lunedì 24 dicembre 2012

Messa di Natale, Liturgia nella Notte

Il buio che avvolge nel silenzio ogni cosa, le nostre case e la nostra città fin sulle strade più trafficate, rende la notte il momento più adatto per meditare e contemplare. Non so se è per questa suggestione che la Liturgia ha scelto di proporre per questa celebrazione il prologo di Giovanni, così solenne nella sua cadenza, così austero e senza troppi spazi per la prosa del Natale che carichiamo di sentimentalismo; righe intense, poste all’inizio del IV Vangelo, in cui già è detto tutto di Gesù senza dare spazio ad una progressiva rivelazione del Mistero. Righe che centrano immediatamente il cuore della fede. Parole che ti pongono immediatamente con le spalle al muro e ti chiedono di schierarti.

Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda fra noi.
Verbo e carne: un ossimoro sconcertante. Una bestemmia per i cultori del sacro. Una sciocchezza per chi ama il potere e appoggia su Dio la sua autorità. Un paradosso a cui è difficile abituarsi. Il Verbo è Dio e noi Dio lo immaginiamo sempre e comunque oltre la nostra vita con i suoi disegni spesso contrapposti ai nostri, con la sua logica incomprensibile, con una durezza da piegare alle nostre esigenze, con un’onnipotenza che invochiamo per uscire dalle nostre strettoie, con un passo che ci fa nascondere quando la sua eco si avvicina, con un giudizio che ci fa tremare di paura.
La carne invece è debolezza, è pochezza, povertà, limite, finitezza, orizzonte chiuso costretto alle logiche dello spazio e del tempo. Noi siamo carne: passioni e pulsioni miste a razionalità; corpo che cresce, si esprime, ama e odia e infine muore; dipendenza assoluta dagli altri e dallo spazio e dal tempo.

Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda fra noi.
Da allora, del limite della carne, Dio sa tutto, guadagno faticoso di un’esperienza non sempre lineare. Gesù sa cosa significa piangere, gioire, offrire e ricevere tenerezza, soffrire per amore, conosce persino la seduzione della tentazione che ti porta su scorciatoie che poi non arrivano mai alla meta. Gesù dà valore alla carne anche di chi decide di incontrare il suo destino e sempre si mette in gioco per darle valore. E infine Gesù si scontra con la morte, ci mette le mani dentro, e dal di dentro le dona un significato nuovo, uno strumento di salvezza per l’altro.

C’è chi ha visto e ha girato altrove lo sguardo. C’è chi ha preferito chiudersi nell’indifferenza per non farsi toccare, per non ribaltare l’unità della misura di Dio e della propria vita. L’indifferenza infatti non turba la coscienza, non spinge a cercare oltre, non mette in discussione nulla, lascia ogni cosa a suo posto nella pace di chi si abitua a tutto.

Ma c’è chi ha visto e ha iniziato a credere e si è accorto che tutto poteva cambiare perché ha letto nella grammatica della carne di Gesù u n volto nuovo di Dio, cioè l’Amore che si è fatto prossimità, comunione, condivisione e una possibilità nuova anche per la sua vita: accogliere la luce di un Dio a te prossimo,  fa anche di te un figlio amato. Condizione nuova, da vertigine, squilibrata e per questo solo per gli audaci. Si tratta di convertire anche lo sguardo su di noi.

Perché chi si scopre figlio non può mettere a tacere quella nostalgia che ti fa alzare spesso lo sguardo verso il cielo e ti fa guardare con irriverente ironia ogni cosa che passa sotto il cielo abbandonando per sempre ciò che noi amiamo esasperare: denaro, potere e apparire.
Perché chi si scopre figlio non può più amare perdersi nella sua debolezza e renderla una giustificazione per opporre resistenza a un Dio rivoluzionario: Dio ama la tua fragilità e la rende strumento per la sua potenza.
Chi si scopre figlio si sente schiodato dai suoi peccati e chiamato, nel perdono, ad essere proiettato nel futuro.
Chi si scopre figlio rivendica per sé la forza che lo ha generato e si fa profeta per l’oggi, voce scomoda per i potenti e per chi vive di omissioni, consolazione infinita per tutti gli ultimi di questo mondo dalla cui parte è sempre preferibile stare.
Chi si scopre figlio legge dentro di sé tutta la possibilità del suo marchio di fabbrica e scopre che la vita ha valore solo se ti fai prossimo di chiunque incontri senza guardare alla sua appartenenza o ai suoi meriti, felice solo di chinarti su di lui per lavare i suoi piedi. Per dirla con Alda Merini Gesù è stato una grande catastrofe, ci ha avvicinati tutti l’uno all’altro. Dopo Gesù qualcuno ha imparato a guardarsi negli occhi, a porsi delle domande, a vedere che l’altro non era solo merce.
Chi si scopre figlio si sa cittadino del mondo, lotta per la pace e sa che questo mondo può essere un’isola che non c’è dove le armi vengono forgiate in strumenti perché nessun uomo muoia di fame e nessuno sia più soffocato nell’ingiustizia.

Perché sei qui fratello? Che cosa sei venuto a vedere, chi sei venuto a cercare? La notizia del Verbo fatto carne ci strappi all’indifferenza, al dovere di compiere un rito, alla routinarietà della nostra religione e ci consegni una vita diversa, meno comoda, decisamente però più autentica.  

domenica 23 dicembre 2012

divina Maternità di Maria-Domenica dell'Incarnazione


Abbiamo camminato con intensità in questo avvento. Abbiamo affinato il nostro sguardo e ci siamo lasciati inondare da una grande speranza perché il Signore ci ha ripetuto che non ci ha abbandonato, che la nostra storia è stata visitata, che ogni giorno, nelle pieghe più nascoste della nostra vita, possiamo rintracciare le orme del suo passaggio, e, ancora, che l’umanità accoglierà il suo Sposo perché non è orientata verso il nulla, verso un baratro apocalittico, ma verso un fine: l’incontro con lui. Abbiamo voluto trovare la mappa per vivere in coerenza nell’attesa della sua venuta perché il Signore ha deciso di vistare la nostra storia passando dalle nostre storie, di passare nella nostra città prendendo dimora in ognuno di noi. Nel sì di Maria questo mistero si compie: in lei il cielo e la terra si danno appuntamento per sempre. Vorrei sottolineare tre passaggi della Parola ascoltata, in particolare del Vangelo e poi, con semplicità, mettere nella nostra bisaccia di poveri pellegrini quelle intuizioni che ci fanno guadagnare un tratto di gioia che nessuno può strapparci.

La visita di Dio. Luca ci guida per mano e fotografa sempre più da vicino il luogo dell’accadimento che ha cambiato la storia. È in Israele, è nella Galilea, in un villaggio sperduto al nord, terra lontana dalla sacralità di Gerusalemme e ancora di più dalla frenesia politica di Roma, in una casa di poco conto dove vive una ragazza sconosciuta a tutti tranne che agli occhi di Dio. Dio guarda il cuore non l’apparenza; ciò che è importante ai nostri occhi lui lo considera un nulla: fa delle pietre scartate dagli uomini architravi di un nuovo edificio. Maria la piccola che Dio colma con la sua grandezza; Maria, promessa sposa dalle pochissime possibilità che diventa protagonista da cui dipende il sogno di Dio. Come il sole che sorge e invade con la luce ogni angolo, così quella casa ha ricevuto la visita di Dio. Una visita che è un annuncio. Vorrei fermarmi già qui. Nella prospettiva cupa che nutriamo di noi in noi, nella svalutazione costante in cui amiamo perderci, o a cui siamo nostro malgrado costretti, nella frenesia che ci regala solo pochissime isole di deserto per stare soli con Dio, spesso non ci accorgiamo di quanto noi valiamo ai suoi occhi. Più siamo deboli, più siamo piccoli, oppure più ci mettiamo dalla parte dei deboli e dei piccoli, e più Dio decide di raggiungerci, sceglierci, toccare la nostra vita, decide di non voler fare a meno di noi per costruire un mondo diverso, un angolo del suo Regno. Come Maria, diversi da Maria, ognuno con la sua vocazione, possiamo cambiare la storia. È un annuncio promettente, è un annuncio buono per le nostre vite troppo spesso ripiegate. E se iniziamo a credere che Dio chiama me e proprio me per quello che sono per comporre parte del suo mosaico allora diventiamo annuncio di Grazia e di Misericordia per i nostri fratelli assetati di speranza. Vorrei benedire Dio per tutti quelli che in questi giorni e in tutta la mia vita sono stati un lieto annuncio perché io non smettessi di sperare e continuassi a credere: dalle lacrime dei genitori appassionati all’opera educativa, uomini e donne che ancora sperano e lottano e investono sull’uomo, alla tenerezza dei nostri ragazzi che imparano a sognare in grande e mi fanno comprendere che non sono solo il nostro futuro ma sono in assoluto il presente, da chi ha dato senza trattenere e ora si accorge che i suoi sforzi non sono stati inutili.

Il sì di Maria. Maria tentenna solo per un attimo, non manca di fede, avverte sulla sua pelle probabilmente solo il brivido di una grandezza che non le appartiene e che in effetti deve ospitare dall’alto. Ma non esita a dire il suo sì. E non lo fa con rassegnazione, non ama fare calcoli, non pensa neppure a possibili risvolti inquietanti. Sente che il suo Signore non può che essere per lei e mai la priverebbe di una gioia e che, anzi, le sta preparando una inedita, più grande, imprevedibile, sorprendente. Dio si piega sulla sua piccolezza, la sfiora e poi ci entra per aprire un orizzonte inimmaginabile che ha i contorni dell’infinito e dell’eterno. A volte noi, al contrario di Maria, corriamo a nasconderci come Adamo nel giardino delle nostre architetture esistenziali perché avvertiamo il passo di Dio nella nostra vita: siamo degli inguaribili scettici e degli istintivi dubbiosi pieni di sospetto. Dio è davvero per noi e quando bussa alla nostra porta non vuole rovinarci. Certo, ci trascina fuori dalle nostre chiusure, chiede un atteggiamento di fiducia ma poi ci conduce lontano e quello che desideravamo da soli alla fine ci appare come una piccola cosa rispetto alla sua Promessa. Noi vogliamo essere felici, vogliamo essere amati, sogniamo la pace, vorremmo non finire mai; e lui ci dona una gioia che resiste come brace anche quando passa dalla croce, ci dona un amore che non viene meno e che, per non consumarsi, ci fa dono per gli altri; lui è eternità che intravvediamo in ogni attimo sempre con più forza.

L’attesa di Maria e l’incarnazione. L’angelo lascia Maria e in lei inizia l’avventura della vita del Figlio di Dio. Il Vangelo non alza quasi mai il velo sui mesi dell’attesa, nicchia di straordinaria intensità per ogni donna e quindi anche per Maria. Inizia così l’incarnazione del Verbo, della contemplazione del Dio-uomo, tutti ossimori di cui, probabilmente, non sentiamo più la forza scandalosa. Dio si fa carne, Dio si fa prossimo a noi, Dio si fa uomo e si lascia accudire da una donna. È il sovvertimento di ogni schema religioso abituale, una bestemmia per la maggior parte degli uomini di sempre perché è più rassicurante credere che Dio stia in un orizzonte altro rispetto a me e che io gli stia sottomesso. Interpella invece la nostra libertà la fede in un Dio che decide di farsi tuo compagno di viaggio e che mette nelle tue mani ciò che è suo e prende il tuo per stringere alleanza e fare comunione. A noi non resta che adorare, parola che alcuni vogliono derivi da “ad-orem” il gesto di portare la mano alla bocca per lo stupore. Auguro a ognuno giorni carichi di stupore capace di sovvertire le nostre abitudini, capaci di restituirci l’inatteso anche di noi stessi.

sabato 10 novembre 2012

Domenica di Cristo Re dell'universo

Mi piace che sia proprio la festa di Cristo Re dell’Universo a chiudere l’anno liturgico. Forse il titolo di re a noi non dice molto…chi decise di fissare questa festa, negli anni difficili dei totalitarismi, quando il mondo vibrava sotto il vento delle promesse di uomini forti, violenti, cinici, voleva centellinare nelle parole e nei segni di un rito l’idea di un Dio confonde con la sua logica la logica del potere, che il paradosso della sua debolezza è la vera forza, che ai suoi occhi conta quanto noi abilmente scartiamo perché riteniamo di poco valore; Dio solo saprà tirare alla fine i cardini della Storia, raccogliere fra le sue mani le nostre storie, anche quelle in tonalità minore e che non appariranno mai negli annali ufficiali, e dirà una parola di Giudizio che è speranza perché l’unico metro che stringerà fra le mani sarà quello dell’amore. Non conteranno le nostre alchimie esistenziali, i nostri buoni discorsi, le nostre corse, i nostri progetti…non conterà nemmeno la fede:  ma solo la fede e le mille strategie che avranno gettato legna sul fuoco della Carità, l’unico tratto che ci renderà riconoscibili come figli ai suoi occhi.

E proprio a un Signore così vorrei, questa sera, consegnare la mia preghiera e la mia vita.   

Io non credo più ai segni del potere mi convince il potere dei segni, del segno della croce
Signore, questa sera di fronte alla pagina di questo Vangelo, allo scarno ma evocativo discorso che è la tua croce, sento il peso quasi scandaloso dell’alternativa che tu sei stato per noi. Non hai mai ricercato il potere, non hai mai assecondato la tentazione di schiacciare con la forza la libertà dei tuoi figli. Sei passato in mezzo a noi e ti sei messo all’ultimo posto, fino alla fine, per poter servire ognuno e particolarmente chi la vita ha inchiodato a mille delusioni o alla povertà o condannato all’esclusione e alla sofferenza. Hai invece pensato ogni giorno di regalarci segni di un amore paziente, di un lento seminare, di un investimento nella tua creatura e nella sua dignità. Hai scelto il potere dei segni. E alla fine il segno della croce. Quando cioè hai capito che oltre ogni parola bisognava consegnarsi, spalancare le braccia, ritrarti perché noi potessimo dire liberamente il nostro sì e convincerci che Dio non ha altre pretese su di noi se non quella di amarci e fare comunione, ti sei lasciato inchiodare. E da quella prospettiva dici il perdono, dici una misericordia senza fine, inauguri il tempo di un mondo nuovo e di un modo nuovo di amare. Perdonami per tutte le volte che batto il sentiero opposto, per quando mi lascio convincere, oltre le migliori intenzioni e i discorsi più belli, che conta alla fine solo chi ha successo, apparenza e potere. Perdona quando le nostre comunità vivono cercando consolazione nei numeri o nelle conferme degli applausometri. Perdona per quando la tua Chiesa si fa ancora connivente con il potere e i suoi segni e dimentica che solo facendo sua come te, in memoria tua, la sua croce potrà tornare ad essere credibile.  

Io non credo più in Dio, credo nel Dio crocifisso
Mi sento di dirti questo, Signore, questa sera. Non credo più in Dio perché ho incontrato la povertà senza riscatto; ho incontrato i piccoli che pagano l’ingiustizia dei grandi nei termini della fame, della violenza, della disperazione; ho visto che l’uomo può decidere di distruggersi senza che nessuno possa fermarlo; ho visto in non pochi giovani la noia che li uccide. Ho visto e non credo più in Dio…credo nel Dio crocifisso, che dà risposta alla mia ricerca di verità, che si fa compagno proprio di questi ultimi, che dà senso e valore alla sofferenza se vissuta con amore, che quando si abbassa è allora che riceve vita e risurrezione ed è preludio di un’alba di rivoluzione, che mi indica un cammino diverso e mi dona le lenti nuove con cui posso giudicare il mondo non in modo superficiale ma con gli occhi di chi scopre, dietro alle ferite, le feritoie di luce, dietro alle crepe e al diroccamento il progetto di un nuovo edificio.

Io non ho paura…so che mi abbraccia il perdono
Se mi perdo nell’infinito delle mie debolezze e dei miei limiti, se lascio che in me risuoni solo l’eco dei miei sbagli, se conto il tempo perso dietro a tutto ciò che non ha valore provo paura e angoscia. Io non ho paura e mi sento come un bambino felice se invece lascio dilagare in me la tua voce che al ladro e a tutti i derelitti della storia come me promette perdono, abbraccio, vita nuova, eternità, riscatto strappato all’ultimo istante; perché ciò che conta non è il tracciato del percorso e se è segnato da buche, tornanti e sentieri senza via d’uscita ma solo arrivare alla meta e farsi raccogliere da te.

Io non ho più così paura a scegliere di spezzarmi come te.
Perché tu hai aperto una strada e altri dietro di te ti hanno seguito e mi danno il coraggio di dire il mio sì e ogni giorno prendere il mio destino e decidere di mettermi in gioco per amore, costi quel che costi.

domenica 4 novembre 2012

seconda domenica dopo la Dedicazione

Penso che sia semplice cogliere il filo rosso che collega questa domenica alle altre due. Abbiamo celebrato la festa della dedicazione del Duomo, abbiamo riscoperto quindi che la Chiesa, questa Chiesa che vive sulle nostre strade, fra le nostre case che è, come amava dire papa Giovanni XXIII, fontana del villaggio, è parte, non esclusiva, ma fondamentale della storia della salvezza e, per non tradire se stessa e soprattutto il suo Signore, deve lasciarsi condurre dal Vangelo fino agli estremi confini. Oggi, se volete sotto un’altra prospettiva rispetto a quella di domenica scorsa, ci viene detto che la nostra missione è preceduta, o meglio sarebbe dire, prende forma, dal sogno che Dio ha che ogni uomo conosca il Vangelo della Misericordia.
E così la Chiesa vive in sé questa contraddizione di termini che disorienta anche le leggi sociologiche di base che indicano nell’autoconservazione la logica di ogni gruppo: è comunità ben definita ma sempre aperta; pur dovendo porre un recinto per rendersi visibile non può mai alzare un muro invalicabile fra sé e il mondo, non può mai dirsi sufficientemente satura; mentre accoglie in casa un nuovo fratello e lo fa accomodare, Dio le chiede di non chiudere alle sue spalle la porta perché qualcun altro sta già entrando; mentre si prende cura di alcuni fratelli e passa fra loro a lavare i piedi, Dio le chiede di sorridere a qualcun altro che sta cercando una via d’accesso per ricevere sui suoi piedi la stessa acqua calda del servizio; e quando vorrebbe alzare gli argini, chiudere la porta per stringere fra le mani ciò che ha già credendo che le basti, lo Spirito la chiama a guardare oltre.

Vorrei lasciare emergere dalle letture appena ascoltate le diverse prospettive di quel sogno che il Padre nutre perché ogni uomo conosca la sua salvezza. Perché il nostro è un Dio così: vigile, che guarda sempre oltre i confini e immagina l’accesso di nuova gente nella sua tenda e si adopera perché la sua casa sia sempre più larga, più spaziosa, più comoda al rischio di aprire un cantiere infinito, al rischio di rendere provvisoria ogni struttura, modificabile nel tempo e per questo elastica. Il Dio dell’Alleanza è tutt’altro che rigidità.

Nella lettura Isaia ci racconta la predilezione che Dio ha anche per uomini e donne di confini lontani, che non appartengono al Popolo che lui da sempre si è scelto. Queste parole sono come una benedizione, una carezza che placa l’ansia di felicità dell’ uomo. Ogni uomo porta nel cuore una nostalgia profonda di Dio che lo spinge ad alzare le sue mani verso il cielo nei momenti di dubbio, paura ma anche di fronte allo stupore della vita e del mondo. Aldilà di ogni percorso tortuoso, spesso ad andamento sinusoidale, Dio raccoglie nel suo abbraccio la sua creatura e la stringe a sé con una premura infinita.

Paolo invece ci ricorda che l’Amore di Cristo, niente di più grande l’uomo poteva conoscere di Dio, ci ha preceduto. Non abbiamo fatto nulla per meritarcelo, non ci salviamo con le nostre forze ma c’è in principio un dono, un amore che si piega sui nostri limiti e sulle nostre ferite e le rende feritoie di luce. La prima parola che Dio pronuncia sulla tua vita è perdono, il tuo passato lo chiama perdono, i tuoi sbagli li butta come un anello in un oceano, il tuo presente si riempie di futuro e tu ti scopri qui e ora parte di una nuova avventura sospesa fra l’estasi e l’estroversione, cioè fra la contemplazione grata di quello che lui ha fatto per te e la vocazione di essere segno per ogni fratello che incroci di questo amore che tutto abbraccia e tutto copre.

E Infine il Vangelo, con il linguaggio semplice ma assolutamente provocatorio delle parabole, ci ricorda chi sono i prediletti su cui Dio posa lo sguardo da sempre perché abitino la sua casa: i piccoli, i poveri, gli emarginati, gli esclusi che non meritano affatto un posto defilato alla mensa della Chiesa ma il posto centrale. Il Vangelo è per i poveri perché è capace di riscatto e di rivoluzione.

Vorrei riprendere quanto già dicevo all’inizio, ovvero vorrei cogliere qualche spunto per essere Chiesa che si lascia modellare dalle mani di un Dio così. Da questa sera ci è lecito sognare:
una Chiesa che non si chiude per paura del mondo perché sa che Dio oggi e qui la sta chiamando a tessere questa tela del Regno in cui ogni uomo, proprio tutti, ha diritto di accesso. Se si alzano barricate abbiamo perso ogni sfida.
Una Chiesa che non guarda alle apparenze ma considera ogni uomo un fratello da servire soprattutto se ultimo e povero.
Una Chiesa che diventa in sé segno di pace e di condivisione. L’unità e la comunione non significano omologazione ma convivialità di differenze, come i colori dell’arcobaleno.

Proviamo a mettere mano insieme ad un progetto così?

domenica 28 ottobre 2012

domenica del mandato missionario

Questa domenica, detta domenica del mandato missionario, la Parola ascoltata è davvero ricca di suggestioni. E in questa omelia non vorrei far altro che portare alla luce quelle che più mi hanno colpito, ferito, entusiasmato e condividerle con voi.

Una premessa anzitutto. La Chiesa è chiamata, nelle sue fibre, ad essere missionaria, a prolungare ancora di qualche capitolo la storia della salvezza che Dio ha deciso di scrivere con noi. La missione non è un’appendice facoltativa fra le nostre molte attività. Il dinamismo è chiaro: una comunità che è stata radunata dal Signore risorto, che ascolta la sua Parola, che spezza il Pane e decide di vivere in sua memoria, una comunità in cui il diverso è mio fratello che sono chiamato ad accogliere per quello che è nel perdono e nella festa, a cui sono chiamato a lavare i piedi, una comunità che, in altre parole, ha scoperto il segreto della gioia e che ha trovato risposta alla sua nostalgia di eternità e di infinito, non può trattenere per sé questo dono, gli scotta fra le mani, e, proprio come il fuoco, si consuma se non trova altro a cui appiccarsi e bruciare. O, al contrario, fuori di questa chiesa se il sorriso e la parola si spengono, lo stile evangelico si stempera, vuol dire che non abbiamo incontrato davvero il Signore della storia.

Ed ecco la prima di tre suggestioni. È la lettura di Atti a suggerirmela.

Filippo obbedisce alla voce dello Spirito e si lascia condurre su una strada che, in prima battuta, appare deserta e perciò insignificante. Su quella strada incontra per caso il funzionario etiope. Il dialogo che intesse con lui, il rendere ragione cioè della sua speranza, l’entusiasmo delle parole che sgorgano dal suo cuore, lascino approdare il suo interlocutore alla domanda di fede. Anche noi spesso abitiamo il deserto delle nostre città che, pur se percorse da moltissime persone, sono vuote di relazione, di attenzione all’altro; le nostre strade sono solo il contesto in cui passa  la nostra routinaria corsa verso un orizzonte che però nessuno ha chiaro. Proprio qui lo Spirito suggerisce anche a noi di stare. Siamo chiamati ad abitare la piazza; la missione si gioca qui e ora, cioè dove passa la nostra quotidianità. La speranza che portiamo dentro ci deve muovere verso il fratello che per caso-ma è davvero così?-ci sfiora. Chiudere il dialogo è chiudere la possibilità di annunciare il Vangelo. E il dialogo, per sua definizione, è fatto di ascolto e di confidenza, non è imposizione di nessun dogma ma accogliere l’altro dove si trova e con lui, per mano, avanzare a pari passo verso il disvelarsi della Verità. Solo se saremo missionari così, più che pieni di risposte, compagni del dubbio e capaci di domande radicali, faremo il gioco dello Spirito che lavora prima e meglio di noi nel cuore dei fratelli.

La seconda suggestione invece me la suggerisce l’epistola. Paolo si fa voce del desiderio di Dio che tutti gli uomini siano salvi conoscendo il Vangelo di Gesù; in altre parole, solo sapendo Gesù, solo in comunione con lui l’uomo di sempre placa il suo desiderio di felicità e si apre alla certezza dell’eterno, conosce che Dio non lascia cadere nel baratro della morte la sua vita e niente va perduto perché il nostro nome è scritto sul palmo della sua mano. Penso che proprio da parole come queste da sempre uomini e donne decidono di mettersi in viaggio per mettere radici in terre a volte lontanissime per distanza e cultura dalla loro con la sola pretesa di raccontare che la storia conosce un punto fermo che è Gesù. Anche il nostro orizzonte non può chiudersi qui nelle mura di questa chiesa o fermarsi all’orizzonte dei nostri confini. Il pensiero della nostra comunità non si reggerebbe se non fosse sostenuto dalla certezza che siamo parte di un insieme molto più grande. E l’aprire i confini significa, certo nella difficoltà, lasciare spazio all’altro e, alla fine, crescere. Mentre dai, ricevi; mentre doni, la gioia si moltiplica; mentre ti apri, si dilata il cuore. Non posso pensare che la mia gioia sia slegata dalla gioia di fratelli anche lontanissimi, la loro felicità c’entra con la mia. La meta della salvezza si raggiunge in cordata: o tutti o nessuno. E qui il pensiero di ognuno vola a quella terra magari conosciuta solo per il racconto di altri, magari perché calpestata una volta sola e che vorresti abitare di più o per cui dare di più…immaginate dove sta andando ora la mia mente?!

Infine, l’ultima suggestione me la consegna il Vangelo. Mi consola anzitutto che Gesù consegni a uomini incerti nella fede il messaggio di salvezza…mi sento anch’io così interpretato in queste righe così schiette! Davvero più siamo deboli e più siamo adatti all’amore trasformante di Dio. Nell’annuncio di questi uomini, nella loro difficoltà a viverlo per primi, si leggerà la cura paziente di Dio e la sua Grazia che tutto copre. Ma poi Gesù dà ai suoi di compiere segni che accompagnano le parole. Non i segni del potere, ma il potere dei segni. Anche se purtroppo i primi si sono moltiplicati lungo la storia della Chiesa offuscando la radicalità del Vangelo, oggi noi dobbiamo riscoprire la forza dei segni. Il segno non costringe ma interpella, smuove, chiede di essere interpretato. Il Vangelo si deve cioè annunciare sempre con una carica rivoluzionaria di carità altrimenti rimane lettera morta. Non posso proclamare le beatitudini se non lotto perché qui e ora gli ultimi trovino un ancora di felicità. Non posso annunciare la vittoria del risorto se tanti fratelli rimangono sulla croce della povertà o della sofferenza senza nessuno che li schiodi. Ma soprattutto non posso pensarmi in missione se non divento con tutto me stesso segno di una vita nuova, quasi un prolungamento di Gesù.

domenica 21 ottobre 2012

dedicazione del Duomo di Milano

Questa è la terza tappa che fa da cerniera da un tema all’altro nel lezionario ambrosiano nel tempo dopo Pentecoste. Dalla Pentecoste al Martirio del Battista: abbiamo fatto sosta su alcune storie che ci hanno raccontato la fedeltà di un Dio che ancora oggi, in noi come in quegli uomini, cerca alleati per costruire il suo Regno. Dal Martirio del Battista alla festa di oggi l’obiettivo si è fissato su Gesù come la stella polare, il fine e il centro della rivelazione; in lui trova senso anche la nostra attesa di felicità; in lui l’ansia di infinito ed eterno trova riposo; vivere a sua immagine, fare cioè dell’amore la cifra unica di ogni nostra scelta, significa non sprecare nella banalità i nostri giorni. E da oggi si apre la riflessione sulla Chiesa, segno, certo non unico, al presente della storia della salvezza, luogo dove si dà l’incontro con una Parola capace di dare forma alle nostre scelte più vere, casa dove lasciarsi modellare dal Segno della Pasqua di Gesù, recinto da oltrepassare per diventare missionari sulle strade del mondo.

Come in ogni cantiere c’è un prefabbricato dove i geometri e gli ingegneri assieme ai capomastri custodiscono i disegni originari della loro opera, così questa festa ci mette fra le mani il sogno di Dio per la sua Chiesa, per la nostra comunità. Ho pensato a 3 tratti irrinunciabili, a 3 architravi su cui deve poggiare la nostra vita comune.

1 quest’oggi noi facciamo festa per la realtà di una Chiesa incarnata in una storia e in un tempo ben precisi, di una Chiesa che assume il volto di una Cattedrale, il duomo. Se Chiesa è realtà universale, legame di uomini e di donne diversi e, se pur lontanissimi, uniti da Gesù, l’unico Buon Pastore, confermati nella fede da Pietro; se Chiesa è quella trama fittissima di storie di santità e di peccato, la cui complessità è conosciuta da Dio, Chiesa è anche quella particolare, quella comunità che dimora sulle nostre strade, è realtà appoggiata alle nostre case, è dimora che sento vicino alla mia vita; è la Chiesa che profuma di popolo e che a volte ci fa dire che è l’unica credibile perché resiste negli ideali del Vangelo e non abbassa la testa e non asseconda le logiche del potere e della ricchezza e dell’apparire; è la Chiesa della periferia con tutto il suo potenziale di creatività, fucina di una primavera nuova che il vertice non può ancora vedere o che, a volte colpevolmente, non vuole ascoltare; è la Chiesa del mio quartiere con volti precisissimi che a volte ci commuovono per la loro bellezza e a volte ci deprimono per la loro meschinità. Ma in questa trama di seconda mano passa Dio e le sue orme rimangono indelebili. Proprio nella vita di questa Chiesa marginale Dio ha deciso di mettere i paletti della sua tenda, proprio qui e ora io lo posso incontrare e afferro quel testimone di fede che altri mi hanno consegnato fra le mani e che io devo trasmettere alle nuove generazioni se non voglio tradire la mia storia.

2 Nel brano di Vangelo di Giovanni ritrovo il secondo architrave. Si è Chiesa non semplicemente per un’esigenza di aggregazione, anche se per molti di noi tutto è iniziato così: presto o tardi ci scontreremmo con i nostri limiti e ben presto la comunione si infrangerebbe. Non si è nemmeno Chiesa, paradossalmente, per volere bene al mondo, per amare i poveri o per abbracciare un ideale di un mondo diverso, un’utopia rivoluzionaria: troppo presto rimarremmo feriti da una frustrazione immensa di fronte al male che sembra sempre avere l’ultima parola e che disordina le cose; a nostri fratelli se noi portassimo noi stessi offriremmo solo, nella brocca per lavare i loro piedi, acqua fredda. Si è Chiesa perché c’è Gesù che ci raccoglie, solo perché c’è una relazione sostanziale con lui, solo perché lui passa nella nostra vita e ci chiama per nome, non si ferma di fronte ai nostri limiti, non fa conto delle tenebre che abitano nel nostro cuore perché lui è luce, non cerca in noi la perfezione per amarci ma ci riveste di Grazia perché noi valiamo ai suoi occhi per quello che siamo. E poi ci restituisce a dei fratelli che hanno già condiviso o che stanno per condividere la stessa identica condizione, uomini e donne che sanno di essere raccolti e salvati per Grazia e che non vantano alcun merito e per questo smascherati, liberi, pronti al perdono e non al giudizio. Le pecore ascoltano la voce di Gesù, si lasciano conoscere da lui e lo seguono. Sono i tre verbi costitutivi dell’essere Chiesa.

3 Paolo nella sua prima lettera ai corinti ribadisce con molta forza che è stato Dio a costruire, anche attraverso le sue mani e in comunione con altri, quella comunità. Ognuno dei credenti, in quanto uomo, salvato per Grazia, è tempio di Dio. Restare con Gesù, essere con lui, dare spazio a lui nella nostra vita ad un certo punto ti mette nella condizione di lottare perché ad ogni fratello sia riconosciuta la sua dignità di uomo. La Chiesa non è una comunione autoreferenziale, non puoi rinchiuderti in un benessere psichico e fingere di assecondare il Vangelo voltando le spalle al mondo. Appena fai tappa con Gesù si spalanca immediatamente l’orizzonte della strada. La Chiesa o è missionaria, o lotta perché la mia felicità sia compartecipata anche da altri, in particolare i piccoli, o presto esaurisce nelle sue mani il dono della fede che ha ricevuto.

domenica 7 ottobre 2012

6 dopo il Martirio del Battista - per la festa di riapertura dell'oratorio di SNEC

Caro don Santino,

mi fa un po’ strano scriverti. Per me non sei che un nome che compare in un elenco relativamente lungo di nomi affisso in sacristia. E anche se c’è qualche foto che ti ritrae, proprio non riesco a fissare nella mente i tuoi lineamenti. Ma perché scripta manent, il tuo nome lo lego ad una tua lettera datata 1913 che ho trovato in archivio. So che non è buona educazione ficcare il naso nella corrispondenza degli altri ma qui si tratta di oratorio e proprio non ce l’ho fatta a trattenermi. Chiedevi a un industriale della zona di cederti un appezzamento di terra perché volevi costruirci un oratorio dove accogliere come si deve i tuoi ragazzi che ti trovavi costretto a tenere come prigionieri (cit.) nel giardino della casa canonica. E poi, in modo chiaro, facevi presente l’urgenza di non lasciare sulla strada molti altri ragazzi perché il rischio che si traviassero (cit.) era tutt’altro che lontano.
Non ho mai capito se quel pezzo di terra ora è il campo di calcio o quello di basket e non ho ancora capito quando te lo hanno venduto o, conoscendo le doti dei preti, regalato! Fatto sta che mi piace pensare che da quella data ha avuto inizio l’avventura dell’oratorio alla Barona.
Oggi è la festa per la ripresa delle attività ordinarie dopo lo straordinario dell’estate. Dopo 100 anni, caro don, non possiamo certo vantare di avere grandi strutture. Non, non te ne faccio una colpa. Del resto, ai tuoi tempi, le norme sulla sicurezza non si sapeva nemmeno cosa fossero! Per fare oratorio bastava un campo anche se polveroso, un buon numero di adulti per i giochi e tanti ragazzi e infine un prete che facesse catechismo e che si rendesse disponibile a confessare. Chiedo anche a te di essere buono e di non rimproverarci se per esempio al posto della Grotta della Madonna ora ci sono improponibili gabinetti e se il tetto del teatro fa acqua da tutte le parti. E poi tranquillo, non ti scrivo per chiederti in sogno qualche numero – a volte l’enalotto mi pare la sola unica soluzione – e tanto meno una buona raccomandazione perché qualche industriale ci aiuti a risistemare un po’ il tutto: con la crisi che c’è…non mi faccio illusioni!
Vorrei parlarti invece dei nostri ragazzi e rassicurarti del fatto che non è venuta meno quella passione educativa la stessa che, immagino, in una notte insonne, ti ha fatto prendere in mano il coraggio di scrivere a qualche benefattore, dopo giorni passati a sognare ad occhi aperti che cosa avrebbe significato per la zona un oratorio. Sarà il Vangelo di oggi ad aiutarmi a parlare di educazione.

Vedi, come te, anche io sono preoccupato dei giovani sulla strada. Ma era la stessa preoccupazione di quel padrone di casa, la stessa preoccupazione di Dio. La noia li divora, li afferra e gli avvelena il cuore facendogli credere, a poco a poco, di non valere nulla, spegne i loro sogni, li costringe ad un eterno presente senza speranza di futuro, non si lasciano scottare dal fuoco di una rivoluzione da compiere nella storia che li attende come protagonisti. E su queste strade, come in quella piazza, non ci sono molti adulti che spaccano il muro dietro al quale altri adulti colpevolmente li isolano.

Ci sarà almeno uno disposto a chiamarli per nome? È la sfida dell’oratorio che sognavi, è la sfida che attende anche noi oggi. Come mi piacerebbe che gli educatori che oggi ricevono il mandato, e io per primo con loro, fossimo almeno un riflesso, anche sbiadito basterebbe, del Padre che non si arrende, che esce dalla sua casa, varca il muretto di confine della sua proprietà e va sulla piazza anche alle ore più improbabili a raccogliere quanta più gente possibile. Educare i ragazzi è la sfida che vale la pena rischiare per il futuro ma anche per il presente della nostra città.

Abbiamo bisogno di educatori che escano di casa, che si lascino scomodare, che non siano strabici cioè con un occhio all’orologio e uno negli occhi dei ragazzi. Che conoscano le strade dove si rintanano per incontrarli ed essere per loro, in gratuità, in totale perdita di se stessi.

Abbiamo bisogno di educatori affascinanti, che sappiano parlare ai ragazzi, magari come diceva don Bosco, al loro orecchio facendo capire loro quanto sono preziosi ma non per quello che possono dare ma per quello che sono, che si facciano loro compagni di viaggio, che riescano a dire al loro cuore che c’è un’opera grande da costruire assieme, il Regno, e che senza le loro mani tutto è più povero.

Abbiamo bisogno di educatori che dicano con la loro vita la bontà di Dio che non guarda al merito ma che dà tutto per Grazia. Un buon educatore è uno che si lascia divorare, che non può fare a meno della Messa perché ha scoperto che prima di lui c’è uno, Gesù Cristo, che si è fatto pane spezzato, amore incondizionato e che ci chiede di fare come lui per non buttare via nella banalità la nostra vita.
Caro don Santino, se dopo 100 anni alla Barona ci sarà un oratorio magari povero di strutture ma con un cuore ardente così, penso che avremo centrato l’obiettivo che ti riproponevi e non avremo tradito l’eredità che, assieme a molti altri, ci hai messo fra le mani; un oratorio che racconti la logica paradossale di un Dio che chiama ciascuno per nome. Niente di più che un segno. Un interrogativo posto nella vita del quartiere come inquietudine per molti. Buon inizio a tutti, allora!