domenica 26 aprile 2009

terza di pasqua

Tempo pasquale: la Chiesa si diverte a fermare il tempo e a considerare 50 giorni un unico e grande giorno, forse perché l’accadimento della Risurrezione non può essere racchiuso nell’esiguità di 24 ore, forse per anticipare quello che sarà il mistero dell’eternità, quando non ci sarà più il tempo e vivremo nella comunione della Trinità, quando anche noi saremo risorti in Cristo.
Il percorso tematico di queste domeniche, che sono appunto di Pasqua, ci fa contemplare oggi e la prossima settimana il volto del Risorto: siamo inviatati a rimanere stupiti e sorpresi della novità di Cristo. Del resto non trovo modo migliore per esprimere la condizione in cui ci getta la nostra fede: siamo chiamati ad essere sorpresi, stupefatti, radiosi per un Mistero che ha sconvolto tutte le regole della storia. Nelle altre due domeniche ci prepareremo al dono dello Spirito e poi sarà Pentecoste.
Oggi vorrei soffermarmi sui primi versetti del Vangelo: non abbiate timore. Vorrei, a proposito, ascoltare anzitutto l’esempio di Paolo e dei primi cristiani sia nella lettura di Atti che nel brano dell’Epistola e poi, dopo esserci chiesti di che cosa noi possiamo avere paura, cercare nel Risorto e nelle sue parole una risposta.
Paolo e Sila hanno vinto ogni paura e, sebbene picchiati, torturati, incarcerati per amore di Gesù non si tirano indietro e gli danno testimonianza. Mi colpisce il loro canto in quella notte: forse noi avremmo pianto, saremmo rimasti immersi in un mare di perplessità, avremmo magari deciso in segreto di fare un passo indietro. E invece loro sono nella gioia, vivono in una sorta d’estasi un momento di panico. La testimonianza cristiana è proprio questa croce portata con gioia, è proprio la consapevolezza profonda che oltre il buio e la notte ci sono sempre la luce e l’alba. Il crinale che separa sofferenza e gioia, croce e risurrezione non è mai così marcato. Soffrire per amore di Gesù è per loro un privilegio, un discorso consumato nel silenzio ma molto più eloquente di tante parole se poi la guardia carceraria decide di abbracciare la loro stessa fede con il Battesimo. Paolo, nella sua riflessione ai cristiani di Colossi, conferma questa tesi: non ha paura di abbracciare la sofferenza piuttosto che rinunciare al privilegio di annunciare il Vangelo. Anzi, proprio questo suo essere simile al Cristo crocifisso conferma il fatto che sta camminando sulla strada giusta. Per i credenti il parametro del successo non si misura con gli indici di gradimento dei sondaggi o con il trend positivo come per la Borsa: se scegli di essere discepolo e apostolo del Crocifisso risorto anche tu devi mettere in conto l’impopolarità, il fallimento apparente, la sofferenza e, proprio perchè l’oro si prova con il fuoco e il seme per dare frutto deve morire, così non c’è fede senza il caro prezzo della croce. Qquesta logica spezza ogni paura e ha fatto di questi nostri fratelli maggiori delle colonne su cui oggi anche noi possiamo poggiare con certezza la nostra fede.
Ma veniamo ora a quel non abbiate timore. I discepoli, in quella cena che avevano presagito fosse l’ultima, avevano paura di perdere il loro Maestro e con lui il senso della loro fede, della loro scelta di seguirlo. Avevano paura di aver sciupato la loro vita dietro ad un sogno che si stava rivelando tragicamente diverso dall’abbaglio iniziale. Ed ecco la rassicurazione di Gesù: si separerà ma ritornerà; lui è la Via per raggiungere la Verità e la Vita che sono il mistero di Dio Padre che è Amore incondizionato per i suoi figli. La separazione che avverrà sarà lo spazio per i discepoli per rielaborare il senso vero del loro credere e per ritrovare nel Maestro di Nazareth il vero volto di Dio che abbraccia la sua croce per Amore e che, Risorto, cammina per sempre fra noi.
E noi di che cosa possiamo avere paura. Forse per gli stessi motivi dei discepoli. Anche noi abbiamo paura quando siamo al confine di qualche cambiamento e possiamo solo affidarci; anche noi abbiamo paura quando ci sembra di non vedere più accanto ai nostri passi le orme rassicuranti del nostro Dio. Abbiamo paura quando ci assale l’angoscia della morte, la nostra, con il suo carico di domande sul senso e la finitezza della vita, o quella di qualcuno di caro, vicino a noi. Abbiamo paura quando la fede si inoltra in una foresta di dubbi o entra in un mare di nebbia e ci sembra di aver perso la direzione; abbiamo paura quando le scelte fatte magari con il ciglio sicuro e spregiudicato della giovinezza ci portano sul crinale della sofferenza e ci sembra di aver sbagliato tutto. Non abbiate timore! In realtà se non vediamo Dio non è perché lui non ci sta più accanto ma, come dice quella splendida poesia brasiliana, è perché ci sta portando sulle spalle. Anche per noi, come per Gesù, la morte non è l’ultima parola ma solo la possibilità per affidarci totalmente al Padre nella convinzione che nella sua casa c’è posto anche per noi. Se la fede si fa dubbio non dobbiamo avere paura perché Gesù, che è la Via, a volte ci conduce per valli oscure perché non smettiamo mai di ricercare e di vivere appieno la nostra libertà. Non dobbiamo avere paura se iniziamo ad un certo punto a pagare al caro prezzo della croce le nostre scelte perché significa che sono vere e ci è chiesto di perseverare: questa è la vera forza.
Non abbiate timore! Il volto del Risorto allora è capace quest’oggi di sciogliere il groviglio del nostro panico e di restituirci ad una vita piena, senza ripiegamenti e tentennamenti, gioiosa di sciogliersi in pienezza perché in totale abbandono a lui.
Non abbiate timore! è anche quello che ripeteva papa Giovanni Paolo II al mondo intero. Solo Cristo sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. Non avere paura di lui significa essere temerari, costruttori di un mondo nuovo.

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