sabato 15 ottobre 2011

Dedicazione del Duomo,Chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani

E puntuale, alla terza di ottobre, si affaccia questa solennità del Signore, occasione provvidenziale per pensare al nostro modo di essere Chiesa e di costruirla per quanto spetta a noi; e poi per ascoltare la Parola del Signore e convertire la nostra comunione. Nel nuovo Lezionario ambrosiano inoltre questa domenica fa da cerniera al ciclo delle letture dopo Pentecoste: da oggi in avanti il racconto della storia della salvezza, che in Gesù ha trovato il suo compimento, ci indica che l’incontro con il Dio della vita è possibile ancora oggi proprio nella storia della Chiesa, proprio nella trama apparentemente sfilacciata dei nostri giorni. E questa certezza ci riscatta e dà senso anche a questo scorcio così drammatico della nostra vita: Dio c’è, è all’opera e attende il nostro sì perché il suo Regno divampi come un incendio nel mondo, perché questa nostra terra assomigli un pizzico di più al Paradiso.

Celebrare la Dedicazione del Duomo è un po’ come festeggiare un compleanno. La nostra cattedrale, la sua architettura, la sua composizione artistica, il suo essere cantiere costantemente aperto – quasi un monito per ricordarci che l’opera della Chiesa non è mai compiuta ma è costantemente aperta a cui mettono mano l’uomo e lo spirito di Dio – sono un dono prezioso per noi di Milano. Ma la nostra attenzione è guidata per mano da tutta la Liturgia ad andare oltre l’aspetto esteriore, oltre quelle pietre, per benedire il Signore per la storia della nostra Chiesa e per concentrarci sulle dinamiche che ci rendono comunità. Chiesa non è un’idea astratta ma un qualcosa di tangibile, che occupa uno spazio e un tempo. È il ritrovarsi insieme di uomini e di donne che in libertà hanno scelto di vivere come un rischio praticabile il Vangelo di Gesù e di fare dell’amicizia con lui il senso dei loro giorni. È il ritrovarsi attorno ad una Parola annunciata e ad un Pane spezzato, è un ritrovarsi raccolti dalla guida del Vescovo, di qualcuno cioè che ci rimanda alla presenza di Gesù il Buon Pastore. Chiesa è una presenza in un quartiere, in una città, un nido in cui rifugiarci, una sorgente a cui bere, una comunione che dice un modo di vivere altro, diverso, migliore, più umanizzante.  E che la Chiesa sia essenzialmente una trama di relazioni è evidente: ognuno di noi si è costruito un giudizio su di essa proprio a partire dall’esperienza che ha avuto: in positivo quando troviamo persone che ci danno forza, coraggio, sostegno, motivo in più per credere; in negativo perché a volte, spero non troppo spesso, scottano sulla nostra pelle relazioni che si deteriorano, o in cui serpeggia l’ipocrisia, e la controtestimonianza.

Mi piace pensare alla Parola di oggi come a una cassetta di attrezzi che ci viene data per trovare gli strumenti giusti per costruire sempre la meglio la Chiesa premesso che la sua bellezza interessa a tutti noi e che la sua santità dipende proprio da noi tutti!

La lettura di Apocalisse. Giovanni contempla la nuova Gerusalemme, ci racconta di questa visione perché, da sogno abbozzato, possa trasformarsi in realtà tangibile per l’oggi nella Chiesa. Alza lo sguardo per poi abbassarlo con maggiore responsabilità nel presente. E già qui trovo un’indicazione preziosa. Non mi piace una Chiesa dal respiro corto, una Chiesa che ha lo sguardo sempre rivolto al basso, sfiancata dall’ansia di una corsa tutta giocata nel presente. Non mi piace una Chiesa che attinge acqua da cisterne screpolate, che insegue i potenti di turno, che ha logiche troppo umane, calcoli troppo politici, avvinghiata nelle strettoie economiche. Amo una Chiesa che sa guardare in alto e che per questo cammina a fronte alta, una Chiesa profetica, una Chiesa che deve obbedire solo a Dio e che per questo si mette al servizio dell’uomo per la sua dignità, una Chiesa che sta sempre all’opposizione, una Chiesa che profuma di futuro perché prende le mosse proprio dal Regno, una Chiesa dove si asciugano le lacrime dei piccoli e dei poveri, dove si annuncia un mondo alternativo, che vibra di speranza perché sa che ha fra le mani il segreto della vita senza fine che scorre nelle vene del mondo.

Paolo, in questo scorcio della sua lettera a Timoteo, suo giovane collaboratore, chiamato a presiedere come vescovo una comunità, ricorda, con l’immagine dei differenti vasi delle case, che la comunità è bella perché è un’iride di colori, che l’armonia non sta nell’uniformità ma nella composizione armoniosa di tonalità differenti. Ciò che deve unire è il fondamento della fede, il sapersi conosciuti e ri-conosciuti da Dio, e il fondamento della carità, la pace, l’amore e la giustizia rincorsi sempre. Per il resto è bello arricchirsi con le proprie diversità. Credo che questo sia il compito più difficile per noi preti e anche per chi vivrà il ministero che oggi si rinnova del consiglio al Parroco: garantire l’unità nella differenza. Sospettate sempre di chi vi offre un modello di Chiesa uniformato, omologato perché non è il modello della Chiesa che è cattolica appunto!

E infine il Vangelo di Matteo. Gesù, con un gesto che non è di ira improvvisa o di stizza impulsiva, ma meditato e voluto in tutta la sua forza e violenza, ci ricorda quell’alternativa profetica che deve essere della Chiesa. Di questo brano però mi colpisce il contrappunto che ai mercanti fanno i malati, i poveri e i piccoli. La Chiesa è chiamata a mettere loro al centro, non ai margini, non un gradino sotto perché siano trattati con un odioso assistenzialismo. Accogliendo i poveri la Chiesa deve convertirsi a loro e ricordare che nell’Amore sta l’evidenza della sua santità, alla Carità deve portare la fede, e deve diventare povera, soltanto abbandonata come un bambino alle braccia misericordiose del Padre.    

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