Il peccato come oppressione verso qualcuno e verso se stessi. Il peccato, certo diverso l’uno dall’altro, certo dalle grandi o dalle piccole conseguenze, è sempre un miscuglio fra il mistero del male che ci tenta, che compare nel cuore in modo improvviso, e la nostra libertà che sceglie di assecondarlo, di non tenerlo alla porta, ma di farlo entrare e dettare legge. Il peccato si rivela sempre come un’oppressione, un sopruso che noi facciamo a qualcun altro, un atto di soperchieria verso chi è più debole o verso qualcuno che abbiamo deciso di eliminare dall’orizzonte della nostra vita. Ma forse è ancora più vero dire che il peccato è un’oppressione nei confronti di noi stessi. All’inizio appare come una realtà promettente ma alla fine ti toglie il respiro, ti acceca, ti rapisce il cuore per intero costringendolo a ripiegarsi in mille e più giustificazioni e ripensamenti, a strisciare in un avvilente e paralizzante senso di colpa!
Le grandi oppressioni. Ognuno di noi può richiamare alla mente adesso qualche esempio di grande peccato che ci circonda o che la storia ci consegna: magari qualche omicidio, rapina, il peccato contro gli innocenti e i poveri, le stragi delle guerra famose e di quelle dimenticate di tutti i giorni. Sono vere e proprie oppressioni che alla fine rendono vittime anche quelli che le commettono.
Quell’uomo sei tu, quegli oppressori siamo noi! Ma molto spesso dietro al volto dei grandi peccatori, che noi stigmatizziamo per tenerli lontani come fantasmi spaventosi, c’è anche il nostro volto. Quegli oppressori siamo noi, almeno potenzialmente, perché il male è davvero accovacciato alla porta del cuore di ognuno (Gn 4) e se non lo teniamo a bada rischia di prender e il sopravvento sulla nostra libertà e ci potrebbe spingere nel baratro di gesti inimmaginabili! Oggi troviamo il coraggio di dire che soprattutto le nostre omissioni ci rendono complici con le grandi oppressioni della nostra società e del mondo intero. Quell’uomo… sono io, sei tu… siamo noi! Siamo noi a chiudere la porta di casa a chi soffre, a chi è straniero. Sono le nostre paure ad alzare muri dove si nasconde la povertà o dove nel deserto affettivo nasce la solitudine di tanti giovani che crea disagio e poi rabbia e violenza.
Natan porta il peso del cuore di Davide a Dio come quei 4 portano il peso del paralitico a Gesù e Dio inchioda alla propria responsabilità ma per schiodare la nostra libertà. Ma il circolo vizioso del male si è spezzato per Davide perché Natan ha il coraggio di portare il peso del suo cuore a Dio. La paralisi che ha inchiodato quell’uomo al suo lettuccio si è sciolta perché quei 4 hanno avuto una fede tale da sbalordire Gesù e da metterlo alle strette per compiere quel miracolo. Anche noi dobbiamo lasciarci portare da qualcuno a Dio, questa è la ricchezza che fa del nostro gruppo una comunità e ci rende forti come una roccia, e il suo amore ci inchioderà alle nostre responsabilità, perché altrimenti non sarebbe tale, ma per poi schiodarci con un perdono che è profondo come l’abisso dell’oceano. Di più: non si capirà mai chi è il nostro Dio se non abbiamo fatto esperienza del suo perdono.
Infine come sarebbe bello, con tutta l’umiltà che serve, proprio perché tutti noi siamo peccatori in conversione, ma proprio perché sappiamo che Dio ci libera dal male, se ci sentissimo Chiesa autorizzata a urlare con la stessa voce profetica di Natan contro tutti i soprusi che uccidono il nostro mondo e la nostra piccola e grande storia. Sogno una Chiesa che rifiuta la connivenza con tutti i potenti della terra per essere sempre all’opposizione, sempre con il dito puntato sulla piaga del male sapendo che questo è solo il primo passo per un’autentica guarigione. Ho nostalgia della voce profetica di papa Giovanni che scongiurò la guerra atomica, di Paolo VI che grida ai potenti “mai più la guerra” o di Giovanni Paolo II ad Agrigento contro l’oppressione della mafia. Che questa nostalgia diventi sogno e da sogno realtà.