E da quel mattino, quando già
le prime luci dell’alba stemperavano il buio della notte e rendevano più nitide
le forme e distinguibili i colori, anche
della pena di quel Giardino, la notizia che Gesù è stato risuscitato è iniziata
a correre di bocca in bocca fino a scavalcare il tempo. È per questo che ora
siamo qui. Eppure nessuno lo ha visto risorgere, uno dopo l’altro i
protagonisti del racconto del Vangelo hanno dovuto compiere un atto di fede,
sbilanciare il loro cuore su una Parola che intuivano essere ragionevole. Le
donne hanno creduto all’angelo, i discepoli alle donne e noi a loro e alla
Chiesa che ha custodito questo annuncio assieme agli altri racconti di
apparizione.
Questa sera sento un brivido
nell’accorgermi di quanto sia tenue il filo della nostra fede, avverto come è
sottile il crinale fra tenebra e luce, fra disperazione e speranza, fra il
venerdì della Passione e la Domenica di Risurrezione. Perché se è Risorto
cambia davvero tutto, acquista senso la sua vita e la sua morte, il presente si
colora di futuro; ma se non lo è niente ha senso! Non ha senso la Creazione,
non ha senso la fede di Abramo e quella dei nostri padri, l’esodo da una
schiavitù verso una meta che è deludente e ha il gusto della morte. Non ha
senso parlare di perdono, di futuro, non ha senso nulla del Vangelo se poi Gesù
rimane attaccato a quella croce e la sofferenza del Giusto non ha riscatto e la
violenza rimane la parola assoluta con il suo carico di dolore e di sangue.
Per questo mi piace pensare
che anche chi fra noi vive il dramma dell’incredulità, sente in sé la
tentazione di giudicare tutto come un inganno, come una storia troppo bella per
essere vera, possa sentirsi a casa.
Io vorrei invece con voi, e grazie
a voi, afferrare questo filo sottilissimo e dire che è perché è troppo bella
questa storia, proprio per questo, è vera. Vorrei stringere fra le mani questo
annuncio e dire con convinzione che non poteva non essere così.
Perché Dio è il Dio della vita
e la sua Gloria siamo noi se viviamo liberi e in pienezza. Perché Dio non
poteva tacere e chiudere nell’ambiguità questa vicenda. Perché Dio non poteva
non essere il Padre. Perché il Padre non poteva permettere che quella storia
d’amore venisse sepolta sotto il peso del silenzio grosso come il macigno posto
sul sepolcro. Perché il Padre non poteva lasciare che il seme morisse senza
portare frutto. Perché ognuno di noi questa sera, se è vero che l’esperienza
delle donne diventa paradigmatica anche per la nostra vita, può dire con
certezza di aver incontrato il Signore risorto, di aver sentito sulla sua pelle
il suo sorriso, magari dietro l’angolo del nostro dolore, magari proprio dove
non ce lo aspettavamo, magari proprio quando la morte sembrava farla da padrona
e stava scivolando nel baratro del non senso. Perché ognuno di noi sente
picchiare forte nel cuore la voglia di risurrezione e questa non può che essere
la voce dello Spirito che ci avvince e ci conduce alla fede. Perché fra la
follia del credere e il baratro della disperazione io sento di dover arrendermi
alla prima.
E dunque lasciamo che la luce
della risurrezione da questa notte entri e dilaghi in ogni fibra di noi. Perché
risurrezione è vita nella sofferenza, è voce che ci fa sentire amati quando ci
sentiamo inadeguati e deboli. È consolazione sulle cicatrici che la vita ci ha
lasciato. Risurrezione è voglia di essere perdonati e schiodati da quell’errore
che ci fa vergognare ogni volta che ci affacciamo nell’atrio della memoria. È
voglia di ricostruire un rapporto che si è lacerato e pensavamo perduto per
sempre. È possibilità di giocarsi la vita fino in fondo, nella logica della
gratuità e dell’amore che si spezza, sapendo che nulla sarà perduto ma siamo
custoditi per l’eternità.
Ma vorrei dire un’altra cosa.
Il risorto non possiamo imprigionarlo nel nostro rito. Anzi, è già fuori di
questa chiesa e ci aspetta sule strade del mondo perché lui non ha mai smesso
di danzare proprio lì dove si infittiscono le tenebre della paura e della
morte. E dobbiamo tenergli il passo, perché
con lui il mondo attende noi proprio noi che siamo aggrappati a questo
filo di speranza.
Questo mondo che rischia di
annegare nella disperazione. Perché è questa che ci rende nervosi al mattino
sulle strade, intrattabili con chi pensiamo ci tolga il diritto di esistere, è
questa che autorizza i nostri giovani a non guardare più con passione il futuro
e ha tolto dalla loro mente ogni idea di rivoluzione oltre che dare la delega
agli adulti di disinteressarsi dell’educazione. È perché camminiamo al passo
della disperazione che non sentiamo più la voglia di indignarci e di prendere
per mano i piccoli e con loro anticipare la logica del Regno. Forse è mancanza di speranza anche quella
della Chiesa quando si arrocca su posizioni autoritarie e ha dimenticato la
semplicità del Vangelo, compagna della povertà. È frutto di disperazione
permettere che il venerdì santo di tante famiglie, di tanti piccoli e poveri,
si consumi nel silenzio. Da questa sera soffia il vento nuovo della Vita. Beato
chi si lascia portare lontano.
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