Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa (…) venne Gesù
Otto giorni dopo l’evento che ha sconvolto la storia, come un appuntamento irrinunciabile, Gesù ritorna in mezzo ai suoi. Mi piace immaginare che quella casa non solo si sia riempita di luce e di colore ma anche di profumo di vita, come un vento carico di sapori di primavera, e poi di suoni: le donne iniziarono a fare cerchio attorno a Gesù battendo i cembali e anche i discepoli si sono lasciati andare alla danza.
Da allora Gesù non è mai mancato nemmeno una volta all’appuntamento con noi, sua Chiesa, e ci chiama a stringerci attorno a lui nel segno della Parola aperta e spiegata e del Pane spezzato. Come sarebbe bello se anche la nostra comunità vibrasse di gioia, se ci sorprendesse un brivido perchè il Risorto è con noi, se anche noi sentissimo un bisogno irresistibile di danzare e fare festa e ci lasciassimo andare a quella felicità discreta di chi sa che la morte non è più l’ultima parola e anche davanti a noi, come per Gesù, si squarcia l’orizzonte dell’eternità. Ogni domenica è Pasqua, particolarmente in questo tempo di 50 giorni che la Chiesa ci fa vivere come se fossero un giorno solo, come un anticipo dell’eternità in cui non ci sarà più tempo, e allora usciamo dai nostri ripiegamenti, dalle nostre chiusure, dalle nostre paure e, come comunità, dai nostri schemi pastorali affannati, spesso giocati in difesa perchè di corto respiro! Cristo cammina con noi e questo è l’essenziale, il roveto ardente a cui ritornare per trovare poi l’iride della fantasia di nuove strategie per annunciare il Vangelo. Non c’è spazio per il pessimismo, a dire il vero, qui siamo anche oltre l’ottimismo: è la certa speranza che il nostro Capitano ha ben sicure le mani sul timone della nave della nostra vita e della sua Chiesa. Vorrei ora porre due domande ai protagonisti delle letture ascoltate raccogliendole così in un unico sguardo d’insieme per poi soffermarmi sulla figura di Tommaso lasciandomi aiutare da un’opera di Caravaggio. La prima domanda che rivolgerei a Pietro e Giovanni e anche a Paolo e a Tommaso è su che cosa ha rappresentato per loro la Risurrezione del Maestro. Ci risponderebbero che non in teoria ma in pratica per loro è cambiato tutto perché hanno compreso con il cuore che la morte di croce non è stata un incidente di percorso ma il modo che il Maestro ha scelto di amare sino alla fine e la Risurrezione del Crocifisso è il sì che il Padre ha pronunciato proprio su quella storia d’amore, è il soffio d’infinito e di eterno che ha dato vita al Figlio che non poteva restare nella tomba. Questa notizia li ha sorpresi, li ha fatti uscire fuori di sé dalla gioia e li ha proprio trascinati fuori dalle loro paure, dai loro ripiegamenti: Giovanni e Pietro non si vergognano di testimoniare Gesù in parole e opere anche al costo di soffrire; Paolo sa di essere stato perdonato e di essere diventato creatura nuova, nella prassi di ogni giorno chiamato ad incarnare il volto d’Amore del Signore e Tommaso si apre ad una nuova dimensione di fede e riconosce il suo Signore vivo e presente in quella comunità che aveva deciso di abbandonare. Tutti loro a noi oggi dicono che se abbiamo incontrato il Risorto niente in noi può essere più come prima. In noi dobbiamo accogliere la primavera di una nuova vita e avere il coraggio di bandire ogni paura, ogni tristezza, siamo chiamati in poche parole a vivere come dei sorpresi dalla Grazia, pronti a stupirci per qualche scherzo che il Risorto ogni tanto ama tirarci per farci vedere che è presente e non si è stancato di noi. Se ci concentrassimo più a cambiare noi stessi alla luce della Risurrezione piuttosto che avere sempre il ciglio di chi vuole imbracciare le armi per cambiare il mondo avremmo fatto la cosa più importante! La seconda domanda che vorrei rivolgere ai protagonisti della Parola di oggi è questa: come non si è esaurita la vostra gioia, come avete potuto vivere all’insegna della beatitudine? Ci risponderebbero che il modo migliore per moltiplicare la gioia è nel condividerla. Dividi per moltiplicare! Al nostro Dio permettiamo anche di stravolgere le regole della matematica! Se avessero trattenuto per sé la buona notizia della Risurrezione questa presto si sarebbe consumata in un sentimentalismo sterile. Invece è diventata fontana zampillante attraverso la loro testimonianza irrefrenabile e la loro corsa ha passato, di generazione in generazione, il testimone anche a noi. Se vogliamo vivere la beatitudine della Risurrezione anche noi dobbiamo salpare sul mare della testimonianza. E forse, se non l’abbiamo mai gustata, è perché non ci siamo mai sentiti in dovere di essere missionari. Ci sono schiere di giovani che si attendono da noi, e non solo a parole, l’annuncio della Verità del Risorto. E che aspettiamo per abbattere i muri di separazione e farci loro compagni? Lottare per la loro gioia moltiplica anche la nostra. E la vera gioia è proprio l’annuncio di Risurrezione.
Otto giorni dopo l’evento che ha sconvolto la storia, come un appuntamento irrinunciabile, Gesù ritorna in mezzo ai suoi. Mi piace immaginare che quella casa non solo si sia riempita di luce e di colore ma anche di profumo di vita, come un vento carico di sapori di primavera, e poi di suoni: le donne iniziarono a fare cerchio attorno a Gesù battendo i cembali e anche i discepoli si sono lasciati andare alla danza.
Da allora Gesù non è mai mancato nemmeno una volta all’appuntamento con noi, sua Chiesa, e ci chiama a stringerci attorno a lui nel segno della Parola aperta e spiegata e del Pane spezzato. Come sarebbe bello se anche la nostra comunità vibrasse di gioia, se ci sorprendesse un brivido perchè il Risorto è con noi, se anche noi sentissimo un bisogno irresistibile di danzare e fare festa e ci lasciassimo andare a quella felicità discreta di chi sa che la morte non è più l’ultima parola e anche davanti a noi, come per Gesù, si squarcia l’orizzonte dell’eternità. Ogni domenica è Pasqua, particolarmente in questo tempo di 50 giorni che la Chiesa ci fa vivere come se fossero un giorno solo, come un anticipo dell’eternità in cui non ci sarà più tempo, e allora usciamo dai nostri ripiegamenti, dalle nostre chiusure, dalle nostre paure e, come comunità, dai nostri schemi pastorali affannati, spesso giocati in difesa perchè di corto respiro! Cristo cammina con noi e questo è l’essenziale, il roveto ardente a cui ritornare per trovare poi l’iride della fantasia di nuove strategie per annunciare il Vangelo. Non c’è spazio per il pessimismo, a dire il vero, qui siamo anche oltre l’ottimismo: è la certa speranza che il nostro Capitano ha ben sicure le mani sul timone della nave della nostra vita e della sua Chiesa. Vorrei ora porre due domande ai protagonisti delle letture ascoltate raccogliendole così in un unico sguardo d’insieme per poi soffermarmi sulla figura di Tommaso lasciandomi aiutare da un’opera di Caravaggio. La prima domanda che rivolgerei a Pietro e Giovanni e anche a Paolo e a Tommaso è su che cosa ha rappresentato per loro la Risurrezione del Maestro. Ci risponderebbero che non in teoria ma in pratica per loro è cambiato tutto perché hanno compreso con il cuore che la morte di croce non è stata un incidente di percorso ma il modo che il Maestro ha scelto di amare sino alla fine e la Risurrezione del Crocifisso è il sì che il Padre ha pronunciato proprio su quella storia d’amore, è il soffio d’infinito e di eterno che ha dato vita al Figlio che non poteva restare nella tomba. Questa notizia li ha sorpresi, li ha fatti uscire fuori di sé dalla gioia e li ha proprio trascinati fuori dalle loro paure, dai loro ripiegamenti: Giovanni e Pietro non si vergognano di testimoniare Gesù in parole e opere anche al costo di soffrire; Paolo sa di essere stato perdonato e di essere diventato creatura nuova, nella prassi di ogni giorno chiamato ad incarnare il volto d’Amore del Signore e Tommaso si apre ad una nuova dimensione di fede e riconosce il suo Signore vivo e presente in quella comunità che aveva deciso di abbandonare. Tutti loro a noi oggi dicono che se abbiamo incontrato il Risorto niente in noi può essere più come prima. In noi dobbiamo accogliere la primavera di una nuova vita e avere il coraggio di bandire ogni paura, ogni tristezza, siamo chiamati in poche parole a vivere come dei sorpresi dalla Grazia, pronti a stupirci per qualche scherzo che il Risorto ogni tanto ama tirarci per farci vedere che è presente e non si è stancato di noi. Se ci concentrassimo più a cambiare noi stessi alla luce della Risurrezione piuttosto che avere sempre il ciglio di chi vuole imbracciare le armi per cambiare il mondo avremmo fatto la cosa più importante! La seconda domanda che vorrei rivolgere ai protagonisti della Parola di oggi è questa: come non si è esaurita la vostra gioia, come avete potuto vivere all’insegna della beatitudine? Ci risponderebbero che il modo migliore per moltiplicare la gioia è nel condividerla. Dividi per moltiplicare! Al nostro Dio permettiamo anche di stravolgere le regole della matematica! Se avessero trattenuto per sé la buona notizia della Risurrezione questa presto si sarebbe consumata in un sentimentalismo sterile. Invece è diventata fontana zampillante attraverso la loro testimonianza irrefrenabile e la loro corsa ha passato, di generazione in generazione, il testimone anche a noi. Se vogliamo vivere la beatitudine della Risurrezione anche noi dobbiamo salpare sul mare della testimonianza. E forse, se non l’abbiamo mai gustata, è perché non ci siamo mai sentiti in dovere di essere missionari. Ci sono schiere di giovani che si attendono da noi, e non solo a parole, l’annuncio della Verità del Risorto. E che aspettiamo per abbattere i muri di separazione e farci loro compagni? Lottare per la loro gioia moltiplica anche la nostra. E la vera gioia è proprio l’annuncio di Risurrezione.
Mi lascio aiutare da Caravaggio e dalla sua opera che rappresenta proprio il brano ascoltato oggi. Anche nella nostra chiesa custodiamo un quadro manierista che replica lo stesso soggetto. C’è Tommaso assieme a Pietro e a Giovanni. Gesù afferra dolcemente la mano del discepolo incredulo e se la porta al costato e le dita penetrano la ferita. La sua incredulità diventa fede certa ed esplosiva. Mi chiedo perché assieme a lui ci siano anche Pietro e Giovanni: il primo rappresenta la Chiesa come Gerarchia, Istituzione; il secondo la Chiesa come comunione. Tommaso rappresenta la Chiesa fatta da tutti quelli che fanno fatica a credere ma che, nonostante tutto, si lasciano portare da qualche testimone ad incontrare il Risorto. E Gesù non lo rimprovera ma lo educa, lo conduce fuori dal suo buio, e lo porta a credere. Se noi ci sentiamo un po’ come Tommaso, a tratti dubbiosi, immersi nel buio del venerdì santo, appesi a quel grido Dio mio perché mi hai abbandonato a volte anche noi in bilico nel lasciare la comunità dei credenti perché ci sentiamo fuori posto, non sentiamoci a meno degli altri! Siamo i benvenuti! Il Signore ha per noi gesti di compassione e ci dà luce, fosse anche solo un poco che basta per attraversare a vista il mare della vita.

un bel commento. Grazie!
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