Era ancora notte, anche se all’orizzonte un chiarore rosa annunciava il nuovo giorno, un giorno da allora mai più ordinario. Maria era andata al sepolcro. Aveva bisogno di stare a piangere là il Maestro che le aveva squarciato un orizzonte di vita quando non palpitava più nessuna speranza nel suo cuore. Aveva trovato la pietra divelta e scagliata lontano. Una prima corsa verso il cenacolo e poi ancora al sepolcro con Giovanni e Pietro che vedono ma non comprendono. E lei è rimasta lì in un pianto dirotto, forse come non le capitava più da quando era bambina nella terra di Magdala: non solo la tragedia della morte ma ora anche la beffa di non poter più avere il suo corpo. Ancora un’occhiata in quello scenario desolato e due uomini le appaiono. E poi un altro che lei confonde con il Giardiniere tanto era lontana l’idea di un Dio che irrompe nella morte con una brezza di primavera di vita eterna. E poi la sua voce, come allora, il suo nome pronunciato con quella dolcezza. Gesù è il Signore. Ora i suoi occhi, tolta la lente della disperazione e delle lacrime, vedono bene. Il Nazareno, il crocifisso è il Signore, il Risorto. Una vita così non poteva restare imbrigliata nelle tenebre della morte, una vita spesa a mani aperte per amore di Dio e dell’uomo, in pura perdita di sé, che nella Pasqua si è fatta silenzio e si è consegnata alla morte per strappare dal cuore dell’uomo la paura di un Dio lontano e nemico e stringere nel perdono un’Alleanza eterna. Tutto è come prima, tutto non è più come prima: lei, mandata a dare l’annuncio più sorprendente della storia; i discepoli chiamati a diventare da traditori e uomini confitti al dubbio, apostoli di un Dio sorprendente che si è rivelato all’uomo in Gesù; la storia intera che non è destinata ad una fine tragica o condannata ad un ciclico e insaziabile ritorno delle cose guidata da un destino avverso, ma che è rivolta ad un Regno che già c’è e che presto verrà.
Surrexit Dominus, vere! Alleluia! Non una parola fra le tante, ma la Parola che dà senso anche alla nostra storia ci ha raggiunto nella corsa del tempo, non si è più fermata e oggi ci porta qui a celebrare la presenza del Signore che non muore più, che ci ha spinto a uscire dalle nostre case per incontrarlo e per ritrovare un senso ai nostri giorni.
Noi abbiamo bisogno di vita, abbiamo bisogno di novità, abbiamo ancora bisogno di ripetercelo: Cristo non muore più e noi con lui. L’annuncio della Risurrezione cambia la nostra prospettiva, dà profondità al nostro tempo, è un fiorire di gioia sulla terra dove sono piantate le croci dei nostri giorni.
Vivere la sofferenza come croce, cioè per amore, ha senso
Vivere in gratuità, con la mano spalancata senza trattenere, presi solo dalla logica del servizio, ha senso.
Vivere la speranza su di noi ha senso: noi siamo oltre i nostri peccati, le nostre tenebre, i nostri errori, per noi c’è un orizzonte di perdono e di vita nuova.
Vivere la speranza per chi ci circonda ha senso e non è un esercizio inutilmente consolatorio: le persone che non sentiamo più da tempo perché ci hanno fatto un torto, i nostri figli che hanno poggiato i piedi su sentieri così diversi dai nostri, le persone che amiamo e che non corrispondono mai abbastanza, le persone che abbiamo giudicato cattive e perse, tutti possono cambiare, il vento della risurrezione soffia nel cuore di ciascuno per condurre tutti nella casa del Padre.
Vivere sapendo che la morte non è l’ultima parola ha senso e non è un inganno: la morte dei nostri cari che ci ha gettato nello sconforto e nella pena, la nostra morte che sentiamo ogni giorno arrivare con le partenze e gli addii dalle persone care, con le rughe che solcano il viso, con i capelli su cui si è poggiato dolce il bianco…ma in noi c’è una scintilla di eternità che sentiamo vibrare ogni giorno di più e che fa correre il nostro tempo verso l’eternità.
Vivere a immagine del Signore ha senso, anche noi spezzati, anche noi servi inutili a tempo pieno, anche noi con le mani trafitte da ferite che però sono diventate feritoie di luce.
Vivere perché la corsa dell’annuncio della Risurrezione non si fermi a noi ha senso ma, come una carezza, da queste mura scenda sulle nostre strade e salga su alle nostre case e dia luce alla nostra città.
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