domenica 5 giugno 2011

settima di Pasqua

Questa domenica, sospesa fra l’Ascensione di Gesù e la Pentecoste, ci dona le coordinate per essere comunità che da una parte attende il ritorno del Signore e dall’altra sa abitare con pienezza questo tempo.

Vorrei soffermarmi soprattutto sulla lettura di Atti per cogliere le suggestioni che ci offre e poi trovare le indicazioni necessarie per la nostra vita di Chiesa e di discepoli.

Il quadro abbozzato da Luca si colloca subito dopo l’Ascensione. Ha fine quel tempo provvidenziale in cui il Risorto si rendeva disponibile ai suoi discepoli per istruirli e per renderli saldi nella fede; è Gesù che vuole dare una fine ad una stagione, che vuole separarsi, quasi farsi da parte, ma per rivestire di responsabilità, rendere finalmente adulti quegli uomini e quelle donne che si era scelto. Come ogni padre, anche Gesù sa cosa significa dare ad un certo punto filo all’esistenza dei propri figli e prova gioia nel vedere che, come un aquilone, sono capaci di librarsi nel vento della vita. Lui continuerà ad essere il loro fondamento, il loro principio, la loro motivazione, la sua vita e la sua Parola continueranno ad essere il paradigma su cui declinare le loro vite e le loro scelte finché non tornerà fra noi. il Vangelo ci dice infatti che Gesù si farà trovare per sempre nella Parola, nel Pane spezzato e nella comunione intensa attorno a Simone, appuntamento che si rinnova nell’Eucarestia di domenica in domenica.

Quella comunità sente la forza di un tempo che si apre e mi sembra siano due le tensioni che decide di abitare: la comunione e la missione che sono come le due fasi del respiro, come il movimento di una fisarmonica che si apre e si chiude e lancia le sue note.

L’ immagine che dice la comunione è quella stanza al piano superiore dove si incontravano tutti assieme per pregare. La comunione, quella vera, nasce freschissima sempre dall’incontro con il Padre di Gesù. Perché non ci può essere fraternità autentica se non si sa da quale roccia si è stati scalfiti. Perché non si può imparare a volersi bene accettando le differenze se non si sta immersi nella contemplazione del Dio che è Uno in Tre Persone distinte. Perché non si può amare il fratello a partire dalla sua debolezza e dalle sue ferite se non ci si lascia amare e perdonare dal Figlio che ha dato la sua vita per noi.

L’immagine che dice la missione è la strada, non esplicitata in questo passaggio, ben presente nel libro: le strade di Gerusalemme su cui i discepoli scendevano ad insegnare, le strade del mondo che i loro piedi hanno percorso, le strade infinte su cui ha abitato Paolo nella sua missione.

La fede e la comunione nella Chiesa sono autentiche solo quando sanno trasformarsi in missione, in carità operosa, solo quando si va alla ricerca dell’uomo smarrito per annunciargli il Vangelo della gioia. La missione è la ricerca di chi si è perduto anche scendendo su sentieri stretti e difficili, proprio come ha fatto Gesù – fra l’altro anche andando a recuperare i due fratelli che si erano smarriti sul sentiero verso Emmaus – che è il buon Pastore che ha dato la sua vita per allargare sempre di più il suo gregge e per abbassare il muro di divisione.

Se vogliamo essere Chiesa dobbiamo necessariamente anche noi riscoprire con forza questo doppio movimento. Chiediamoci che ne è della nostra capacità di comunione di Chiesa alla Barona. Forse dobbiamo renderci conto che chi ci sta accanto, anche ora, in questo momento, è dono di Dio e nella capacità di essere una cosa sola nelle differenze è detta la Verità della nostra fede. Non esiste una fede giocata come un’avventura solitaria. Questa Messa che noi celebriamo ci rende insieme il Corpo di Cristo. La nostra preghiera deve poi sempre di più unirci.

E poi interroghiamoci sulla nostra capacità di aprirci alla Missione, di trasmettere con gioia il senso della nostra scelta di fede. Il volto della nostra Chiesa del futuro è tutto racchiuso nelle nostre mani. Non ci capiti di arrestare la corsa del Vangelo: noi e proprio noi, più con i gesti pieni di carità che con le parole, siamo chiamati a raccontare la bellezza dell’incontro con Cristo e ad essere contagiosi di beatitudine.

È anche chiaro che questo doppio respiro di comunione e di missione può essere letto anche all’interno delle nostre famiglie…oggi, del resto stiamo vivendo una festa che dice che la nostra comunità è Famiglia di famiglie. La comunione vera nelle nostre case possiamo solo apprenderla alla scuola del Vangelo e dell’esperienza di fede. La missione intesa come carità, dono della propria vita per amore, deve essere vissuta anzitutto con chi ci sta accanto ed è difficile amare proprio perché tanto vicino.

domenica 29 maggio 2011

sesta di Pasqua

Questo tempo di Pasqua che sta volgendo alla sua fine, vissuto come un unico grande giorno - forse per anticipare il Paradiso o forse, più semplicemente, perché la gioia per la Risurrezione che ha acceso la speranza non può essere confinata in uno spazio ristretto di tempo – ci ha consegnato una Parola che ha la pretesa di dettare il passo della nostra vita e della vita della Chiesa.

Abbiamo letto il libro degli Atti, qualche stralcio nelle domeniche, per più di metà nei giorni feriali. La Chiesa delle origini, tratteggiata da Luca con un certo idealismo, intessuta di contemplazione, carità, l’apertura ad ogni uomo aldilà di ogni rigida appartenenza e la missione per dire al mondo la novità del Crocifisso-Risorto, con le sue vicende sfida il senso comune delle cose e il bavaglio dei potenti e rimane paradigmatica per la Chiesa di sempre.

Le lettere di Paolo, perché non ci ha fatto compagnia la lettura di un testo soltanto, ci hanno fatto rivivere la tensione delle comunità delle origini chiamate ad abitare la verità del risorto e, contemporaneamente, a sperimentare sulla propria pelle il mistero della croce cioè della persecuzione. Paolo, esperto in questo dissidio, continua ad esortare perché non venga smarrito nell’attimo presente il fondamento della fede e la gioia, la vera cartina di tornasole che dice la bontà della propria fede.

E infine ci siamo messi in ascolto del Vangelo di Giovanni nei suoi capitoli centrali, il discorso d’addio in cui Gesù, come in un testamento, ci consegna la sua Verità di Figlio e la nostra Verità di discepoli, apostoli e figli, colmati dello Spirito del suo amore.

Fatta questa premessa, in modo molto sommario vorrei sorvolare sui brani di oggi e raccogliere quello che ritengo essenziale per noi oggi. Ma questo esercizio può essere vissuto da tutti!

Pietro e Giovanni hanno appena compiuto un segno prodigioso con la guarigione del Paralitico e vengono interrogati da quelli che sono i responsabili della fede ebraica, da chi ha bisogno di ricondurre ogni cosa a schemi già noti, da chi ha timore di perdere autorità e potere. Pietro si appella alla verità di Cristo, pietra scartata, Signore che si lascia crocifiggere per amore, che è divenuta testata d’angolo, è Risorto, proprio perché ha amato così ha stravolto la logica delle cose e il corso ordinario della storia in cui i poveri soccombono e i piccoli e i poveri pagano. La nota che Luca pone a margine di questo interrogatorio sembra volerci dire che anche loro due vivono lo stesso Mistero del loro Maestro: sono semplici persone in cui abita però una Sapienza che eccede, non semplicemente riconducibile allo studio e alla cultura. Anche loro agli occhi dei grandi sono pietre di scarto ma, nelle mani di Dio, sono seme per l’annuncio di un mondo nuovo. La Chiesa sa di poggiare tutta la sua forza su queste colonne: pochezza rivestita di grandezza, debolezza colmata di forza, sa di poter contare su uno Spirito che stravolge la logica del mondo e afferma la sua Verità su strade alternative. La rivoluzione del mondo è a opera dei poveri e già nelle vene della storia scorre questa storia di piccoli che sovvertono la logica dei potenti. La Chiesa di oggi è chiamata a convertirsi e a farsi sorella povera fra i poveri, a non strizzare l’occhio troppo spesso a chi regge le sorti del mondo, ai potenti e ai ricchi, ma con chi Dio pone come pietra angolare. Servire i poveri è imparare da loro e ritornare all’essenziale. Il resto è solo un servirsi dei poveri!

Paolo sembra fare eco a quanto appena detto mettendo in contrapposizione lo Spirito di Cristo che è altro dallo spirito del mondo. Siamo ormai prossimi alla Pentecoste. Invochiamo anche per noi quello Spirito che è come una lente che poniamo sugli occhi per giudicare tutto in modo nuovo. Il credente infatti non può scadere nei luoghi comuni, non può indugiare sui bilanci sempre troppo in deficit sulla società e sul mondo, c’è a volte una malinconia strisciante, che si abbraccia alla delusione e alla depressione, che invade troppo spesso le nostre comunità e le nostre case. Lasciamo agli altri il grigio, lo Spirito vuole custodire in noi un fondo di gioia e di speranza che sono come la brace che non si può soffocare.

E infine il Vangelo che è legato, come una progressione naturale, alle due letture precedenti. Il discepolo che diventa apostolo sa di poter contare sullo Spirito che Gesù ci lascia come Consolatore. Noi siamo intimamente consolati, tenuti sulle ginocchia del Padre e stretti da un abbraccio che non soffoca ma libera. Lo Spirito che sa insegnare al nostro cuore non solo ciò che è giusto e sbagliato, ma che ci fa eccedere nell’amore. Il cristianesimo non è semplicemente un moralismo, un’accozzaglia di precetti.

E infine noi abbiamo uno Spirito che placa ogni paura – e Dio solo sa a volte come queste paure ci afferrano e ci mordono, quasi da diventare patologiche: la paura di noi stessi e del nostro passato, delle nostre relazioni, del nostro futuro, la paura degli altri – e che ci conduce alla Pace, quella vera, sapere che il nostro nome è inciso sul palmo della mano del Padre e nulla lo può cancellare.

domenica 15 maggio 2011

IV domenica di Pasqua - giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

Le vocazioni ovvero la Traditio e il modo di viverla.

Non si può essere cristiani senza una vocazione precisa, perché essa è il tuo modo di vivere la fede. Le vocazioni nel loro insieme sono come tessere di un puzzle che si compongono, complementari e diverse fra loro per rendere visibile al mondo il volto di Cristo. Un marito e una moglie che si amano e pongono la felicità dell’altro prima della propria, abbracciano la croce del servizio reciproco e del dono di sé dicono l’Amore di Dio che ama ciascuno nella sua specificità fino a dare la sua vita. Un prete o una suora, con la loro scelta di verginità, con la dedizione a una comunità a prescindere dalle condizioni di partenza dicono l’Amore di Dio per tutti. Due facce di una unica medaglia.

Tuttavia, e non possiamo nasconderlo, la prospettiva attuale sul numero sempre più scarso del clero o dei matrimoni apre uno squarcio sulla crisi attuale della nostra società ad educare i suoi giovani a scelte di definitività e anche la crisi di una Chiesa che forse, soffocata da un esistente da mantenere a tutti i costi senza discernere cosa è urgente da cosa è necessario – penso qui alle condizioni medie di vita di un prete e all’impossibilità diffusa di stare fra la sua gente e dunque, di conseguenza alla perdita della capacità di affascinare che susciti nuove vocazioni; di una Chiesa che, arroccata inutilmente e pateticamente talvolta sulla difensiva, non riesce più a comunicare la bellezza di una scelta di vita totalmente impregnata di Vangelo. La certezza è che il Signore continua a seminare la sua Parola, a chiamare oltre ogni paura i nostri giovani, a scommettere sull’uomo di oggi e a noi è chiesto di essere testimoni credibili nella nostra vocazione e anche educatori abili nel dare la mano alle nuove generazioni perché non abbiano paura di osare e di compiere scelte radicali.

1 io sono il buon Pastore

La dinamica del brano: nel cuore del Vangelo di Giovanni.

Dopo il segno del cieco nato, si apre questa discussione con i farisei sulla Verità di Gesù come Figlio di Dio. Proprio per affermare la sua verità Gesù prende in prestito da Geremia l’immagine del pastore: Dio è l’unico pastore d’Israele a fronte dei falsi pastori che si sono arricchiti a danno del popolo.

Cogliamo allora la portata ad alta tensione nel definirsi il Bel pastore, l’unico in opposizione a tutti gli altri presunti, compresi quei farisei altrove definiti come guide cieche o sepolcri imbiancati di cui bisgona certamente seguire la Parola ma non l’esempio.

Il Pastore CONOSCE, AMA, RACCOGLIE le sue pecore. Tre verbi che dicono tutto l’amore di Gesù per Israele.

Conoscere: parallelo nella Bibbia al verbo amare. Conoscere l’uomo è sapere che cosa sta dentro al suo cuore, è penetrare anche nelle sue zone d’ombra ma non per condannare, inchiodare, giudicare ma per liberare, aprire prospettive nuove, amare proprio a partire dai suoi limiti.

Amare: per Gesù è sinonimo di offrire la vita, tacere, lasciarsi spezzare perché questo è il segno più emblematico che la felicità dell’altro ti sta a cuore.

Raccogliere: il Bel Pastore intreccia i sentieri degli uomini che gli sono affidati, crea comunione, non lascia nessuno da solo a combatter e la battaglia della vita ma unisce i destini e le sorti di ognuno e ne fa una polifonia.

2 Noi, Chiesa, siamo suo popolo che vive di questa sua conoscenza e di questo amore: ognuno di noi è oggetto delle attenzioni e delle premure del Cristo. E mentre si prende cura di ognuno, ci restituisce ad un insieme che però non può mai dirsi chiuso, definito per sempre, chiamato costantemente ad aprirsi a nuovi fratelli. Oggi la Parola in questo tempo di Pasqua ci mette fra le mani il disegno originario del nostro essere Chiesa: siamo Chiesa se ci lasciamo amare da Gesù, anche oggi. Prima dei nostri progetti e delle nostre architetture pastorali, prima delle nostre analisi sempre a deficit di speranza sta un amore che ci supera e che ci riconcilia. Siamo Chiesa se ci lasciamo condurre non dove vogliamo noi ma dove soffia lo Spirito e comunque non sono ammessi immobilismi! Siamo Chiesa se ci sentiamo un insieme raccolto dal Bel Pastore: contro ogni verticismo perché l’unico riferimento è il Cristo ma anche contro ogni psicologismo: non siamo insieme perché stiamo bene fra noi, ma perché qualcuno ci pone uno accanto all’altro e ha la pretesa di comporre le nostre diversità. Siamo Chiesa infine se conserviamo nel cuore sempre un’apertura costante verso nuovi fratelli.

domenica 24 aprile 2011

Pasqua di Risurrezione

1 Che cosa ci ha portato qui oggi? Che cosa ci ha spinto a lasciare il nido rassicurante in questo giorno di festa, a lasciare il nostro mondo per mettere piede in un posto altro, per ritrovarci con altre persone che non consociamo? Se è la forza di un precetto forse è troppo debole. Se è la nostalgia di un rito che dica che oggi è davvero un giorno di festa forse rimarremmo sulla soglia del mistero. Se è la sete di ricerca di una Parola vera siamo sulla buona strada. Mi piacerebbe anzitutto, prima di entrare a sottolineare qualcosa del Vangelo ascoltato, richiamare in ordine sparso qualche idea sulla risurrezione di Gesù. La sua Risurrezione non è una questione come tante altre per la nostra fede ma rappresenta la chiave di volta, è il caso serio del nostro credere e della nostra vita, è la discriminante che traccia il crinale fra la disperazione e la speranza. Perché se è vero che Gesù è risorto dai morti, uno, almeno per ora, è tornato in vita dal regno delle tenebre e ci racconta che la morte non è l’affacciarsi sull’abisso del nulla ma un passaggio verso un oltre che profuma di eternità; se è vero che quel Cristo che hanno incontrato i discepoli della prima ora adesso noi lo possiamo incontrare vivo, cammina con noi, e, se anche i nostri occhi non lo vedono, ma si sa che le cose essenziali sono invisibili agli occhi; se è vero che il suo cuore palpita in un corpo che mantiene tutti i tratti della nostra umanità, allora cambia tutto. Noi non siamo di fronte ad una dottrina piena di norme e precetti, noi non siamo oggetto di una verità che ci viene data dall’alto e da accogliere con atteggiamenti che potrebbero sfiorare il fondamentalismo: noi crediamo in un tu vivo, in un Signore che si fa incontrare vivo al crocicchio delle tante occasioni che la vita ci dona, la fede cristiana è l’evento di un incontro fra noi e il Cristo. E ancora, se Gesù fino a ieri stava morto, immobile, senza parole e senza azioni, chiuso nella drammaticità e nel silenzio carico di mistero, oggi crediamo che il Padre non lo ha abbandonato, ma gli si è fatto accanto e sulla sua storia d’amore ha pronunciato il suo sì, ha dato fiato al vento di primavera che fa rinascere il seme caduto in terra in un germoglio di vita nuova. Gesù porterà per sempre sulla sua pelle i segni del dolore e noi amiamo credere in un Dio che conosce bene la sofferenza, che non ci è distante, non guarda cinico dall’alto il dramma della nostra vita ma si fa fratello nel nostro cammino. Eppure la Risurrezione ci dice che sofferenza è stata riscatta perché colmata di amore, assume con lui un senso una direzione ed è solo l’attimo penultimo, una parentesi di tenebra prima di un’eternità di luce. Oggi è spezzato il silenzio di Dio, quel silenzio che, nel sabato santo ha fatto accomodare mettendo a proprio agio i nostri fratelli increduli o che stentano a credere, anche chi di noi vive consumato dal dubbio. La voce del Padre che risuscita il suo Cristo dai morti dice a chi è nel buio della fede che c’è sempre un motivo in più per credere e con lui la partita non è mai chiusa. Accogliere come una sor-presa, come un qualcosa che appunto ti rapisce dall’alto, la notizia della risurrezione spalanca per noi la prospettiva sul cielo. Gesù è sceso agli inferi ma non c’è rimasto. Ha preso per mano uno ad uno chi era smarrito, lontano, inchiodato alle sue tenebre, ma non è rimasto lì, è salito verso l’alto, e con lui tutti i giustificati. Anche questo appunto ribalta drasticamente la prospettiva sulla nostra vita. Possiamo essere scivolati nell’abisso più profondo, possiamo esserci cacciati nell’inferno più angoscioso ma Gesù è venuto a prenderci per mano e ci schiude un orizzonte altro, alto come il cielo.

2 A sostenere la nostra riflessione, a dare indicazioni alla nostra fede, oggi abbiamo ascoltato questo brano di Vangelo, mirabile nella sua struttura e nella sua delicatezza. È l’incontro del Risorto con Maria di Magdala, una donna che aveva molto amato Gesù dal giorno in cui l’aveva resa libera; l’unica ad essere rimasta al sepolcro dopo che con Giovanni e Pietro aveva constato che il corpo non c’era più. Il suo amore deve però fare un salto di qualità, la sua grammatica deve aggiornare i verbi passando dal tempo passato al presente e coniugando anche al tempo futuro: Gesù non solo c’era ma c’è e sarà compagno di viaggio dell’uomo di sempre; non solo è stato riscatto per la sua vita, non solo le ha restituito dignità ma fa ancora così oggi e per sempre lotterà per la sua creatura. Ci sono almeno tre passaggi che scandiscono il suo incontro con il Risorto, passaggi paradigmatici anche per il nostro incontro oggi con lui. Gesù la chiama per nome, Le restituisce speranza La invita a correre verso i suoi discepoli stringendo fra le mani un annuncio carico di promessa, una corda che non si è ancora arrestata. Se oggi vuoi incontrare il risorto ascolta nel silenzio la sua Parola che chiama per nome te e proprio te, creatura preziosa tanto quanto la sua vita. Gesù porta inciso sul palmo della sua mano il nostro nome e si fa vicino, a volte tirandoci qualche scherzo, a ognuno per accendere una vita di fede che è un’avventura incredibile. Lo senti che ti chiama ora e vuole te e proprio te?

Anche a noi Gesù ridona speranza: credere nella sua risurrezione apre una prospettiva nuova sul mondo e non ci è più permesso piangere su noi stessi o comprometterci con una visione fatalistica della storia: i nostri giorni sono abitati da una luce nuova e va bandita ogni disperazione.

Infine il Risorto chiede anche a noi di correre, di andare spediti oggi, subito, verso i nostri fratelli. La fede nel Risorto è come un fuoco che per allargarsi deve contagiare anche gli altri altrimenti si spegne troppo in fretta. E così sul mondo danzerà una Parola piena di senso, diversa, attesa come l’acqua in un deserto.

sabato 23 aprile 2011

omelia per il rito della deposizione - venerdì/sabato santo

Questa sera solo le pagine bibliche e l’austerità del rito avrebbero diritto di parola, non altro. Per il resto dovremmo abitare il silenzio.

Mi permetto di dare libertà ad alcuni pensieri come una condivisione sussurrata, come il tentativo di raccogliere in unità la mente e il cuore, una parentesi che, se utile, potrebbe accompagnare la nostra preghiera personale.

1 Gesù è morto. Non muore, sta morto. È l’assenza totale dell’azione, della parola, del pensiero. Il suo corpo viene raccolto in fretta ai piedi della croce e posto nel sepolcro senza nemmeno gli onori che si attribuiscono ai defunti. Porta i segni di una morte violenta, arrivata come una grazia al colmo di una sofferenza straziante.

Amo credere in un Dio così. Non il Dio eclatante, dell’apparire, del potere urlato: sarebbe troppo lontano da me e io mi sentirei così solo, potrei rinfacciargli il dramma della mia morte e della sofferenza di ogni uomo. Amo questo Dio che condivide con l’uomo l’attimo più misterioso in cui saremo davvero soli, il Dio che varca l’ultima soglia proprio come ogni uomo. Amo questo Dio che ha vissuto così la morte, come una dichiarazione d’amore, come la possibilità di perdono offerto, come luce che trasforma dal di dentro il buio e il Male e mi insegna che la morte può essere dono ultimo e definitivo di sé per qualcuno che ami.

2 Da questa sera si apre il giorno del silenzio di Dio. È il sabato santo. La Chiesa sa che il suo Signore è risorto. Però sembra, come in un gioco, voglia abitare l’idea che sia davvero assente. Mi piace pensare a questo come alla mano tesa della comunità dei credenti ai fratelli che non credono o, forse meglio ancora, come alla mano tesa a chi fatica a credere in Dio e fra questi ci siamo anche noi. C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua – e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto così scrive madre Teresa di sé e penso possa interpretare il nostro cuore in molti momenti della nostra vita. Se la nostra fede vacilla davanti al nostro dolore, alle nostre domande di senso più vere, al male che sembra danzare senza tregua sulle strade del mondo non siamo cacciati fuori, ma troviamo posto in questa Chiesa. E così ogni giorno possiamo sentire il brivido dell’ateismo senza spaventarci. La fede è un dono che va accolto ma deve essere sostenuto con la scelta di affidarci alla Parola di chi ci ha preceduto ma non può prescindere dal dialogo con la parte non credente di noi stessi.

3 La tradizione, soprattutto quella orientale meno incline ai pensieri che ci siamo detti fin d’ora, che fatica cioè a vedere l’inermità del Cristo, dice che Gesù oggi è sceso agli inferi e ha liberato uno ad uno i giusti dell’antica Alleanza. Penso che sia bello sentire che la sua morte non è solo condivisione della nostra natura ma anche liberazione. Non c’è punto così basso in cui siamo caduti, non c’è inferno così profondo in cui siamo scesi o ci siamo cacciati che non possiamo essere raggiunti e raccolti dalla Grazia di Dio.

4 E infine,nelle letture ascoltate, in particolare nel testo di Daniele; dalla presenza di quelle donne davanti al sepolcro che poi sentiranno per prime l’annuncio degli angeli già ora avvertiamo il vento di una nuova primavera che presto farà rotolare via per sempre il macigno dal sepolcro, il vento della Risurrezione. Perché un uomo che muore così, che si fa vita spezzata, offerta, donata non può restare nel sepolcro. Dio non può restare in silenzio ma pronuncerà il suo sì. E allora anche nelle nostre morti se vissute con amore, nella nostra obbedienza ad un quotidiano che ci estenua e se vissuto come una croce, se anche noi cerchiamo di essere luce nelle tenebre che ci circondano, se sprechiamo la nostra vita senza trattenere nulla, possiamo sentire il vento della stessa primavera. Perché il seme caduto in terra deve morire per dare frutto, perché è quando ti doni che allora ricevi la vita.