Eccoci alla soglia della settimana santa in questa domenica delle Palme in cui ricordiamo la decisione di Gesù di salire per la festa di Pasqua a Gerusalemme. Sì, è venuto alla festa, non si è tirato indietro, i suoi passi si sono fatti anzi più spediti verso la sua meta sapendo che avrebbe pagato la sua fedeltà al Padre e al suo disegno di amore, che avrebbe trasformato con la sua passione silenziosa ciò che era male in bene, sapendo che il perdono avrebbe sigillato nuovamente l’Alleanza fra Dio e la sua gente.
Vorrei con voi oggi compiere due passi: chiedermi anzitutto perché la settimana santa viene detta anche autentica e poi lasciare che la Parola di oggi ci dia qualche indicazione, ci indichi, perché non ci smarriamo, il sentiero giusto da seguire perché la prossima Pasqua sia per noi tutti l’occasione per rinascere come creature nuove, per rilanciare la partita della nostra sequela e del nostro apostolato.
L’antico nome con cui la tradizione ambrosiana definisce questa settimana è autentica. Certo, nel senso che è modello per tutte le altre settimane dell’anno, come un marchio di fabbrica che si riproduce lungo lo scorrere del tempo per continuare ad attingerne Grazia. Certo, nel senso che è autentica la Parabola dell’amore di Dio che non ha risparmiato la vita del suo Figlio per noi. Ma mi piace pensare ad un altro significato, forse più introspettivo. Questa settimana ci mette davanti come uno specchio e ci chiede di guardarci abbassando le nostre maschere, di scrutarci in autenticità. Chi siamo davvero noi di fronte al Mistero dell’Amore di Dio? A che punto sono arrivato, aldilà di tanti ridondanti giustificazioni o autocommiserazioni, nella mia decisione di fare di Cristo il senso della mia vita. Oggi alla tavola di Betania o giovedì sera a quella del Cenacolo, scrutando di venerdì anch’io la croce da lontano come i discepoli smarriti oppure ai suoi piedi, domenica dinanzi al sepolcro vuoto chi sono davvero? In questi giorni c’è come una luce prepotente che è proprio l’amore di Gesù su di noi che non ci permette di nasconderci, non ci dà tregua, non stempera le linee del nostro carattere e della nostra fede ma le aggrava ancora di più. E allora forse non dobbiamo vergognarci di riscoprirci come Giuda pronti a tradire perchè troviamo scomodo un Messia inerme; non vergogniamoci ad essere come Pietro, buoni a parole ma incapaci poi di riconoscere nella croce il senso pieno della rivelazione di Dio; non vergogniamoci se anche noi come i due di Emmaus o Tommaso stentiamo a credere nella Risurrezione perché ci sembra irremovibile la pietra del sepolcro e inalienabile la dittatura della morte e della disperazione. La cosa che conta di più non è arrivare a questa settimana con il desiderio di emergere con le nostre false promesse, con i nostri bei discorsi di facciata, come se fossimo già arrivati, ma ancora una volta con il bisogno di farci sommergere dall’Amore di Gesù e comprendere che se siamo totalmente sgrammaticati alla scuola del Vangelo, il Signore non ha timore di sollevarci dalle nostre cadute e rilanciare il dado della partita della nostra fede.
E ora vorrei interrogare la Parola di questa domenica con un’identica domanda per tutti e tre i passi: qual è la strada giusta per vivere la Pasqua?
Lo chiediamo ad Isaia e alla sua lunga lettura che, attraverso l’immagine di questo misterioso servo sofferente, ci fa gustare il sapore della profezia di tutto quello che accadrà nei prossimi giorni, dalla condanna alla luce che va oltre la morte, con la sofferenza che giustifica Israele. Penso che il suggerimento sia lo stupore. Non viviamo i giorni della Passione come un rituale stanco,come un copione già noto, come se non ci fosse ancora spazio per la sorpresa. Dio saprà darci qualche nuova intuizione, qualche raggio capace di raccogliere il senso della fede e della nostra vita solo se gli lasciamo lo spazio necessario per sorprenderci. Del resto il binomio inscindibile croce-risurrezione non lo comprenderemo mai fino in fondo, sarà sempre inedito, continuerà a modellare il nostro immaginario di Dio per restituirci il suo volto autentico di Creatore appassionato per l’uomo, che ci ama da morire!
La seconda lettura penso ci dia un’altra indicazione preziosa per fare Pasqua: Ebrei raccomanda di tenere fisso lo sguardo sul Crocifisso per non stancarci nella corsa della nostra vita. Sarà Pasqua anche per noi se sapremo accogliere le nostre sofferenze come croci che unite alla passione di Cristo daranno salvezza al mondo. La corsa della vita nella fede può portarci alla stanchezza, noi sotto il peso delle nostre croci cadiamo e vorremmo gettare la spugna, vorremmo fare altro o essere altrove. Se però tendiamo le mani al Crocifisso ci accorgiamo che le nostre lacrime non sono inutili, il buio che a volte ci sovrasta è solo il preludio di un’alba di risurrezione che ci sorprende, comprenderemo che anche noi dobbiamo morire a noi stessi per dare frutto e che senza un sentiero aspro non giungeremo mai alle stelle.
E infine il Vangelo. Mi sembra di assistere ad un allestimento della scenografia dei prossimi giorni: condanne che si esplicitano, voci di popolo che si alzano, tradimenti che iniziano a consumarsi e veri gesti d’amore e di condivisione della Passione come Maria che unge i piedi di Gesù in vista della sua sepoltura. Penso che questa pagina ci inviti a schierarci, ad assumere la nostra prospettiva da cui assistere alla Pasqua. non restiamo indifferenti. A me piacerebbe, con un pizzico di coraggio, essere come Maria e con discrezione dire a Gesù che mi piacerebbe stargli vicino, che, anche se non lo comprendo, però voglio essergli amico e condividere il suo orizzonte, vorrei anch’io, diffondere con il mio amore, un profumo intenso di vita nuova.
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