Ma in fondo che differenza c’è fra chi crede e chi non crede? Tutti siamo gettati nella storia, veniamo dal buio dei tempi e la nostra vita va inesorabile verso un enigma irrisolvibile. Dobbiamo faticare per vivere, lottare, trovare scorciatoie per gustare la felicità, sempre più rara, sempre più a caro prezzo, parentesi esigua in un mare di difficoltà, angoscia e di sofferenza. E l’esistenza di Dio cosa aggiunge a tutto questo, cosa cambia a questa eterna lotta per sopravvivere?
Vivere come se Dio non ci fosse: questa è la tentazione anche per i credenti. Noi ogni domenica ci ritroviamo per spezzare il Pane, dopo aver ascoltato una Parola che è per noi fin dai secoli eterni, siamo in una comunità che dice di trovare nel Risorto il suo cuore ardente e offre la gioia e il perdono come un sostegno alla vita di ognuno, attendiamo il Regno e pronunciamo, per esempio nel Credo, parole di speranza capaci di far trasalire il mondo ma poi, fuori di qui, nella nostra vita spesso non cambia nulla. Penso che possiamo senza timore in questa seconda tappa di Avvento, che mette a tema le caratteristiche dei figli del Regno, lasciarci andare a queste considerazioni. È vero: noi siamo uomini incarnati nella nostra storia, non possiamo esimerci dal vivere nella nostra cultura che esaspera l’attimo presente, cancella la storia svuotandola di significato, teme il futuro e preferisce non guardarlo; noi ci sentiamo come tutti barcollare nella ricerca di una Verità spesso distante; siamo sempre sul crinale dell’angoscia ma c’è un di più per la nostra vita che dobbiamo accogliere e che si nasconde proprio nella nostra fede. C’è un tratto nel nostro cuore che ad un certo punto emerge, che sta in noi come una brace non ancora spenta che all’improvviso si avvampa di nuova forza, ed è la certezza che Dio, dal profondo silenzio dei secoli, è comparso sullo scenario della Storia e ha camminato in mezzo a noi aprendoci un nuovo orizzonte di senso, una possibilità di vivere, per esempio secondo il Vangelo delle Beatitudini, in modo radicalmente nuovo, è la certezza di non essere abbandonati, che tutto è nelle sue mani e anche noi non siamo dimenticati ma ricercati, voluti bene per quello che siamo, presi nel palmo della sua mano. Non siamo più uomini che a tentoni cercano di comprendere il Mistero di Dio, siamo persone visitate dall’alto, sorpresi dalla sua Grazia. I figli del Regno hanno nel cuore una gioia discreta che è frutto di una speranza antica e sempre nuova. Non è una maschera che ci poniamo con le nostre mani perché al primo colpo di vento dettato dalla sofferenza si spezzerebbe. La certezza dell’amore di Dio per noi sue creature può davvero cambiare tutto!
Proviamo allora a chiedere alla parola di questa domenica di suggerirci altri tratti dei figli del Regno.
Gli Assiri e gli Egiziani, ad est e ad ovest, spesso venivano a battaglia. Israele doveva compiere spesso la scelta di allearsi con gli uni contro gli altri e viceversa. Isaia annuncia il tempo della Riconciliazione, giorni in cui non solo i due popoli stipuleranno una pace ma abbracceranno la fede nell’unico Dio ed Israele sarà in mezzo a loro come un abbraccio di intercessione. I figli del Regno sono quelli che nei tempi della sofferenza, della battaglia, dello sconvolgimento guardano avanti con fiducia e sognano un orizzonte di pace; vedono i segni della primavera dove tutti vedono ancora l’inverno, vedono il rigonfiamento dei germogli sul ramo ancora secco; sanno che la storia, anche quella di ognuno, è in salita perché Dio è all’opera e allargano il loro cuore alla speranza e allo stesso tempo lottano, soffrono, intercedono per un mondo di pace, per una vita giusta e migliore.
Per dirla con Paolo, i figli del Regno sono quelli che penetrano i misteri di Cristo per illuminare ogni uomo. Non si può mettere una lampada sotto il lucerniere, diceva Gesù, perchè deve fare luce a tutti quelli che sono nella casa. I credenti non possono tenere fra le mani il dono di Grazia ricevuto perché presto si esaurirebbe: lo devono dividere e così si moltiplica: strana regola matematica! Significa che in ogni attimo della nostra vita noi siamo responsabili della gioia di chi ci circonda che non può prescindere dalla conoscenza di Cristo e della sua vita spezzata per noi.
E infine, secondo il Vangelo, i figli del Regno sono quelli che sanno che ha avuto inizio il vangelo di Cristo e la sua bellezza si dilata ancora oggi fra noi. Significa lasciarsi attrarre a colui che battezza in Spirito santo, ci fa trasalire e ci dona di entrare nella vita stessa di Dio. Ci sveste dell’uomo vecchio e ci dà il coraggio di essere eroi, santi, capaci di fare grandi cose, fosse anche di aggiungere una goccia d’acqua all’Oceano della Storia.
l'omelia è come un evidenziatore che scorre sulle pagine della Parola che di domenica in domenica la Sapienza della Chiesa ci offre
sabato 21 novembre 2009
domenica 15 novembre 2009
I di Avvento
Inizia oggi un nuovo anno liturgico. L’anno Liturgico segna il tempo sacro nello scorrere del tempo ordinario, la Grazia della presenza di Dio nella debolezza della storia dell’uomo. Auguri perché la Parola che ascolteremo, i Santi Segni della Liturgia che incontreremo e il Pane che spezzeremo aumentino la nostra Fede e la Fede si trasformi presto in Carità così che possiamo essere davvero persone nuove, profumati di Vangelo, con in un cuore una grande speranza, con le mani piene di futuro. Sappiamo che il nuovo Lezionario ambrosiano è strutturato in 3 grandi cicli: il Mistero dell’Incarnazione, che parte con oggi e si compie prima della Quaresima. Il mistero della Pasqua del Signore che abbraccia la Quaresima e le settimane dalla Pasqua alla Pentecoste e poi il tempo della Pentecoste che va dalla da quella Festa fino a Cristo Re. Con oggi entriamo dunque nella prima parte del Mistero dell’Incarnazione, nel tempo di Avvento. Le letture di queste settimane ci aiuteranno a rivivere l’attesa del Messia da parte di tutto Israele: ci metteremo dunque in ascolto delle profezie antiche e diremo che questa attesa si è compiuta in Gesù. Ma non solo: l’Avvento, mentre ci prepara al Natale, ci aiuta a rimanere in attesa del compimento del Regno con il nuovo ritorno del Signore. Ci aiuta ad affinare quell’attesa definitiva del Risorto. Perché così come il Signore si è affacciato nella Storia rivelando il suo Volto e restando fedele alla sua Promessa ritornerà fra noie sarà festa!
Penso che l’Avvento ci consegni fondamentalmente questi tratti spirituali che vanno maturati ogni giorno nella preghiera che soprattutto in questo tempo deve farsi ascolto intenso e contemplazione ammirata:
- affinare il senso dell’attesa relativizzando il presente perché la luce del Risorto che tornerà già ora ci fa comprendere su cosa è necessario puntare la nostra vita e cosa invece non merita la nostra fatica. È un esercizio che ci libera da ogni ansia. Se si vive così quello che il mondo considera così importante, il potere, il successo e la ricchezza, in realtà non ha valore mentre solo l’amore conta.
- Relativizzare il presente al futuro però non significa fuggirlo, tradirlo, dimenticarlo. La vigilanza, che è il modo giusto di attendere il futuro, ci chiede di non sprecare nemmeno un attimo della nostra vita a imitazione di Cristo, cioè nell’amore e nella consegna di noi stessi ognuno con la sua vocazione.
- Avere nel cuore la certezza che il Padre mantiene sempre le sue promesse e quindi scoprirci figli amati, accuditi, circondati da ogni premura.
Il tema di questa domenica è la venuta del Signore. Le letture sono avvolte di un velo di castrofismo, richiamano l’imminente venuta del Signore come di un’ora di Giudizio ineluttabile, si fanno appello a restare fedeli all’Alleanza, ad essere nel presente figli della luce per essere riconosciuti e abbracciati da Dio. Vorrei soffermarmi in particolare sul brano del vangelo. Gesù coglie l’occasione per parlare dei tempi ultimi profetizzando la distruzione del Tempio e di Gerusalemme. Quando Luca scrive probabilmente tutto questo era già accaduto, e possiamo immaginare le reazioni di sconcerto, paura, il senso di sconfitta e anche di disperazione della comunità ebraica e anche di quella cristiana costrette ad abbandonare la propria terra e iniziare quel pellegrinaggio che si è protratto nei secoli, a sottostare a leggi di paesi culturalmente e religiosamente agli antipodi rispetto alla propria fede, a rischiare la vita per difendere le proprie radici. Ritrovare nelle parole di Gesù l’adempiersi della profezia doveva suscitare grande stupore, meraviglia, una luce. Se Gesù sapeva vuol dire allora che la storia non è dettata dal caso o dalle forze del male, che questo è un passaggio necessario, una crisi, una spaccatura con ciò che stava prima ma che fa da preludio ai tempi della stabilità del Regno. È possibile allora trovare speranza anche nei giorni della’marezza e dello sconforto, ritrovare dignità, alzare il capo e non guardare al cielo come ad un Nemico ma come ad un Dio che misteriosamente non ha smesso mai di accompagnarci e che ci prepara un futuro di pace. Senza questa contestualizzazione storica questa pagina rischia di essere incompresa. Ma cosa dice a noi in questo scorcio di inizio millennio. Forse che i tempi della distruzione, della violenza, della prova della fede, per cui ti trovi a pagare in prima persona se vuoi essere coerente con il Vangelo di Gesù, non sono ancora finiti, forse che i nostri giorni, come allora, sono preludio del Regno che certamente verrà. E più tarda a venire e più il cuore, di fronte alla scelta di raffreddarsi, invece deve raccogliere la sfida della vigilanza e tenersi caldo. Gli atteggiamenti che Gesù propone ai suoi valgono allora anche per noi e potremmo sintetizzarli con sue parole: il coraggio e la speranza.
Il credente è un uomo coraggioso, che guarda in faccia la storia, sa prendere posizione, sa discernere nel presente ciò che è giusto da ciò che è sbagliato al costo di pagare, di rimanere da solo, di affrontare a testa alta ogni sfida. Di più, il coraggio è l’agire del cuore (cor-agere), dunque significa non smarrire la propria anima, non svendere il proprio cuore, perseverare nell’amore pur fra mille paure. E poi la speranza. Questa forse è la cosa che contraddistingue più di ogni altro uomo il credente. La speranza infatti non è solo non cedere al pessimismo, non è un banale ottimismo ma è la convinzione che le cose non possono che andare bene perché chi ha in mano il timone della storia è il Dio della vita. La speranza è come una gioia discreta che nasce dal cuore e ti fa camminare con il sorriso mentre tutto attorno invita alla disperazione. La Speranza è ciò di cui più siamo a corto nel nostro mondo che è irrimediabilmente ripiegato sulle cose del presente e non sa più alzare lo sguardo. Il credente lo riconosci da come guarda le cose del presente e da come sa attendere il futuro in sé e negli altri.
Penso che l’Avvento ci consegni fondamentalmente questi tratti spirituali che vanno maturati ogni giorno nella preghiera che soprattutto in questo tempo deve farsi ascolto intenso e contemplazione ammirata:
- affinare il senso dell’attesa relativizzando il presente perché la luce del Risorto che tornerà già ora ci fa comprendere su cosa è necessario puntare la nostra vita e cosa invece non merita la nostra fatica. È un esercizio che ci libera da ogni ansia. Se si vive così quello che il mondo considera così importante, il potere, il successo e la ricchezza, in realtà non ha valore mentre solo l’amore conta.
- Relativizzare il presente al futuro però non significa fuggirlo, tradirlo, dimenticarlo. La vigilanza, che è il modo giusto di attendere il futuro, ci chiede di non sprecare nemmeno un attimo della nostra vita a imitazione di Cristo, cioè nell’amore e nella consegna di noi stessi ognuno con la sua vocazione.
- Avere nel cuore la certezza che il Padre mantiene sempre le sue promesse e quindi scoprirci figli amati, accuditi, circondati da ogni premura.
Il tema di questa domenica è la venuta del Signore. Le letture sono avvolte di un velo di castrofismo, richiamano l’imminente venuta del Signore come di un’ora di Giudizio ineluttabile, si fanno appello a restare fedeli all’Alleanza, ad essere nel presente figli della luce per essere riconosciuti e abbracciati da Dio. Vorrei soffermarmi in particolare sul brano del vangelo. Gesù coglie l’occasione per parlare dei tempi ultimi profetizzando la distruzione del Tempio e di Gerusalemme. Quando Luca scrive probabilmente tutto questo era già accaduto, e possiamo immaginare le reazioni di sconcerto, paura, il senso di sconfitta e anche di disperazione della comunità ebraica e anche di quella cristiana costrette ad abbandonare la propria terra e iniziare quel pellegrinaggio che si è protratto nei secoli, a sottostare a leggi di paesi culturalmente e religiosamente agli antipodi rispetto alla propria fede, a rischiare la vita per difendere le proprie radici. Ritrovare nelle parole di Gesù l’adempiersi della profezia doveva suscitare grande stupore, meraviglia, una luce. Se Gesù sapeva vuol dire allora che la storia non è dettata dal caso o dalle forze del male, che questo è un passaggio necessario, una crisi, una spaccatura con ciò che stava prima ma che fa da preludio ai tempi della stabilità del Regno. È possibile allora trovare speranza anche nei giorni della’marezza e dello sconforto, ritrovare dignità, alzare il capo e non guardare al cielo come ad un Nemico ma come ad un Dio che misteriosamente non ha smesso mai di accompagnarci e che ci prepara un futuro di pace. Senza questa contestualizzazione storica questa pagina rischia di essere incompresa. Ma cosa dice a noi in questo scorcio di inizio millennio. Forse che i tempi della distruzione, della violenza, della prova della fede, per cui ti trovi a pagare in prima persona se vuoi essere coerente con il Vangelo di Gesù, non sono ancora finiti, forse che i nostri giorni, come allora, sono preludio del Regno che certamente verrà. E più tarda a venire e più il cuore, di fronte alla scelta di raffreddarsi, invece deve raccogliere la sfida della vigilanza e tenersi caldo. Gli atteggiamenti che Gesù propone ai suoi valgono allora anche per noi e potremmo sintetizzarli con sue parole: il coraggio e la speranza.
Il credente è un uomo coraggioso, che guarda in faccia la storia, sa prendere posizione, sa discernere nel presente ciò che è giusto da ciò che è sbagliato al costo di pagare, di rimanere da solo, di affrontare a testa alta ogni sfida. Di più, il coraggio è l’agire del cuore (cor-agere), dunque significa non smarrire la propria anima, non svendere il proprio cuore, perseverare nell’amore pur fra mille paure. E poi la speranza. Questa forse è la cosa che contraddistingue più di ogni altro uomo il credente. La speranza infatti non è solo non cedere al pessimismo, non è un banale ottimismo ma è la convinzione che le cose non possono che andare bene perché chi ha in mano il timone della storia è il Dio della vita. La speranza è come una gioia discreta che nasce dal cuore e ti fa camminare con il sorriso mentre tutto attorno invita alla disperazione. La Speranza è ciò di cui più siamo a corto nel nostro mondo che è irrimediabilmente ripiegato sulle cose del presente e non sa più alzare lo sguardo. Il credente lo riconosci da come guarda le cose del presente e da come sa attendere il futuro in sé e negli altri.
sabato 7 novembre 2009
Cristo Re dell'universo
Non smetto mai di ricordare, quando celebriamo questa festa, la sua origine. È stato un vero e proprio azzardo quello di Papa Pio XI, in un tempo in cui regnavano i più terribili totalitarismi della storia, dire che l’unico vero Re è il Crocifisso Risorto, Gesù di Nazareth. Era una sfida aperta, conforme al suo carattere deciso e lucido, a chi aveva confuso il servizio della politica con il potere, a chi si era lasciato prendere dal delirio di onnipotenza, a chi pensava di potersi sostituire a Dio,a chi toglieva la libertà ai popoli in nome di una superiorità razziale e culturale, a chi pretendeva di lasciare un segno nella storia che poi si è rivelato essere morte, distruzione e violenza. E a distanza di quasi un secolo, oggi, possiamo dare ragione a questo grande Papa e dire che se tutto passa Cristo resta, che anche le ideologie apparentemente più forti hanno il loro tramonto, che tutto ciò che umano ha un inizio, si evolve e poi finisce. Rimane invece la Buona Notizia che Dio ha tanto amato il mondo da dare la vita del suo Figlio e che nell’abbraccio di quella Croce siamo anche noi raccolti dalle nostre strade disperse e diventati amici, addirittura familiari di Dio, con il cuore il segreto di un Regno in cui le coordinate di questo mondo vengono ribaltate e i piccoli sono resi grandi.
Ma c’è da dire che questa è anche l’ultima domenica dell’anno liturgico; si chiude un ciclo in cui il Signore ha spezzato in abbondanza il Pane della Parola e ci ha chiamati alla conversione e alla santità. Come per ogni stagione che si chiude, sarà importante in questa settimana fermarsi, trovare riposo nella preghiera per chiedersi cosa ne è stato di questo ascolto, quali passi abbiamo mosso in avanti per diventare più simili a Cristo e poi per lasciarsi sommergere dalla Misericordia per tutte le nostre distanze, le nostre incertezze, le nostre paure. Chiudere il tempo liturgico nel segno della regalità del Crocifisso Risorto è fare anche una professione di fede nella certezza che il nostro tempo non è destinato al nulla, il nostro mondo non va verso nessun annichilimento ma verso questo Signore che ha nelle sue mani il segreto del Tempo, i cardini della storia e prepara per noi un orizzonte definitivo di Pace. Il cristiano non può essere pessimista, è poco per lui essere anche ottimista: il cristiano vive già ora la Speranza del Regno e questo dona al cuore uno sguardo purificato su se stessi e sul mondo e anche una certa relativizzazione di tutto ciò che abbiamo attorno ma che sappiamo non essere la sola realtà. E così ci potranno essere avvenimenti che ci scandalizzano, che ci turbano, che ci toglieranno qualche volta il sonno ma mai nulla che distrugga la nostra pace, un po’come il mare che spesso è sconvolto da grandi tempeste ma solo in superficie perché nei fondali regna la calma più assoluta.
E ora veniamo alle letture che la Liturgia di quest’oggi ci propone. Il cuore è la scena della crocifissione e il perdono offerto al ladro e da qui le parole di Paolo che si fanno canto per un Signore che in modo del tutto inaspettato si è inabissato nella profondità della nostra umanità fino a toccare il punto più basso e che Dio ha risollevato nella Risurrezione, come un sì che lo ha tratto dalla morte perché l’amore non può avere fine, perché l’amore vince sopra tutto. E poi fa eco alla vicenda di Cristo la profezia del servo sofferente di Isaia che ha reso nella debolezza il suo messia segno di salvezza per Israele e luce per tutte le nazioni.
È un re strano quello che ci propone l’affresco della Parola e non smetteremmo mai di contemplarlo. Non ha potere se non l’amore che vince ogni cosa, anche le durezze dei cuori più ostinati come quello di un ladro che si pente e che è il primo a mettere piede in Paradiso, prima ancora di tutti i giusti del Primo Testamento. Non ha forza se non la debolezza che si spezza per accogliere la Potenza di un Dio che non abbandona mai. Non mette distanze con l’uomo, non ha gente che gli guarda le spalle, non ha nulla che lo protegga perché ha deciso di stare, condividere, fare comunione con tutti i poveri della terra e mettersi dalla loro parte fino a pagare di persona ogni cosa, fino a pagare per ogni persona. E in quella croce si riassume tutta l’Alleanza che Dio ha desiderato con il suo popolo, si riassume tutta la voglia di comunione di un Signore che ha messo la sua creatura accanto a sé e non sotto di sé e con lei desidera costruire un legame di amore.
Essere discepoli del crocifisso risorto, accogliere in noi la sua regalità ha conseguenze molto precise per i nostri giorni.
Anzitutto come comunità abbiamo la consapevolezza di essere stati generati dal fianco aperto di quella croce, in quel crocifisso noi ritroviamo la forza di essere nel mondo segno alternativo di un amore che sconvolge la logica del mondo. Insieme dobbiamo raccontare all’uomo di oggi che ci sono valori per cui vale la pena sporcarsi le mani e altri che bisogna mettere sempre su un piano secondo. Solo l’amore conta, la Chiesa perde se insegue segni di potere piuttosto che incidere nella storia con il potere sei segni che si richiamano esplicitamente al suo Maestro di Nazareth.
E poi anche noi come lui siamo chiamati a diventare luce per le nazioni, luce per tutte le persone che incontriamo negli attimi della nostra vita. c’è un agire discreto del credente che però deve incidere nelle strutture del mondo per renderlo simile al Paradiso. Se si accoglie Cristo come unico riferimento si apre un orizzonte di vita nuova.
Ma c’è da dire che questa è anche l’ultima domenica dell’anno liturgico; si chiude un ciclo in cui il Signore ha spezzato in abbondanza il Pane della Parola e ci ha chiamati alla conversione e alla santità. Come per ogni stagione che si chiude, sarà importante in questa settimana fermarsi, trovare riposo nella preghiera per chiedersi cosa ne è stato di questo ascolto, quali passi abbiamo mosso in avanti per diventare più simili a Cristo e poi per lasciarsi sommergere dalla Misericordia per tutte le nostre distanze, le nostre incertezze, le nostre paure. Chiudere il tempo liturgico nel segno della regalità del Crocifisso Risorto è fare anche una professione di fede nella certezza che il nostro tempo non è destinato al nulla, il nostro mondo non va verso nessun annichilimento ma verso questo Signore che ha nelle sue mani il segreto del Tempo, i cardini della storia e prepara per noi un orizzonte definitivo di Pace. Il cristiano non può essere pessimista, è poco per lui essere anche ottimista: il cristiano vive già ora la Speranza del Regno e questo dona al cuore uno sguardo purificato su se stessi e sul mondo e anche una certa relativizzazione di tutto ciò che abbiamo attorno ma che sappiamo non essere la sola realtà. E così ci potranno essere avvenimenti che ci scandalizzano, che ci turbano, che ci toglieranno qualche volta il sonno ma mai nulla che distrugga la nostra pace, un po’come il mare che spesso è sconvolto da grandi tempeste ma solo in superficie perché nei fondali regna la calma più assoluta.
E ora veniamo alle letture che la Liturgia di quest’oggi ci propone. Il cuore è la scena della crocifissione e il perdono offerto al ladro e da qui le parole di Paolo che si fanno canto per un Signore che in modo del tutto inaspettato si è inabissato nella profondità della nostra umanità fino a toccare il punto più basso e che Dio ha risollevato nella Risurrezione, come un sì che lo ha tratto dalla morte perché l’amore non può avere fine, perché l’amore vince sopra tutto. E poi fa eco alla vicenda di Cristo la profezia del servo sofferente di Isaia che ha reso nella debolezza il suo messia segno di salvezza per Israele e luce per tutte le nazioni.
È un re strano quello che ci propone l’affresco della Parola e non smetteremmo mai di contemplarlo. Non ha potere se non l’amore che vince ogni cosa, anche le durezze dei cuori più ostinati come quello di un ladro che si pente e che è il primo a mettere piede in Paradiso, prima ancora di tutti i giusti del Primo Testamento. Non ha forza se non la debolezza che si spezza per accogliere la Potenza di un Dio che non abbandona mai. Non mette distanze con l’uomo, non ha gente che gli guarda le spalle, non ha nulla che lo protegga perché ha deciso di stare, condividere, fare comunione con tutti i poveri della terra e mettersi dalla loro parte fino a pagare di persona ogni cosa, fino a pagare per ogni persona. E in quella croce si riassume tutta l’Alleanza che Dio ha desiderato con il suo popolo, si riassume tutta la voglia di comunione di un Signore che ha messo la sua creatura accanto a sé e non sotto di sé e con lei desidera costruire un legame di amore.
Essere discepoli del crocifisso risorto, accogliere in noi la sua regalità ha conseguenze molto precise per i nostri giorni.
Anzitutto come comunità abbiamo la consapevolezza di essere stati generati dal fianco aperto di quella croce, in quel crocifisso noi ritroviamo la forza di essere nel mondo segno alternativo di un amore che sconvolge la logica del mondo. Insieme dobbiamo raccontare all’uomo di oggi che ci sono valori per cui vale la pena sporcarsi le mani e altri che bisogna mettere sempre su un piano secondo. Solo l’amore conta, la Chiesa perde se insegue segni di potere piuttosto che incidere nella storia con il potere sei segni che si richiamano esplicitamente al suo Maestro di Nazareth.
E poi anche noi come lui siamo chiamati a diventare luce per le nazioni, luce per tutte le persone che incontriamo negli attimi della nostra vita. c’è un agire discreto del credente che però deve incidere nelle strutture del mondo per renderlo simile al Paradiso. Se si accoglie Cristo come unico riferimento si apre un orizzonte di vita nuova.
domenica 1 novembre 2009
II domenica dopo la Dedicazione del Duomo
Ci sono parole che bisognerebbe centellinare tanto sono belle, tanto sono capaci di aprire il cuore e di dargli consolazione. Mi riferisco all’Epistola di Paolo agli Efesini. L’evento della Pasqua di Gesù ha riconciliato Dio all’umanità, ha dato pace al cuore dei pagani e al cuore degli ebrei: Dio non è il Giudice severo che imprigiona la nostra libertà in precetti e leggi che non sono capaci di saziare la nostra attesa di felicità; Dio non è un’invenzione dell’uomo che ha bisogno di idealizzare i suoi desideri più profondi o che ha bisogno di cercare parole capaci di aiutarlo a superare la sua atavica paura della morte: Dio è il Padre di Gesù che ama l’umanità e la invita a entrare nella sua logica, nel suo Regno, nella sua famiglia. Dio è promessa compiuta di eternità e il suo Amore incrocia i nostri desideri e dà loro compimento.
Mi chiedo spesso che cosa sarebbe stato se Paolo non avesse sognato durante una notte, ma forse era il sogno di tutta una vita, di oltrepassare i confini dell’occidente e annunciare il suo Vangelo e poi, in obbedienza allo Spirito, approdare in Macedonia.
E ancora cosa sarebbe accaduto se a Gerusalemme, durante quell’adunanza, i discepoli con gli apostoli avessero chiuso le porte del Vangelo ai pagani.
E poi ancora se il Vangelo non fosse approdato nelle culture di tutti i popoli lungo i tempi con lo sforzo dell’intelligenza e la missione di tanti uomini e donne.
Forse si sarebbe tradita la visione di Isaia che vedeva il Tempio trasformato in casa di preghiera per tutte le genti, si sarebbe tradito senz’altro lo slancio di Gesù di abbracciare uomini e donne oltre il confine della cultura d’Israele
Forse noi non saremmo qui oggi, forse non avremmo mai incontrato come compagno e amico della nostra vita il Dio dell’Alleanza, non sapremmo cosa significa amare sino alla fine, non potremmo poggiare i nostri piedi sulle orme di Gesù, la nostra vita sarebbe alla disperata ricerca di un senso, di un oltre capace di saziare le attese di felicità, saremmo con le mani tese al cielo per capire chi lo abita e non ci avrebbe sorpreso dall’alto la luce di un Dio che invece si fa mano tesa all’uomo, rivelazione inedita di un’Alleanza eterna.
Nel Vangelo Gesù racconta una parabola per dire alla sua gente l’urgenza di accogliere in lui il Messia, di non perdere per sempre l’attimo della fede, ma allo stesso tempo parla di una festa a cui iniziano a partecipare primi fra tutti persone inizialmente estranee al Regno, gli ultimi, i pagani.
Vorrei ora fare eco al brano di Vangelo e dire che anche per noi è possibile declinare l’invito alla festa del Regno quando la nostra fede si appiattisce nei moduli di sentieri già battuti e si fa formalismo, religiosità di facciata. C’è una terra nascosta in ognuno di noi, nelle profondità del nostro cuore, e che non è stata ancora toccata dal raggio del Vangelo. C’è un angolo di paganesimo in ognuno di noi, C’è una parte di noi che assomiglia a quei poveri che vivono sulle strade e che vorremmo volentieri lasciare fuori: sono le nostre ferite più nascoste, le nostre paure più vere, le nostre domande che urlano in noi, sono le ansie che ostacolano la nostra gioia e la nostra libertà. La Parola vuole invitare anche questa parte di noi alla festa del Regno, non tiriamoci indietro perché Gesù ci ama per quello che siamo e ci vuole guarire proprio come poveri pellegrini e ci invita a gettare le nostre maschere di efficienza e di autoreferenzialità.
Ma poi possiamo declinare l’invito quando noi non scendiamo sulle nostre strade e rinunciamo ad essere missionari nel nostro quartiere. Lasciamo mancare alla nostra festa figli che Dio ama,i nostri ragazzi, i nostri giovani, i nostri vicini o i nostri colleghi o per un eccesso di orgoglio, perché crediamo che non ne sono degni, o per un difetto di autostima perché crediamo che non ci darebbe retta nessuno. Il Vangelo è per tutti e desidera correre ancora sulle nostre strade, proprio ora: non possiamo fermarlo in noi, perché il suo dono presto potrebbe appassire.
Decliniamo l’invito alla festa quando ci mettiamo da parte e non accogliamo fra noi fratelli di altre culture o di altri popoli che devono incontrare il Vangelo come proposta credibile nella nostra Carità discreta.
Decliniamo l’invito quando ci assale la sfiducia e non pensiamo che questo nostro tempo è il tempo della Grazia per tutti gli uomini e che lo Spirito non vuole fare a meno del nostro sì per una nuova primavera.
Mi chiedo spesso che cosa sarebbe stato se Paolo non avesse sognato durante una notte, ma forse era il sogno di tutta una vita, di oltrepassare i confini dell’occidente e annunciare il suo Vangelo e poi, in obbedienza allo Spirito, approdare in Macedonia.
E ancora cosa sarebbe accaduto se a Gerusalemme, durante quell’adunanza, i discepoli con gli apostoli avessero chiuso le porte del Vangelo ai pagani.
E poi ancora se il Vangelo non fosse approdato nelle culture di tutti i popoli lungo i tempi con lo sforzo dell’intelligenza e la missione di tanti uomini e donne.
Forse si sarebbe tradita la visione di Isaia che vedeva il Tempio trasformato in casa di preghiera per tutte le genti, si sarebbe tradito senz’altro lo slancio di Gesù di abbracciare uomini e donne oltre il confine della cultura d’Israele
Forse noi non saremmo qui oggi, forse non avremmo mai incontrato come compagno e amico della nostra vita il Dio dell’Alleanza, non sapremmo cosa significa amare sino alla fine, non potremmo poggiare i nostri piedi sulle orme di Gesù, la nostra vita sarebbe alla disperata ricerca di un senso, di un oltre capace di saziare le attese di felicità, saremmo con le mani tese al cielo per capire chi lo abita e non ci avrebbe sorpreso dall’alto la luce di un Dio che invece si fa mano tesa all’uomo, rivelazione inedita di un’Alleanza eterna.
Nel Vangelo Gesù racconta una parabola per dire alla sua gente l’urgenza di accogliere in lui il Messia, di non perdere per sempre l’attimo della fede, ma allo stesso tempo parla di una festa a cui iniziano a partecipare primi fra tutti persone inizialmente estranee al Regno, gli ultimi, i pagani.
Vorrei ora fare eco al brano di Vangelo e dire che anche per noi è possibile declinare l’invito alla festa del Regno quando la nostra fede si appiattisce nei moduli di sentieri già battuti e si fa formalismo, religiosità di facciata. C’è una terra nascosta in ognuno di noi, nelle profondità del nostro cuore, e che non è stata ancora toccata dal raggio del Vangelo. C’è un angolo di paganesimo in ognuno di noi, C’è una parte di noi che assomiglia a quei poveri che vivono sulle strade e che vorremmo volentieri lasciare fuori: sono le nostre ferite più nascoste, le nostre paure più vere, le nostre domande che urlano in noi, sono le ansie che ostacolano la nostra gioia e la nostra libertà. La Parola vuole invitare anche questa parte di noi alla festa del Regno, non tiriamoci indietro perché Gesù ci ama per quello che siamo e ci vuole guarire proprio come poveri pellegrini e ci invita a gettare le nostre maschere di efficienza e di autoreferenzialità.
Ma poi possiamo declinare l’invito quando noi non scendiamo sulle nostre strade e rinunciamo ad essere missionari nel nostro quartiere. Lasciamo mancare alla nostra festa figli che Dio ama,i nostri ragazzi, i nostri giovani, i nostri vicini o i nostri colleghi o per un eccesso di orgoglio, perché crediamo che non ne sono degni, o per un difetto di autostima perché crediamo che non ci darebbe retta nessuno. Il Vangelo è per tutti e desidera correre ancora sulle nostre strade, proprio ora: non possiamo fermarlo in noi, perché il suo dono presto potrebbe appassire.
Decliniamo l’invito alla festa quando ci mettiamo da parte e non accogliamo fra noi fratelli di altre culture o di altri popoli che devono incontrare il Vangelo come proposta credibile nella nostra Carità discreta.
Decliniamo l’invito quando ci assale la sfiducia e non pensiamo che questo nostro tempo è il tempo della Grazia per tutti gli uomini e che lo Spirito non vuole fare a meno del nostro sì per una nuova primavera.
sabato 24 ottobre 2009
I domenica dopo la Dedicazione del Duomo
Domenica scorsa, durante la festa della Dedicazione del Duomo, abbiamo pensato alla Chiesa come casa dell’uomo abitata dal Mistero di Dio, radicata in uno spazio e in un tempo preciso, profumata di popolo e per questo attrice, certo non unica, della storia della salvezza. La Chiesa è formata da pietre vive, ognuno con la sua vocazione, ognuno con la sua storia, e come comunità si deve pensare costantemente in missione, chiamata a stare sulle strade dell’uomo, lasciarsi rapire e portare dalla Parola di Cristo fino agli estremi confini della terra, fino alla fine dei giorni, per raccontare al mondo, con parole e segni, l’Amore del Padre. La Chiesa o è missionaria o non è. La missione fa parte della sua essenza, non è un’appendice giustapposta o il compito di pochi, non è l’attenzione di uno sparuto gruppo missionario parrocchiale ma la tensione di ogni credente. Non si può pensare a curare il piccolo gregge senza occuparsi di scendere sulle strade, non c’è identità cristiana senza apertura. Se vogliamo una comunità secondo il Vangelo non si può prescindere dalla missione. Fuori da questa chiesa ci sono persone che attendono il senso con domande a volte drammatiche sulla vita, domande che la frenesia e il frastuono non riesce del tutto a nascondere o a soffocare. E poi più in là ci sono poveri che abitano le nostre case, i nostri quartieri e la Chiesa deve attivare progetti di riscatto che altri non possono dare perché la vera promozione dell’uomo è l’annuncio di Cristo e ancora la comunità non può non metterli al centro perché Cristo parte dai poveri per una rivoluzione che cambierà i tratti di questo mondo nel Regno di Dio. E oltre ancora ci sono terre che attendono il Vangelo, una primavera che aiuterà anche le nostre città a reperire l’essenziale.
Oggi abbiamo ascoltato dell’incontro fra Filippo e l’eunuco. Mi impressionano questo sintonia fra lo Spirito e Filippo e la sua corsa per raggiungere la carrozza anche più del dialogo che intercorre fra i due. La prima missione accade sulle strade del nostro mondo aprendoci ai segni dei tempi. Assecondare lo Spirito significa avere una dimensione contemplativa nella propria vita, vuol dire stare con Cristo e ascoltare la sua Parola certo nei tempi che la vita di tutti i giorni ci concede. Non c’è missione se prima non c’è comunione con Gesù. Ma poi si deve correre dove c’è qualcuno che si pone grandi domande ed essere al suo fianco al momento giusto per raccontare come Cristo sia la risposta alla sete di felicità del nostro cuore. E questo accade sul pianerottolo di casa, sulla strada, sul posto di lavoro, sull’autobus o in casa con il proprio compagno e i propri figli, sul muretto che sta appena fuori di questa chiesa o nel cortile dell’oratorio con i nostri giovani. Più che le parole bastano a volte solo la presenza discreta e silenziosa accompagnata da una coerenza affascinante. Ci viene detto oggi che non tutto si può esaurire nel cenacolo, in quella stanza al piano superiore dove i discepoli si ritrovavano. Ritirarsi là certo è importante perché permette di stare cuore a cuore con Cristo, di salire, di cambiare prospettiva sul mondo assumendo lo sguardo stesso di Dio. Ma poi da lì bisogna uscire con la voglia di fare come Cristo nella storia di oggi. In altra parole, la parrocchia deve offrire spazi di contemplazione, attimi in cui si respira la forza della vita comune nella festa e nell’accogliersi come fratelli senza guardare all’apparire, fasciando uno le ferite dell’altro, ma poi il gioco si conduce fuori. Non possiamo essere imprigionati nello spazio angusto del recinto della parrocchia, non si può pensare che l’essere credenti si esaurisca nel confine delle iniziative comunitarie. Dobbiamo spiccare il volo dalla comunità verso il mondo e poi da lì ritornare in comunità magari accompagnati da qualche fratello in più che si è lasciato affascinare dalla nostra gioia e ci chiede qual è la sorgente della nostra vita.
E poi la lettura del Vangelo in questo scorcio conclusivo di Marco. Gesù sale al cielo, lascia posto alla comunità di portare a compimento la storia della salvezza e lui continua a camminare con loro confermando la Parola con i segni. I segni raccontati nel vangelo sono accaduti e forse accadono ancora oggi nella Chiesa. Mi lascio suggestionare e provo a trovarne un significato simbolico.
1 scacciare i demoni. Chi si è lasciato attrarre da Cristo, è divenuto suo discepolo e apostolo è presenza di bene nel mondo. Dove c’è lui non ci può essere compromesso con il male, anche se non è eclatante. Il credente si immerge nei meccanismi della storia e della società, li conosce ma sa che non è del mondo. Questo comporta lucidità, valore etico altissimo, e anche una dose di sofferenza personale che è come un prezzo da pagare. Il Male infatti si accanisce e distrugge, tende a possedere e ad annidarsi nelle pieghe oscure dei cuori. A volte non è facile riconoscerlo e stanarlo e quando questo accade ti si avventa contro. Serve dunque una capacità di preghiera e di purezza di cuore che solo Dio può darti.
Parlare lingue nuove. È la capacità di andare a tutti e parlare la lingua di tutti, cercare di comunicare per creare una relazione promettente, buona, sincera. Non c’è nessuno, di nessuna parte del mondo, di nessuna condizione sociale e culturale che non possa accoglier e il vangelo di Cristo. Il credente è uomo di relazione e non sfugge al confronto.
Prendere in mano i serpenti e bere i veleni senza morire. Mi viene in mente la capacità dell’uomo di fede di prendere in mano i problemi dal verso giusto e di non lasciarsi avvelenare da questi. Il credente è occupato delle cose del mondo, degli altri, di cambiare la società facendosi lievito e sale al suo interno. Non è pre-occupato, non mete prima davanti se stesso lasciandosi poi deprimere e schiacciare. C’è una bella differenza fra occuparsi e preoccuparsi!
Imporre le mani ai malati e guarirli. Penso che sia la scelta di campo che l’uomo di fede deve fare per essere fedele a Gesù. Anche lui partiva infatti dai poveri, gli esclusi, gli ultimi, quelli che la vita aveva drammaticamente segnato. È la scelta i stare con la feccia della storia, della società convinti che però da qui può sgorgare un mondo nuovo. Lo stile di Carità, questo, penso, in sintesi sia l’ultimo invito, non è semplice assistenzialismo, lasciare cadere nella mano del povero qualche cosa di superfluo della nostra vita, ma è farsi loro compagni e guarirli, trovare spinte di riscatto, di sviluppo e di promozione umana.
Paolo, nell’Epistola, afferma che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della Verità. Che brivido ci prende nel pensare che Dio ha deciso di fare tutto questo non senza di noi, proprio noi, deboli creature nelle sue mani forti. E questo brivido se diventa stupore e progetto sarà una vera e propria rivoluzione che parte dal basso, dalle vene di questa nostra storia.
Oggi abbiamo ascoltato dell’incontro fra Filippo e l’eunuco. Mi impressionano questo sintonia fra lo Spirito e Filippo e la sua corsa per raggiungere la carrozza anche più del dialogo che intercorre fra i due. La prima missione accade sulle strade del nostro mondo aprendoci ai segni dei tempi. Assecondare lo Spirito significa avere una dimensione contemplativa nella propria vita, vuol dire stare con Cristo e ascoltare la sua Parola certo nei tempi che la vita di tutti i giorni ci concede. Non c’è missione se prima non c’è comunione con Gesù. Ma poi si deve correre dove c’è qualcuno che si pone grandi domande ed essere al suo fianco al momento giusto per raccontare come Cristo sia la risposta alla sete di felicità del nostro cuore. E questo accade sul pianerottolo di casa, sulla strada, sul posto di lavoro, sull’autobus o in casa con il proprio compagno e i propri figli, sul muretto che sta appena fuori di questa chiesa o nel cortile dell’oratorio con i nostri giovani. Più che le parole bastano a volte solo la presenza discreta e silenziosa accompagnata da una coerenza affascinante. Ci viene detto oggi che non tutto si può esaurire nel cenacolo, in quella stanza al piano superiore dove i discepoli si ritrovavano. Ritirarsi là certo è importante perché permette di stare cuore a cuore con Cristo, di salire, di cambiare prospettiva sul mondo assumendo lo sguardo stesso di Dio. Ma poi da lì bisogna uscire con la voglia di fare come Cristo nella storia di oggi. In altra parole, la parrocchia deve offrire spazi di contemplazione, attimi in cui si respira la forza della vita comune nella festa e nell’accogliersi come fratelli senza guardare all’apparire, fasciando uno le ferite dell’altro, ma poi il gioco si conduce fuori. Non possiamo essere imprigionati nello spazio angusto del recinto della parrocchia, non si può pensare che l’essere credenti si esaurisca nel confine delle iniziative comunitarie. Dobbiamo spiccare il volo dalla comunità verso il mondo e poi da lì ritornare in comunità magari accompagnati da qualche fratello in più che si è lasciato affascinare dalla nostra gioia e ci chiede qual è la sorgente della nostra vita.
E poi la lettura del Vangelo in questo scorcio conclusivo di Marco. Gesù sale al cielo, lascia posto alla comunità di portare a compimento la storia della salvezza e lui continua a camminare con loro confermando la Parola con i segni. I segni raccontati nel vangelo sono accaduti e forse accadono ancora oggi nella Chiesa. Mi lascio suggestionare e provo a trovarne un significato simbolico.
1 scacciare i demoni. Chi si è lasciato attrarre da Cristo, è divenuto suo discepolo e apostolo è presenza di bene nel mondo. Dove c’è lui non ci può essere compromesso con il male, anche se non è eclatante. Il credente si immerge nei meccanismi della storia e della società, li conosce ma sa che non è del mondo. Questo comporta lucidità, valore etico altissimo, e anche una dose di sofferenza personale che è come un prezzo da pagare. Il Male infatti si accanisce e distrugge, tende a possedere e ad annidarsi nelle pieghe oscure dei cuori. A volte non è facile riconoscerlo e stanarlo e quando questo accade ti si avventa contro. Serve dunque una capacità di preghiera e di purezza di cuore che solo Dio può darti.
Parlare lingue nuove. È la capacità di andare a tutti e parlare la lingua di tutti, cercare di comunicare per creare una relazione promettente, buona, sincera. Non c’è nessuno, di nessuna parte del mondo, di nessuna condizione sociale e culturale che non possa accoglier e il vangelo di Cristo. Il credente è uomo di relazione e non sfugge al confronto.
Prendere in mano i serpenti e bere i veleni senza morire. Mi viene in mente la capacità dell’uomo di fede di prendere in mano i problemi dal verso giusto e di non lasciarsi avvelenare da questi. Il credente è occupato delle cose del mondo, degli altri, di cambiare la società facendosi lievito e sale al suo interno. Non è pre-occupato, non mete prima davanti se stesso lasciandosi poi deprimere e schiacciare. C’è una bella differenza fra occuparsi e preoccuparsi!
Imporre le mani ai malati e guarirli. Penso che sia la scelta di campo che l’uomo di fede deve fare per essere fedele a Gesù. Anche lui partiva infatti dai poveri, gli esclusi, gli ultimi, quelli che la vita aveva drammaticamente segnato. È la scelta i stare con la feccia della storia, della società convinti che però da qui può sgorgare un mondo nuovo. Lo stile di Carità, questo, penso, in sintesi sia l’ultimo invito, non è semplice assistenzialismo, lasciare cadere nella mano del povero qualche cosa di superfluo della nostra vita, ma è farsi loro compagni e guarirli, trovare spinte di riscatto, di sviluppo e di promozione umana.
Paolo, nell’Epistola, afferma che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della Verità. Che brivido ci prende nel pensare che Dio ha deciso di fare tutto questo non senza di noi, proprio noi, deboli creature nelle sue mani forti. E questo brivido se diventa stupore e progetto sarà una vera e propria rivoluzione che parte dal basso, dalle vene di questa nostra storia.
martedì 20 ottobre 2009
Solennità della Dedicazione del Duomo di Milano
Nel nuovo Lezionario ambrosiano questa solennità si fa cerniera attorno a cui il tema delle letture, nel contesto della storia della salvezza, da Gesù, come centro e culmine, ruota sul mistero della Chiesa e sul suo mandato missionario di annunciare il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra, fino al giorno del ritorno del Messia. La storia della salvezza ha trovato il suo centro in Gesù e prosegue nella Chiesa: anche noi dunque, quando viviamo la Liturgia, la Carità e la Missione, siamo protagonisti nel sogno di Dio di amare l’uomo e di creare con lui un’alleanza che profuma di eternità.
Il Signore ci chiede oggi di soffermarci sul mistero della sua Chiesa a partire non da un’idea astratta ma dalla sua concretezza di comunità radicata nel tempo e nello spazio. Oggi si ricorda la Dedicazione della nostra Cattedrale, di questa Chiesa attorno a cui nasce e continua a palpitare la comunità dei fedeli ambrosiani. La prima cosa che mi viene da dire è un grazie al Signore perché se oggi noi possiamo credere, se oggi è possibile dirci cristiani, seguire e amare Gesù e fare di lui il segreto della nostra vita, è perché concretamente uomini e donne prima di noi non hanno interrotto la corsa del Vangelo, non si sono chiusi nel loro orizzonte esiguo, non si sono risparmiati fatiche e anche dolori e hanno reso credibile e affascinante la fede. E anche noi dobbiamo raccogliere questo testimone e non risparmiarci in nulla perché la fede continui a correre, trasformare e rendere più belle le strade di questa nostra città. E se dopo di noi qualcun altro crederà è perché non ci siamo risparmiati questa passione per il Vangelo di Cristo.
Però mi spinge ad essere provocatorio il nome rinnovato di questa solennità, Dedicazione del Duomo di Milano Chiesa Madre di tutti i fedeli ambrosiani. Chiesa, madre o matrigna? A volte ci viene da pensare che oggi si creda nonostante la Chiesa e non grazie alla Chiesa. Ci sono delle cose che non comprendiamo della Chiesa, ci sono vere e proprie derive che a volte ci scandalizzano, ci sono dei no o delle arretratezze che ci fanno a volte vergognare. E più ci entri nella Chiesa e più si fa forte la tentazione di lasciare l’argine e di dare una sterzata tutta personale alla nostra fede. È la tentazione che hanno vissuto anche molti santi o uomini di grande fede. Ma alla fine hanno compreso che le cose si cambiano dal di dentro e non dall’esterno, che il Signore ci chiede qui e ora di rendere più bello il volto della sua sposa casta et meretrix, che senza Chiesa noi non avremmo il Vangelo, l’Eucarestia e la Riconciliazione. A mio avviso si devono prendere sul serio le provocazioni sulla Chiesa del mondo che ci circonda perché spesso, in esse, si nasconde una domanda vera e un’esigenza di santità. Si deve, anzi è doveroso talvolta denunciare le derive della Chiesa, la sua costante tentazione di allontanarsi dal suo Maestro che aveva scelto la via del silenzio, della piccolezza e della croce. Ma alla fine io come pietra viva della mia Chiesa in cosa non devo tirarmi indietro perché le cose siano diverse? Nella mia comunità quale è il mio posto che un altro non può occupare?
E prendiamo ora in mano le letture di oggi, proviamo a sottolineare qualche aspetto, a mettere in evidenza i nodi cruciali attorno a cui possiamo delineare un vero e proprio progetto di Chiesa così come sta nei sogni di Dio.
Si parla, nella Lettura, di un popolo giusto per cui è stata preparata una dimora fondata sulla Giustizia. Nella Parola la Giustizia non è intesa solo come rettitudine morale o atteggiamento che sta nei canoni del diritto. Essere giusti significa essere amici di Dio, lentamente lasciarsi trasformare da lui ed avere il cuore simile al suo, che è pieno di misericordia verso tutti e in particolare verso i poveri. Costruire la chiesa sulla Giustizia è un compito che riguarda anzitutto Dio che ci vuole giusti, sua immagine. Ma è anche un compito nostro e dobbiamo immergerci sempre nel cuore di Cristo per diventare simili a lui, per palpitare dei suoi stessi sentimenti. Non posiamo accontentarci di una religiosità di facciata. La nostra fede deve modellare in profondità il nostro cuore, il nostro essere, deve incarnarsi anche nelle fibre più nascoste del cuore e farsi atteggiamento di misericordia e di passione per l’uomo di sempre. Solo una Chiesa così sarà credibile.
Nell’epistola oggi Paolo ci chiede di costruire su Cristo il nostro fondamento, la nostra comunità, la nostra vita. Vorrei leggere in questo passo la preoccupazione educativa della Chiesa di sempre e che oggi si fa vera e propria emergenza. Abbiamo bisogno di uomini e di donne, appassionati di Cristo, che spendono la loro vita in mezzo ai giovani, che camminino al loro fianco e non sulle loro teste, che vogliano marcire nella loro storia ma per indicare che la vita ha senso solo se si poggia sull’amore di Dio per noi e solo se si allarga nell’orizzonte di un amore verso i fratelli che rende davvero felici. Quale futuro stiamo preparando alla nostra Chiesa se non costruiamo una relazione autentica di fede con i nostri giovani?
E infine il Vangelo ci racconta di un popolo nuovo che si raccoglie attorno a Cristo e che segue la sua voce perché si sa amato. C’è una verità per la Chiesa che non andrebbe mai dimenticata: è l’amore di Gesù per noi. E proprio questo amore ci fa sentire a casa nonostante i nostri limiti e le nostre fughe. Abbiamo bisogno di una Chiesa che segua con fedeltà le orme del Maestro, forse meno avvinghiata ai segni del potere ma certamente, con il potere dei segni, ancora capace di affascinare al Vangelo.
Il Signore ci chiede oggi di soffermarci sul mistero della sua Chiesa a partire non da un’idea astratta ma dalla sua concretezza di comunità radicata nel tempo e nello spazio. Oggi si ricorda la Dedicazione della nostra Cattedrale, di questa Chiesa attorno a cui nasce e continua a palpitare la comunità dei fedeli ambrosiani. La prima cosa che mi viene da dire è un grazie al Signore perché se oggi noi possiamo credere, se oggi è possibile dirci cristiani, seguire e amare Gesù e fare di lui il segreto della nostra vita, è perché concretamente uomini e donne prima di noi non hanno interrotto la corsa del Vangelo, non si sono chiusi nel loro orizzonte esiguo, non si sono risparmiati fatiche e anche dolori e hanno reso credibile e affascinante la fede. E anche noi dobbiamo raccogliere questo testimone e non risparmiarci in nulla perché la fede continui a correre, trasformare e rendere più belle le strade di questa nostra città. E se dopo di noi qualcun altro crederà è perché non ci siamo risparmiati questa passione per il Vangelo di Cristo.
Però mi spinge ad essere provocatorio il nome rinnovato di questa solennità, Dedicazione del Duomo di Milano Chiesa Madre di tutti i fedeli ambrosiani. Chiesa, madre o matrigna? A volte ci viene da pensare che oggi si creda nonostante la Chiesa e non grazie alla Chiesa. Ci sono delle cose che non comprendiamo della Chiesa, ci sono vere e proprie derive che a volte ci scandalizzano, ci sono dei no o delle arretratezze che ci fanno a volte vergognare. E più ci entri nella Chiesa e più si fa forte la tentazione di lasciare l’argine e di dare una sterzata tutta personale alla nostra fede. È la tentazione che hanno vissuto anche molti santi o uomini di grande fede. Ma alla fine hanno compreso che le cose si cambiano dal di dentro e non dall’esterno, che il Signore ci chiede qui e ora di rendere più bello il volto della sua sposa casta et meretrix, che senza Chiesa noi non avremmo il Vangelo, l’Eucarestia e la Riconciliazione. A mio avviso si devono prendere sul serio le provocazioni sulla Chiesa del mondo che ci circonda perché spesso, in esse, si nasconde una domanda vera e un’esigenza di santità. Si deve, anzi è doveroso talvolta denunciare le derive della Chiesa, la sua costante tentazione di allontanarsi dal suo Maestro che aveva scelto la via del silenzio, della piccolezza e della croce. Ma alla fine io come pietra viva della mia Chiesa in cosa non devo tirarmi indietro perché le cose siano diverse? Nella mia comunità quale è il mio posto che un altro non può occupare?
E prendiamo ora in mano le letture di oggi, proviamo a sottolineare qualche aspetto, a mettere in evidenza i nodi cruciali attorno a cui possiamo delineare un vero e proprio progetto di Chiesa così come sta nei sogni di Dio.
Si parla, nella Lettura, di un popolo giusto per cui è stata preparata una dimora fondata sulla Giustizia. Nella Parola la Giustizia non è intesa solo come rettitudine morale o atteggiamento che sta nei canoni del diritto. Essere giusti significa essere amici di Dio, lentamente lasciarsi trasformare da lui ed avere il cuore simile al suo, che è pieno di misericordia verso tutti e in particolare verso i poveri. Costruire la chiesa sulla Giustizia è un compito che riguarda anzitutto Dio che ci vuole giusti, sua immagine. Ma è anche un compito nostro e dobbiamo immergerci sempre nel cuore di Cristo per diventare simili a lui, per palpitare dei suoi stessi sentimenti. Non posiamo accontentarci di una religiosità di facciata. La nostra fede deve modellare in profondità il nostro cuore, il nostro essere, deve incarnarsi anche nelle fibre più nascoste del cuore e farsi atteggiamento di misericordia e di passione per l’uomo di sempre. Solo una Chiesa così sarà credibile.
Nell’epistola oggi Paolo ci chiede di costruire su Cristo il nostro fondamento, la nostra comunità, la nostra vita. Vorrei leggere in questo passo la preoccupazione educativa della Chiesa di sempre e che oggi si fa vera e propria emergenza. Abbiamo bisogno di uomini e di donne, appassionati di Cristo, che spendono la loro vita in mezzo ai giovani, che camminino al loro fianco e non sulle loro teste, che vogliano marcire nella loro storia ma per indicare che la vita ha senso solo se si poggia sull’amore di Dio per noi e solo se si allarga nell’orizzonte di un amore verso i fratelli che rende davvero felici. Quale futuro stiamo preparando alla nostra Chiesa se non costruiamo una relazione autentica di fede con i nostri giovani?
E infine il Vangelo ci racconta di un popolo nuovo che si raccoglie attorno a Cristo e che segue la sua voce perché si sa amato. C’è una verità per la Chiesa che non andrebbe mai dimenticata: è l’amore di Gesù per noi. E proprio questo amore ci fa sentire a casa nonostante i nostri limiti e le nostre fughe. Abbiamo bisogno di una Chiesa che segua con fedeltà le orme del Maestro, forse meno avvinghiata ai segni del potere ma certamente, con il potere dei segni, ancora capace di affascinare al Vangelo.
sabato 10 ottobre 2009
VII domenica dopo il martirio del Battista
1 Gesù è davvero il senso della Storia e delle nostre storie. L’itinerario di queste domeniche ci ha condotto per mano a scoprire il volto e le parole del Maestro di Nazareth e ci chiede di scegliere lui come il perché della nostra vita.
E se settimana scorsa il Vangelo ci ha parlato di un Regno a cui Dio vuole che anche noi prestiamo mano, in cui ogni uomo ha il diritto di entrare e piantare i paletti della sua tenda, oggi stiamo scoprendo i suoi lineamenti, il suo segreto, la sua misteriosa verità. Siamo nel cuore del Vangelo di Matteo, il centro di tutta la sua opera che è dedicato al Discorso in parabole del Regno. A qui arriva tutto l’annuncio del Vangelo fatto sulle strade di Galilea e da qui si dipana il cammino che porterà Gesù a dare la vita; in altre parole, se vuoi scoprire chi è il Maestro che ha affascinato le folle con le sue parole e i suoi gesti devi entrare nella profondità del mistero del Regno e se vuoi scoprire qual è il segreto che ha spinto Gesù ad affrontare la croce nella certezza della Risurrezione è per amore di questo Regno che fiorisce proprio mentre il seme muore.
2 Il Regno dei cieli è come…queste tre Parabole! Il Regno non è solamente il Paradiso: è il costante agire di Dio in mezzo a noi; già ora, già qui, se ti lasci aprire gli occhi da questa Parola, lo puoi vedere.
Le Parabole non andrebbero mai spiegate, non si può farne una versione in prosa, non si possono aggiungere didascalie che le renderebbero noiose e inefficaci. La Parabola era il modo che Gesù si era scelto per parlare di cose complesse ma usando il linguaggio dei semplici, attingendo alla vita quotidiana similitudini che aprissero l’intelligenza per accogliere il segreto dell’agire di Dio. Ma la Parabola è anche provocazione, come quella ascoltata settimana scorsa, che serviva per demolire assuefazioni o sclerotizzazioni per suscitare curiosità e la voglia di comprendere meglio il messaggio del Maestro. Si coglierà il senso profondo di questa Parola solo seguendo Gesù e amandolo.
Cosa ci dicono i racconti di oggi.
1 il regno è come questo campo su cui qualcuno, accanto al buon seme, ha gettato anche della zizzania. Le piante crescono e solo alla fine, al momento della mietitura, si può discernere quella buona dalla cattiva. E solo allora la zizzania sarà bruciata. Scegliere il Regno non significa estraniarsi dal mondo, tirarsi fuori dalla battaglia del male contro il bene, non sporcarsi le mani con la storia e le sue contraddizioni. Qui siamo chiamati a stare e a portare il nostro frutto buono, e beato chi avrà il coraggio di perseverare! Allo stesso tempo siamo chiamati alla pazienza, alla lungimiranza, a mettere nelle mani di Dio solo il discernimento sugli altri. Non ci è permesso di sradicare nessuno. Solo alla fine Dio renderà giustizia. Come Chiesa, che non è il Regno ma ne fa parte, come comunità ogni tanto sentiamo anche noi la tentazione di alzare i muretti, ad arroccarci su presunti privilegi, di ritenerci parte santa, giusti incalliti poco attenti però ad aprire le braccia a chi bussa alla nostra porta, a chi, avendo sbagliato, ha però voglia di rialzarsi e camminare con noi. La Chiesa oggi deve essere certamente segno della Giustizia di Dio ma che non è mai senza Misericordia, anzi è proprio l’annuncio dell’amore e del perdono a dare anche i contorni chiari alla Giustizia.
2 Il regno è come il granello di senape, piccolissimo ma che, una volta cresciuto, dà una pianta straordinariamente alta; è come il lievito sprofondato nella pasta che però la fa fermentare. Il regno è dinamica, è movimento. È forza nascosta che ad un tratto esplode. Il Regno a volte lo trovi accanto a te piccolo come un semino o come un frustolo di lievito e ad un tratto ti sorprende per la sua maestosità. A volte ci si scoraggia nel pensare che noi siamo chiamati, come Chiesa, solo a porre piccoli segni del Regno. Ma altrove quei segni sono diventati un’evidenza inconfutabile. E non per merito nostro ma perché Dio non si stanca di agire in mezzo a noi, lavora nel segreto, ci tiene al mondo e non vuole che neanche uno dei suoi figli vada perduto. Qui si fa eco la lettura di Isaia che promette a Israele cose nuove, fiumi nella steppa e nel deserto. Assumere questa prospettiva significa disfarsi della nostra lamentazione, della mormorazione, della disperazione. Questi non sono tempi difficili perché Dio è con noi. Questi non sono tempi bui perché c’è la luce del sorriso del Padre che accompagna i nostri giorni. Questo non è il tempo per tenersi ostinatamente ancorati alla riva ma il momento di solcare e prendere il largo, sempre più in là senza il timore di perdere perché Dio lavora dalla nostra parte e quando meno te lo aspetti ti consola con l’evidenza del suo Regno.
Che bello concludere allora sottoscrivendo quanto dice Paolo nell’Epistola di oggi. Noi siamo chiamati, ognuno per la sua parte, a condividere l’opera di Dio nella Chiesa e nel mondo; ognuno con la sua strada edifica il Regno, ognuno con le sue forze cerca di dare forma al sogno di amore del Padre. E non si può uscire di qui che con il sorriso, l’annuncio del Regno di oggi ci regala un senso inedito e promettente da vivere insieme.
E se settimana scorsa il Vangelo ci ha parlato di un Regno a cui Dio vuole che anche noi prestiamo mano, in cui ogni uomo ha il diritto di entrare e piantare i paletti della sua tenda, oggi stiamo scoprendo i suoi lineamenti, il suo segreto, la sua misteriosa verità. Siamo nel cuore del Vangelo di Matteo, il centro di tutta la sua opera che è dedicato al Discorso in parabole del Regno. A qui arriva tutto l’annuncio del Vangelo fatto sulle strade di Galilea e da qui si dipana il cammino che porterà Gesù a dare la vita; in altre parole, se vuoi scoprire chi è il Maestro che ha affascinato le folle con le sue parole e i suoi gesti devi entrare nella profondità del mistero del Regno e se vuoi scoprire qual è il segreto che ha spinto Gesù ad affrontare la croce nella certezza della Risurrezione è per amore di questo Regno che fiorisce proprio mentre il seme muore.
2 Il Regno dei cieli è come…queste tre Parabole! Il Regno non è solamente il Paradiso: è il costante agire di Dio in mezzo a noi; già ora, già qui, se ti lasci aprire gli occhi da questa Parola, lo puoi vedere.
Le Parabole non andrebbero mai spiegate, non si può farne una versione in prosa, non si possono aggiungere didascalie che le renderebbero noiose e inefficaci. La Parabola era il modo che Gesù si era scelto per parlare di cose complesse ma usando il linguaggio dei semplici, attingendo alla vita quotidiana similitudini che aprissero l’intelligenza per accogliere il segreto dell’agire di Dio. Ma la Parabola è anche provocazione, come quella ascoltata settimana scorsa, che serviva per demolire assuefazioni o sclerotizzazioni per suscitare curiosità e la voglia di comprendere meglio il messaggio del Maestro. Si coglierà il senso profondo di questa Parola solo seguendo Gesù e amandolo.
Cosa ci dicono i racconti di oggi.
1 il regno è come questo campo su cui qualcuno, accanto al buon seme, ha gettato anche della zizzania. Le piante crescono e solo alla fine, al momento della mietitura, si può discernere quella buona dalla cattiva. E solo allora la zizzania sarà bruciata. Scegliere il Regno non significa estraniarsi dal mondo, tirarsi fuori dalla battaglia del male contro il bene, non sporcarsi le mani con la storia e le sue contraddizioni. Qui siamo chiamati a stare e a portare il nostro frutto buono, e beato chi avrà il coraggio di perseverare! Allo stesso tempo siamo chiamati alla pazienza, alla lungimiranza, a mettere nelle mani di Dio solo il discernimento sugli altri. Non ci è permesso di sradicare nessuno. Solo alla fine Dio renderà giustizia. Come Chiesa, che non è il Regno ma ne fa parte, come comunità ogni tanto sentiamo anche noi la tentazione di alzare i muretti, ad arroccarci su presunti privilegi, di ritenerci parte santa, giusti incalliti poco attenti però ad aprire le braccia a chi bussa alla nostra porta, a chi, avendo sbagliato, ha però voglia di rialzarsi e camminare con noi. La Chiesa oggi deve essere certamente segno della Giustizia di Dio ma che non è mai senza Misericordia, anzi è proprio l’annuncio dell’amore e del perdono a dare anche i contorni chiari alla Giustizia.
2 Il regno è come il granello di senape, piccolissimo ma che, una volta cresciuto, dà una pianta straordinariamente alta; è come il lievito sprofondato nella pasta che però la fa fermentare. Il regno è dinamica, è movimento. È forza nascosta che ad un tratto esplode. Il Regno a volte lo trovi accanto a te piccolo come un semino o come un frustolo di lievito e ad un tratto ti sorprende per la sua maestosità. A volte ci si scoraggia nel pensare che noi siamo chiamati, come Chiesa, solo a porre piccoli segni del Regno. Ma altrove quei segni sono diventati un’evidenza inconfutabile. E non per merito nostro ma perché Dio non si stanca di agire in mezzo a noi, lavora nel segreto, ci tiene al mondo e non vuole che neanche uno dei suoi figli vada perduto. Qui si fa eco la lettura di Isaia che promette a Israele cose nuove, fiumi nella steppa e nel deserto. Assumere questa prospettiva significa disfarsi della nostra lamentazione, della mormorazione, della disperazione. Questi non sono tempi difficili perché Dio è con noi. Questi non sono tempi bui perché c’è la luce del sorriso del Padre che accompagna i nostri giorni. Questo non è il tempo per tenersi ostinatamente ancorati alla riva ma il momento di solcare e prendere il largo, sempre più in là senza il timore di perdere perché Dio lavora dalla nostra parte e quando meno te lo aspetti ti consola con l’evidenza del suo Regno.
Che bello concludere allora sottoscrivendo quanto dice Paolo nell’Epistola di oggi. Noi siamo chiamati, ognuno per la sua parte, a condividere l’opera di Dio nella Chiesa e nel mondo; ognuno con la sua strada edifica il Regno, ognuno con le sue forze cerca di dare forma al sogno di amore del Padre. E non si può uscire di qui che con il sorriso, l’annuncio del Regno di oggi ci regala un senso inedito e promettente da vivere insieme.
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