Celebrare
la Dedicazione del Duomo è un po’ come festeggiare un compleanno. La nostra
cattedrale, la sua architettura, la sua composizione artistica, il suo essere
cantiere costantemente aperto – quasi un monito per ricordarci che l’opera
della Chiesa non è mai compiuta ma è costantemente aperta a cui mettono mano l’uomo
e lo spirito di Dio – sono un dono prezioso per noi di Milano. Ma la nostra
attenzione è guidata per mano da tutta la Liturgia ad andare oltre l’aspetto
esteriore, oltre quelle pietre, per benedire il Signore per la storia della
nostra Chiesa e per concentrarci sulle dinamiche che ci rendono comunità. Chiesa
non è un’idea astratta ma un qualcosa di tangibile, che occupa uno spazio e un
tempo. È il ritrovarsi insieme di uomini e di donne che in libertà hanno scelto
di vivere come un rischio praticabile il Vangelo di Gesù e di fare dell’amicizia
con lui il senso dei loro giorni. È il ritrovarsi attorno ad una Parola
annunciata e ad un Pane spezzato, è un ritrovarsi raccolti dalla guida del
Vescovo, di qualcuno cioè che ci rimanda alla presenza di Gesù il Buon Pastore.
Chiesa è una presenza in un quartiere, in una città, un nido in cui rifugiarci,
una sorgente a cui bere, una comunione che dice un modo di vivere altro,
diverso, migliore, più umanizzante. E che
la Chiesa sia essenzialmente una trama di relazioni è evidente: ognuno di noi
si è costruito un giudizio su di essa proprio a partire dall’esperienza che ha
avuto: in positivo quando troviamo persone che ci danno forza, coraggio,
sostegno, motivo in più per credere; in negativo perché a volte, spero non
troppo spesso, scottano sulla nostra pelle relazioni che si deteriorano, o in
cui serpeggia l’ipocrisia, e la controtestimonianza.
Mi
piace pensare alla Parola di oggi come a una cassetta di attrezzi che ci viene
data per trovare gli strumenti giusti per costruire sempre la meglio la Chiesa
premesso che la sua bellezza interessa a tutti noi e che la sua santità dipende
proprio da noi tutti!
La
lettura di Apocalisse. Giovanni contempla la nuova Gerusalemme, ci racconta di
questa visione perché, da sogno abbozzato, possa trasformarsi in realtà
tangibile per l’oggi nella Chiesa. Alza lo sguardo per poi abbassarlo con
maggiore responsabilità nel presente. E già qui trovo un’indicazione preziosa. Non
mi piace una Chiesa dal respiro corto, una Chiesa che ha lo sguardo sempre
rivolto al basso, sfiancata dall’ansia di una corsa tutta giocata nel presente.
Non mi piace una Chiesa che attinge acqua da cisterne screpolate, che insegue i potenti di turno, che ha logiche
troppo umane, calcoli troppo politici, avvinghiata nelle strettoie economiche. Amo
una Chiesa che sa guardare in alto e che per questo cammina a fronte alta, una
Chiesa profetica, una Chiesa che deve obbedire solo a Dio e che per questo si
mette al servizio dell’uomo per la sua dignità, una Chiesa che sta sempre all’opposizione,
una Chiesa che profuma di futuro perché prende le mosse proprio dal Regno, una
Chiesa dove si asciugano le lacrime dei piccoli e dei poveri, dove si annuncia
un mondo alternativo, che vibra di speranza perché sa che ha fra le mani il
segreto della vita senza fine che scorre nelle vene del mondo.
Paolo,
in questo scorcio della sua lettera a Timoteo, suo giovane collaboratore,
chiamato a presiedere come vescovo una comunità, ricorda, con l’immagine dei
differenti vasi delle case, che la comunità è bella perché è un’iride di
colori, che l’armonia non sta nell’uniformità ma nella composizione armoniosa
di tonalità differenti. Ciò che deve unire è il fondamento della fede, il
sapersi conosciuti e ri-conosciuti da Dio, e il fondamento della carità, la
pace, l’amore e la giustizia rincorsi sempre. Per il resto è bello arricchirsi
con le proprie diversità. Credo che questo sia il compito più difficile per noi
preti e anche per chi vivrà il ministero che oggi si rinnova del consiglio al
Parroco: garantire l’unità nella differenza. Sospettate sempre di chi vi offre
un modello di Chiesa uniformato, omologato perché non è il modello della Chiesa
che è cattolica appunto!
E
infine il Vangelo di Matteo. Gesù, con un gesto che non è di ira improvvisa o
di stizza impulsiva, ma meditato e voluto in tutta la sua forza e violenza, ci
ricorda quell’alternativa profetica che deve essere della Chiesa. Di questo
brano però mi colpisce il contrappunto che ai mercanti fanno i malati, i poveri
e i piccoli. La Chiesa è chiamata a mettere loro al centro, non ai margini, non
un gradino sotto perché siano trattati con un odioso assistenzialismo. Accogliendo
i poveri la Chiesa deve convertirsi a loro e ricordare che nell’Amore sta l’evidenza
della sua santità, alla Carità deve portare la fede, e deve diventare povera,
soltanto abbandonata come un bambino alle braccia misericordiose del Padre.
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