domenica 16 gennaio 2011

II domenica dopo l’Epifania

Era stato annunciato nel prefazio dell’Epifania, come in una mappa, che in molti modi Gesù si è manifestato al suo popolo come il Signore: nelle acque del Giordano, a Cana di Galilea o con la moltiplicazione dei pani.

La liturgia della Parola di questo periodo ci fa percorrere il sentiero dei racconti di questa Rivelazione: di domenica in domenica ci renderemo sempre più conto che non è finito il tempo dell’Epifania e che il nostro è un Dio che non vuole giocare a nascondino con la sua creatura, ci chiede solo uno sguardo nuovo, purificato, penetrante, alternativo per accorgerci dei segni della sua presenza, del suo voler mettere radici nella nostra storia, della sua intenzione di continuare a incarnarsi nel nostro tempo, nella nostra città per farsi compagno della nostra gioia per moltiplicarla, fratello nel dolore per dimezzarlo. E questo basta per restituirci a una gioia profonda.

E ora proviamo a raccogliere dalla ricchezza del brano delle nozze di Cana qualche aspetto per poi chiederci cosa ha da dire alla nostra vita. Quando ascoltiamo un brano di Giovanni dobbiamo sempre tenere presenti due livelli di lettura: il primo, che vuole essere come una cronaca di episodi dal chiaro rimando storico e il secondo decisamente simbolico, un rimando ad una profondità che dice la verità di Gesù come Dio.

C’è una festa di nozze ma c’è un particolare che presto avrebbe rovinato la gioia di quell’ora: la mancanza del vino. È Maria ad accorgersene. Lei, vergine prudente, nello scorcio di questo brano, è voce di quell’Israele rimasto fedele alla Parola e che attende una nuova e definitiva rivelazione di Dio. Nella religiosità del popolo eletto c’è qualcosa che manca, forse la gioia piena, forse il rispetto di una Legge non solo esteriore ma che attendeva di essere scritta nel cuore, forse l’incontro definitivo con il Signore della storia: solo la presenza del Messia avrebbe colmato questo vuoto.

Ci sono sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei: l’acqua che le colma deve trasformarsi in vino. Gesù non è venuto ad aggiungere nulla alla fede dei padri, piuttosto la trasforma dal di dentro, la cambia, le dà un sapore nuovo.

Il vino nuovo è ottimo più del primo, migliore contro la logica comune che offre alla fine gli scarti di una giornata di festa. Gesù non dona nulla in qualche modo, non ama le mezze misure, non lascia le cose al caso: compie ogni bene, dà sempre il meglio di sé, ci dona per intero il senso della vita, ci dà la pienezza di tutto.

E così inizia il suo cammino di villaggio in villaggio e di città in città. Muove i suoi passi da una festa di nozze, segno evidente che lui è lo sposo che si dona interamente al suo popolo, amandolo e facendo in modo che si senta amato, senza risparmiarsi fino all’Ora, quella accennata a Maria in tutta franchezza, in cui queste nozze saranno sancite nel silenzio e nel dono definitivo in quell’abbraccio sulla croce fra il cielo e la terra.

Questo brano dice a noi almeno tre cose:

1 Gesù ha inaugurato il tempo nuovo della gioia. Il cristiano deve conservare in fondo al suo cuore un sottofondo di gioia che non è sciocca ilarità ma la convinzione che Dio è dalla nostra parte e non ci manca più nulla. È questione di stile: chi conosce sul serio Gesù conserva dei tratti spumeggianti, ha dei guizzi che ogni tanto raccontano la follia di uno stile alternativo e che batte ogni moda perché profumato di futuro. Non è più tempo per credenti alla formalina, è iniziato un mondo nuovo e dobbiamo portare anche sul nostro viso i tratti di una gioia convinta e convincente: altrimenti che crederebbe che Gesù è senso pieno di ogni esistenza?

2 Abbiamo detto che Gesù è Sposo per il suo popolo, è iniziata una stagione nuova, noi abitiamo un tempo visitato, messianico. Eppure attorno a noi si moltiplicano segni di morte, di violenza, di sconfitta; quando ci rimbocchiamo le maniche e scendiamo nei sotterranei della storia dove tanti piccoli sono schiacciati e frodati della loro dignità ci chiediamo con sincerità dove sia Dio. Si entra nell’abisso, nel cuore della notte della fede. Forse questo rimane un passaggio obbligato che ci deve portare ad aprire gli occhi e a guardare meglio le cose. Lo Sposo è con noi ma non lo troviamo dove ce lo aspetteremmo ma lui, il più povero fra tutti, è proprio in mezzo agli ultimi della terra a restituire dignità con un Vangelo che già ora è riscatto. E chiede conversione di sguardo, di pensiero e di azione a ognuno di noi e alle nostre comunità.

3 forse è ardito ma perché non possiamo assumere oggi la parte di Maria e denunciare che il vino manca magari anche sulla tavola delle nostre perfette liturgie o alla mensa della nostra comunità: è il ministero della profezia e dell’intercessione. Forse invece ci è più facile impersonare la parte dei servi che colmano le giare d’acqua e le portano a Gesù. È il servizio di chi ascolta e mette in pratica, di chi si fida e lascia che Gesù incontri la sua vita e la trasformi dal di dentro per poi essere testimoni credibili per tutti quelli che sono alla ricerca di un senso. E goccia dopo goccia tutta l’acqua di questa umanità oggi sarà trasformata in vino e avrà inizio la festa di nozze.

Nessun commento:

Posta un commento