle nostre paure, delle nostre sofferenze o delle nostre angoscianti domande, possiamo ritornare sereni e con agilità a camminare puntando solo verso l’alto. Apri i nostri occhi perché possiamo fare la sessa esperienza di Mosè che, in quella Tenda posta in mezzo all’accampamento, ti parlava faccia a faccia, come ad un amico e non aveva niente da nasconderti o niente per cui provare paura e ad ogni incontro con te appariva sempre più raggiante. Tu vuoi che noi veniamo a te come degli amici che alzano gli occhi e che ti raccontano con il cuore in mano le proprie gioie e i propri dolori e tu, perché padre, ci doni ogni cosa e non ci fai mancare nulla per completare la nostra gioia. Saremo davvero come questo cieco che è rinato al mondo ma soprattutto alla fede e saremo pronti a seguirti ovunque.
Non vediamo bene chi sono i nostri fratelli che ci stanno accanto per questo siamo come il cieco se tu non passi e non ci guarisci. A volte li consideriamo, soprattutto i più cari, come un possesso su cui spadroneggiare, a volte, feriti da loro, fatichiamo ad ammettere la loro debolezza e a perdonarli. A volte alcuni per noi non esistono, proprio non li vediamo perchè li barrichiamo dietro a muri di invisibilità e sono i più poveri, i più deboli, a volte i giovani di cui abbiamo paura. Apri i nostri occhi perché possiamo essere comunità come desiderava Paolo nella lettera di cui abbiamo ascoltato oggi uno stralcio. La comunità è il luogo dove la mia libertà si intreccia mirabilmente con la libertà degli altri e dove i miei pesi, perché condivisi, si fanno più leggeri e la gioia dell’altro moltiplica anche la mia. La comunità è il luogo dove non rimaniamo imprigionati ma è la forza per cui slanciarsi. La comunità è il luogo alternativo al mondo per essere sempre più evangelici, e quasi come un paradosso, sempre più incarnati in questo mondo.
Ma permettimi, Signore, di dirti che a volte noi non vediamo bene neppure noi stessi perchè ci mettiamo maschere impenetrabili, non vogliamo guardarci dentro perchè abbiamo paura di noi stessi e dei mostri che portiamo nascosti nel nostro cuore. A volte ci sopravvalutiamo ma sempre più spesso ci assale un senso di disistima e crediamo di non valere ai tuoi occhi e agli occhi dei fratelli. Se tu guarisci il nostro sguardo noi saremo creature nuove, debolezza riconosciuta ma colmata della tua potenza, scelti non perché meritevoli ma perché amati. E così comprenderemo fino in fondo le parole iniziali della lettera di Paolo a proposito del nostro corpo. È luogo dove tu manifesti la tua Grazia, il corpo è per te e tu sei per il nostro corpo e non possiamo sciupare neppure un palpito di vita.
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