domenica 8 aprile 2012

quarta domenica di Quaresima


Con gli occhi dei farisei

Certo, il fatto che lui ora ci vedesse era davvero singolare e fuori da ogni logica. Non riuscivamo a spiegarci come fosse accaduto. Eravamo davvero smarriti: ecco perché continuavamo a interrogarlo rischiando, sì lo ammetto, di diventare ridicoli. I piatti della bilancia però non riescono a stare in equilibrio: da una parte pesa la sua guarigione e dall’altra c’è l’uomo per il quale era avvenuto il segno. Dio non può guarire di sabato, Dio non può essere con uno che viene da Nazareth, uno qualunque, uno che non è dei nostri, uno che esce da ogni schema. Dio sta nella Legge, si è rivelato a Mosè, visita Israele con la sua mano potente, è Altro e altrove. Eppure quegli occhi prima chiusi ora mi facevano paura così pieni di luce intensa.



Con gli occhi del cieco nato

Non avevo chiesto nulla di più di qualche spicciolo per tirare a campare anche quel giorno. Ma lui probabilmente mi aveva letto dentro. Il mio sogno più grande, il mio desiderio più autentico era quello di potermi riscattare, di potere acciuffare la mia libertà fra le mani e dare alla mia vita la direzione che io volevo. Mi ha messo del fango sugli occhi, come quando Dio crea Adamo così lui ha riplasmato i miei occhi informi. E poi sono corso subito a Siloe, le mie gambe hanno obbedito, era la mia partecipazione era la mia voglia di novità. Non capisco però come non si possa credere, come si possa negare anche l’evidenza, chiudere gli occhi di fronte all’ovvietà del bene che ho ricevuto: che pena quell’essere rimbalzato come un imputato in un processo da un parte all’altra di fronte a gente che aveva deciso a priori di non lasciarsi interrogare. Di buono c’è solo il fatto che, nonostante mi abbiano cacciato fuori dal loro mondo, in quel dialogo mi si faceva sempre più chiaro che Gesù non è solo un uomo o un profeta ma il Messia e Figlio di quel Dio che ancora oggi in me rivela la sua grandezza e che nella mia debolezza mi ha salvato.

Quando incontri la Verità la tua prospettiva cambia definitivamente e nulla è più come prima. E ora questa Verità è il mio tesoro.    



Io credo davvero che l’incontro con Cristo, lasciare che la sua presenza di Signore tocchi il tuo cuore, ti raggiunga nella situazione in cui sei, nelle tue zone d’ombra, che il suo passaggio raccolga i tuoi sogni, il tuo desiderio di eternità ti cambia la prospettiva sulla vita. Quando questo accade, per te Cristo non è una verità fra le altre, uno fra i tanti, uno che occupa una parte del tuo tempo senza nulla intaccare del resto. Gesù diventa il punto prospettico per rileggere e ricomprendere ogni cosa a partire da te stesso. Oggi siamo chiamati a metterci nei panni di questo cieco nato per ritrovare uno sguardo nuovo, quello che ci è stato donato come un paio di lenti, nel giorno del Battesimo

Chi sono io. Quanta sfiducia nel giudicarci inversamente proporzionale alla carica di aggressività che usiamo per difenderci davanti agli altri. Ci sentiamo davvero piccoli, povera cosa, indifesi di fronte a un mondo che vuole frammentarci e rubare a noi noi stessi. La verità ce la consegna Gesù: tu sei prezioso, tu vali, per te il Signore opera prodigi, tu sei la gloria di Dio nella tua vita e la tua vita è preziosa, molto perché sei unico e irripetibile. La tua libertà è insopprimibile e sei chiamato a dare ai tuoi giorni la direzione dell’amore per non sciupare nemmeno una briciola della tuo tempo.    

Chi è l’altro Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno. "Forse da quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?". "No", disse il rabbino. "Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?". "No", ripeté il rabbino. "Ma quand'è, allora?", domandarono gli allievi. Il rabbino rispose: "E' quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto è ancora notte nel tuo cuore".

Cos’è questo tempo che mi è dato di vivere. Occasione, Grazia, tempo visitato, in esso tutto il necessario per la tua gioia e per la gioia di qualcun altro

Chi è Dio. Padre.

domenica 4 marzo 2012

seconda domenica di quaresima, della samaritana

Ecco un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto.

Eppure Gesù, in un dialogo sempre più profondo, in una dinamica sempre più incalzante come quando la luce sorge e a poco a poco illumina ogni cosa strappandola all’ombra, le aveva detto solo qual era la situazione della sua vita affettiva, le ha mostrato di conoscerla senza pretendere nulla, anzi, facendola sentire accolta, amata, perdonata. Anche se importante, questo non è il tutto di una persona e soprattutto uno non è mai l’azione che compie, soprattutto se un errore, ma molto di più!
Ma per questa donna avere avuto 5 mariti era proprio il tutto che si potesse dire di lei, era il punto di stallo della sua mente e soprattutto del suo cuore. Forse tutto era cominciato quando l’uomo che l’aveva amata per primo l’aveva abbandonata: da allora ha iniziato a buttarsi fra le braccia di uno e di un altro ancora per spegnere quella sete d’amore che si portava dentro illudendosi ogni volta che sarebbe stata la persona giusta, quella che finalmente avrebbe potuto renderla felice. O forse, peggio ancora, da vittima, di delusione in delusione, si è trasformata in carnefice fingendo di amare ma portando in realtà nel cuore solo disprezzo per i suoi amanti e, in fondo, per se stessa; divertendosi cinicamente a tirare i fili del gioco e vedendo alla sua porta i più disperati fare la coda per stare con lei. Ormai non badava più alle critiche, alle mormorazioni e sapeva come evitare anche solo gli sguardi indiscreti e il contatto con la gente del suo paese.
Sotto questa prospettiva capiamo meglio allora perché quel nodo era il suo tutto. Questa donna aveva la memoria ferita, crocifissa a un attimo del passato e mai più liberata. Il passato le faceva da prigione e la costringeva a ripetere quasi per un fatalismo crudele sempre lo stesso atteggiamento.

Gesù avverte la sete di questa donna, come la nostalgia per una vita diversa, sente scorrere in lei la voglia di dare un taglio al nodo che la legava al passato per essere finalmente libera e restituita al quotidiano con uno sguardo nuovo. Gesù è l’uomo che non le parla per possederla, straordinaria novità per una come lei! Gesù è quel Dio che lei cercava, lontano dallo stereotipo con cui qualcuno, la sua coscienza per prima, cercava dimetterle paura. Lui è il Dio che sa e per questo non giudica, che scruta nel profondo, che sa entrare con delicatezza nelle pieghe più ostinate e che ama partire dai tuoi sbagli per costruire la sua relazione con te, che vede i tuoi limiti e non li percepisce come ostacoli ma come trampolino per aprirti orizzonti insperati. È spirito e vita, non proiezione rigida di noi stessi imprigionata in un tempio o in un santuario. È spirito e vita che dimora nella profondità del cuore e lo puoi incontrare solo se decidi di aprirgli la tua porta.
Questa donna compie in poco tempo quella parabola di fede che noi percorriamo a fatica per una vita intera. Da peccatrice diventa credente per poi andare, partire, essere missionaria. Dopo che ha trovato una sorgente così fresca non può tacere e trascina a forza i suoi compaesani per farsi portale d’accesso alla fede.

Mi piace pensare alla quaresima come ad un itinerario di progressiva purificazione di noi stessi per giungere a Pasqua per farsi sommergere dall’amore di Cristo e imparare da lui a vivere in totale gratuità. E prima tappa obbligata e lasciare che la Grazia purifichi la nostra memoria. Quali sono i mostri che ci portiamo dentro, le ferite che abbiamo paura a guardare, quali cose di noi detestiamo e hanno segnato la nostra vita quasi inchiodandoci? Gesù sa saziare la nostra sete di vita nuova, lui solo sa darci le ali per spiccare il volo.
In questa settimana  lascerò entrare nelle mie ferite la luce della misericordia e sarò felice di scoprire che così sono già diventate feritoie. Per la mia gioia e la gioia di molti altri.
Concludo citando un passaggio di H. Nouwen
Il perdono sembra spesso impossibile, ma niente è impossibile a Dio. Il Dio che vive in noi ci darà la grazia di andare al di là del nostro io ferito per dire: «Nel nome di Dio sei perdonato». Preghiamo per ricevere questa grazia. Noi confondiamo spesso l'amore senza condizioni con un'approvazione senza condizioni Dio ci ama senza condizioni, ma non approva ogni comportamento umano. Dio non approva il tradimento, la violenza, l'odio, il sospetto e tutte le altre espressioni del male, perché esse contraddicono tutte l'amore che Dio vuole stillare nel cuore umano. Il male è l'assenza dell'amore di Dio. Il male non appartiene a Dio. L'amore incondizionato di Dio significa che Dio continua ad amarci anche quando diciamo o pensiamo cose malvage.

sabato 25 febbraio 2012

prima di quaresima




Si apre davanti a noi un tempo, quaranta giorni, in cui possiamo con decisione e coraggio riprendere in mano la nostra vita e, nella luce della Grazia, nella consapevolezza che il nostro Dio è Padre, abbraccio riconciliante e che lotta sempre per la nostra gioia - non dimentichiamo il messaggio della Liturgia delle due domeniche precedenti – smussare gli angoli, lasciar illuminare gli angoli bui, temperare i nostri desideri, in una parola, modellare la nostra libertà.

La Quaresima infatti è il tempo in cui con più forza la sapienza della Chiesa richiama una verità essenziale: lo scorrere del tempo, la piega delle abitudini, un certo rassegnato fatalismo, la svendita quotidiana dei sogni di fronte al prammatismo della mentalità corrente, rischia di sclerotizzare la nostra vita. Ci si trova ad un tratto più rigidi, meno disposti ad amare, meno slanciati al Cielo e con i pugni chiusi verso il fratello, ci si trova in definitiva molto distanti dalla logica del Vangelo e dalla vita di Gesù. Lavorare su noi stessi ne va della nostra felicità: la vita davvero è una sola e il rischio è che, se non prendiamo noi il comando su di essa, siano gli altri a viverci o sia altro a trasformarci in burattini e a muover ei fili.

Vorrei allora segnare l’inizio di questa omelia riprendendo in mano quelle parole che sono la grammatica di questo tempo che la tradizione della Chiesa ci consegna.

Il deserto. Il deserto non è l’assenza dell’altro ma il silenzio e la presenza di Dio in esso. Nel frastuono della città deserto può diventare una chiesa povera dove si celebra la messa con forte partecipazione; può essere la nostra camera per la preghiera del mattino quando ancora tutto in casa e sulle strade tace, può essere anche il vagone di una metropolitana con in mano un Vangelo o fra le dita un rosario, può essere la cattedrale dove decidiamo di sostare nella pausa pranzo. Ciò che conta è poter mettersi in ascolto della Parola di Dio come di una promessa, lasciar dilagare in noi la nostalgia per quella che è la sua Speranza, saper riallacciare i fili di un colloquio cuore a cuore che ci rende più docili e ci restituisce alla nostra bellezza di uomini e donne.

Il digiuno. Questa pratica non è mai passata di moda anche se, certo, si è adattata a noi che non sappiamo più molto cosa significa la fame o la rinuncia. Eppure ha un carica simbolica potentissima. È segno di dominio, di padronanza, di signoria sugli istinti. Rinuncio al cibo e dico a me stesso che posso farcela; posso rinunciare a quelle abitudini che si sono impossessate di me e che sviliscono la mia vita. In questo senso allora digiuno significa anche moderare le parole – come invidio i santi che aprivano bocca o per parlare a Dio o per parlare di Dio – abbracciare come promettente la sobrietà nei consumi, evitando sprechi di tempo e di beni.

La penitenza. Non ha senso una penitenza fine a se stessa, ma sempre se volta all’educazione della nostra volontà per renderci più fedeli al Vangelo. Dobbiamo conoscerci per sapere su quali punti stiamo azzardando troppo al rischio di smarrirci e proprio su questi lavorare con radicalità. Ad esempio, se abbiamo l’impressione che ci manchi sempre il tempo per occuparci delle cose più importanti, dobbiamo chiederci se abbiamo perso la bussola che ci fa discernere fra ciò che è urgente e ciò che è necessario e avere il coraggio di buttarci su ciò che più conta che è sempre l’amore. Il resto è davvero cenere che verrà spazzata via con lo scorrere dei giorni e di cui nessuno avrà ricordo.

E così, stretta in pugno la strategia di questo tempo, possiamo comprendere meglio il brano di Vangelo che fedelmente fa da portale d’ingresso alla Quaresima. È lo Spirito a condurre Gesù nel deserto. Lo Spirito gli suggerisce questa lotta, lo spinge ad affrontare la tentazione di poter essere e fare altro rispetto al disegno del Padre. Amo pensare che anche Gesù sia stato libero di poter scegliere un’altra strada, che anche lui, perché vero Uomo, ha potuto come me sentire la possibilità di essere legge a se stesso e, in nome dell’autonomia, di poter imbattersi su un cammino di perdizione; mi piace pensare che anche lui abbia dovuto faticare per tutta la vita per modellare i suoi pensieri, il suo cuore, la sua vita a una Parola promettente ma non facile e comunque con un tornaconto non immediato. Amo pensarlo così perché anch’io, nei momenti della mia tentazione, non mi senta solo. E queste tre parole sono anche le nostre tentazioni, parametro di confronto per capire dove ci siamo smarriti e quali conversioni metter e in circolo. L’avere. I sassi che diventano pane sono metafora della fame d ricchezza, di un possesso in nome del quale arrivi anche a fare violenza sulla natura, sulla tua prima di tutto. Sappiamo che, sull’altare dell’avere, l’uomo può arrivare a immolare le cose più belle della sua vita: sogni, ideali ma anche relazioni e amicizie. Gesù dice no perché lui vuole essere il Figlio povero perché testimone che Dio solo basta per essere felici e che, sotto le sue ali, non ci manca nulla che già non ci abbia dato. Povertà poi è sinonimo di libertà. L’apparire. E cosa ci sarebbe di più spettacolare tanto da lasciar ammutolite le folle che lanciarsi da una torre altissima per poi farsi salvare dagli angeli, cosa inaudita e vietata ad ogni uomo. E chi mai avrebbe fermato la gente di fronte a questo gioco di prestigio, chi mai avrebbe messo in dubbio la divinità di Gesù? Ma la via che lui sceglie è un’altra. Il suo essere Figlio, Dio, doveva essere intuito nelle pieghe della sua umanità negli aspetti più quotidiani. È sulla capacità di resistere nell’obbedienza al quotidiano che si capisce di quale pasta sei fatto. E infine il potere. È la tentazione di soggiogare l’altro e possederlo per sentirsi importante, per essere qualcuno, per emergere a scapito di molti altri sommersi. Gesù anche qui dice con coraggio il suo no. il vero potere è il servizio e la disponibilità ad essere per l’altro e la sua gioia sempre anche quando non hai un tornaconto immediato e, anzi, tutto sembra volgerti contro. Essere servi ultimi a tempo pieno ti fa guadagnare la certezza di essere davvero figlio di un Dio che per primo cammina sprofondato fra la sua gente solo lasciando delle orme che segnano il suo sentiero di felicità.

domenica 19 febbraio 2012

Ultima domenica dopo l'Epifania

Questa è la seconda di due domeniche dedicate al tema del perdono per introdurci al tempo della Quaresima. Si può intraprendere un serio cammino di conversione, abbracciare la nostra libertà e modellarla secondo la verità del Vangelo, solo se si ha la consapevolezza profonda di avere accanto un Dio che è Padre e che può perdonare le nostre colpe, schiodarci da un passato che ci immobilizza, entrare come luce nelle zone d’ombra del nostro cuore, in quella parte di noi stessi che fatichiamo a guardare e che preferiamo nasconderci.

Anche domenica scorsa avevo ribadito che la questione del perdono è cruciale per la nostra identità cristiana, anzi, se non scopri almeno una volta nella vita cosa significa essere perdonato, non puoi dire di aver conosciuto il volto del Dio di Gesù; vorrei riprendere ancora la questione ma lasciandomi aiutare dall’immagine della corda.

La corda è come la nostra relazione con Dio. il peccato, il male che io riconosco di aver commesso, è come un taglio netto con cui separo, divido, interrompo il mio rapporto con lui. Quando chiedo perdono la mano buona di Dio fa un nodo, lega ancora assieme, unisce ciò che ho separato. Alla fine tuttavia mi ritrovo fra le mani la stessa corda ma un pizzico più corta: il perdono mi ha avvicinato di più a lui!

Ma ora vorrei entrare nel racconto evangelico di oggi già di per sé molto chiaro giusto per sottolinearne qualche suggestione perché, come un evidenziatore, qualche passaggio, ben rimarcato, continui a farci compagnia lungo questa settimana.

Già è preziosa l’indicazione iniziale in cui si dice che Gesù racconta questa Parabola per chi si crede giusto e si permette di disprezzare gli altri. Ci fa capire da una parte la schiettezza con cui Gesù predica il Vangelo, entrando come luce nelle tenebre, come chi mette con le spalle al muro ma per far prendere coscienza del proprio limite e poi liberarlo; d’altra parte entriamo subito nel vivo della questione e ci è possibile schierarci da una parte o dall’altra del racconto.

Il primo protagonista è un fariseo che si ritiene giusto al punto da stare con la fronte alta davanti a Dio. I grandi personaggi dell’Alleanza, i Padri della fede, quando sentivano la voce di Dio si prostravano con la faccia a terra. Elia, a soffio leggero del vento che gli indicava la presenza del Signore, si coprì il volto. Quest’uomo invece è piuttosto spavaldo, parla di sé, si ripete, nell’elenco delle sue doti che sciorina nel Tempio, solo la prima persona singolare. Non esiste il noi dell’intercessione, non esiste il Tu di un interlocutore che andrebbe interpellato, ascoltato, amato. Forse quest’uomo ha dimenticato Dio anche se sta pregando, lo ha escluso, lo ha tagliato fuori dalla sua vita. Si ritiene giusto e autosufficiente, può vivere, in nome di Dio, meglio sarebbe dire di una religiosità tutta sua, come se Dio non ci fosse. Si serve della religione per apparire ma poi si costruisce da sé. Per lui possiamo usare l’immagine dello specchio. È come se stesse ritto davanti ad uno specchio. Non guarda oltre. Vede solo se stesso.

Il secondo personaggio è un pubblicano, un peccatore pubblico. Lui si prostra, guarda a sé ma invoca su di sé la presenza di Dio. Vede il suo errore ma cerca di liberarsene, di prenderne le distanze. Per lui possiamo usare l’immagine del vetro. Riesce a scorgere che oltre sé e la sua pochezza c’è un Tu che può ascoltarlo e prenderlo per mano e con cui ricominciare daccapo, uno che può mettere un punto al passato e finalmente riprendere a scrivere su di una pagina nuova. Il rischio del pubblicano è di essere un complessato, di arrovellarsi attorno a un milione di sensi di colpa e affogare nel proprio mare di disperazione. Quel vetro deve diventare finestra, feritoia di luce che lascia passare la Grazia e trasforma le ferite in sorgenti d’acqua nuova.

Dio non ha paura del nostro peccato, non teme di percorrere miglia, di affrontare le discese più impervie per venire a prenderci. Anzi, cerca in noi proprio ciò che è finita debolezza per rivelare la sua infinita potenza. Ma ci chiede di lasciare che lui sia Dio, di non trasformare in specchio ciò che deve rimanere finestra aperta al suo mistero di Padre. Oggi, confessiamolo, noi tutti abbiamo bisogno di guarigione, che la tenerezza di Dio risani le nostre piaghe e ci restituisca ad una vita nuova.

Un’ultima parola è a commento del brano della lettera di Paolo. Se hai scoperto che cos’è il perdono non guardi più al fratello con disprezzo e con in bocca un giudizio sferzante. Il perdono è la trama lungo cui costruire una comunità realmente evangelica dove ci si ama e accoglie a partire dai propri limiti e non si deve più fingere nulla per sentirsi accolti. Sogno una Chiesa dove si fa festa perché ci si perdona,  una Chiesa che abbia i tratti di questo Vangelo.

domenica 12 febbraio 2012

Penultima domenica del tempo dopo l'Epifania




1 Due domeniche perché la quaresima non ci trovi impreparati.
Siamo ormai prossimi al termine di questo tempo dopo l’Epifania inserito nel ciclo del mistero dell’incarnazione: oggi e domenica prossima sono dette “penultima” e “ultima” domenica dopo l’Epifania. La nostra Liturgia ambrosiana pone in esse come tema centrale la Misericordia di Dio, la sua clemenza e il perdono. E tutto questo per prepararci al tempo di Quaresima. Mi piace questo segnare il tempo giocando in anticipo, quasi che la Quaresima non ci trovi impreparati se è vero che, assieme all’Avvento, è il tempo forte per eccellenza! Ma ancora di più mi piace questo accento posto sull’identità di un Dio che è perdono e che, con il suo amore di Padre, ci modella, ci attrae a sé, ci cambia per davvero, ci muove alla conversione. Quaresima  sarà il tempo in cui la nostra libertà deve esercitarsi nella conversione per lottare contro tutte quegli atteggiamenti diventati abitudine che rischiano di farci smarrire, nell’affanno dei nostri giorni, la nostra identità di figli, di sale e luce per il mondo. Ma il presupposto per ogni esercizio ascetico è sempre questo amore irresistibile. Per noi cristiani prima di tutto non sta il nostro sforzo di volontà, non stanno le nostre corse in avanti, non sta l’imperativo alla santità. Ciò che ci precede sempre è la Grazia, è un amore che si fa dono di sé fino a dare la vita per attrarci. Dio sa che finché non sentiremo bruciare sulla nostra pelle il suo amore non ci lasceremo scalfire nel profondo. Per noi, prima di una nostra qualsiasi azione, sta la passività di accogliere a mani aperte il suo dono di amore, la sua tenerezza sconfinata e non devi fare nulla per meritartela. Ma in fondo è sempre così: se vuoi davvero cambiare qualcuno amalo, e amalo quando meno se lo merita. Sarà allora che, sorpreso, inizierà a chiedersi il senso di questo amore gratuito e come può corrispondere.  

2 Il tema del perdono: questione cruciale per comprendere la nostra identità cristiana.
Davvero credo cruciale ed essenziale la questione del perdono per comprendere la nostra fede. Se non hai mai sperimentato cosa significa essere perdonato, se non ti sei mai trovato fra le mani il dono di un amore così sproporzionato rispetto alle tue attese, se non hai mai capito cosa significa essere amato non nonostante i tuoi limiti, ma proprio per questi, amato per quello che sei e non per come devi apparire, credo che difficilmente riuscirai a comprendere l’identità di questo nostro Dio. E continuerai a pensarlo Giudice freddo, burattinaio distante, moralizzatore dei costumi, inopportuna offerta di una verità inconciliabile con la tua vita, forse lo considererai padre ma un po’ padrone, a cui devi strappare con i tuoi meriti il suo affetto. Il perdono lo senti quando ti stai perdendo nelle tue ombre e si accende una luce che rischiara te e il mondo attorno a te, quando riesci a fare pace con la tua identità ferita perché ti scopri amato e preso per mano, il perdono ti sorprende ed assomiglia ad una mano che ti guarisce, che ti dà gioia, che ti schioda dal tuo passato, che ti mette in piedi e ti restituisce alla strada. Il perdono è ciò che più di ogni altra cosa ci avvicina a Dio, proprio come un nodo che lega due parti di una corsa tagliata a metà dal nostro errore. Più nodi ci sono e più i due estremi si avvicinano.

3 Il brano di Vangelo di oggi. Una profonda padronanza di sé, segno di una scelta maturata e presa in tutta libertà: Gesù è il Dio misericordioso.
 Credo che, contestualizzando il più possibile questo brano, ci possiamo rendere conto del possibile imbarazzo in cui Gesù avrebbe potuto trovarsi. Era a tavola con gente seria, colta, profondamente religiosa. Forse il discorso si era già fatto intenso e alto quando entra questa donna, una i cui sbagli erano di dominio pubblico, che si accovaccia proprio ai piedi dell’ospite d’onore iniziando a piangere e a dare affetto per ricevere amore e perdono. Eppure il Maestro di Nazareth non si smuove, forse solo un pizzico di rossore sul viso, ma con una ferma padronanza di sé, un silenzioso assenso che corrisponde a quanto questa donna gli sta chiedendo che dice la scelta non di sembrare Dio ma di esserlo nella Misericordia, nella scelta di stare accanto a chi ha il cuore ferito e fasciarlo con tenerezza. Lei è muta in tutta questo racconto ma sarebbe bello chiederle dove mai abbia trovato il coraggio di fare questo: forse solo nel disperato bisogno di essere amata e di rivoluzionare il giudizio che le avevano dato proprio in nome di Dio. Contrapposto a questo minuetto silenzioso, il giudizio severo di Simone contrappone all’amore la Legge, alla riconciliazione la sanzione, all’accoglienza la giustizia. In lui prevale un’idea di Dio troppo umana, troppo relegata ai nostri schemi di azione-reazione. Ma Dio è oltre e ci supera spalancando le braccia anche a chi noi non pensiamo lo meriti suscitando anche in noi, giusti, molto spesso rabbia o comunque perplessità.

Ma c’è una questione…
Ma c’è una questione che il brano di Vangelo  non risolve, lascia nell’ambiguità, scatenando  nei biblisti le più opposte reazioni interpretative: è  l’amore della donna che muove Dio al perdono o è il perdono di Dio che muove la donna ad un amore più grande per lui? Io penso che la domanda posta così non possa trovare una soluzione. È l’esperienza che dice che le cose possono benissimo stare assieme, una è causa e conseguenza dell’altra. Chi si sa perdonato si sente attratto all’amore e amerà ancora di più. Chi ama sa di poter contare sempre sul perdono dell’altro e lo ottiene senza condizioni. Ma di questo abbiamo già parlato. Dicevamo prima che questa attitudine al perdono da parte di Dio ci mette a tratti un po’ di stizza. Del resto siamo abituati a schierarci sempre dalla parte dei giusti che sono sazi di tutto! ma se solo facessimo lo sforzo di sentirci per qualche volta anche noi figli minori scappati di casa, pecorelle che sono uscite dal recinto, potenziali peccatori se solo quelle ombre dentro di noi potessero dilagare e se iniziassimo a sentire che Dio vuole proprio entrare in queste zone d’ombra per amarci e non per condannarci, allora cambierebbe tutto. E ci sentiremmo peccatori in conversione, felici di un amore su cui poter sempre scommettere

domenica 29 gennaio 2012

Solennità della S. Famiglia di Nazareth




Con gli occhi di Maria

Io non so quel giorno che cosa gli è preso! Eravamo felici per quella settimana così intensa, così diversa, così lontana dalle solite prospettive di ogni giorno, anguste come le vie di Nazareth. Quella festa con i suoi riti, i suoi canti, quel viaggio, quell’affiatamento che vivevamo rendeva anche noi 3 tutti più uniti. E ne avevamo bisogno! Non era poi così lontano il tempo delle calunnie dei vicini, quei sorrisetti maliziosi delle donne di paese, quando mi spiavano a mezzogiorno al pozzo a prendere l’acqua con una pancia imbarazzante - per loro certo, non per me - e quei commenti “dice che le è apparso un angelo. Vedrai se nasce femmina come rideremo di gusto!”. Povero Giuseppe, anche il suo lavoro ne aveva risentito: i bigotti di Nazareth non gli portavano più i loro arnesi da riparare e non gli commissionavano più lavori importanti: “Del resto, se giusto era, avrebbe dovuto ripudiarla quella poco di buono!”. E così poco di buono giudicarono  anche lui!  No, proprio niente mi avrebbe preoccupata in quella festosa carovana al ritorno da Gerusalemme nella sua dodicesima Pasqua. Ma 3 giorni a non vederlo sono troppi anche se sai con chi viaggi e sai che nessuno avrebbe potuto fargli del male! Proprio al terzo giorno l’angoscia montava come un cavallo sbizzarrito. Mi prese le vene e iniziai a correre avanti e indietro chiedendo dove fosse e se qualcuno lo avesse visto. Mi prese la gola fino a dare un grido disperato a Giuseppe che inutilmente cercava di calmarmi: “dobbiamo tornare indietro!” quel figlio mio che non era nostro, quella carne destinata a qualcosa di grande mi era stata affidata e io, in quell’attimo, mi sentivo non solo sprofondare ma anche venire meno a una Promessa! Lo trovammo alla fine nel Tempio. Era lì con un accento da adulto seduto fra uomini dotti, di quelli che non danno retta ai poveri come noi, ma che a un ragazzo così non potevano non guardare con ammirazione e simpatia. Non so cosa gli avrei fatto: forse se la mano dolce di Giuseppe non mi avesse fermata uno scapaccione, come pochi gli ne ho dati, lo avrebbe proprio meritato. Gli urlai in faccia però tutta la mia rabbia, la mia paura, il mio terrore di averlo perso. Ma lui, calmo, come un adulto che ha già scelto la sua strada, mi replicò che così doveva essere, che in quel modo doveva andare, aveva un Padre a cui obbedire! No, figlio mio, non adesso, non ancora. È troppo poco il tempo che ti ho avuto con me. È troppo presto per darti in pasto a gente che non ti capirà e che ti ucciderà. Lascia ancora per un po’ – non so quanto ma sarà comunque troppo breve – che tu sia solo mio! E tornammo a Nazareth, niente è mai stato come prima da allora. Il mio Joshua era una bomba a orologeria destinata a deflagrare presto o tardi nella nostra casa. È il mistero di ogni uomo che chiede di affacciarsi alla vita. E io, come ogni madre, avrei dovuto ancora una volta farmi obbediente.



Con i nostri occhi

Luca solo per poco squarcia il velo del silenzio che avvolge i giorni dell’infanzia di Gesù: c’è un mistero che non può essere violato. Del resto la famiglia di Nazareth non fa cronaca, non ha la pretesa di assurgere agli annali della Storia dei potenti. Dio sceglie di abitare la storia dell’uomo nella più nascosta prosaicità e, proprio da questa prospettiva, ribalta ogni parametro: ciò che conta non sono le imprese quasi epiche ed episodiche ma la capacità di resistere e continuare a scommettere sull’amore giorno dopo giorno.

Questo brano vuole essere, forse, solo un prologo di quello che sarà lo stile di Gesù: non si lascerà mai imbrigliare, percorrerà con decisione e caparbietà la sua strada, farà, costi quel che costi, la volontà del Padre suo. Il tentativo di emancipazione che qui ci viene raccontato è sinonimo di una libertà che si fa scelta di essere il Figlio che dona la sua vita per amore e proprio così rivela la Verità di Dio.

Infine con queste righe Luca vuole dirci dove Maria e Giuseppe e con loro, poi, i discepoli del Signore devono trovare Gesù se lo vogliono incontrare per davvero. Gesù non sta nella carovana ma nel Tempio a discutere delle cose del Padre suo così come non sarà imbrigliato negli schemi di una religiosità farisaica e precettistica ma oltre, dove la Legge si fa Amore; Gesù sta sempre davanti a Pietro e a tutti gli altri, è sempre oltre perché il suo Vangelo ha una logica che spiazza; infine Gesù non sta nel sepolcro ma è nella casa del Padre suo, è il vivente che, perché crocifisso, perché si è donato senza trattenere, ha vinto la morte.  

A questo punto mi chiedo  cosa questo brano centra con le nostre famiglie. Non sono ammesse riduzioni di sorta! Anche perché la famiglia di Gesù è davvero unica nella sua forma. Mi piace però prendere spunto da quanto detto e fare delle dediche

Vorrei che tutte le mamme e tutti i papà imparassero a non trattenere mai i loro figli, che smettessero di pre-occuparsi per loro (perché quel pre denuncia che prima di tutto ci sono loro e le loro attese da colmare) ma si occupassero seriamente della loro felicità mettendosi accanto come puntelli solidi nella roccia su cui i ragazzi possono appoggiarsi ma per compiere quella scalata che sarà comunque e sempre solo la loro.

Vorrei che tutte le famiglie che faticano a resistere nell’amore sentissero sul loro capo la carezza di un Dio che è tenerezza e a cui non sfuggono i piccoli gesti d’amore che fanno, alla fine, eroica la vita di ognuno.

Vorrei che tutti quelli che non sanno dove sia il Signore magari nel cuore del loro fallimento, anche familiare, sappiano che Gesù è sempre nascosto nella trama dei nostri giorni e con lui si può sempre ricominciare daccapo.

lunedì 9 gennaio 2012

Battesimo del Signore

L’uomo alla ricerca di Dio
Esiste una sola discriminante fra noi: c’è chi si è arreso e sclerotizzato, chi ha smussato per sempre ogni sogno e si accontenta della monotonia del quotidiano – e spesso questo accontentarsi genera frustrazione, ci si inacidisce verso tutto e tutti, ci mette di cattivo umore e ci rende costantemente critici – e c’è invece chi non si è arreso, c’è chi si sente pellegrino alla ricerca del senso dei suoi giorni. Che cosa cerchi uomo? Forse la salute, forse il benessere. Forse cerchi la felicità, vuoi fermare a tutti i costi contro la logica del tempo quegli istanti di pura felicità: sogni l’eternità! Cerchi l’amore da dare e da ricevere, soffri la separazione, quella di un giorno e quella per sempre: tu sogni l’infinito. Uomo, fratello, tu cerchi Dio!

Dio alla ricerca dell’uomo.
Questa è la storia dell’uomo di sempre. Questa è la condizione che ci lega a chi ci ha preceduto. Ma oggi ci viene detto che in un luogo dalle coordinate precise e ben rintracciabili, in uno scorcio della storia Dio si è affacciato, si è raccontato, si è fatto vedere, in una parola, si è rivelato. Molti sono i momenti di questa Epifania e unico è il denominatore di tutti questi: Lui è l’Appassionato alla ricerca della sua creatura. Dio rompe ogni distanza e si fa nostro compagno sulle strade della nostra vita, calca con le sue orme la scena dei nostri giorni, non tollera la nostra paura, vuole riscattarci da quella solitudine che ci rende randagi e vuoti, si mette come capofila per indicarci che la nostra vita ha senso solo se giocata per amore e non si perde nei meandri dell’egoismo. Il Creatore si fa creatura e ci tende la mano.      

Un Dio che si rivela a noi in modo del tutto paradossale.
Ma se pensi alla voce di questo Dio come ad un tuono, se credi il suo agire come un terremoto, come una forza che penetra e sconquassa hai sbagliato idea. Questo Signore si rivela a noi in modo del tutto paradossale: lui, al grido, preferisce il silenzio; al clamore dell’apparire, sceglie il nascondimento; alla potenza e alla violenza preferisce la povertà e la piccolezza, la sua forza è la sua debolezza. Eccolo oggi in fila fra i peccatori lungo le sponde del Giordano. Non è diverso dagli altri. Si è messo in cammino per andare incontro al suo popolo e stare, dimorare, abitare la condizione di tutti gli uomini con la pretesa però di cambiarla dal di dentro. Oggi è lì dove tutti attendevano una parola dal profeta capace di illuminare di senso la loro vita. Sta al principio del cammino di conversione, dove l’uomo in tutta libertà decide di fare spazio nel cuore a Dio. Una voce e un segno lo indicano.  

Se lui si fa tuo compagno di viaggio allora scopri il potere di diventare figlio di Dio. Questo in fondo è il senso della sua presenza. Che quella benedizione che si sente dal cielo su di lui diventi anche la tua. E non dobbiamo fare nulla: non la si merita in nessun modo, la si accoglie come un dono gratuito e la si centellina giorno per giorno. Noi siamo figli benedetti del Padre, noi siamo gli amati, noi siamo preziosi e valiamo tutto l’amore di Dio. Ci piace pensarlo per gli altri, stentiamo a crederlo fino in fondo, lo riteniamo impossibile per noi. No, metti sul naso le lenti della Grazia e scopri oggi che la tua ricerca ha trovato un approdo, Dio cerca te e proprio te, quando gli lasci spazio nella tua vita. Te e proprio te con le tue zone d’ombra, con quei mostri che ti porti dentro e che hai paura anche a chiamare per nome, con le tue ferite, con quel poco che sei e che hai nella tua bisaccia, non c’è punto così basso che tu non sia raccolto e portato in alto al riparo delle sue ali.

Vorrei provare a dire cosa accade quando ti scopri Figlio amato
Alle persiane delle tue finestre, al mattino, non picchia solo la luce ma è la Grazia che ti dà la sveglia.
Quando ti alzi hai il sorriso di chi sa che nulla può accaderti che Dio non lo permetta.
Il bicchiere sulla tua tavola non è mai mezzo vuoto e nemmeno mezzo pieno, è quel che ti basta per saziare la tua sete. Lo specchio smette di piangere perché tu vali. Il vicino di casa, proprio lui che non tolleri più; il portinaio che ti dice il suo buongiorno forse troppo rituale per sembrare vero; chi ti circonda sul bus e sembra toglierti l’aria; la cassiera al supermercato che non sorride mai, il giovane che ti siede accanto e fa discorsi così vuoti; l’altro che ti fa compagnia ben sigillato nella sua macchina lungo il traffico è figlio amato quanto te, è fratello e non  un nemico e tu, perché figlio, sai che il padre te lo ha donato per fare più ricco il tuo bagaglio. Il lavoro si fa partecipazione ad un disegno che ha le coordinate del Regno di Dio. E con l’altro ti senti Chiesa, comunità dove ci si accoglie e ci si ama al punto di perdonarsi ogni cosa.  E in ogni respiro ti ritrovi prezioso, insostituibile.  E sentirai in te crescere l’amore. E questo amore è come la gioia: non te la fabbrichi con le tue mani ma la ricevi e devi donarla anche agli altri se non vuoi perderla. È il miracolo di una benedizione!