sabato 13 agosto 2011

IX dopo Pentecoste

C’è un punto nella vita in cui la trama che a fatica stai cucendo prende una piega sbagliata e il disegno che avevi in mente pian piano si perde. Da soli è quasi impossibile accorgersene: c’ è sempre qualcuno che ti vuole bene e che ti inchioda alle tue responsabilità! E allora, guardandoti indietro, ti accorgi che veramente qualcosa non è andato, che a tratti ti sei lasciato troppo prendere da te stesso e le tue aspirazioni si sono trasformate in deliri di onnipotenza che non ti hanno portato lontano e ti hanno lasciato da solo. E raschi il fondo di te stesso, ti senti davvero poca cosa, tutta la tela sembra da gettare. Ma si tratta solo di riprendere con umiltà quel bozzetto originario e rimettersi in cammino: la grandezza di un uomo si misura dalla sua capacità di accorgersi dei suoi errori e, quando serve, dal saper domandare perdono. Il cammino della storia della salvezza: il peccato di Davide. È quanto accade a Davide in questo passaggio così alto della Scrittura. Aveva avuto tutto dalla vita eppure, per prendersi una donna (mi sembra già in sé espressivo questo verbo che riduce la donna ad un oggetto), arriva ad uccidere un amico. Tutto è iniziato mentre i suoi erano in guerra e lui, contro ogni regola del galateo regale dell’epoca che costringeva i capi a scendere in battaglia con il loro popolo, passeggiava ozioso sul balcone della sua reggia. Da lì, dopo aver spiato Betsabea fare il bagno, ne sente il desiderio, la fa sua e, per la beffa del destino, quando rimane incinta, per mettere una pezza al guaio, fa richiamare dalla guerra il marito Uria per costringerlo a stare con sua moglie. All’ennesimo tentativo fallito, il ché se non fosse tragico sarebbe grottesco, Davide prende la decisione di farlo morire schierandolo a viso aperto contro il nemico così da prenderla in moglie senza problemi. Ma proprio qui arriva il profeta Natan che gli apre la mente a comprendere fino in fondo quello che è stato il suo peccato. Da allora per Davide nulla sarà più come prima soprattutto perché riprende la misura di se stesso come uomo, come semplice creatura, come piccola cosa nelle mani di un Signore che ha sempre creduto in lui e ancora adesso non si tira indietro e riapre la sfida della sua fedeltà.
Il peccato come oppressione verso qualcuno e verso se stessi. Il peccato, certo diverso l’uno dall’altro, certo dalle grandi o dalle piccole conseguenze, è sempre un miscuglio fra il mistero del male che ci tenta, che compare nel cuore in modo improvviso, e la nostra libertà che sceglie di assecondarlo, di non tenerlo alla porta, ma di farlo entrare e dettare legge. Il peccato si rivela sempre come un’oppressione, un sopruso che noi facciamo a qualcun altro, un atto di soperchieria verso chi è più debole o verso qualcuno che abbiamo deciso di eliminare dall’orizzonte della nostra vita. Ma forse è ancora più vero dire che il peccato è un’oppressione nei confronti di noi stessi. All’inizio appare come una realtà promettente ma alla fine ti toglie il respiro, ti acceca, ti rapisce il cuore per intero costringendolo a ripiegarsi in mille e più giustificazioni e ripensamenti, a strisciare in un avvilente e paralizzante senso di colpa!
Le grandi oppressioni. Ognuno di noi può richiamare alla mente adesso qualche esempio di grande peccato che ci circonda o che la storia ci consegna: magari qualche omicidio, rapina, il peccato contro gli innocenti e i poveri, le stragi delle guerra famose e di quelle dimenticate di tutti i giorni. Sono vere e proprie oppressioni che alla fine rendono vittime anche quelli che le commettono.
Quell’uomo sei tu, quegli oppressori siamo noi! Ma molto spesso dietro al volto dei grandi peccatori, che noi stigmatizziamo per tenerli lontani come fantasmi spaventosi, c’è anche il nostro volto. Quegli oppressori siamo noi, almeno potenzialmente, perché il male è davvero accovacciato alla porta del cuore di ognuno (Gn 4) e se non lo teniamo a bada rischia di prender e il sopravvento sulla nostra libertà e ci potrebbe spingere nel baratro di gesti inimmaginabili! Oggi troviamo il coraggio di dire che soprattutto le nostre omissioni ci rendono complici con le grandi oppressioni della nostra società e del mondo intero. Quell’uomo… sono io, sei tu… siamo noi! Siamo noi a chiudere la porta di casa a chi soffre, a chi è straniero. Sono le nostre paure ad alzare muri dove si nasconde la povertà o dove nel deserto affettivo nasce la solitudine di tanti giovani che crea disagio e poi rabbia e violenza.
Natan porta il peso del cuore di Davide a Dio come quei 4 portano il peso del paralitico a Gesù e Dio inchioda alla propria responsabilità ma per schiodare la nostra libertà. Ma il circolo vizioso del male si è spezzato per Davide perché Natan ha il coraggio di portare il peso del suo cuore a Dio. La paralisi che ha inchiodato quell’uomo al suo lettuccio si è sciolta perché quei 4 hanno avuto una fede tale da sbalordire Gesù e da metterlo alle strette per compiere quel miracolo. Anche noi dobbiamo lasciarci portare da qualcuno a Dio, questa è la ricchezza che fa del nostro gruppo una comunità e ci rende forti come una roccia, e il suo amore ci inchioderà alle nostre responsabilità, perché altrimenti non sarebbe tale, ma per poi schiodarci con un perdono che è profondo come l’abisso dell’oceano. Di più: non si capirà mai chi è il nostro Dio se non abbiamo fatto esperienza del suo perdono.
Infine come sarebbe bello, con tutta l’umiltà che serve, proprio perché tutti noi siamo peccatori in conversione, ma proprio perché sappiamo che Dio ci libera dal male, se ci sentissimo Chiesa autorizzata a urlare con la stessa voce profetica di Natan contro tutti i soprusi che uccidono il nostro mondo e la nostra piccola e grande storia. Sogno una Chiesa che rifiuta la connivenza con tutti i potenti della terra per essere sempre all’opposizione, sempre con il dito puntato sulla piaga del male sapendo che questo è solo il primo passo per un’autentica guarigione. Ho nostalgia della voce profetica di papa Giovanni che scongiurò la guerra atomica, di Paolo VI che grida ai potenti “mai più la guerra” o di Giovanni Paolo II ad Agrigento contro l’oppressione della mafia. Che questa nostalgia diventi sogno e da sogno realtà.

domenica 7 agosto 2011

VIII dopo Pentecoste

Tre racconti, la storia di alcuni uomini
Come abbiamo ascoltato la Parola di oggi e come l’ascoltarono i protagonisti? Sarà per la nostra atavica propensione ad anestetizzare tutto ciò che può metterci seriamente in discussione, sarà per l’onda anomala di parole che ogni giorno ci investe e da cui, forse anche in chiesa, abbiamo preso l’abitudine a difenderci, sarà perché l’abitudine al precetto della domenica stempera i contorni forti del rito e delle sue provocazioni ma magari ci è sfuggito che qui si parla di uomini che, ad un tratto, si sono trovati coinvolti in un’avventura che non apparteneva a loro; qui si racconta di persone che, come noi, avevano un intreccio di relazioni, avevano una religiosità più o meno accesa, vivevano il tempo con le sue pesanti monotonie o i suoi deliranti strattoni che ti mettono fretta nel cuore, conducevano una normalissima esistenza e, ad un tratto, si sono imbarcati, chissà a quale prezzo, sulla rotta che avrebbe segnato per sempre il loro destino.
La chiamata dei primi discepoli: il fascino di una parola e di uno sguardo
Ad esempio i primi 4 discepoli. Stavano vivendo una normale giornata di lavoro, sentivano forse il peso di una fatica accolta solo per assicurare un presente dignitoso e un futuro promettente a qualcuno di caro, stavano conducendo con destrezza le loro barche e con passione la loro arte gustando la gioia di sentirsi uniti da una professione finché una voce decisa, poche parole a dire il vero, li ha gettati su una nuova strada, li ha messi in cammino verso una meta non chiara ma accolta perché era affidabile quell’uomo che passando li ha chiamati. Mi chiedo spesso che cosa quella voce ha fatto risuonare nel cuore di questi uomini e più ancora che forza affascinante dovevano avere gli occhi di Gesù per diventare contrappeso così pesante alla sicurezza di una vita messa da parte con fatica.
La chiamata di Paolo: un Vangelo che è un dono che se non condividi si consuma fra le mani
Era un uomo come noi, Paolo, o, a dire il vero, molto più acceso di noi nelle cose che riguardano Dio. Eppure anche lui si è trovato sbalzato da una voce che, se non il carattere, gli ha cambiato prospettiva. Da quel giorno sulla strada di Damasco quello che era importante non lo è stato più per lui, e ciò che disprezzava è diventato il suo tesoro tanto da accettare la sofferenza, tanto da iniziare a vivere la passione forte per il Vangelo.
La chiamata di Samuele: al servizio della Parola, il servizio della Profezia.
Era solo un ragazzo Samuele, uno come tanti, uno come i nostri. Cercava in Eli un maestro a cui poter aggrappare i sogni del miglior futuro immaginabile, già sapeva di Dio molte cose, ma non l’essenziale ovvero la sua capacità di destabilizzare ogni sicurezza per aprire orizzonti nuovi. Già stava preparando il suo posto in quella religiosità un po’ spenta e confinata nella sacralità del Tempio, quando una voce gli mette nel cuore un fuoco che da lì in avanti non potrà più contenere e che gli farà salire sulle labbra parole profetiche, forti con i forti e di tenerezza con i poveri, piene di speranza nei giorni della crisi e piena di duro monito nei giorni della finta prosperità.
Ciò che unisce queste storie. L’irruzione di Dio nel quotidiano: ci dicono che Dio non bada a schemi precisi e non si lascia confinare nel modulo già sperimentato. Al contrario lui è pieno di fantasia e creatività e, ad un tratto, rompe le distanze e si fa prossimo con un progetto che interpella la libertà dell’uomo. A volte questa sua comparsa è distesa nel tempo, a volte è rapida come il bagliore di un fulmine: in ogni caso è una vera e propria irruzione che usa violenza a chi la vive.
Un orizzonte che si spalanca all’improvviso e che dà senso pieno alla vita. Se chiedessimo ai nostri protagonisti se mai avevano immaginato cosa sarebbe stato di loro nell’assentire a Dio, tutti direbbero di no. Se domandassimo loro se ripeterebbero il loro sì risponderebbero in modo affermativo perché per la loro vita non avrebbero mai previsto nulla di così bello e di così profondo.
La vita come dono che si spezza per il bene di qualcun altro. Dio li chiama ma non li stringe sul palmo della sua mano. Piuttosto invece rende loro un dono per la vita di molti altri. La vocazione non è mai un bene privato ma una ricchezza da trafficare nella relazione con i fratelli.
Oggi, in questa tappa del cammino che ci fa riscoprire il mistero della storia della salvezza, è importante fare memoria della nostra vocazione: come e quando Dio ci ha chiamato e quale era l’orizzonte che ci ha aperto? Fa bene tornare indietro con la memoria e scoprire che siamo stati messi a parte di un sogno che ci ha fatto palpitare il cuore e che è diventato la nostra ricchezza.
Scoprire che c’è sempre una vocazione nella vocazione e Dio ci chiama sempre a precisare il nostro modo di amare come lui…in fondo la vocazione è proprio questo, il nostro modo speciale di vivere la fede, il nostro rapporto con lui e con i nostri fratelli alla maniera e secondo le esigenze del vangelo
Chiederci che ne è della nostra radicalità, se abbiamo svenduto i nostri sogni, se ci siamo lasciati prendere dalla delusione, dalle frustrazioni, se il nostro cuore si è arenato o è invecchiato oppure se questo cammino ci fa crescere ogni giorno sempre più, ci mantiene giovani, ci ha reso vulnerabili ma per far entrare nel cuore tutti quelli che amiamo.
E nel mondo deserto aprirai una strada nuova. Così dice una canzone che ha per tema la vocazione. Mi dà i brividi pensare che con il mio sì alla sua chiamata io apro un sentiero su cui tanti altri fratelli potranno scoprire il volto del Padre e l’annuncio che la vita ha senso solo se donata per amore.

sabato 16 luglio 2011

V dopo Pentecoste - alcuni spunti

Il nostro cammino fra le tappe della storia della salvezza per comprendere che Dio c’è ed agisce e la sua storia scorre come un fiume nascosto nelle vene della nostra storia. Con queste lenti sul naso cambia davvero tutto: le nostre relazioni, il nostro modo di abitare la città, di leggere la nostra vita, il nostro senso del tempo.
Abramo e la sua chiamata: l’ostinazione di un Dio che continua a scommettere sull’uomo aldilà del suo peccato e delle fratture. Abramo, un uomo solo, attraverso cui Dio va alla ricerca di tutti gli uomini per renderli figli. I sì a Dio di ogni singolo uomo sono porte spalancate perché il mondo trovi salvezza. I no, al contrario, sono porte chiuse definitivamente col chiavistello non solo a noi ma anche ai nostri fratelli. È l’azzardo sulla libertà dell’uomo che Dio ha deciso di darsi…questa costante si conserva lungo tutte le pagine della Parola: da Abramo a Maria, dai discepoli a noi! Se comprendessimo quanto è cosa grande la nostra piccola goccia per l’oceano sentiremmo un brivido ogni volta che accettiamo di vivere fino in fondo la responsabilità della nostra vocazione oppure al contrario ogni volta che la paura o la mediocrità frenano il nostro slancio!
Vorrei però provare a fotografare il volto di questo Dio che chiama Abramo per trovare le coordinate del nostro rapporto con lui.
1 Un Dio, il nostro, che si fa prossimo all’uomo e si rivela nell’ambivalenza del termine: si mostra e allo stesso tempo si nasconde. Dio non si impone mai ma si propone, non irrompe ma entra con estrema delicatezza nella trama della nostra vita ponendo sul nostro sentiero segni che suscitano interrogativi.
2 Una rivelazione progressiva che domanda comunione. Se Abramo avesse fatto passare uno dopo l’altro gli episodi in cui Dio si è rivelato nella sua vita avrebbe potuto stringere fra le mani una vera e propria storia coerente e completa: da quel giorno in cui è stato chiamato ad uscire e ad andarsene fino alla nascita di Isacco e alla certezza di avere una discendenza numerosa come le stelle del cielo Dio gli appare fedele e pronto a fare comunione con lui. Dio cammina accanto a noi e ogni giorno ci dona piccoli semi della sua presenza. Sta a noi raccoglierli in unità e allora sussulteremo di gioia nel sapere che Dio non ci ha mai abbandonati e che ci chiama a vivere in amicizia con lui.
3 Una rivelazione carica di promessa che esige la fede. È costato ad Abramo lasciare la sua terra per mettersi in cammino. È il prezzo della fede che ci fa camminare a volte nel buio ma in obbedienza ad una voce che ti guida e spinge ad andare sempre oltre. La fede non è in opposizione alla ragione, alla logica, eppure è un pizzico oltre e ti fa compiere dei salti apparentemente folli in cui ti sembra di perdere tutto. E magari è proprio così: per fede puoi perdere il tuo vecchio mondo quando ancora non poggi i piedi sul nuovo. È un rischio che si corre ma per amore. In questo senso possiamo comprendere l’eco del Vangelo che abbiamo ascoltato quest’oggi. Seguire il figlio dell’Uomo è accogliere la logica di essere randagi ma per amore, è una scelta da vivere qui e ora in un battibaleno perché l’occasione perduta non può ripresentarsi.
4 Una rivelazione in cui il primo a mettersi in gioco è Dio su cui puoi sempre scommettere. Infine, se incorniciassimo questa pagina di Genesi nell’orizzonte di tutto il ciclo di Abramo, ci accorgeremmo che in molti episodi la fede di Abramo vacilla oppure sente la tentazione di percorrere scorciatoie che non lo porteranno molto lontano (il figlio da Agar soprattutto). Ma se Abramo perde terreno Dio è sempre solido come una roccia a cui aggrapparsi. Dio giura su se stesso di non scordare la sua amicizia con Abramo. Ed è questo l’unico punto fermo! Anche noi abbiamo una storia segnata da costanti frenate e bruschi ritorni sui nostri passi. Ma Dio è sempre oltre il nostro fallimento, pronto a risollevarci: solo su di lui possiamo scommettere.
Il più vecchio si chiamava Frank e aveva vent'anni. Il più giovane era Ted e ne aveva diciotto. Erano sempre insieme, amicissimi fin dalle elementari. Insieme decisero di arruolarsi nell'esercito. Partendo promisero a se stessi e ai genitori che avrebbero avuto cura l'uno dell'altro. Furono fortunati e finirono nello stesso battaglione. Quel battaglione fu mandato in guerra. Una guerra terribile tra le sabbie infuocate del deserto. Per qualche tempo Frank e Ted rimasero negli accampamenti protetti dall'aviazione. Poi una sera venne l'ordine di avanzare in territorio nemico. I soldati avanzarono per tutta la notte, sotto la minaccia di un fuoco infernale. Al mattino il battaglione si radunò in un villaggio. Ma Ted non c'era. Frank lo cercò dappertutto, tra i feriti, fra i morti. Trovò il suo nome nell'elenco dei dispersi. Si presentò al comandante. "Chiedo il permesso di andare a riprendere il mio amico", disse. "E' troppo pericoloso", rispose il comandante. "Ho già perso il tuo amico. Perderei anche te. Là fuori stanno sparando". Frank partì ugualmente. Dopo alcune ore trovò Ted ferito mortalmente. Se lo caricò sulle spalle. Ma una scheggia lo colpì. Si trascinò ugualmente finò al campo. "Valeva la pena morire per salvare un morto?", gli gridò il comandante. "Sì" sussurrò, "perché prima di morire, Ted mi ha detto: Frank, sapevo che saresti venuto".
Questo diremo a Dio in quel momento: "Sapevo che saresti venuto".

domenica 10 luglio 2011

quarta dopo Pentecoste

Domenica scorsa ci eravamo soffermati sulla questione della nostra libertà che è l’azzardo su cui Dio continua a scommettere nella sua partita con noi. Lui vuole provare il brivido di un dialogo con la sua creatura e la chiama non ad essere schiacciata, annientata dalla sua presenza, ma piuttosto a stare a fronte alta, in piedi, sempre sul crinale di scegliere se amare oppure chiudersi su se stessa.E oggi lo sguardo si allarga nel racconto complesso, anche se noto, di Genesi dalla storia di peccato del primo uomo alla storia dell’umanità intera: tutti hanno peccato e il mondo è diventato un covo di violenza. Vorrei soffermarmi con voi su alcuni spunti che ci consegna questa pagina. Anzitutto circa la dimensione sociale del peccato. Il male avviene quasi per contagio. Da uno si allarga agli altri e la responsabilità dei singoli sembra quasi perdersi in un oceano di tenebra tanto che alla fine non si riconosce più il punto di partenza e i contorni delle vicende e delle scelte di ognuno si fanno sfumati in quelli degli altri. Quando scegli il male, quando dai spazio in te alla violenza, all’orgoglio, quando si afferma la logica del potere come parametro assoluto di realizzazione è come se si gettasse dell’acqua sporca dentro al pozzo a cui tutto il villaggio attinge, è come se si decidesse, in piena notte, di spegnere una ad una le piccole luci che siamo noi e così tutti sprofondano nel buio. La storia dell’umanità Dio l’ha pensata non come un’avventura di persone sole ma piuttosto come una cordata dove o ci si salva tutti insieme o si è destinati a cadere tutti nel vuoto. Non posso mai dire che è affare mio il mio peccato perché, in piccola o larga misura, va a ferire il volto dell’intera comunità. Non possiamo farci da parte, non possiamo additare sempre l’altro, non possiamo dire che non c’entriamo nulla, non possiamo sempre giustificarci: c’è parte della nostra responsabilità nelle ingiustizie che schiacciano i deboli, nella povertà che affama più della metà degli uomini, nella solitudine dei nostri anziani, nella precarietà di vita delle nuove generazioni, fosse almeno per le nostre omissioni o per il nostro alzare un muro impenetrabile di indifferenza. Dio di fronte a tutto questo decide in un primo tempo di distruggere tutto e tutti ma poi posa lo sguardo su Noè e la sua famiglia, l’unica a distinguersi per ineccepibilità, ammissione che al male dell’altro si può resistere. Il nostro è un Dio acceso di passioni forti, un Dio che sa infiammarsi e prende posizione ma allo stesso tempo non gli sfugge nemmeno il più piccolo germoglio di bene che vede comparire nel cuore anche di un uomo solo. E l’umanità può davvero rinascere dall’impegno di Noè e dall’alleanza che Dio stringe con lui. Nella sua arca c’è l’abbozzo di una nuova storia possibile in cui si può galleggiare sulla tempesta del mondo e scivolare veloci verso un orizzonte nuovo di pace. E così come ognuno partecipa al male dell’umanità con il suo peccato e lo ingrandisce, è anche vero che con le nostre scelte di bene, con l’ostinata tendenza a resistere nella nostra scelta di amare, di essere aperti all’altro, di assumerci la nostra parte di responsabilità per costruire un mondo più bello, di dare vita a chi vacilla noi portiamo alla luce il fiume sotterraneo della storia della Salvezza. A Dio non sono nascoste le nostre piccole scelte di bene e nelle sue mani si moltiplicano a dismisura. A volte può assalirci lo sgomento perché il nostro bene sembrerebbe piccola cosa e quasi inutile, la paura di essere rimasti soli…davvero il nostro amore è come una goccia in un oceano ma l’oceano è fatto di gocce e se mancasse proprio la nostra sarebbe un po’ più povero! Come sarebbe bello se la nostra comunità fosse come quest’arca, non chiusa ma aperta a chi vuole trovare salvezza, uno stile alternativo a quello del mondo e se qui si custodissero come beni preziosi le scelte di amore di ogni fratello. Come sarebbe bello se qui trovasse posto chi vuole apprendere la grammatica dell’amore che è fatta di accoglienza, di rispetto, di apertura, di un interessarsi sincero alla vita dell’altro, di passioni forti per la giustizia e il bene comune dove i diversi convivono e dove la gioia si moltiplica e il dolore sii dimezza se condivisi.
E infine due accenni soltanto alla lettura di Paolo e del Vangelo che fanno eco a Genesi. Paolo ci affida un criterio di discernimento alquanto preciso per comprendere se stiamo camminando nella luce dello Spirito oppure nelle tenebre del peccato: dobbiamo avere il coraggio di metterci seriamente in ascolto di noi stessi per capire cosa si agita nel nostro cuore e poi avere il coraggio di scelte radicali per fare spazio alla forza del Vangelo che pretende di farsi carne nelle scelte di ogni giorno. Ora stiamo per ricevere lo Spirito, proprio qui e in questa celebrazione: le porte di questa chiesa che si apriranno sul nostro quotidiano ci devono restituire diversi in qualcosa altrimenti venire a messa è solo un esercizio sterile.
E infine Gesù ci dona la bussola per orientare la nostra vita al bene: salvare la vita, come Noè sull’arca, è trovare il coraggio di perderla ogni giorno, è trovare il coraggio di non trattenere nulla, di vivere in pura perdita di noi stessi per amore, di perdere tempo per chi siamo chiamati ad amare che non è mai tempo perso.

domenica 3 luglio 2011

terza dopo Pentecoste

1 il percorso in questo tempo dopo la pentecoste
Dopo la solennità della Pentecoste, culmine del Mistero della Pasqua, si apre lungo il tempo ordinario un sentiero in cui, a partire dalla domenica della Trinità, ci soffermiamo sugli snodi principali del racconto della Storia della Salvezza per raccogliere nella bisaccia della nostra vita di pellegrini le perle preziose dell’agire del Dio con noi. L’itinerario ci porterà dritti all’Avvento soffermandoci fino alla fine di agosto, con la memoria del martirio del Battista, su alcuni episodi del Primo Testamento, dell’Alleanza antica e sempre nuova di Dio con Israele. Da lì alla festa della Dedicazione del Duomo in ottobre la prospettiva si allarga alla missione di Gesù per raccogliere la sua Chiesa e poi fino all’Avvento, su come la storia della salvezza prosegua nella missione della Chiesa di sempre.
2 la storia della salvezza, la nostra storia se vista con gli occhi di Dio.
Vogliamo allora ripercorrere a ritroso il cammino rileggendo con abbondanza la Parola per scorgere le orme del passaggio di Dio – Mosè e noi con lui possiamo solo guardare le spalle del Signore, cioè possiamo solo nel silenzio della meditazione su ciò che è accaduto capire che Dio è il Presente e non ci ha mai abbandonati e così rinnovare la nostra fede – per poi però riprendere fra le mani la nostra vita con le sue relazioni e le sue intricate vicende e abitare il nostro presente con occhi nuovi: abbiamo la certezza infatti che la storia della salvezza continua a scorrere nelle vene della nostra storia e che Dio continua a scrivere con noi le pagine del suo agire. Si tratta di indossare lenti nuove e si riaccende la speranza.
3 La proposta di oggi è di soffermarci sul brano di Genesi, un racconto parallelo a quello della Creazione dell’uomo a cui si accordano come una risonanza il brano di Paolo e quello di Giovanni.
L’uomo è la creatura più alta che Dio abbia plasmato con le sue mani, il miracolo più grande dopo l’eco del suono della Parola che ha dato la vita a tutto. Non dobbiamo mai scordare la nostra dignità e quella di ogni uomo, che in noi brilla la scintilla che ci rende simili al Creatore, che può accaderci tutto, anche cadere nel baratro più profondo della miseria del nostro male, ma in noi c’è un tratto che ci riscatta dal nulla e dalla disperazione: noi valiamo più degli angeli e siamo polvere di stelle! Per questo l’uomo continua a modellare la Creazione con le sue mani per rispettarla e per renderla ancora più bella. Ma ecco che in questo quadro emerge il passaggio del comando di Dio di non mangiare dell’albero della conoscenza del Bene e del Male. Non certo per tenere nascosto questo mistero a chi Lui ha reso così importante e simile a se stesso. È un comando che suscita libertà. Libertà è poter compiere una scelta, è quando, di fronte ad un bivio, scegli quale strada imboccare, è stringere fra le mani il tuo destino. Ed è Dio che vuole tutto questo. Non gli basta una creatura prona, lo vuole di fronte a lui, in piedi e in dialogo. Dio con questa scelta si assume tutto il rischio di dare all’uomo una via alternativa alla comunione con lui, vuole sentire il brivido di attendere una risposta libera alla sua proposta, vuole smarcarsi definitivamente dall’essere giudicato un burattinaio che tira i fili della sua creatura. Se l’uomo è libero la comunione con il suo Creatore sarà per scelta e per amore e non per costrizione. Sappiamo certo com’è andata in quel magnifico giardino di Eden. L’uomo sperimenta la disobbedienza, pensa che la vera libertà sia tagliare il legame con Dio e pensarsi in autonomia e non più in relazione, sceglie il male che tuttavia lo porta ad essere prigioniero di se stesso degli altri e delle cose.
Anche noi avvertiamo il brivido per la portata di tutto questo: anche noi ci sentiamo creature libere, continuamente sul crinale della scelta fra il bene e il male. E quando però scegliamo il male, la separazione dal nostro Dio ci sentiamo smarriti, inconcludenti, poveri, assetati e strangolati dalle nostre stesse mani.
E proprio nel cuore di queste considerazioni si collocano allora il brano di Paolo e soprattutto del Vangelo che ci ricordano come Cristo sia voluto entrare nel vivo di questa storia della comunione ferita e frammentata dell’uomo con Dio per ricondurla ad un’unità con le sue parole e con il suo esempio soprattutto con la sua Pasqua. La vera libertà è la comunione e non la competizione con Dio, la vera libertà è scegliere il bene e amare fino a dare la vita, la vera libertà non è fuggire da Dio ma dimorare nel suo abbraccio che non soffoca ma rende protagonisti, la vera libertà riprende fiato e slancio dal sapere che noi siamo stati attratti e salvati da un amore più grande e che tutte le nostre distanze sono state colmate dalla croce. La vera libertà sgorga ai piedi di quel sepolcro aperto.
Come conclusione vorrei allora suggerire due piste di approfondimento, una personale e l’altra comunitaria.
1 proviamo in questa settimana a ripensare a come noi ci giochiamo la nostra libertà e proviamo a chiedere a Dio il dono della liberazione: forse tante nostre tristezze o inclinazioni alla disperazione stanno nel fatto che non ci sentiamo liberi. Ci sono cose che ci opprimono e ci soffocano, cose che possiamo cambiare e altre da accettare. Non dimentichiamo però che noi siamo chiamati ad essere sempre protagonisti della nostra vita. È l’amore, abbiamo detto, a dare forma alla vera libertà. E dell’amore di Dio possiamo essere certi, Cristo ha dato la sua vita per noi!
2 la nostra comunità è fatta di uomini liberi e che educano alla libertà con la libertà, a immagine di Cristo, fra noi ci sono relazioni liberanti o opprimenti? Ci obblighiamo a mascherarci oppure siamo capaci di restituire l’uno all’altro la nostra peculiarità? A volte ho paura che le nostre comunità siano abitate da protagonismi del tutto svilenti nel piano generale della crescita libera di ognuno. Forse abbiamo bisogno di convertirci anche in questo.

domenica 5 giugno 2011

settima di Pasqua

Questa domenica, sospesa fra l’Ascensione di Gesù e la Pentecoste, ci dona le coordinate per essere comunità che da una parte attende il ritorno del Signore e dall’altra sa abitare con pienezza questo tempo.

Vorrei soffermarmi soprattutto sulla lettura di Atti per cogliere le suggestioni che ci offre e poi trovare le indicazioni necessarie per la nostra vita di Chiesa e di discepoli.

Il quadro abbozzato da Luca si colloca subito dopo l’Ascensione. Ha fine quel tempo provvidenziale in cui il Risorto si rendeva disponibile ai suoi discepoli per istruirli e per renderli saldi nella fede; è Gesù che vuole dare una fine ad una stagione, che vuole separarsi, quasi farsi da parte, ma per rivestire di responsabilità, rendere finalmente adulti quegli uomini e quelle donne che si era scelto. Come ogni padre, anche Gesù sa cosa significa dare ad un certo punto filo all’esistenza dei propri figli e prova gioia nel vedere che, come un aquilone, sono capaci di librarsi nel vento della vita. Lui continuerà ad essere il loro fondamento, il loro principio, la loro motivazione, la sua vita e la sua Parola continueranno ad essere il paradigma su cui declinare le loro vite e le loro scelte finché non tornerà fra noi. il Vangelo ci dice infatti che Gesù si farà trovare per sempre nella Parola, nel Pane spezzato e nella comunione intensa attorno a Simone, appuntamento che si rinnova nell’Eucarestia di domenica in domenica.

Quella comunità sente la forza di un tempo che si apre e mi sembra siano due le tensioni che decide di abitare: la comunione e la missione che sono come le due fasi del respiro, come il movimento di una fisarmonica che si apre e si chiude e lancia le sue note.

L’ immagine che dice la comunione è quella stanza al piano superiore dove si incontravano tutti assieme per pregare. La comunione, quella vera, nasce freschissima sempre dall’incontro con il Padre di Gesù. Perché non ci può essere fraternità autentica se non si sa da quale roccia si è stati scalfiti. Perché non si può imparare a volersi bene accettando le differenze se non si sta immersi nella contemplazione del Dio che è Uno in Tre Persone distinte. Perché non si può amare il fratello a partire dalla sua debolezza e dalle sue ferite se non ci si lascia amare e perdonare dal Figlio che ha dato la sua vita per noi.

L’immagine che dice la missione è la strada, non esplicitata in questo passaggio, ben presente nel libro: le strade di Gerusalemme su cui i discepoli scendevano ad insegnare, le strade del mondo che i loro piedi hanno percorso, le strade infinte su cui ha abitato Paolo nella sua missione.

La fede e la comunione nella Chiesa sono autentiche solo quando sanno trasformarsi in missione, in carità operosa, solo quando si va alla ricerca dell’uomo smarrito per annunciargli il Vangelo della gioia. La missione è la ricerca di chi si è perduto anche scendendo su sentieri stretti e difficili, proprio come ha fatto Gesù – fra l’altro anche andando a recuperare i due fratelli che si erano smarriti sul sentiero verso Emmaus – che è il buon Pastore che ha dato la sua vita per allargare sempre di più il suo gregge e per abbassare il muro di divisione.

Se vogliamo essere Chiesa dobbiamo necessariamente anche noi riscoprire con forza questo doppio movimento. Chiediamoci che ne è della nostra capacità di comunione di Chiesa alla Barona. Forse dobbiamo renderci conto che chi ci sta accanto, anche ora, in questo momento, è dono di Dio e nella capacità di essere una cosa sola nelle differenze è detta la Verità della nostra fede. Non esiste una fede giocata come un’avventura solitaria. Questa Messa che noi celebriamo ci rende insieme il Corpo di Cristo. La nostra preghiera deve poi sempre di più unirci.

E poi interroghiamoci sulla nostra capacità di aprirci alla Missione, di trasmettere con gioia il senso della nostra scelta di fede. Il volto della nostra Chiesa del futuro è tutto racchiuso nelle nostre mani. Non ci capiti di arrestare la corsa del Vangelo: noi e proprio noi, più con i gesti pieni di carità che con le parole, siamo chiamati a raccontare la bellezza dell’incontro con Cristo e ad essere contagiosi di beatitudine.

È anche chiaro che questo doppio respiro di comunione e di missione può essere letto anche all’interno delle nostre famiglie…oggi, del resto stiamo vivendo una festa che dice che la nostra comunità è Famiglia di famiglie. La comunione vera nelle nostre case possiamo solo apprenderla alla scuola del Vangelo e dell’esperienza di fede. La missione intesa come carità, dono della propria vita per amore, deve essere vissuta anzitutto con chi ci sta accanto ed è difficile amare proprio perché tanto vicino.

domenica 29 maggio 2011

sesta di Pasqua

Questo tempo di Pasqua che sta volgendo alla sua fine, vissuto come un unico grande giorno - forse per anticipare il Paradiso o forse, più semplicemente, perché la gioia per la Risurrezione che ha acceso la speranza non può essere confinata in uno spazio ristretto di tempo – ci ha consegnato una Parola che ha la pretesa di dettare il passo della nostra vita e della vita della Chiesa.

Abbiamo letto il libro degli Atti, qualche stralcio nelle domeniche, per più di metà nei giorni feriali. La Chiesa delle origini, tratteggiata da Luca con un certo idealismo, intessuta di contemplazione, carità, l’apertura ad ogni uomo aldilà di ogni rigida appartenenza e la missione per dire al mondo la novità del Crocifisso-Risorto, con le sue vicende sfida il senso comune delle cose e il bavaglio dei potenti e rimane paradigmatica per la Chiesa di sempre.

Le lettere di Paolo, perché non ci ha fatto compagnia la lettura di un testo soltanto, ci hanno fatto rivivere la tensione delle comunità delle origini chiamate ad abitare la verità del risorto e, contemporaneamente, a sperimentare sulla propria pelle il mistero della croce cioè della persecuzione. Paolo, esperto in questo dissidio, continua ad esortare perché non venga smarrito nell’attimo presente il fondamento della fede e la gioia, la vera cartina di tornasole che dice la bontà della propria fede.

E infine ci siamo messi in ascolto del Vangelo di Giovanni nei suoi capitoli centrali, il discorso d’addio in cui Gesù, come in un testamento, ci consegna la sua Verità di Figlio e la nostra Verità di discepoli, apostoli e figli, colmati dello Spirito del suo amore.

Fatta questa premessa, in modo molto sommario vorrei sorvolare sui brani di oggi e raccogliere quello che ritengo essenziale per noi oggi. Ma questo esercizio può essere vissuto da tutti!

Pietro e Giovanni hanno appena compiuto un segno prodigioso con la guarigione del Paralitico e vengono interrogati da quelli che sono i responsabili della fede ebraica, da chi ha bisogno di ricondurre ogni cosa a schemi già noti, da chi ha timore di perdere autorità e potere. Pietro si appella alla verità di Cristo, pietra scartata, Signore che si lascia crocifiggere per amore, che è divenuta testata d’angolo, è Risorto, proprio perché ha amato così ha stravolto la logica delle cose e il corso ordinario della storia in cui i poveri soccombono e i piccoli e i poveri pagano. La nota che Luca pone a margine di questo interrogatorio sembra volerci dire che anche loro due vivono lo stesso Mistero del loro Maestro: sono semplici persone in cui abita però una Sapienza che eccede, non semplicemente riconducibile allo studio e alla cultura. Anche loro agli occhi dei grandi sono pietre di scarto ma, nelle mani di Dio, sono seme per l’annuncio di un mondo nuovo. La Chiesa sa di poggiare tutta la sua forza su queste colonne: pochezza rivestita di grandezza, debolezza colmata di forza, sa di poter contare su uno Spirito che stravolge la logica del mondo e afferma la sua Verità su strade alternative. La rivoluzione del mondo è a opera dei poveri e già nelle vene della storia scorre questa storia di piccoli che sovvertono la logica dei potenti. La Chiesa di oggi è chiamata a convertirsi e a farsi sorella povera fra i poveri, a non strizzare l’occhio troppo spesso a chi regge le sorti del mondo, ai potenti e ai ricchi, ma con chi Dio pone come pietra angolare. Servire i poveri è imparare da loro e ritornare all’essenziale. Il resto è solo un servirsi dei poveri!

Paolo sembra fare eco a quanto appena detto mettendo in contrapposizione lo Spirito di Cristo che è altro dallo spirito del mondo. Siamo ormai prossimi alla Pentecoste. Invochiamo anche per noi quello Spirito che è come una lente che poniamo sugli occhi per giudicare tutto in modo nuovo. Il credente infatti non può scadere nei luoghi comuni, non può indugiare sui bilanci sempre troppo in deficit sulla società e sul mondo, c’è a volte una malinconia strisciante, che si abbraccia alla delusione e alla depressione, che invade troppo spesso le nostre comunità e le nostre case. Lasciamo agli altri il grigio, lo Spirito vuole custodire in noi un fondo di gioia e di speranza che sono come la brace che non si può soffocare.

E infine il Vangelo che è legato, come una progressione naturale, alle due letture precedenti. Il discepolo che diventa apostolo sa di poter contare sullo Spirito che Gesù ci lascia come Consolatore. Noi siamo intimamente consolati, tenuti sulle ginocchia del Padre e stretti da un abbraccio che non soffoca ma libera. Lo Spirito che sa insegnare al nostro cuore non solo ciò che è giusto e sbagliato, ma che ci fa eccedere nell’amore. Il cristianesimo non è semplicemente un moralismo, un’accozzaglia di precetti.

E infine noi abbiamo uno Spirito che placa ogni paura – e Dio solo sa a volte come queste paure ci afferrano e ci mordono, quasi da diventare patologiche: la paura di noi stessi e del nostro passato, delle nostre relazioni, del nostro futuro, la paura degli altri – e che ci conduce alla Pace, quella vera, sapere che il nostro nome è inciso sul palmo della mano del Padre e nulla lo può cancellare.