domenica 28 marzo 2010

Domenica delle Palme

In questa domenica delle Palme la liturgia ci dona una Parola che, se da una parte anticipa il mistero della Passione e della Risurrezione del Signore – piccolezza e grandezza, debolezza e potenza sono strettamente e sempre intrecciate – dall’altra, e penso in particolare al brano di Giovanni, sembra una composizione di un’opera, una presentazione dei personaggi che entrano in scena e occupano il loro posto preciso nella drammatica della Pasqua.
Ci sono i Giudei con la loro curiosità e la loro superficialità. Si domandano se Gesù verrà alla festa, se si farà vivo a Gerusalemme, e in effetti Gesù dal giorno in cui ha compiuto il segno alla tomba di Lazzaro, si è ritirato in una zona deserta, si chiedono se solo con la sua presenza tornerà a tendere la corda e a sfidare l’autorità che già lo aveva condannato. Rimangono al margine degli avvenimenti, sono indifferenti, sono un pubblico stanco che si aspetta un diversivo per emozionarsi ma non per schierarsi in modo assoluto, prendere posizione e dichiarare la propria scelta. La Pasqua non scalfirà i loro cuori e tutto avverrà senza cambiamenti.
I capi del popolo invece sono presenti dietro le quinte con la loro rabbia che si fa accusa e poi complotto. Hanno imprigionato Gesù in uno schema, lo hanno bandito dal loro cuore, cercano disperatamente la controprova che giustifichi la loro opposizione, hanno al pretesa di aver capito ogni cosa di Dio. Tramano alle spalle di Gesù, cercano solo il modo per averlo fra le mani e poi la condanna verrà da sé.
Ci sono Maria, Marta e Lazzaro con la loro amicizia che si fa condivisione. Sono i personaggi positivi in assoluto. Marta e Lazzaro siedono a tavola con Gesù. Maria compie questo gesto esasperato. L’amicizia a volte non ha bisogno di grandi parole, ma è fatta di gesti silenziosi che dicono la condivisione di uno stesso orizzonte. Maria sente che Gesù avrebbe donato la sua vita e con quell’olio sparso sul capo del Maestro dice il suo dolore ma anche la sua partecipazione a quella morte che è dono totale di sé.
E poi ci sono i discepoli. Anche loro siedono a tavola ma non comprendono fino in fondo quello che sta per accadere. Anche il loro cuore è chiuso, hanno in mente che qualcosa di grande succederà, forse drammatico, ma che alla fine una rivoluzione ci sarebbe stata e con o senza Gesù sarebbero saliti al potere di un Regno nuovo. Giuda, in particolare, lui soprattutto rappresenta il dramma di chi non vuole comprendere e condividere il Mistero dell’annientamento di Gesù, la teologia di un Messia che decide di spezzarsi per amore dell’uomo, di un Dio che sfida la logica di questo mondo e si imbarca su un fallimento per costruire nella debolezza un ordine nuovo. Le sue parole suonano stonate ma è solo la punta evidente di un dramma interiore immenso. Forse Giuda si sarà sentito tradire da Gesù ed è per questo che tradisce. Forse vedrà infrangersi uno ad uno i sogni di un mondo nuovo e per questo decide di mandare in frantumi la sua sequela. Forse vuole provocare il Maestro ad abbracciare la logica della violenza e del tutto subito e per questo compie un passo che lo spinge alla disperazione.
A noi è chiesto di prendere posizione in questa composizione di luogo…con oggi, se vogliamo fare Pasqua, non ci è permesso di sottrarci e dire dove siamo e con chi stiamo.
Io, e non per retorica, mi sento dalla parte dei discepoli, sento la fratellanza di Giuda, con le mie frasi sconnesse, la coscienza del mio tradimento consumato ogni giorno anche se sono chiamato a seguire da vicino Gesù, con il mio non comprendere la logica del Vangelo, del chicco di grano che deve morire per portare frutto, con la mia voglia di vedere subito il risultato del mio lavoro, con la mia distanza ostinata dal Vangelo, con la mia voglia di primeggiare, con la confusione costante fra il mio ordine e l’ordine del Regno di Dio dove è grande chi è piccolo e dove vince chi solo in apparenza perde e si perde. Giuda mi è fratello oggi e mio malgrado molto più di Maria, Marta e Lazzaro.
Alla fine della quaresima, i giorni della settimana autentica gettano una luce sulla nostra povertà, ci riscoprono autenticamente per quello che siamo, con il nostro cumolo di buoni propositi mai portati a termine e con la nostra voglia di primeggiare. Gesù si dona a noi proprio nella notte dei nostri tradimenti. E così ci scopriamo all’improvviso sommersi dalla misericordia, come quel profumo che invade la casa, inondati di Grazia proprio nella nostra miseria. Ancora una volta noi siamo quelli che devono lasciarsi salvare. E non è una condizione da poco per celebrare bene la Pasqua.

sabato 20 marzo 2010

quinta di quaresima

Cara Marta,
ti scrivo appoggiata al davanzale della finestra della nostra casa a Betania. È bastato un raggio di sole di primavera per far sbocciare le tue azalee nel nostro giardino e, nel fresco di questa mattina di primavera, raccolgo tutto il loro profumo. È il miracolo della vita che rinasce che si presenta ancora ai miei occhi. Mi ricordo quando Lazzaro ancora bambino un giorno entrò con la mano piena di fiori - più che colti - strappati apposta per te: mi chiedo ancora come hai fatto a sorridergli invece di arrabbiarti!
Adesso che sei partita questa casa è davvero vuota. Io non riesco a darle tutte le attenzioni che tu ci mettevi. Forse se ne sono accorti anche gli amici che sono sempre più rari e sempre più di fretta. Come mi sembrano lontani i giorni in cui ci sentivamo al centro del mondo, sul crocevia di un’avventura che avrebbe cambiato la nostra storia. Certo, noi tre giocavamo sul retroscena, eravamo solo gli amici del Maestro, preoccupati di dargli ospitalità e ricoprirlo di tutte le premure possibili. Gli piaceva la nostra amicizia, lo faceva sentire bene, avevamo una sintonia quasi totale, con noi lui si permetteva di condividere tutto.
Ora ho più tempo per me, per ascoltare la Parola, per immergermi nel cuore di Dio e devo dirti che nel silenzio sto componendo come un mosaico tutte gli incontri con Gesù e le sue parole e credo di comprendere che lui è davvero il Messia, il Figlio di Dio - tu ci sei arrivata prima di me - e perché vivo, sento la sua mano stretta alla mia ogni momento. È cambiato tutto, non è cambiato nulla, tutto ora è più limpido, la mia amicizia con lui più profonda e più vera.
Ma questa serenità è la meta di un cammino che ha conosciuto la notte della fede, la crisi vera. Il giorno in cui Lazzaro morì e si presentò il Maestro solo dopo 4 giorni mi sentivo non solo spezzata ma anche presa in giro. Avevo deciso di non voler ascoltare le sue parole, avevo deciso di sprofondare nel mio dolore colmo di rabbia e disperazione, di restare muta e inerme come la pietra che sigillava il sepolcro di nostro fratello: a che cosa mi sarebbe servita la sua consolazione? Se davvero avesse potuto fare qualcosa perché non è venuto in tempo? E quel Dio buono come un Padre di cui ci parlava perché taceva, perché sembrava lontano e assente, perché non aveva impedito che il nostro amore si fosse spezzato così presto? Forse se tu non mi avessi tirato fuori di forza da casa io non sarei mai venuta al sepolcro. Gesù, non potrò mai dimenticarlo, vedendomi piangere, pianse anche lui, lacrime che mi sono sembrate le mie, di dolore e di rabbia, e poi la sua preghiera a Dio. In cuor mio sentivo l’angoscia non solo di aver perso un fratello ma anche il Padre. Lui invece no, anche in quel momento si abbandonava alle braccia di Dio. Mi hanno detto che anche nell’ora della sua morte ha fatto così: chissà se davanti al sepolcro di Lazzaro stava pensando che da lì a poco anche a lui sarebbe toccata la stessa cosa. E poi il segno. Tutti hanno visto. Lazzaro è uscito dalla tomba, le bende che gli avevo messo io erano ancora attaccate ad un corpo però non più inerme, ma vivo. E lì il cuore si è stretto fino al punto che credevo di morire anch’io. Era paura, stupore, felicità, la luce entrava all’improvviso nel cuore come il sole in una stanza buia.
Da quel giorno ho capito chi è il Dio in cui credevo, ho fatto esperienza della sua presenza, del suo essere il Dio dei vivi, ho capito che la morte accade ma non ha l’ultima parola e che non viene da lui. La paura più grande dell’uomo è vinta se vivi fidandoti e affidandoti a un amico come Gesù.
L’altro giorno a casa nostra è passato Andrea. Mi diceva, tornando verso Gerusalemme, che noi eravamo fortunate ad aver toccato con mano cos’è la risurrezione. Forse è vero. Ma gli ho detto che risurrezione non è solo quella di Lazzaro, nella vita la puoi sperimentare in tanti modi; se solo apri gli occhi ti puoi accorgere di quante volte la vita vince la morte: quando ritrovi un amico, quando fai pace con qualcuno, quando prendi in mano carta e penna e ricuci una relazione sfilacciata e lacerata, quando dici a qualcuno che gli vuoi bene senza aspettare, quando una nuova vita si schiude nel grembo di una mamma, quando un malato offe il suo dolore, quando ti lasci perdonare, quando vedi le azalee a primavera e capisci che sei come loro: basta un raggio della presenza di Dio e ciò che è morte in te diventa vita.
Marta, anche vederti per me sarà assaporare la Risurrezione.
Ti aspetto per la prossima Pasqua che la luna quasi piena in cielo già annuncia.
Con amore,
tua sorella Maria

domenica 7 marzo 2010

terza di quaresima

Caro Giovanni,
ho trovato il coraggio di scriverti queste righe a distanza di molti anni dalle cose vissute assieme. Sono pensieri a lungo meditati che finalmente trovano forma. Ti starai chiedendo perché proprio tu sei il destinatario di questa lettera: quando ho iniziato anch’io a seguire il Maestro mi hanno sempre colpito la tua audacia, la tua attenzione, la tua capacità di imitarlo e la tua voglia di primeggiare fra tutti e in effetti – non senza un pizzico d’invidia da parte nostra – per te Gesù ha sempre avuto un occhio di riguardo! Da quello che mi hanno raccontato tu sei l’unico rimasto ai piedi di quella croce su cui è finita la sua storia. Non credo sia vero quanto dite sia accaduto dopo: la Risurrezione è un fatto troppo grande per essere già presente in questa nostra storia così prosaica! Tu sei rimasto fino alla fine, io sono andato via nel bel mezzo della scena; tu sei stato coerente ed è una dote che non credo di aver mai avuto.
Forse ti ricorderai di quel giorno in cui Gesù ci ha messi con le spalle al muro senza risparmiarsi parole dure. Mi risuonano ancora nella mente, lo scorrere del tempo non ha levigato per nulla la loro forza. Voleva che noi scegliessimo lui e la sua strada oppure che ce ne andassimo per sempre: per lui la logica del numero non è mai stata importante; per il nostro bene ci chiedeva di non tenere aperte scorciatoie, ci obbligava a una decisione, ci voleva seriamente liberi. Libertà…che parola grande! Solo ora comprendo che significa poter decidersi per qualcosa o per qualcuno. Allora pensavo che fosse non avere vincoli, non essere schiavi di nessuno. Ma se non ti decidi resti schiavo dei compromessi e delle paure.
E io di paure ne avevo tante: la sua strada mi affascinava, sentivo che era davvero giusta, aveva parole come non ho sentito mai da nessuno eppure intuivo che il prezzo da pagare sarebbe stato troppo caro: l’amore, se ti prende fino in fondo, ti porta a spezzarti e a donarti senza riserve. Mi piaceva stare ad ascoltarlo ma non mi sono mai deciso a rompere con il mio mondo così rassicurante di leggi e di precetti: con lui non bastava non fare il male, bisognava compiere il bene ed è una strada troppo in salita per uno come me che è sempre stato ripiegato sulle sue piccole cose. Il Dio di cui ci parlava è amore incondizionato che chiede di essere perfetti nell’amore come lui, troppo vago per chi come me ha bisogno di un Dio giusto che mi dice come vivere il mio tempo e come giudicare le cose e le persone attorno a me.
Ti starai chiedendo se anch’io quel giorno ho preso fra le mani almeno una pietra per tirargliela addosso. No, non sono arrivato a tanto ma ero accanto a chi era pronto a ucciderlo. Il suo discorso era talmente lucido che non riuscivamo a tenergli testa e ci sentivamo impotenti, smascherati, a corto di parole. Era come la luce del sole al mattino: pian piano le sue parole mettevano in risalto le nostre zona d’ombra e questo ci faceva rabbia. Avrei voluto scomparire quel giorno di fronte al vociare della gente che ascoltava e davanti alla quale ci ha messi in ridicolo, quella gente che ci ha sempre temuto e rispettato e che ora poteva scoperchiare il fondale della nostra ipocrisia e della nostra incoerenza.
Una sola cosa avrei voluto chiedere a Gesù: il suo sorriso. Ho sete della gioia vera, non l’ho mai provata, penso che avergli girato le spalle sia stata un’occasione perduta per poterla conquistare. E ora è troppo tardi! Ti prego, alla tua pagina che racconta di quel giorno, aggiungi alle parole Verità e Libertà anche la parola Felicità! Penso sia strettamente legata.

Con affetto,
Giona il fariseo, un compagno di viaggio perduto.

domenica 28 febbraio 2010

II di quaresima

Caro Pietro,
anche qui a Sicar in Samaria non si parla d’altro che di voi e della vostra comunità.
Abbiamo saputo dei giorni violenti dell’ultima Pasqua, della morte del Maestro e, sono certa di interpretare il pensiero di tutti noi, proprio non riusciamo a spiegarci come sia potuto accadere – ma questa è solo una delle cose che non capiamo di voi Giudei! – ; sappiamo anche della voce sempre più insistente sulla sua Risurrezione – e non fatico a credere che la Vita non può essere arginata – e del resto, il vostro coraggio, ne è una testimonianza.
La mia vita scorre tranquilla ai piedi di questo monte: non ho più bisogno di salirci per convincermi di piegare la benevolenza di Dio con le mie offerte, né ho mai pensato di trasferirmi da voi; il tempo in cui sognavo di fuggire via da tutto e da tutti è finito: Dio è in me e la sua tenerezza mi abbraccia e mi dà il coraggio ogni giorno di essere autentica. Ora vivo da sola. Alla fine anche l’ultimo compagno di viaggio si è rivelato un abbaglio: gli uomini non sanno mentire e di me, come gli altri del resto, voleva soltanto fare una preda, un terreno di conquista.
Ho preso il coraggio fra le mani e mi sono decisa a scriverti questa lettera: forse queste righe potranno esserti utili un giorno se dovrai raccontare ai tuoi fratelli chi era il Maestro e come sia bastato un incontro per far rinascere una vita, la mia.
Avevo vergogna allora anche solo ad uscire di casa, a incrociare lo sguardo cattivo della gente, anche di quegli uomini che di notte ti sognano e poi di giorno si allineano come ipocriti al giudizio degli altri. Anche quel giorno volevo solo fare in fretta. Vedere un uomo a quel pozzo mi ha preoccupato. Sentire che voleva bere dalla mia anfora mi ha fatto tremare di spavento. Ostentavo sicurezza ma dentro di me il cuore batteva forte; ho risposto mettendomi sulla difensiva e avevo solo voglia di fuggire. Ma il suo sguardo aveva un qualcosa di diverso, le sue parole erano sì misteriose ma cariche anche di una promessa. Pensavo di dover scendere nella profondità di quel pozzo con la mia anfora e in realtà lui è sceso nell’inferno della mia esistenza: mi ha detto tutto quello che avevo fatto e non mi giudicava, mi conosceva e mi faceva sentire amata, spalancava davanti a me una possibilità di una vita diversa proprio mentre io mi ero rassegnata a sopravvivere divorata da mille e più sensi di colpa. Ho capito così che non era uno come gli altri, non pretendeva ma dava amore e per questo era un profeta, un uomo di Dio, il suo Messia come poi mi ha rivelato. Voleva acqua da me e in realtà è stato lui a darmi Verità come una sorgente freschissima di cui non ho più potuto fare a meno. Abbiamo parlato di Dio, io che lo vedevo come un Giudice che presto o tardi mi avrebbe fatto scontare tutti i miei sbagli, del suo essere Spirito e Verità – le sue parole me le porto scolpite nel cuore – che proprio mentre fa luce nel cuore ti fa sentire amato, prediletto come un figlio. Quel giorno Gesù ha guarito la mia memoria e mi ha dato le ali della fede. E mi sembrava davvero di volare quando ho lasciato la mia anfora e sono corsa a chiamare tutti per portarli da quell’uomo che era la presenza di Dio con noi. Come sono stata sfacciata a ben pensarci ma chissà anche quanta convinzione se sono riuscita a tirare lì l’intero paese! Ma ho capito solo adesso che Dio fa di creature fragili, come sono io, testimoni della sua potenza, di peccatori in conversione annunciatori della sua Misericordia.
Un giorno spero che i discepoli di Gesù, che so sono sempre più numerosi fra voi, non pensino che credere sia un’osservanza esteriore di precetti e norme, che non dimentichino mai che la vera fede nasce dall’incontro con lui, che l’avventura credente sgorga solo quando lasci che la sua Parola riconcili la tua vita.

Con affetto
La donna di Samaria

sabato 20 febbraio 2010

prima di quaresima

un’immagine e un piccolo dizionario
Quaresima, un itinerario che va dalla testa ai piedi, dice don Tonino Bello in una delle sue riflessioni. La Quaresima in effetti inizia con la cenere sul capo e termina con l’acqua sui piedi alla sera del giovedì santo: un segno penitenziale e uno di servizio. Dalla testa ai piedi è un itinerario apparentemente più corto di due metri ma che in realtà è una parabola di una conversione non indifferente che ogni anno ci viene ricordata: il cammino cristiano è sempre un partire dalla propria pochezza e insufficienza per poi, raccolti nell’abbraccio della Pasqua, decidere di essere in tutto come Gesù, anche noi capaci di carità autentica.
Buon cammino a tutti! L’augurio è per ognuno di partire dalla propria testa, di scegliere in tutta libertà di rimetterci alla scuola di Cristo, per poi arrivare ai piedi di qualcun altro, fratello o sorella, che attende il nostro servizio per poter rinascere.
Vorrei ora sfogliare con voi un piccolissimo dizionario dei termini più importanti della Quaresima o, se preferite la metafora del viaggio, una guida per non rimanere disorientati dalle molte suggestioni.
digiuno e penitenza, ovvero l’educazione della libertà. Sono 2 parole assolutamente fuori moda, sembrano un retaggio dei tempi passati quando tutto attorno a noi, e dunque in noi, parlava cristiano. Mi piace invece la temerarietà della Chiesa, che con una pazienza millenaria, non smette di raccomandarne la pratica. Digiuno e penitenza sono privarsi di un qualcosa per correggere qualche cattiva abitudine, qualche tendenza che ci allontana dalla logica del Vangelo; è come rimettere il piede sul freno di una macchina troppo accelerata di cui rischiamo di perdere il controllo; è riprendere con coraggio in mano il destino della propria vita e non permettere che altri o altro rispetto a noi la vivano al nostro posto. La regola di astenersi da qualche cibo il venerdì è solo un’indicazione perchè poi ognuno aggiunga la sua penitenza: ripensando alla propria vita, che cosa ha ingabbiato la nostra libertà che si era decisa per Gesù? E così qualcuno potrà scegliere uno spazio preciso e un tempo più disteso per la preghiera, qualcun’altro dovrà fare i conti nel regolare meglio il tempo; altri dovranno lavorare sul linguaggio sapendo che la lingua uccide più della spada mentre altri ancora dovranno interrogarsi sul proprio rapporto con le ricchezze (cf. il Discorso della Montagna, Mt 5,1 ss.).
Memoria battesimale: questa parola ricorre soprattutto nella nostra liturgia ambrosiana che ricalca l’itinerario che i catecumeni dovevano affrontare nell’ultimo tratto che li separava dalla celebrazione del Battesimo. Ricordare è esercitarsi nella gratitudine per la Grazia che ci precede: noi siamo figli di Dio innanzitutto e nonostante tutto, il resto è non sciupare la nostra chiamata alla santità. In questa prospettiva si capisce allora perchè il peccato è un’occasione persa, un perdere posizione, un vero e proprio peccato, appunto!
Purificazione: di domenica in domenica la quaresima ci farà passare attraverso il fuoco della Parola del Vangelo di Giovanni, per riordinare la memoria, le azioni, lo sguardo, le paure e le relazioni. Il Signore ci chiede l’autenticità, quaresima è bandire le mezze misure. Sicuramente in almeno uno di questi aspetti, dobbiamo lasciare alla Grazia di rimodellarci.
Sproporzione, quella che ci sorprenderà alla fine di questi 40 giorni fra noi e Gesù che si è consegnato per amore nostro e ci ha amati sino alla fine. Non sapremo mai emergere con le nostre opere, le nostre capacità: il cristiano è uno che si lascia sommergere dalla tenerezza di Dio.
La Liturgia di oggi però ci ricorda che la condizione per fare quaresima sta nel voler entrare nel deserto, metafora di cammino, certo anche di fatica, ma soprattutto di un nuovo tempo di amore per il nostro Dio. Ma tutto dipende dal nostro sì. E ancora siamo chiamati a scegliere di convertire la nostra direzione incerta sulla bussola delle stesse scelte di Gesù. Il Pane è segno della ricchezza e dell’immediatezza: Gesù sceglie la fede e l’ascolto della Parola, oppone a quella logica il suo rapporto con il Padre. La povertà è il segno evidente che nella vita basta Dio e i doni che lui fa, contro ogni ansia, contro ogni fame. Gettarsi dal Pinnacolo del Tempio è la tentazione dell’apparire, del successo, di misurare ogni azione con i parametri degli applausometri o dell’audience, è smarrire, alla lunga la propria libertà e diventare, in nome della popolarità, ricattabili. Gesù sceglie la semplicità. Non vorrà trattenere nemmeno uno dei suoi discepoli con numeri di magia strabilianti ma vorrà conquistarli con la sola forza dell’amore. E infine ecco comparire la tentazione del potere, la più insidiosa, la più attraente perchè quasi convince l’idea che solo il dominio potrà cambiare il mondo. Gesù sceglie il servizio e di sprofondare povero fra i poveri convinto che le cose si possono cambiare solo dal di dentro. E noi in cosa dobbiamo orientarci meglio, a cosa dobbiamo voltare le spalle per fare nostra la strada di Gesù?

sabato 13 febbraio 2010

ultima domenica dopo l'Epifania

La liturgia di queste due domeniche ci sta aiutando a preparare il cuore alla quaresima che è ormai alle porte. In quel tempo la Parola si farà spada che penetra nella profondità della nostra vita per purificare il cuore, per azzerare le nostre distanze da Gesù, per darci il giusto slancio scuotendoci dalle nostre inerzie e sclerotizzazioni. Il richiamo al perdono oggi, e alla divina clemenza settimana scorsa, però ci ricordano che non si muove nemmeno un passo sul cammino di santità se prima non ci si scopre amati teneramente, raccolti nell’abbraccio del Padre, sorretti dal perdono ogni volta che cadiamo. È come nell’educazione: i ragazzi, soprattutto quelli in difficoltà, raramente cambieranno uno stile di vita distruttivo in nome di qualche obbligo, di qualche buon precetto moralistico o per paura di un castigo; sapranno diventare uomini, prenderanno il volo nel cielo della vita solo se capiranno per chi farlo (il perché lo sanno bene, fino alla nausea!), perché si sapranno amati da qualcuno, perché al loro fianco avranno scoperto una persona capace di sporcarsi le mani con la loro storia anche nei momenti più difficili.
Perdono significa dono grande, extra, smisurato, inestimabile. Mi piace rimarcare questa idea di infinito: nella Parola si dice anche che come dista l’oriente dall’occidente così Dio allontana da noi le nostre colpe e come è alto il cielo sulla terra così è grande la sua Misericordia. Il perdono è come un nodo che viene fatto alla corda della nostra amicizia con Dio recisa dal nostro peccato: più nodi ci sono e più i due estremi si avvicinano, più Dio rivela in noi la forza del suo perdono e più ci riconduce a casa, ci avvicina a sé, ci fa simili a lui.
Nella prima lettura si sottolinea la diversità fra noi e Dio: noi possiamo perdonare a chi ci sta accanto mentre Dio perdona l’umanità intera. In effetti la nostra capacità di perdono è molto limitata, non è mai immediata – stento davvero a credere in chi, dopo magari un torto anche grave, è subito pronto a sbandierare il suo perdono – e va esercitata proprio pregando tanto e soprattutto lasciandosi riconciliare all’infinito dal Padre: non a caso nella preghiera del Padre nostro continuiamo a chiedere aiuto nel perdonare gli altri perché Dio perdona a noi.
Ma ora vorrei con voi sottolineare almeno un passaggio del brano evangelico che in sé è molto eloquente e su cui invito ognuno a tornare magari preparando il proprio esame di coscienza per una confessione che ci faccia entrare bene in quaresima. Mi colpisce anzitutto questo scambio di sguardi che passa fra Gesù e Zaccheo arrampicato sul sicomoro. È il capolino di due storie, di due alterità che si incontrano e si donano l’una all’altra. Zaccheo con la sua vita piena di sbagli e di solitudine, Gesù con la sua esasperata voglia di cercare uno ad uno chi si è perso nel sentiero della vita, fino a scendere nei dirupi più profondi e nei meandri più nascosti. Zaccheo si scopre amato come non mai in quello sguardo, si sente ricercato, voluto, oggetto di attenzione e di tenerezza e scende subito dall’albero. È veloce anche a cambiare rotta e a ricambiare con quattro volte tanto quanto aveva rubato. Questa è la parabola della nostra fede: ci si lascia raggiungere da Dio anche nelle regioni più in ombra del nostro cuore, dove tutti noi abbiamo qualche ferita, ci sentiamo inchiodati a qualche colpa, quella parte segreta che abbiamo paura a raccontare anche a noi stessi. E quando scopriamo che Dio ci ama per quello che siamo e vuole ricucire il suo amore con noi proprio a partire dalle nostre debolezze in noi rifluisce la vita come a primavera, sentiamo l’impulso di amare come ha fatto lui; sono sempre più persuaso che, se non scopriamo sulla nostra pelle cosa significa il perdono, difficilmente saremo discepoli: forse saremo solo praticanti di una fede monotona e vuota come quella della folla anonima che non manca di rumoreggiare per la decisione di Gesù di entrare a far festa nella casa di Zaccheo.
Vorrei concludere infine con due appelli. Il primo me lo suggerisce il passaggio di questa seconda lettera di Paolo ai Corinti in cui invita la comunità intera a perdonare di cuore quel tale che probabilmente lo aveva offeso nella persona di un suo rappresentante. La comunità cristiana, se vuole riscoprire il suo fascino, è chiamata ad essere luogo del perdono e dunque della festa. La nostra comunità che dice di incontrare il Signore nella Parola e nei Sacramenti, che vanta numerosi progetti di carità, forse dovrebbe esercitarsi di più nell’arte del perdono, nell’accogliere l’altro che ci sta accanto proprio a partire dalla sua debolezza, dalle sue ferite e dal suo peccato. Non si può celebrare il Cristo e pugnalarsi a vicenda chiudendosi in piccoli gruppi che alzano fra loro barricate di pregiudizio.
L’ultimo appello è ad ognuno e a me per primo: oggi la vita conduce molte persone su sentieri insidiosi, pieni di inciampi e di continue soste; oggi la corsa di ogni occupazione tende a frammentare e a distruggere il cuore così che ciò che a noi sembra evidentemente giusto per molti è assolutamente relativo. Dobbiamo unire alla critica profetica sempre il sorriso misericordioso, dobbiamo mostrare il volto di un Vangelo che profuma di perdono: è il prezzo di una fede che vuole farsi contagiosa.

sabato 23 gennaio 2010

III domenica dopo l'Epifania

Ci sono delle domeniche in cui non mi riesce facile predicare: bisogna cercare di tenere insieme la Liturgia della Parola e, allo stesso tempo, cercare di inserirla all’interno della celebrazione eucaristica; bisogna arginare la voglia di parlare a lungo perchè – si sa – il rischio dei colpi di sonno è sempre in agguato! Oppure si cerca disperatamente più di una prospettiva per non chiudere tutto in pochi minuti; e che dire poi quando gli esempi non vengono e si diventa troppo teorici, oppure quando avresti voglia di dire le cose in faccia con una certa schiettezza ed è meglio tacere per non far diventare la Parola un’arma impropria! Ma oggi non è una di quelle domeniche…mi è sembrato che tutto potesse essere semplicemente racchiuso nella parola condivisione, che non è altro dalla parola amore! Gesù è la manifestazione della voglia che Dio ha di condividere se stesso con noi – siamo nei giorni in cui si continua a dare eco al tema dell’Epifania, della rivelazione di Dio – e proprio da questa grammatica aperta del suo amore per noi anche noi siamo chiamati a giocarci in tutto e per tutto con e per i nostri fratelli.
Ho cercato di legare ad ogni lettera del termine condivisione una parola, così, per formare un piccolo prontuario ad uso nostro per ritrovare i presupposti della condivisione qualora fossimo un po’ a corto di stimoli.
Compassione. È Gesù stesso che nel Vangelo di oggi, in questo racconto della seconda moltiplicazione dei pani, usa questo termine. Il nostro è un Dio che si lascia commuovere, toccare, raggiungere, ferire da chi gli sta di fronte. L’amore tende a rompere le distanze, ad avvicinare, a creare comunione. Gesù sente che quella folla non ce l’avrebbe fatta a proseguire il suo cammino e decide di mettersi in gioco, di farsi carico della sua fatica. Spesso noi abbiamo un’idea falsata del nostro Dio: è come se qualcosa ci convincesse che lui non possa amarci per quello che siamo, anche per quella terra in ombra che ognuno si porta nel cuore dove le correnti della memoria si fanno rapidissime, quando il giudizio nostro o degli altri si fa condanna. In realtà il Signore ci abbraccia, si china sulle nostre ferite, soffre con noi per poi portarci in braccio come fa una madre con il suo bambino, prende sulle sue spalle il nostro dolore e il nostro affanno e ci dà la pace. Cos’altro è quel Pane che Gesù ha dato alla sua gente se non il segno di una risposta al suo affanno? Cos’altro è quel Pane che fra poco spezzeremo se non il segno di un’alleanza che nulla e nessuno potranno rompere?
Ostinazione. Mi sembra questo lo stile di Gesù di fronte all’obiezione, pur sensata, dei sui discepoli. La sua ostinazione domanda fiducia. Proviamo a metterci in ascolto dell’ostinazione di Dio per ogni uomo, fidiamoci di lui e anche noi diventeremo caparbi nello scegliere in ogni nostra mossa la carità.
Necessario. Gesù domanda ai suoi di mettere in gioco quanto di necessario avevano per sfamarsi: era poca cosa eppure sarà costato molto donarla; forse nei discepoli era forte la paura di restare anche loro a digiuno. Anche noi abbiamo il poco necessario e a volte anche di meno! È la nostra vita, anche con tutte le sue righe tirate storte, eppure è il necessario che il Signore ci chiede di mettere nelle sue mani. Se non lo traffichiamo, non lo spendiamo bene si rischia di restare a mani vuote.
Dividere per moltiplicare. È strana questa operazione matematica che sembra riuscire bene al nostro Dio. Il necessario messo nelle mani di Gesù si moltiplica. Quel poco perché diviso è diventato abbondanza che ha saziato la fame di quella gente. Dividere solo in apparenza è perdere, in realtà è assecondare la logica della Provvidenza che ci ridona sempre con gli interessi quanto siamo capaci di donare. Proviamo a riprendere con calma lo stralcio della 2 Corinti che abbiamo appena proclamato e troveremo tante altre motivazioni per dividere il nostro necessario.
Inatteso. Il dono di Dio è sempre così e per questo ci riempie di gioia. È quanto i discepoli constatano quando nelle loro stesse mani il pane si moltiplica. È quanto anche noi proviamo di fronte ad un orizzonte che all’improvviso si apre o ad una luce che ci rapisce all’improvviso e ci fa ancora scommettere sul Vangelo.
Vita, è quella che noi vogliamo servire con la nostra condivisione. Ci sono fratelli che hanno perso la dignità perché sono stati messi ai margini, oppure perché si sono chiusi nella loro disperazione. La condivisione è come il vento di primavera che risveglia la vita, è come una linfa misteriosa e nascosta che fa fiorire anche i rami apparentemente secchi. In questa settimana che la nostra Diocesi dedica al tema dell’educazione vogliamo pensare che è fondamentale, una vera e propria scommessa sul futuro, condividere quello che siamo con i nostri ragazzi perché nessuno può essere uomo in pienezza senza nessuno che lo prenda per mano.
Immaginare …lo stile della condivisione ci chiede di non lasciare nulla all’improvvisazione ma domanda di essere progetto di vita.
Sempre. Quando condividere? beh, ecco la risposta!
Ipoteca. Condividere è un impegno sul futuro. Forse oggi non riusciamo a vedere null’altro che la nostra piccola goccia, ma la fede ci porta a immaginare che un giorno sarà un oceano.
Occasione. Specifica il sempre di prima! Ogni occasione è buona per donarci. E ogni occasione persa lo è per sempre. Il bene che noi non faremo qui e ora nessuno potrà compierlo al nostro posto. E il mondo, se perdiamo anche solo un’occasione per amare, è decisamente più povero.
Novità. Condividere è stile che rende davvero nuova ogni cosa. Il mondo è assetato di novità secondo il Vangelo; chi crede e diventa immagine di Gesù che si spezza per amore è creativo nel suo agire, perché è mosso dallo Spirito creatore. Forse non è più tempo dei vecchi moduli egoistici, è tempo di uno slancio di gratuità.
E, congiunzione. E ora tocca a noi lasciarci prendere per mano da Gesù e centellinare il suo amore e poi uscire di qui e fare ed essere come lui e…