sabato 7 marzo 2009

seconda di quaresima


L'omelia è come un evidenziatore che scorre sulle pagine della Parola che di domenica in domenica la Sapienza della Chiesa ci offre. Di fronte a brani così ricchi è probabile che la mia attenzione si soffermi su alcuni passaggi e alcuni di voi invece si lascino colpire da altro.
Oggi vorrei con voi semplicemente compiere due passi: anzitutto individuare l’itinerario spirituale della donna di Samaria e raccogliere quelle indicazioni di vita nuova che in esso sono racchiuse; il secondo passaggio è invece di mettere in luce la profonda unità delle tre pericopi ascoltate.
1 Peccato non conoscere il nome di questa donna! Forse l’avremmo potuta ricordare meglio e non solo con un appellativo che la identifica con la sua terra. Il brano ce la fa incontrare in un’ora calda mentre esce al pozzo con la sua anfora. A quell’ora, era sicura, non avrebbe incontrato nessuno. Del resto in pochi le avrebbero rivolto qualche parola. Le altre donne la giudicavano come meritava. Da qualche uomo era stata usata, le avevano strappato l’amore per poi calpestarlo: e lei, ora, con l’amore ci giocava e lo vendeva a caro prezzo; per molti altri, forse, lei restava un sogno proibito; per i più rigidi era una peccatrice a mala pena tollerata. E di valere poco aveva iniziato a crederci anche lei. Forse odiava tutto quello che faceva e tutti quelli che incontrava, compreso il suo nuovo compagno, perché cosa volesse dire amare un uomo ora era solo un ricordo lontano; ostentava sicurezza ma il suo cuore era frammentato e la rabbia le aveva prosciugato ogni lacrima. È con questo bagaglio di miserie che incontra al pozzo, luogo caro alla tradizione biblica per ambientare le tenerezze dei primi incontri, un altro uomo. Le rivolge parole misteriose, per lei che credeva di sapere ormai tutto dalla vita; le parla di un dono di Dio, a lei che la memoria ferita aveva fatto immaginare Dio come un giudice spietato che presto o tardi l’avrebbe attesa al varco. Ma quell’uomo affonda le parole nel cuore del suo problema e le dice tutto quello che lei ha fatto. Quell’uomo le vuole bene ma non come gli altri; quell’uomo di Dio la conosce e non la giudica, la vuole prendere la mano per portarla a fondo. Una luce nuova è entrata nella sua vita, nelle pieghe nascoste del suo cuore, nelle zone d’ombra più impenetrabili e ora, come olio, guarisce le sue ferite. Solo da qui il discorso si può aprire su Dio e sul suo essere Verità e Spirito aldilà di ogni rigida appartenenza alle tradizioni dei popoli. Questa donna può conoscere Dio solo perché si è sentita riconosciuta da lui e amata; questa donna può accedere al Mistero di Verità perché ha fatto esperienza di verità nella misericordia; questa donna si apre allo Spirito di Dio che le fa sentire la tenerezza di un abbraccio riconciliante e a lungo atteso con il Padre. E ora è pronta a lasciare la brocca e a correre in città, prima testimone in terra straniera della presenza in Gesù del Regno che salva.
L’esperienza spirituale di questa donna deva dare i lineamenti alla nostra. Per accedere alla Verità di Dio non puoi non lasciarti riconciliare con lui nella memoria ferita. Se vuoi adorare il Dio vivo e vero devi lasciarti conoscere da lui, sentire il suo sguardo che non giudica ma che dona pace, devi aver sentito l’abbraccio riconciliante del Padre. Se vuoi essere testimone devi aver sperimentato sulla tua pelle che il Vangelo è parola di salvezza anzitutto per te e poi per il mondo intero. La Grazia cerca nel mondo ciò che è piccolo e imperfetto per renderlo suo strumento.
2 L’unità profonda della Parola ascoltata oggi allora è questa: il volto di Dio, anticipato nella Legge del Sinai, è quello annunciato da Gesù alla donna di Samaria, il Padre della misericordia. E questo deve avere una attuazione concreta nella vita del quotidiano, a livello personale e comunitario come ci raccomanda Paolo. Se hai incontrato il Dio di Gesù, non puoi che vivere con ogni magnanimità e dolcezza, non puoi che creare unione attorno a te. Come comunità di credenti, di riconciliati con Dio, forse dovremmo essere più impegnati non a giudicare l’altro ma ad accoglierlo. Quanti figli di Dio dispersi ritornerebbero volentieri al Padre se incontrassero una Chiesa più disposta al perdono che alla condanna, più consapevole di essere strumento di misericordia che di accusa. Questa parabola tocca a tutti noi insieme costruirla per far vibrare il nostro mondo della consapevolezza dell’amore del Padre.

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