domenica 15 aprile 2012

domenica in Albis

Oggi si chiude l’ottava di Pasqua, otto giorni che la Liturgia ci ha fatto vivere come se fosse un giorno solo. Non si può racchiudere in appena ventiquattro ore la gioia di chi ha incontrato la Speranza, di chi sa che l’Amore ha vinto la morte, di chi può sentire nella sua vita la mano forte del Risorto stringere la sua. E ora la Chiesa continua a vivere dell’eco di questa gioia nel tempo di Pasqua che terminerà con la festa di Pentecoste. Un arco di cinquanta giorni. Mi piace sempre sottolineare che se la Quaresima, i giorni della Penitenza, dell’ascesi, della prova è di quaranta giorni, quello della gioia è composta da una decade in più! Per i cristiani vale più la festa, la felicità, la danza, come direbbe Ambrogio, la sobria ebrezza dello Spirito piuttosto che la penitenza. In questi giorni ci faranno compagnia i brani delle apparizioni di Gesù, i racconti in cui si dice che non tanto i discepoli hanno visto il Risorto, troppo chiusi nel loro dolore, nella loro tristezza e nel ripiegamento di uno sconvolgente e interminabile venerdì di Passione, ma piuttosto è stato Gesù a farsi vedere, a rendersi disponibile, a lasciarsi incontrare, a voler riprendere il filo di una storia inaugurata con la predicazione in Galilea e che veniva consegnata nelle loro mani come un tesoro prezioso. Ma ci faranno compagnia anche i brani che ci diranno in che modo il Risorto ha deciso di restare nella sua Chiesa e, in modo particolare, quei Vangeli che metteranno a fuoco la Persona dello Spirito come continuazione di una presenza in noi e fra noi di Gesù.

Se dunque questa è la cornice in cui si inserisce la liturgia di oggi, vorrei ora, volare sopra le letture ascoltate raccogliendo qualche perla preziosa che ci viene consegnata per metterla nella nostra bisaccia di poveri pellegrini per trovare un pizzico di ristoro e riprendere il coraggio di affrontare il nostro quotidiano a  tratti così pesante e a ritmo sempre più frenetico sapendo di non essere mai soli.

La prima lettura. Mi colpiscono due passaggi. La predicazione di Pietro. Pietro rilegge la Scrittura e in essa trova le tracce della notizia della risurrezione. Si convince che l’amico incontrato un giorno mentre stava gettando le reti e lo ha chiamato a seguirlo è il Figlio, il Messia che la morte non poteva tenere prigioniero. È la pietra scartata dai costruttori che è diventata pietra angolare. Anche nella sua lettera questa immagine ritorna, forse per lui aveva una forza evocativa grandissima, forse per lui, Pietra della comunità dei credenti, sapere di poter poggiare su una Roccia più solida era di grande consolazione. Il mondo non ha riconosciuto Gesù lo ha scartato; è abituato a fare così: se non appari, se non possiedi, se non hai un potere che schiaccia non sei nessuno, se non ti allinei a questa logica sei messo da parte. Ma Dio sa far diventare pietra di base ciò che noi scartiamo, Dio fa la rivoluzione con i poveri, Dio sa far tremare sotto i loro passi la Storia, Dio sa rendere polvere di stelle ciò che è debole e di poco conto. Dai giorni della risurrezione in avanti è così. E la seconda cosa che mi colpisce è che Pietro, in questa notizia, trova la forza di schierarsi con ciò che è debole fino a farsi lui stesso pietra di scarto e in questa linea predicare il Vangelo e la sua novità. Dio non ha mai smesso di fare così. Lui è riscatto per noi quando siamo pietre scartate, per noi quando ci sentiamo piccola cosa, e per tutti i poveri che ci stringono attorno, per tutti quelli che sulla terra, nell’agenda dei potenti, non conteranno mai un granché. Il Risorto è il fondamento di una storia nuova, invertita di senso, di un Regno che fa degli ultimi i primi. Sarebbe bello se la Chiesa ne fosse sempre più uno spaccato rappresentativo. Sarebbe bello se la nostra bocca si aprisse per rendere notizia tutto questo che davvero ha la forza di cambiare l’ordine delle cose.

Della lettera di Paolo invece mi colpisce quella convinzione che noi siamo gente risorta con Cristo, la certezza che può esserci un modo altro di abitare la nostra vita, un paradigma diverso per dare senso alle nostre relazioni e alle nostre scelte e anche per rileggere ciò che siamo. Sapere che Gesù non è prigioniero della morte, che c’è stato un giorno in cui uno per amore ha dato la vita e perché si è spezzato per il bene di qualcuno, perché non ha trattenuto nulla ma si è lasciato andare come un seme nella terra, Dio ha fatto Giustizia, si è fatto vedere in lui, gli ha ridato vita è come indossare un paio di lenti nuove e giudicare tutto in modo diverso! Allora anche le nostre scelte d’amore sempre paradossali e sempre in perdita acquistano valore.

E infine del brano di Vangelo mi rapisce sempre l’ostinata convinzione di Tommaso di non credere che lo aveva portato lontano dal Cenacolo, che lo aveva condotto a decidere di troncare la sua vicenda con quella comunità. E proprio lui, nell’abisso della sua notte, viene raccolto dalla mano di Gesù. Una mano che non lo giudica, non lo mette con le spalle al muro inchiodandolo alla sua pochezza, ma che lo aiuta a superare la sua incredulità. È di una tenerezza incredibile quel gesto di far toccare le sue piaghe ora splendenti di luce. E, come ci dice la tradizione, questa sarà la forza che porterà il più sospettoso e forse cinico dei discepoli a percorrere più chilometri di tutti, fino alle Indie, e lì donare la sua vita dopo aver annunciato il Vangelo. Non ha paura Gesù delle nostre tenebre, non ha timore il Signore della nostra incredulità, non si lascia arginare dallo scoglio dei nostri dubbi. Ma nella comunità, dove anche chi fatica a credere si deve sentire il benvenuto, ci dà appuntamento per lasciarsi incontrare, vedere, toccare e sciogliere le nostre resistenze perché la follia del credere è più ragionevole, ha un motivo in più sempre, del baratro della negazione di una Vita nuova.     

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