domenica 7 aprile 2013

domenica dell'Ottava - in albis depositis

Una visita che si fa appuntamento e squarcia ogni possibile sclerotizzazione del quotidiano
Era il primo giorno della settimana. Un giorno feriale, assolutamente immerso nella prosa, come per noi, quando è dura riprendere la corsa delle cose ordinarie. Era anche il giorno dopo la grande festa della Pasqua che in quell’anno era ancora più solenne visto che coincideva con il sabato. Un giorno gravato ancora di più dallo spegnersi delle illusioni, dall’amarezza e dal rimorso scottante di aver abbandonato l’amico, in cui fare i conti con i propri limiti insormontabili e con la paura di dover adesso rendere conto a un sistema politico e religioso implacabile con chi, come loro, si era permesso di dissentire. Le porte chiuse del cenacolo sono l’immagine di tutto questo groviglio di sentimenti. E proprio nel cuore della loro notte il Crocifisso-Risorto prende l’iniziativa di farsi incontrare, di darsi ancora appuntamento, di non lasciarsi sfuggire quegli uomini e quelle donne che si era meticolosamente raccolto con parole inedite, gesti di assoluta tenerezza, promesse di orizzonti eterni, uno ad uno negli anni della predicazione in Israele. E la feria si fa festa, l’ordinario straordinario, il ripiegamento è squarciato, la ferita diventa feritoia. Non è il settimo giorno, è l’ottavo giorno, uno in più rispetto alla cadenza settimanale, un’eccedenza che ci fa poggiare il piede nella dimensione dell’eterno che la nostalgia del cuore invoca da sempre. E quell’appuntamento si compie ogni otto giorni e quella corsa non si è mai interrotta. Anche oggi, in questo primo giorno dopo il sabato, Gesù è qui, è presente, lo sente il nostro cuore anche se gli occhi non lo vedono. Ha per te una Parola, si rende uno di noi  con la nostra preghiera, spezza il Pane e si consegna a te per raccontarti un amore che non ha confini, una tenerezza infinita perché tu sei prezioso, solleva il tuo sguardo e inaugura da qui percorsi di santità inimmaginabili! Se la messa fosse vissuta come appuntamento e non come precetto…se ti accorgessi della luce che passa da questi minuti che trascorri qui…se solo comprendessi che c’è un’azione che lui compie per primo e che noi siamo chiamati a seguire, come una danza a cui siamo invitati! Proprio non sa chi non viene a Messa cosa si perde! Non ci è più permesso sclerotizzarci nel quotidiano. Non esiste più un’ora del nostro tempo che non porti un’orma di eterno. I tuoi giorni sono visitati dalla compagnia del Signore Risorto. Leviamo il vestito della tristezza e mettiamo quello della gioia. La gioia, che non è allegria e che spesso nasce dalla croce, lo sappiamo bene, contraddistingue il cristiano.

Le parole del Risorto…parole di tenerezza e di pace
Come deve essere il tono della vita del credente ci è detto nelle consegne che il crocifisso-risorto rivolge ai suoi in quel cenacolo. Pace perché la parola definitiva di Dio, il suo giudizio per la tua vita, dall’ora della croce, è perdono. Sai a che prezzo sei stato amato e da questo amore puoi riprendere a scrivere la grammatica della relazione con te stesso e con gli altri. Io mando voi: il discepolo si fa apostolo, ha fra le mani una Parola non tanto da portare ma che lo porta in ogni angolo del suo mondo, anche lì dove si crede non ci sia nulla più da fare, perché lo anima la convinzione profonda che il Signore ribalta anche le pietre più pesanti e ogni sepolcro sigillato è disabitato ed è questa parola di rinascita che il deserto del mondo attende. Il dono dello Spirito, del maestro del cuore, di Chi rende presente l’Assente e ti spinge ad andare sempre oltre. Il perdono. C’è una tenerezza infinita che devi custodire nella tua vita e che devi annunciare ad ogni uomo.

La sostenibilità del dubbio. Tommaso esce dalla comunità. Il risorto lo riprende
Ma in quella comunità non c’è solo Pietro che riprende ad essere riferimento, non c’è solo Giovanni e il suo sguardo profetico. C’è anche Tommaso, il discepolo tutto d’un pezzo – così ci appare nei passaggi del IV Vangelo che lo vedono protagonista – che non sente più la necessità di restare dal momento che il Maestro ha tradito le sue attese e, ai suoi occhi, quel gruppo rischia di essere solo un’accozzaglia di perdenti. Il discepolo del dubbio radicale, del disincanto fino alla pedanteria. È difficile di per sé restare nei ranghi della religione, credere che Dio, l’Oltre per definizione abbia scelto un Popolo e con lui abbia stretto Alleanza, ma credere che un crocifisso, un naufrago, un perdente, sia stato risuscitato nell’ora della storia è impossibile perché sarebbe ammettere che il Maestro di Nazareth era davvero il Figlio di Dio, sarebbe ammettere che davvero il suo fallimento in realtà è stato il Segno della Rivelazione. Ed è proprio nello stallo di questa crisi che il Risorto lo raccoglie. Non lo rimprovera. Come immagina Caravaggio, anche lui esponente della Chiesa del dubbio, nel suo quadro, gli prende la mano e con dolcezza gli fa toccare le ferite che non sono un errore ma una necessità di amore. Tommaso sarà il discepolo che percorrerà più di tutti la strada dell’annuncio. La tradizione vuole che sia morto martire in India.

La fede e le sue crisi. Restare per guadagnare un altro miglio nel cammino e scrivere il Vangelo oggi con la tua vita
La fede non è mai un cammino in salita ma conosce passaggi scoscesi, in ombra, in sentieri a volte mai battuti da altri perché è la tua esperienza personalissima della relazione con Dio. Non dobbiamo avere paura di sedere, almeno qualche volta, ma c’è chi ha un posto prenotato sempre, nella Chiesa del dubbio. Il confine fra fede e dubbio, fra luce e tenebre del cuore è sottilissimo e il Signore non bada a certe sfumature, anzi, si fa trovare al crocevia anche delle tue domande ma senza darti facili spiegazioni, senza darti astruse dimostrazioni che farebbero perdere a te la dimensione della libertà e a lui quella di una pedagogia che suscita e chiede fiducia. Ti chiede di restare, di non lasciare i tuoi compagni, di aprire gli occhi e guardare oltre l’evidenza perché c’è un essenziale che non cogli se non con lo sguardo del cuore. E così avrai guadagnato un altro miglio.  

sabato 30 marzo 2013

Pasqua

Mistero della Pasqua
In questi giorni ho fatto compagnia a un Naufrago e ad un Fallito. La sua Verità è stata rifiutata e lui, scomodo a troppi, è stato cacciato fuori, è stato ucciso. E questo nel silenzio di chi aveva camminato con lui e anche sotto ad un cielo inspiegabilmente chiuso, buio come la notte, pesante come il vuoto. Eppure non aveva perso la sua libertà. Il naufragio e il fallimento sono stati una scelta perché c’è una logica che è una costante in tutta la trama della storia della salvezza: quando Dio si rivela sempre sceglie la parola della debolezza e della piccolezza. E questo per sconvolgere i nostri parametri intrisi di potere, avere e apparire, o forse soprattutto, per ritrarsi e fare spazio alla libertà della sua creatura per stringere alleanza. La croce è solo la controfaccia della Risurrezione, l’uno perde senso senza l’altra.

Il buio e la luce
E nel suo naufragio e nel suo sprofondare ho ritrovato la mia umanità, senza maschere, la mia verità di uomo impastata di ferite, ombre, continue inversioni per sottrarmi alle mie responsabilità. Ho ritrovato la mia solitudine, uno ad uno i miei fallimenti . Ma lui mi ha insegnato a rileggermi in una nuova luce: le mie ferite possono diventare feritoie di luce se solo mi lascio amare fin a quel punto. I miei fallimenti, se vissuti per amore, come lui, sono il buon seme che muore per dare frutto. Nelle sue piaghe ho anche intravisto il mondo dei crocifissi: uno ad uno, come fantasmi, sono apparsi alla mia mente. Erano i ragazzi delle nostre strade che pagano la cifra dell’inettitudine degli adulti con la moneta della solitudine; sono i bambini rom che con qualche adolescente andiamo a trovare da qualche tempo e che partono con la tara di essere degli esclusi dal mondo di noi gente perbene; sono gli orfani di Sarajevo, vittime di seconda generazione della violenza cieca dell’uomo; sono i piccoli carcerati a cui il papa ha lavato i piedi; sono tante donne e tanti uomini per cui il venerdì santo non è mai tramontato. Eppure un raggio di luce nuova oltrepassa lo spessore delle nuvole e ci dice che fra tutti questi feriti c’è anche lui, il Guaritore ferito, che lui ha voluto prendere dimora fra loro e che il mondo, se vuole farsi nuovo, deve necessariamente ripartire dagli ultimi ma non per renderli oggetto della nostra assistenza ma soggetto attivo della nostra rivoluzione.
Le tenebre sono scomparse, messe in fuga dall’eterno Signore della luce!

La Parola nuova
Quest’oggi arriva l’eco di una Parola nuova. Abbiamo visto il Risorto. Una Parola solo in apparenza fragile, senza la scorta così necessaria per i razionalismi dell’uomo, eppure così densa di verità che ha varcato la corsa dei secoli. Non poteva non essere così. Perché quella comunità era prostrata dai suoi tradimenti e dallo scandalo della croce, aveva già deciso dimettere un punto definitivo su Gesù di Nazareth, pesante come la pietra tombale del sepolcro. Ma a poco a poco si è impadronita di loro la certezza che la storia di Gesù era una storia d’amore e che Dio non poteva metterla a tacere. Poco a poco hanno saputo rileggere il disegno dell’incontro con il loro Maestro e hanno saputo trasformare la linea spezzata in una parabola che tocca il fondo ma per riprendere lo slancio dell’altezza. Poco a poco hanno compreso che il seme deve morire per dare frutto e che l’ora della storia che avevano avuto in sorte di abitare era quella dell’evento cruciale di tutta la storia della salvezza. Poco a poco hanno ripercorso le parole del loro maestro e i loro occhi si sono aperti su di lui che di nuovo aveva ripreso a camminare con loro. E hanno creduto. E per lui anche loro hanno avuto la capacità di dare la vita. questa è Parola nuova, sottile, fragile  ma che fa da parametro di discernimento per restituirci speranza e per trasformarci da cinici disincantati in poeti che profumano di primavera.
Nella rapida corsa di un’unica notte si avverano annunci profetici di vari millenni.

La fontana zampillante
Abbiamo trovato così la via per la sorgente. È appena dietro il viottolo dei nostri limiti. È il Risorto. Acqua che disseta, acqua che ridona vita, acqua con cui riempire il nostro catino per lavarci i piedi gli uni gli altri: fra noi, perché il marchio di fabbrica della comunità cristiana deve essere il servizio, l’accoglienza, il perdono; acqua per lavare i piedi a tutti i poveri del mondo perché solo la logica del servizio incarna l’annuncio della risurrezione.
L’acqua ci fa nascere a vita nuova.

Il Pane presenza del Risorto
Siediti a tavola adesso. Se vuoi incontrare il Risorto non tirarti indietro. Lo ha promesso lui: fate questo in memoria di me. Lo incontri ancora adesso fragile e buono come il Pane, spezzato in segno di totale arrendevolezza perché lo possa accogliere senza paura; principio di comunione con lui e fra noi. Ma fate questo in memoria di me significa che la trama della sua storia ora può diventare la tua. E anche tu puoi dire il Risorto facendo della tua vita un dono.

Infine perché tutto il Mistero si compia il popolo dei credenti si nutre di Cristo!    

domenica 24 marzo 2013

Domenica delle Palme

l’ingresso: non una meta ma una tappa di passaggio.
Mi hanno sempre colpito del racconto che abbiamo appena ascoltato gli elementi di assoluta provvisorietà , quasi di precarietà. E così di tutta questa domenica che cade a sei giorni dalla Pasqua. Le voci di osanna che si trasformeranno in urla feroci e violente; un trionfo che diventerà solitudine e morte, fra le più infamanti. L’ingresso a Gerusalemme non è una meta ma una tappa di passaggio che però Gesù vuole vivere.
È la conquista di un cammino che segnato dalla debolezza e dalla piccolezza, scelta accurata perché sa che Dio parla attraverso il linguaggio del fallimento e del nascondimento. Ecco perché decide di incarnare la pagina di Zaccaria e cavalca un asinello. Non asseconda mai, nemmeno per un attimo, la logica del potere e dell’apparenza. Forse chi gli è accanto, e aspetta da un attimo all’altro la rivoluzione e il riscatto violento dall’oppressione e dal male, rimane spiazzato, abituato a vedere ben altri cortei trionfali sfilare alle porte di Gerusalemme soprattutto nei giorni di Pasqua.   
Entra nella città. Non si tira indietro, non si ritira dalla mischia, decide di stare dove l’uomo vive,  lo salva dove viene cucita la trama della sua vita.
Entrare significa attraversare ma non tanto da un punto al suo estremo quanto piuttosto dall’alto al basso, scendere nella sua profondità. A Gerusalemme Gesù scorge storie di santità ordinaria, sfiora con la sua presenza quella di uomini e donne che cercano di vivere la Parola, piccoli che non hanno tradito l’Alleanza, vite spesso ordinarie, racconti che non fanno cronaca ma che spandono il buon profumo del Vangelo, fedeli alla vocazione degli inizi, capaci di incarnare le attese e le sofferenze di un popolo intero.
Gesù però incontra anche nodi di peccato, umanità ferita e chiusa su se stessa, ombre in cui ci si è ggomitolati, memorie ferite, tensioni da stemperare e da riconciliare, comunque figli da incontrare e sui cui poggiare la mano della tenerezza del Padre.
E infine Gesù attraversa scenari di ipocrisia, passa anche in mezzo a chi dice di essere depositario del sapere, interprete del volere di Dio, custode della Parola e della Legge ma che non si interroga più, ha sclerotizzato la sua fede, non la trasforma in carità, nel suo cuore si è affievolita la domanda. orse erano lì su quella strada, anche loro pronti ad acclamare presi dall’entusiasmo per poi giudicare oppure spiavano dalle loro postazioni ben arroccate per non prendere parte fino in fondo, abituati sempre  a non mettersi mai in gioco. Entrare nella città però è stato per Gesù anche l’obbligo di essere coerente alla sua vocazione di scendere in mezzo alla sua gente, di essere proprio come loro, mai al di sopra, di assecondare l’esigenza di farsi parte di un popolo, di profumare di popolo, di ascoltare un grido e di essere lì, incarnato, di esserci all’indicativo presente!
A Gerusalemme Gesù lancia la sfida al potere, non teme di andargli incontro, non ha paura di gettare luce nell’incoerenza e nella distorsione politica e religiosa del suo tempo. Sa che quell’ingresso è una sfida a chi già gli aveva lanciato l’intimidazione e voleva che cambiasse rotta, direzione, che rientrasse nei ranghi del sistema, che smettesse di incarnare un annuncio rivoluzionario di amore a Dio e al povero. Così scriveva mons. Romero “Uno non deve mai amarsi al punto da evitare ogni possibile rischio di morte che la storia gli pone davanti. Chi cerca in tutti i modi di evitare un simile pericolo, ha già perso la propria vita”.
E infine nella città rimane protagonista nel cappio dei tradimenti: dà la sua vita per amore, scardina la violenza con il linguaggio del servizio e del perdono.
1 Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione, piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. Così fan tutti, tutti, cristiani e pagani.
2 Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione, lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.
3 Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione, sazia il corpo e l’anima del suo pane, muore in croce per cristiani e pagani e a questi e a quelli perdona.

La liturgia durante la settimana autentica gioca su un doppio livello di prospettiva.
Quella storica e quella sintetica di chi sa che il Signore è già risorto e che la sua croce è strumento di riconciliazione e punto di inizio di un modo nuovo di intendere Dio e l’umanità.
Sentiamo che Gesù sta bussando alla porta della nostra città e desidera attraversarla.
Non teme i confini, li valica e si posiziona dove anche l’uomo di oggi soffre e la sua dignità viene calpestata
Non teme i nostri confini, valica anche le zone d’ombra del nostro cuore e lo fa gettando una luce di verità ma perché possiamo scegliere di dargli la mano.
Ti dice che anche tu sei chiamato a incarnarti come ha fatto lui, chiamato ad attraversare la città con il suo stesso stile. Ma al solo prezzo di farti spettatore della sua Pasqua.

domenica 10 marzo 2013

quarta di quaresima

Siamo oltre la metà di questa traversata nel deserto che è la Quaresima. Il deserto, per la Parola, non è solo luogo di difficoltà e di stenti: è spazio in cui Dio rivela il suo volto, è il luogo del fidanzamento, dei grandi sogni, forse delle illusioni, comunque luogo di promesse che riempiono di senso i tuoi giorni.
La proposta della Parola che ha segnato le tappe di questo cammino nasceva, nella Chiesa antica, come un itinerario di illuminazione soprattutto per chi avrebbe dovuto ricevere il Battesimo nella notte di Pasqua.
Per noi che abbiamo già ricevuto la fede questo cammino è un appello profondo perché non smarriamo la nostra vocazione ad essere figli. Sappiamo infatti quanto la vita è complessa e quanti nodi possono stringere la nostra libertà e rattrappirla come le ali quando si spezzano. Sappiamo che spesso ci troviamo al bivio di scelte che possono compromettere i sogni e svenderli. Sappiamo che è sempre in agguato il rischio che si affievolisca la passione per la Verità e che si sclerotizzi la voglia di essere autentici. Quaresima è dunque conversione ma che, più per sforzo moralistico,  nasce dalla nostalgia profonda, dalla voglia di tornare a bere con le mani non più a cisterne che sporcano l’acqua ma direttamente alla sorgente. I no che trovi il coraggio di dirti in questo tempo sono tutti in vista di un sì, sono la premessa per una vita diversa, più bella.  
Per questo mi piace considerare questi Vangeli come appuntamenti in cui la Parola ti mette con le spalle al muro e getta su di te la luce che ti permette di vedere con chiarezza in quali passaggi la tua libertà si è imbrigliata, a quali ceppi il tuo piede è rimasto legato. Oggi le parole di questo racconto di guarigione vogliono liberare il tuo sguardo, renderti la prospettiva giusta in cui metterti per comprendere chi è Dio, che sei tu e chi è il fratello che ti è dato come compagno di viaggio.

Il cieco nato, o meglio, l’uomo che fu cieco.
Il racconto di Giovanni è davvero una stanza piena di perle preziose ; si resta quasi abbagliati dalla loro bellezza e si prova una certa difficoltà nel doverne scegliere solo alcune piuttosto che lasciarne altre. Ma questa Parola può farci compagnia per tutta la settimana e affido ciascuno alla sua forza.

Il suo itinerario spirituale è rintracciabile attorno ai titoli che attribuisce a Gesù: per lui è anzitutto un uomo, ma poi, comprende che in lui abita un mistero più profondo: forse è un profeta anzi, è addirittura il Figlio di Dio davanti al quale si prostra in un atto che ricorda Mosè di fronte al roveto ardente, è il Dio con noi sicuramente il Dio per lui, la carezza che lo tocca, la mano che si stringe alla sua e non lo lascia più.

Il suo itinerario può essere anche il nostro.
Chi è per te Gesù? Le lenti con cui leggi il suo Mistero gli rendono verità oppure la distorcono? È evidente che Gesù per noi è Figlio di Dio, forse troppo evidente a rischio di diventare scontato e non bruciarti più addosso. C’è un’abitudine che ci fa perdere il senso dello scandalo nel dire che Gesù è Dio. Dobbiamo recuperare la certezza che lui non sia solo un’idea ma è stato accadimento nella storia, che i suoi passi hanno davvero calcato il proscenio di questo mondo. E la sua Parola, come quella di un profeta, sa dare un senso al nostro cammino, tocca il nostro oggi. Gesù è Dio per te, ha a che fare con la tua vita, ha una direzione di novità che colora i tuoi giorni. È anche accadimento nella tua storia, vocazione ad una vita diversa, è un tu con cui relazionarti e da cui lasciarti incontrare.

Il cieco, per questa nuova fede, viene cacciato fuori, viene allontanato perché ha osato infrangere le convinzioni di chi pretendeva di sapere, perché viene avvertito come pericoloso e sovversivo.

Se lasci dilagare in te la luce del Vangelo preparati a pagare le conseguenze. Cambierà il modo con cui guardi te stesso e quindi il mondo. Tu non sei più semplicemente un individuo ma sei, con tutta la tua umanità, persona, porti in te, come marchio indelebile, il bisogno di una relazione con un altro che non può essere più un estraneo ma che ti è fratello: dalla sua felicità dipende anche la tua! E il bisogno di una relazione con l’Altro, un Dio che per te diventa Padre e smette i panni del Giudice severo e distaccato. E questo è pericoloso per chi vorrebbe confinare Dio in un oltre che non tocca la storia; per chi vede l’altro come un nemico o un concorrente alla tua realizzazione.

Fuori con Gesù il cieco nato probabilmente incontra la comunità di tutti i piccoli e i semplici che, come lui, sono la compagnia di Gesù.

Se anche tu hai il coraggio di uscire dal sistema delle convenzioni inizierai a guardare la Storia con lo sguardo degli ultimi sapendo che la debolezza è la forza di Dio e che devi mettere mano ad una rivoluzione che attende il tuo sì per ridare alla storia le coordinate della Storia della salvezza.

domenica 3 marzo 2013

terza di quaresima

Ogni volta che si legge questo passaggio di Giovanni mi colpisce sempre, all’inizio, la specificazione di questo gruppo con cui Gesù imbastisce il serratissimo dialogo che poi segue: questi uomini erano Giudei che avevano creduto in lui. Un’indicazione che non vedo solo come una precisazione che contestualizza il brano ma come un avvertimento per tutti quelli che si mettono alla sequela di Gesù…come quando nelle scatole dei medicinali, sul foglietto allegato, leggi le controindicazioni: poni attenzione perché la scelta di stare con Gesù e di seguirlo, di ascoltare la sua Parola o di partecipare alla vita della comunità, non ti pone al riparo da ipocrisie o non ti salva istintivamente: la fede ti deve condurre di conversione in conversione verso una meta di comunione, verso un orizzonte in cui fai della sua vita la tua vita, in cui ti lasci attrarre dall’Amore per essere anche tu amore!

Questi Giudei erano partiti da una presumibile situazione di prossimità a Gesù, si erano lasciati avvincere dal Vangelo, avevano iniziato a riporre le loro speranze in questo profeta di Nazareth, avevano investito la loro intelligenza e il loro affetto per fare spazio al nuovo che si imponeva. Eppure qualcosa a un certo punto si è inceppato. Prima di tradire probabilmente si saranno sentiti traditi da una Parola che si faceva di volta in volta più esigente. Forse per un motivo di fede: credere in Gesù come Figlio di Dio è altamente pericoloso perché significa immaginare che il cielo si sia squarciato e che quel confine invalicabile che separa il sacro dal profano sia stato valicato dal piede di un Dio che si fa prossimo rubando lo spazio di autonomia all’uomo; forse perché si sentono spiazzati da un atteggiamento che sta andando oltre le loro attese. Si aspettavano una rivoluzione in armi che sovvertisse il potere economico e politico ma questa non solo stenta ad arrivare ma si allontana sempre di più: Gesù ha già detto più volte di preferire ai segni del potere il potere dei segni e di volersi schierare con i piccoli ma non stando sopra di loro o al massimo dichiarando di essere per loro, ma unicamente facendosi come loro! Oppure forse tradiscono per un motivo sociale: sentono che Gesù, con il suo fare, si sta ponendo fuori dal sistema religioso, un sistema in cui tutto è ben definito, in cui ognuno ha un ruolo, in cui una Legge norma ciò che è giusto ma soprattutto vieta ciò che è sbagliato, un sistema in cui non devi inventarti di amare e fare quello che vuoi, un sistema che ultimamente ti dà sicurezza. In loro avverto la paura e sicuramente il Vangelo non era riuscito a fare breccia nella profondità del loro cuore.

E il brano prosegue con un rapidissimo distaccarsi delle due posizioni. È Gesù ad esigerlo. Lui si pone di fronte a loro: esaspera i contorni, mette in evidenza i punti deboli, chiede loro di smascherare le loro ipocrisie e le loro incoerenze come unico presupposto per fare spazio alla Verità e iniziare un cammino autentico, per questo spinge con le spalle al muro, esige una presa di posizione, non ha paura di restare solo. Lui non perde mai la calma al contrario di loro che invece, alla fine, in modo drammatico, segnano l’ultima e inesorabile distanza afferrando delle pietre per lapidarlo. Emerge la loro incoerenza e questo scatena la loro rabbia che si fa violenza.

Questo brano oggi ci obbliga a fare una sosta di riflessione sul nostro agire; possiamo dire che se vuoi fare Pasqua devi purificare la tua azione. L’azione, anche se non esaurisce in sè la tua verità, racconta chi sei e cosa si muove nel tuo cuore. Possiamo nascondere le nostre ipocrisie, possiamo mettere la maschera per darci l’aria di aver fatto nostro un certo stile e per sentirci al sicuro, possiamo nascondere fino ad un certo punto la nostra fragilità ma, presto o tardi, cosa si muove nel tuo cuore emerge.

Quali passi muovere se anche noi ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di liberarci dalle maschere e ci sentiamo scoperti nella nostra incoerenza.

Stai nella Parola, fatti mettere da Gesù con le spalle al muro: il dolore è solo necessario perché possa essere innestato qualcosa di nuovo. Ritrova la tua identità di figlio amato che non avevi mai perduto, e poi, di conseguenza, sommerso dalla Grazia, emergi come persona di fede, spendi i tuoi giorni per una certezza che altri non vedono ma che muove i tuoi passi verso un orizzonte diverso della vita. emergi come persona di speranza, osa sogni che profumano di futuro e, infine, diventa uomo di carità, progetta la tua vita sapendo che la tua felicità non può mai essere senza quella di un altro, sapendo che hai la vocazione di rendere questo mondo più bello di come l’hai trovato, cosa che nessuno potrà mai compiere al tuo posto.

domenica 24 febbraio 2013

II di quaresima, della Samaritana


Sovente, per divertirsi, i marinai/catturano degli albatri, grandi uccelli marinai/che seguono, indolenti compagni di viaggio,/la nave scivolante sugli amari abissi ./Appena li depongono sulla tolda,/questi re dell'azzurro, goffi e vergognosi,/lasciano cadere miseramente ai loro fianchi,/le grandi, candide ali, come ritirati remi./Com'è molle e goffo questo viaggiatore alato!/Lui, poco fa così bello, com'è brutto e ridicolo.
…/Assomiglia al principe delle nuvole il Poeta,/che sfida le tempeste e si prende gioco dell'arciere,/ma esiliato in terra, fra gli scherni,/le sue ali di gigante gli impediscono di camminare.

Mi piace pensare che la Parola che ascolteremo di domenica in domenica in questo tempo particolarissimo che è la Quaresima, se lasciamo che dilaghi la nostalgia per quello che siamo e si è perso per poi mettere mano ad un serio processo di conversione, sia un cammino che accende le luci su quelle situazioni – sempre le stesse, sempre quelle più fondamentali, sempre quelle più insidiose - in cui la nostra libertà si imbriglia e stentiamo a spiccare il volo, proprio come l’albatros di Baudelaire, e ci convinciamo di non sapere più usare  quelle grandi ali che in realtà ci sono state donate per sfidare il cielo.

È evidente che questo scorcio biografico che Giovanni ci regala della Samaritana sia la perfetta parabola di una vita credente: non senza ironia se pensiamo a come un Giudeo giudicava questa gente; non senza stupore perché solo i piccoli e gli ultimi sanno cogliere i segni del Regno e ne fanno parte facendo crollare sotto il loro passo il sistema di un mondo che esclude chi sbaglia inchiodandolo al proprio errore con un giudizio incontrovertibile.
Questa donna lascia che la ferita di una vita giocata male a livello affettivo – forse all’inizio non per colpa sua, ma certo, poi, anche lei ha iniziato a starci al gioco diventando in apparenza sempre più cinica ma in realtà più vulnerabile e fragile – possa essere sanata dall’incontro con un uomo che finalmente le vuole bene ma non per possederla ma per liberarla, per quello che è più che per quello che può dare o soddisfare, per poi scoprire il vero volto di Dio che è Spirito e Verità, Padre che rincorre i suoi figli e fa breccia nel loro cuore con una sete d’infinito e di eternità, scopre chi è il Messia per poi diventare con la sua vita annuncio e infine testimonianza, portale perché anche altri possano darsi appuntamento con l’evento capace di ribaltare le sorti di una vita.

Il cuore del racconto è la guarigione della memoria. Oggi la Parola ci dice che se vogliamo spiccare il volo e conquistare i nostri sogni dobbiamo togliere le ancore da un passato che ci tiene legati e che ci fa paura. Perché anche se non ci pensi, anche se mascheri a te stesso e agli altri le tue ferite, in realtà ci costruisci sopra attimo dopo attimo la tua vita sgualcendola e rendendola fragile.
È successo proprio ieri. Un giovane mi ha raggiunto, ha voluto confessarsi, sono anni – mi ha detto – che non lo faccio. E poi, mentre molti fanno passare uno dopo l’altro i comandamenti per giustificarsi, lui mi diceva che li ha proprio traditi tutti. Ma alla fine, con una luce diversa negli occhi, ha aggiunto: ma io sono diverso, io non sono quello che ho fatto! Ecco la frase giusta di chi ha deciso di farsi guarire la memoria. Noi non siamo quello che facciamo, siamo molto di più. Ma devi lasciartelo dire, non può bastare ripeterselo, deve essere convincente chi ti guarda amandoti, deve rompere i lucchetti di quelle catene che ti serrano la gola, deve prometterti un futuro diverso, in altre parole, deve essere Gesù e con lui i fratelli di una comunità non di gente rigida ma di peccatori in conversione felici di fare spazio ad altri fratelli fragili come loro, pietre scartate che all’improvviso si sentono scelte per essere pietre d’angolo.

E mentre lascio che in questa settimana ognuno possa lasciarsi incontrare da Gesù e dargli appuntamento al crocevia della propria memoria, vorrei concludere dicendo che c’è anche una memoria collettiva, una memoria che condividiamo, una memoria di Chiesa che deve essere guarita. Giovanni Paolo II all’inizio della Quaresima dell’anno Santo aveva domandato perdono per il passato della Chiesa. Forse, in modo meno esplicito, anche Benedetto XVI più volte ha chiesto che la Chiesa possa cambiare rotta e radicarsi sull’unica roccia che è Gesù Cristo. Perché i segni del potere che spesso sostituiscono il potere dei segni, quelli secondo il Vangelo, il divario incolmabile fra noi e i poveri, la frantumazione fra la Liturgia e la Carità o il muro che gli adulti hanno costruito nei confronti delle nuove generazioni e infine l’irresponsabilità con cui i credenti hanno abdicato al loro impegno nella società strizzando l’occhio ad un’economia ingiusta che segna un divario fra il nord e il sud del mondo, alla logica della guerra, alla distruzione dell’ambiente sono una memoria zavorrata che deve essere liberata perché dilaghi la vita nuova che la prepotenza della Pasqua invoca.

domenica 3 febbraio 2013

penultima dopo l'Epifani

Signore, io non sono capace di pregare mai nessuno me lo ha insegnato! Anche adesso non so cosa dirti: Ma tu esisti? Se esisti perché non ti fai vedere da me. forse pretendo troppo: le vette il mare i fiori tutto il creato parlano di te ma io non sono capace di scoprirti. Dicono anche che l'amore sia una prova della tua esistenza: forse è per quello che io non ti ho incontrato: non sono mai stato amato in modo da sentire la tua presenza. Signore fammi incontrare un amore che mi porti a te, un amore sincero disinteressato, fedele e generoso che sia un poco l'immagine tua.

Così scrive Agostino, un ragazzo rinchiuso a forza nel centro salesiano di Arese. Uno dei tanti. Aveva quattordici anni e chiesero a lui e agli altri compagni, in un campeggio in Valformazza, di comporre una preghiera. Morì a sedici anni. Chissà se finalmente riuscì a trovare qualcuno che gli volesse bene e che, senza troppe parole, gli raccontasse l’amore di Dio: l’amore, l’unica forza che attrae senza fare violenza, l’unica mano che ti modella senza deformare nulla, l’unica cosa che mette in ordine tutto senza spostare niente.

Detto così, forse, si comprende perché il lezionario ambrosiano ci obbliga a fare sosta sul tema della Misericordia e del Perdono in queste due domeniche che precedono la quaresima, il tempo in cui sei chiamato a riordinare la tua vita, a orientare nuovamente la tua libertà nella direzione dell’amore, a prendere fra le mani le tue scelte per renderle profumate di Vangelo, per mettere il lievito nuovo nella pasta della tua ordinarietà: non c’è conversione senza la percezione che chi ti chiama a cambiare è il Dio dell’amore.

E noi che Dio abbiamo incontrato nella nostra vita? Forse dovremmo mettere al bando per sempre l’idea tutta nostra di una santità che è solo diversità, alterità inaccessibile se non per sentieri inestricabili di faticosa ascesi.  L’avvenimento che ci precede è l’affacciarsi di Dio nella storia, il suo sporcarsi con la nostra vita, anche con le pagine più drammatiche e nauseanti delle nostre biografie; la sua santità - la sua diversità - è proprio l’amore che si colora di tutte le sfumature possibili, anche la rabbia e la gelosia ma che, in sintesi, è Misericordia, mano teso, perdono incondizionato. Proprio per questo Gesù, quando parlava di Dio, non ha trovato un modo migliore di chiamarlo se non Padre. Padre perché si assume il rischio di dare libertà, perché ti mette con le spalle al muro ma perché sa quanto vali, perché non solo ci vuole bene ma si inventa con una creatività tutta sua il modo per dimostrarcelo, perché non ti toglie nulla ma ti dona tutto e se cerchi la felicità, nella sua alleanza, tu ne trovi le coordinate.

Levi, Matteo, quel giorno si imbatte proprio in un Dio così. Penso, come capita molto spesso a noi, che lui fosse il primo a provare disgusto per la sua vita: noi infatti siamo i giudici più severi di noi stessi. La sua vita era fatta di molto denaro frutto in gran parte di corruzione e procacciato in modo illecito. All’inizio forse accarezzava l’idea che potesse bastargli, forse lo confortavano quegli amici che circondano i ricchi più per quello che hanno che per quello che sono; forse il giudizio dei benpensanti e l’odio della gente comune all’inizio era solo un fastidio. Ma alla fine anche lui si sarà sentito solo e con la voglia di dare un cambio di rotta alla sua vita ma gli mancava la forza o proprio qualcuno che davvero gli volesse bene. “seguimi”: ecco la promessa di un orizzonte diverso. Gli occhi di chi lo chiamava, fissi nei suoi, probabilmente brillavano di un amore mai sperimentato prima, un amore che dà sostegno a quella promessa. E solo allora si alza, riprende a camminare, sente che la sua vita può essere schiodata da un passato che non lasciava spazio al futuro ma solo a un presente malinconico. Gli occhi di Gesù…il racconto di quello sguardo avrà messo nel cuore a tutti i peccatori di quella città la voglia di incontrarlo per trovare riscatto e quella dignità di creature.

Vorrei che tutti noi incrociassimo questo sguardo. Saremo eterni analfabeti di Vangelo se non incontriamo il perdono di Dio, se almeno una volta nella vita non lasciamo che il suo perdono dia luce agli angoli bui che nascondiamo abilmente a tutti e in cui non vogliamo mai scendere per vergogna, se non lasciamo che il suo amore ci faccia fare la pace con quei mostri che abbiamo dentro. Dio cerca ogni giorno di abbattere il muro della nostra presunta capacità di salvarci con le nostre forze passando attraverso quegli spiragli che sono le nostre ferite e la nostra sete di felicità.

E quando avremo scoperto che è bello lasciarci salvare, amare per quello che siamo, potremo fare nostri i tratti di questa misericordia, essere figli che portano indelebile, come marchio di fabbrica, l’amore che salva. Ma questo è già il miraggio di una comunità, di una Chiesa, che non condanna ma che fa verità nella misericordia e che si fa casa accogliente per tutte le pietre di scarto di questo mondo.