Diceva un grande monaco del secolo scorso, Dossetti, che la preghiera è l’opera più difficile che si possa compiere e che, a dispetto di molti che credono di saper pregare, in realtà solo pochissimi sono capaci di farlo.
Forse la sua era un’esasperazione delle cose, ma certo è che la preghiera cristiana ha una posta in gioco altissima: è la relazione fra il nostro io più profondo e il Padre di Gesù. E in questa relazione che si fa abbraccio nello Spirito, la nostra vita si modella a immagine del Figlio. La Liturgia della Parola di oggi mette in luce il tema della preghiera e sarà bene che le provocazioni che essa ci consegna ci interroghino anche fuori di qui e lungo tutta la settimana per aiutarci e per trasformarci in persone di preghiera secondo il Vangelo.
Anzitutto la Prima Lettura. Salomone trasferisce l’Arca dell’Alleanza, che aveva avuto dimora prima di allora sotto la Tenda, nel Tempio che lui ha fatto erigere. Dopo la solenne processione e l’insediamento, il Tempio si riempie della Nube divina segno della Presenza di Dio. L’uomo ha costruito con le sue mani il Tempio e Dio decide di abitarci ma quello è solo il Segno della sua presenza, l’Arca è solo il ricordo di un’Alleanza stretta con il suo popolo – la Parola è tagliente nel dirci che in quell’arca trattata con tanta solennità in realtà non c’era nulla se non le tavole di pietra – ma poi i conti si tirano fuori da lì, nella storia di ogni giorno, nella coscienza di ogni credente che è chiamato a rispettare le Legge e a metterla in pratica come cammino di santità.
Anche la 2 Lettera ai Corinti, scritta nel vivo di una polemica fra Paolo e la sua comunità a proposito della buona condotta di vita e sulla fedeltà al Vangelo che lui ha annunciato, ci ricorda che il vero culto si celebra in una vita santa che non si compromette con le tenebre, che non fa sconti al Male in noi e attorno a noi.
E infine la pagina di Vangelo di Matteo suggella tutto questo discorso. Gesù non perde le staffe contrariamente a quello che si pensa, non ha uno scatto d’ira. Pone un’azione simbolica e conosce le conseguenze a cui andrà incontro. Il Tempio deve tornare ad essere casa di preghiera e non può essere un rifugio per ladri: è la citazione testuale di Geremia che accusava il suo popolo di doppiezza; nella vita di ogni giorno si permetteva di frodare, di commettere ogni sorta di ingiustizia e poi pensava di presentarsi davanti a Dio come se lui non vedesse, come se lui non conoscesse i cuori, come se lui non pretendesse coerenza. E Gesù in quel Tempio fa le opere di Dio: guarisce i malati e predica la venuta del Regno. La conseguenza è una rapida accelerazione alla condanna e alla morte di croce perché la sua Parola dà fastidio perché esige radicalità e conversione. È più facile metterlo al bando, credere che la sua sia una follia piuttosto che accogliere la sua provocazione e cambiare rotta.
Cosa dice a noi questa Parola. Penso anzitutto che sia un richiamo alla nostra vita di fede. La preghiera è strumento di dialogo con il Padre. Sottolineo la parola dialogo. A volte noi scioriniamo lunghi monologhi ma difficilmente ci mettiamo in ascolto. La Parola dice: parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta e noi ci troviamo invece, in pratica, a dire, taci, Signore, perché il tuo servo deve parlare! Ad un tratto dobbiamo lasciar parlare Dio al nostro cuore, la preghiera deve farsi ascolto della Parola se veramente deve cambiare il nostro cuore. La forza della preghiera sta tutta nella sua capacità di convertirci. I primi a cambiare, mentre preghiamo, dobbiamo essere noi. La preghiera non cambierà mai il mondo se noi non siamo i primi a invertire la rotta e a mettere nella storia tutto il nostro impegno e la nostra forza per renderla più simile al Regno di Dio. E allora dalla preghiera sorgerà un nuovo modo di relazionarci con noi stessi, ci renderà prossimo di chiunque. La preghiera pretende di cambiare il nostro rapporto con il mondo, detta le condizioni per il nostro pensiero politico e anche economico. La preghiera ci renderà simili in tutto, ognuno con la sua vocazione, a Gesù e saremo sua immagine qui e ora. La verifica della nostra preghiera rimane dunque la vita di ogni giorno e la coerenza che avremo saputo mettere in ogni sfida. Approdo della preghiera non può che essere la Carità. Sul tema della coerenza siamo parecchio incalzati da chi non crede o ha deciso di non praticare più per i motivi più svariati. A volte è un appello recondito alla santità quello di chi dice di non venire più in chiesa perché è rimasto ferito dall’incoerenza dei credenti. Ma cosa direbbero se noi per primi trasformassimo la nostra preghiera in una vita che nel suo piccolo si fa luce e sale per il mondo?
E infine la Parola di oggi ci interroga anche sulla celebrazione che stiamo compiendo. Siamo qui non per assolvere un precetto. La Messa non ha nessun valore se non spacca il nostro cuore di pietra e non ci rende insieme comunità profetica per il presente, se non ci rende Corpo di Cristo qui e ora, capaci di porre i segni che lui ha saputo dare di relazione profonda con il Padre e di guarigione per l’umanità ferita. La Messa non è un rifugio mistificatorio, il profumo d’incenso e la melodia dei canti non sono capaci di confondere il nostro Dio. Quello che ci è chiesto è di aprirci alla Parola e poi di lasciarci portare in alto dalla capacità che ha avuto Gesù di dare la sua vita e di amare sino alla fine perché anche noi ne seguissimo le orme.
l'omelia è come un evidenziatore che scorre sulle pagine della Parola che di domenica in domenica la Sapienza della Chiesa ci offre
domenica 9 agosto 2009
sabato 1 agosto 2009
nona dopo Pentecoste
Ho pensato di intermezzare il mio commento alla Liturgia della Parola di oggi con una poesia del 1946 di Madeleine Delbrel che si intitola Il ballo dell’obbedienza
E' il 14 luglio./Tutti si apprestano a danzare./Dappertutto il mondo, dopo anni dopo mesi, danza./Ondate di guerra, ondate di ballo./C'è proprio molto rumore./La gente seria è a letto/ I religiosi dicono il mattutino di sant'Enrico, re./Ed io, penso/all'altro re./Al re David che/danzava davanti all'Arca./Perché se ci sono molti santi che non amano danzare,/ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare,/tanto erano felici di vivere…/Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza/della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero,/di conoscerti con aria da professore,/di raggiungerti con regole sportive,/di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato.
C’è un che di follia negli uomini e nelle donne di fede. Penso al re Davide nell’episodio che la lettura di oggi ci presenta; penso a Paolo e alla sua convinzione di essere un piccolo strumento nelle mani di Dio: tanto più guarda alla sua debolezza tanto più si sente adatto alla missione perché si rivelino solo la Grazia e la Potenza di Dio; e penso a Gesù, anche lui folle nel seguire la strada della croce e testardo nel proporre la sua follia a tutti quelli che hanno deciso di stragli dietro, nel volere che noi uniamo il nostro destino al suo nella logica sconvolgente di una vita giocata in pura perdita di se stessi per conquistare il Regno. Una via che ha all’apparenza il sapore amaro della sofferenza ma, oltre questa, contiene il segreto della felicità che sta tutta nell’essere fuori di sé, estatici d’amore per il Padre e folli nella carità verso tutti quelli che incontriamo sulla nostra strada. E così è stato per tanti santi di ieri ma anche di oggi. Ma se pensiamo anche alla nostra esperienza, a chi ci ha trasmesso la fede con coraggio e decisione, non possiamo non riconoscere in loro una follia che li proiettava oltre gli schemi del quotidiano, una capacità di prendere in mano la vita e leggerla alla luce di una sapienza più grande di quella del mondo, li sosteneva una speranza incrollabile oppure li guidava un amore davvero disinteressato che in noi ha lasciato un segno indelebile. Come sarebbe bello se lo Spirito, che scende in abbondanza su di noi in questa celebrazione, oggi ci afferrasse e ci mettesse in cuore la voglia di danzare, la voglia di inventarci un modo nostro singolare e allegro per dire la gioia della nostra fede che talvolta davvero sembra l’amore di un matrimonio invecchiato senza slanci, senza calore!
Per essere un buon danzatore, con te come con tutti,/non occorre sapere dove la danza conduce./Basta seguire,/essere gioioso,/essere leggero,/e soprattutto non essere rigido./Non occorre chiederti spiegazioni/sui passi che ti piace di segnare./Bisogna essere come un prolungamento,/vivo ed agile, di te./E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l'orchestra/scandisce./Non bisogna volere avanzare a tutti i costi,/ma accettare di tornare indietro, di andare di fianco./Bisogna saper fermarsi e saper scivolare invece di/camminare./Ma non sarebbero che passi da stupidi/se la musica non ne facesse un'armonia./Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito,/Signore, vieni ad invitarci.
Certo che ora qualcuno potrebbe obiettare a quello che ho detto fin d’ora dicendo che mi manca il senso pratico, che sarebbe troppo bello se la vita fosse una danza e tutto fosse sempre ritmato dall’armonia e dalla positività. In effetti il quotidiano è sempre pieno di incognite, di croci e di fardelli spesso pesantissimi che tolgono la felicità: col passare del tempo i sogni si assopiscono, i problemi aumentano, ci sentiamo insicuri come in un mare in tempesta sballottati dalle onde di mille difficoltà soprattutto se si affacciano all’orizzonte le nubi della malattia o della morte. Nessuno nega tutto questo. Gesù, nel suo Vangelo, oggi, parla di croce e di strada in salita. Ma la nostra fede non trasforma il brutto in bello, la sofferenza in gioia, non fa della nostra vita una spensierata bevuta di acqua e zucchero! Ci dice che la croce è solo il preludio della gloria e alla fine conta l’amore che hai messo nell’obbedienza alle sofferenze del quotidiano. E questo ci dà una gioia di fondo che nulla può turbare come i fondali del mare che rimangono calmi anche quando in superficie si scatenano le tempeste più violente. La fede non fa di noi degli estranei alle sofferenze del mondo, solo ci dona il segreto per non perdere la speranza e per non smarrire l’essenziale. Si può continuare a danzare solo se si accetta che sia Dio a darci il ritmo e noi non smettiamo di stare al suo passo. E allora tutto avrà un senso: quelle volte che procediamo in avanti e quelle volte in cui ci sembra di indietreggiare ma in realtà stiamo andando solo più a fondo della nostra vita, quelle volte in cui entriamo nel buio e ci sembra di non capire più nulla ma in realtà ci accorgiamo che Dio non ha mai smesso di abbracciarci, quelle volte che la musica sembra finita e in realtà si dipana per noi un’altra occasione.
Siamo pronti a danzarti questa corsa che dobbiamo fare,/questi conti, il pranzo da preparare, questa veglia in/cui avremo sonno./Siamo pronti a danzarti la danza del lavoro,/quella del caldo, e quella del freddo, più tardi./Se certe melodie sono spesso in minore, non ti diremo/che sono tristi;/Se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo/che sono logoranti…/Facci vivere la nostra vita,/non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato,/non come una partita dove tutto è difficile,/non come un teorema che ci rompa il capo,/ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si/rinnovella, come un ballo,/come una danza,/fra le braccia della tua grazia,/nella musica che riempie l'universo d'amore./Signore, vieni ad invitarci.
La vita è fatta di croci piccole e grandi. Quelle che noi consideriamo spesso inutili perdite di tempo mote volte sono le occasioni per testare il nostro amore per Dio e per i fratelli, per capire se davvero abbiamo imparato a vivere in perdita, al ritmo del Vangelo, oppure siamo tenacemente legati alle nostre cose, chiusi nel nostro egoismo e magari perennemente in attesa dell’occasione giusta per amare che, molto spesso, non arriva mai! Signore, vieni ad invitarci! Ogni giorno noi siamo pronti costi quel che costi la nostra vita, fuori dalla tua danza, è solo inutile tappezzeria!
E' il 14 luglio./Tutti si apprestano a danzare./Dappertutto il mondo, dopo anni dopo mesi, danza./Ondate di guerra, ondate di ballo./C'è proprio molto rumore./La gente seria è a letto/ I religiosi dicono il mattutino di sant'Enrico, re./Ed io, penso/all'altro re./Al re David che/danzava davanti all'Arca./Perché se ci sono molti santi che non amano danzare,/ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare,/tanto erano felici di vivere…/Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza/della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero,/di conoscerti con aria da professore,/di raggiungerti con regole sportive,/di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato.
C’è un che di follia negli uomini e nelle donne di fede. Penso al re Davide nell’episodio che la lettura di oggi ci presenta; penso a Paolo e alla sua convinzione di essere un piccolo strumento nelle mani di Dio: tanto più guarda alla sua debolezza tanto più si sente adatto alla missione perché si rivelino solo la Grazia e la Potenza di Dio; e penso a Gesù, anche lui folle nel seguire la strada della croce e testardo nel proporre la sua follia a tutti quelli che hanno deciso di stragli dietro, nel volere che noi uniamo il nostro destino al suo nella logica sconvolgente di una vita giocata in pura perdita di se stessi per conquistare il Regno. Una via che ha all’apparenza il sapore amaro della sofferenza ma, oltre questa, contiene il segreto della felicità che sta tutta nell’essere fuori di sé, estatici d’amore per il Padre e folli nella carità verso tutti quelli che incontriamo sulla nostra strada. E così è stato per tanti santi di ieri ma anche di oggi. Ma se pensiamo anche alla nostra esperienza, a chi ci ha trasmesso la fede con coraggio e decisione, non possiamo non riconoscere in loro una follia che li proiettava oltre gli schemi del quotidiano, una capacità di prendere in mano la vita e leggerla alla luce di una sapienza più grande di quella del mondo, li sosteneva una speranza incrollabile oppure li guidava un amore davvero disinteressato che in noi ha lasciato un segno indelebile. Come sarebbe bello se lo Spirito, che scende in abbondanza su di noi in questa celebrazione, oggi ci afferrasse e ci mettesse in cuore la voglia di danzare, la voglia di inventarci un modo nostro singolare e allegro per dire la gioia della nostra fede che talvolta davvero sembra l’amore di un matrimonio invecchiato senza slanci, senza calore!
Per essere un buon danzatore, con te come con tutti,/non occorre sapere dove la danza conduce./Basta seguire,/essere gioioso,/essere leggero,/e soprattutto non essere rigido./Non occorre chiederti spiegazioni/sui passi che ti piace di segnare./Bisogna essere come un prolungamento,/vivo ed agile, di te./E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l'orchestra/scandisce./Non bisogna volere avanzare a tutti i costi,/ma accettare di tornare indietro, di andare di fianco./Bisogna saper fermarsi e saper scivolare invece di/camminare./Ma non sarebbero che passi da stupidi/se la musica non ne facesse un'armonia./Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito,/Signore, vieni ad invitarci.
Certo che ora qualcuno potrebbe obiettare a quello che ho detto fin d’ora dicendo che mi manca il senso pratico, che sarebbe troppo bello se la vita fosse una danza e tutto fosse sempre ritmato dall’armonia e dalla positività. In effetti il quotidiano è sempre pieno di incognite, di croci e di fardelli spesso pesantissimi che tolgono la felicità: col passare del tempo i sogni si assopiscono, i problemi aumentano, ci sentiamo insicuri come in un mare in tempesta sballottati dalle onde di mille difficoltà soprattutto se si affacciano all’orizzonte le nubi della malattia o della morte. Nessuno nega tutto questo. Gesù, nel suo Vangelo, oggi, parla di croce e di strada in salita. Ma la nostra fede non trasforma il brutto in bello, la sofferenza in gioia, non fa della nostra vita una spensierata bevuta di acqua e zucchero! Ci dice che la croce è solo il preludio della gloria e alla fine conta l’amore che hai messo nell’obbedienza alle sofferenze del quotidiano. E questo ci dà una gioia di fondo che nulla può turbare come i fondali del mare che rimangono calmi anche quando in superficie si scatenano le tempeste più violente. La fede non fa di noi degli estranei alle sofferenze del mondo, solo ci dona il segreto per non perdere la speranza e per non smarrire l’essenziale. Si può continuare a danzare solo se si accetta che sia Dio a darci il ritmo e noi non smettiamo di stare al suo passo. E allora tutto avrà un senso: quelle volte che procediamo in avanti e quelle volte in cui ci sembra di indietreggiare ma in realtà stiamo andando solo più a fondo della nostra vita, quelle volte in cui entriamo nel buio e ci sembra di non capire più nulla ma in realtà ci accorgiamo che Dio non ha mai smesso di abbracciarci, quelle volte che la musica sembra finita e in realtà si dipana per noi un’altra occasione.
Siamo pronti a danzarti questa corsa che dobbiamo fare,/questi conti, il pranzo da preparare, questa veglia in/cui avremo sonno./Siamo pronti a danzarti la danza del lavoro,/quella del caldo, e quella del freddo, più tardi./Se certe melodie sono spesso in minore, non ti diremo/che sono tristi;/Se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo/che sono logoranti…/Facci vivere la nostra vita,/non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato,/non come una partita dove tutto è difficile,/non come un teorema che ci rompa il capo,/ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si/rinnovella, come un ballo,/come una danza,/fra le braccia della tua grazia,/nella musica che riempie l'universo d'amore./Signore, vieni ad invitarci.
La vita è fatta di croci piccole e grandi. Quelle che noi consideriamo spesso inutili perdite di tempo mote volte sono le occasioni per testare il nostro amore per Dio e per i fratelli, per capire se davvero abbiamo imparato a vivere in perdita, al ritmo del Vangelo, oppure siamo tenacemente legati alle nostre cose, chiusi nel nostro egoismo e magari perennemente in attesa dell’occasione giusta per amare che, molto spesso, non arriva mai! Signore, vieni ad invitarci! Ogni giorno noi siamo pronti costi quel che costi la nostra vita, fuori dalla tua danza, è solo inutile tappezzeria!
sabato 25 luglio 2009
Ottava dopo Pentecoste
C’è differenza fra abitare la terra e possederla. Nel primo caso la memoria al Dio che te l’ha messa fra le mani è viva e senti tutto come dono suo. Nel secondo caso ti dimentichi di Lui e inizi a piantare i paletti della tua prepotenza e quello che era dono diventa dovuto. La Parola di questa domenica ci obbliga a sostare sulla sete di potere dell’uomo contrapposta all’esempio del nostro Dio che è dono di sé in totalità, che chiama Onnipotenza l’Amore senza risparmio.
Israele vende, assieme alla fede nel Dio dei suoi padri, la sua libertà per servire gli dei di quella terra a lungo sognata e conquistata con tante difficoltà. In fondo l’idolo tace, va solo adorato, è la proiezione dei nostri desideri più reconditi e acconsente alla nostra fame di potere. Israele abbandona Dio ma Dio non riesce a dimenticare la sua eredità. È la luce fioca eppure gravida di speranza della pagina della Scrittura di oggi. Dio non riesce a tapparsi le orecchie di fronte al grido disperato di Israele e invia di tanto in tanto dei Giudici che lo raccolgano dalla dispersione e lo guidino fuori dall’abisso. È un Dio incredibilmente geloso il nostro, terribilmente passionale, che arriva a pronunciare minacce ma ha viscere di misericordia come una madre e un padre per il loro bambino quando, per la voglia di essere grande, si caccia in qualche brutto guaio e loro sono lì, pronti a raccoglierlo.
È l’atteggiamento che ha Paolo verso la sua comunità di Tessalonica: come una madre raccoglie i suoi sotto le sue ali; come un padre non manca di dare indicazioni con fermezza e autorevolezza. In più, dell’Epistola, c’è da dire, che anche Paolo probabilmente ha sentito ad un certo punto la tentazione di spadroneggiare sulla sua comunità, di essere autoritario e non solo autorevole, ma l’ha superata perché amava Cristo e ha fatto delle sue orme il sentiero costante da seguire, anche al prezzo durissimo di sofferenze e di tradimenti da parte della sua gente.
La sete di potere ad un tratto afferra i discepoli di Gesù. La cosa forse più inquietante che il contesto di questa pagina ci consegna è che la domanda di Giacomo e di Giovanni nasce quando Gesù ha già annunciato la sua Passione e la sua morte. Loro sapevano di essere in un certo senso i prediletti dal Maestro, che aveva dato loro il soprannome di figli del tuono e che spesso aveva condotto con sé e Pietro in disparte. Ma, ora che il loro Maestro stava per essere tolto di mezzo e si era probabilmente aperta la corsa alla sua successione, volevano un riconoscimento pubblico della loro autorità. E questo scatena decisamente le ire degli altri…e come dare loro torto? Ma, nell’insieme, quanta povertà di cuore, quanta mediocrità! Di questa pagina però mi colpiscono sempre due cose: la pazienza con cui Gesù ricomincia daccapo a tessere nel cuore dei suoi discepoli la trama del Vangelo che si oppone a tutte le logiche di questo mondo e poi certamente ci commuove, a distanza di tempo, che uno ad uno tutti i discepoli, dopo la Risurrezione, davvero hanno saputo bere al calice della Passione e hanno saputo immergersi nel loro Battesimo di sangue, segno che gli insegnamenti del Maestro non sono andati perduti e che hanno capito che il Regno di Dio, per attecchire, ha bisogno di povertà, nascondimento, umiltà e croce.
All’improvviso, forse perché non ti basta più vivere di sogni, forse perché hai iniziato a provare paura, forse perché senti su di te il peso della frustrazione che la vita non risparmia, inizi a stringere il pugno e a volere conquistare ricchezza, fama, vuoi possedere chi ti sta intorno e credi che questo basti ad appagare la sete di felicità che tutti ci portiamo nel cuore.
Non c’è uomo che non abbia sentito almeno una volta nella vita su di sé la seduzione del potere. Dai tempi del Giardino ci affascina l’idea di essere onnipotenti e crediamo con la nostra orgogliosa autoreferenzialità di riuscire ad essere come Dio. E quando la relazione con lui inizia ad essere troppo esigente, quando lo avvertiamo come un rivale nella nostra corsa al potere, si decide di abbandonarlo e di costruirsi altri dei, a immagine nostra.
Il potere ha la forza di un idolo sul cui altare puoi arrivare a sacrificare il meglio di te stesso e anche la vita di chi ti sta intorno. I grandi di questa terra spesso scambiano il servizio a cui sono chiamati nel gestire il potere con il delirio di onnipotenza.
Ma anche la Chiesa non è immune da questa tentazione e spesso si lascia più affascinare dai segni del potere piuttosto che vivere il potere dei segni ed essere così credibile e coerente con il vangelo che annuncia. Dobbiamo sognare e costruire ancora una Chiesa libera e che cammina sulle orme del suo Maestro di Nazareth, il crocifisso risorto, piuttosto che, per paura di perdere e di affrontare il mare in tempesta di questi anni complicati da interpretare, arrenderci ad una Chiesa complice del potere di questo mondo e che gioca la sua partita dentro ai palazzi dei potenti. Su questo punto il Vangelo davvero non ci permette sconti o scorciatoie interpretative.
Ma penso anche alla nostra comunità. Spesso ci sono lotte di potere al limite del ridicolo e del patetico per spartirsi compiti e spazi e quello che era un sevizio diventa un’occasione per fare bella mostra di sé, e quello che era un’occasione di testimonianza diventa un campo di battaglia che fa scappare scandalizzato chi si avvicina.
Abbiamo ancora bisogno che Gesù ci mostri come si fa ad amare senza trattenere ecco perchè siamo qui a Messa: converti a te, Signore i nostri cuori e mostraci il sentiero della Carità senza confini che è vivere in pura perdita di noi stessi ma, lo crediamo, solo così saremo uomini davvero realizzati e contagiosi di beatitudine.
Israele vende, assieme alla fede nel Dio dei suoi padri, la sua libertà per servire gli dei di quella terra a lungo sognata e conquistata con tante difficoltà. In fondo l’idolo tace, va solo adorato, è la proiezione dei nostri desideri più reconditi e acconsente alla nostra fame di potere. Israele abbandona Dio ma Dio non riesce a dimenticare la sua eredità. È la luce fioca eppure gravida di speranza della pagina della Scrittura di oggi. Dio non riesce a tapparsi le orecchie di fronte al grido disperato di Israele e invia di tanto in tanto dei Giudici che lo raccolgano dalla dispersione e lo guidino fuori dall’abisso. È un Dio incredibilmente geloso il nostro, terribilmente passionale, che arriva a pronunciare minacce ma ha viscere di misericordia come una madre e un padre per il loro bambino quando, per la voglia di essere grande, si caccia in qualche brutto guaio e loro sono lì, pronti a raccoglierlo.
È l’atteggiamento che ha Paolo verso la sua comunità di Tessalonica: come una madre raccoglie i suoi sotto le sue ali; come un padre non manca di dare indicazioni con fermezza e autorevolezza. In più, dell’Epistola, c’è da dire, che anche Paolo probabilmente ha sentito ad un certo punto la tentazione di spadroneggiare sulla sua comunità, di essere autoritario e non solo autorevole, ma l’ha superata perché amava Cristo e ha fatto delle sue orme il sentiero costante da seguire, anche al prezzo durissimo di sofferenze e di tradimenti da parte della sua gente.
La sete di potere ad un tratto afferra i discepoli di Gesù. La cosa forse più inquietante che il contesto di questa pagina ci consegna è che la domanda di Giacomo e di Giovanni nasce quando Gesù ha già annunciato la sua Passione e la sua morte. Loro sapevano di essere in un certo senso i prediletti dal Maestro, che aveva dato loro il soprannome di figli del tuono e che spesso aveva condotto con sé e Pietro in disparte. Ma, ora che il loro Maestro stava per essere tolto di mezzo e si era probabilmente aperta la corsa alla sua successione, volevano un riconoscimento pubblico della loro autorità. E questo scatena decisamente le ire degli altri…e come dare loro torto? Ma, nell’insieme, quanta povertà di cuore, quanta mediocrità! Di questa pagina però mi colpiscono sempre due cose: la pazienza con cui Gesù ricomincia daccapo a tessere nel cuore dei suoi discepoli la trama del Vangelo che si oppone a tutte le logiche di questo mondo e poi certamente ci commuove, a distanza di tempo, che uno ad uno tutti i discepoli, dopo la Risurrezione, davvero hanno saputo bere al calice della Passione e hanno saputo immergersi nel loro Battesimo di sangue, segno che gli insegnamenti del Maestro non sono andati perduti e che hanno capito che il Regno di Dio, per attecchire, ha bisogno di povertà, nascondimento, umiltà e croce.
All’improvviso, forse perché non ti basta più vivere di sogni, forse perché hai iniziato a provare paura, forse perché senti su di te il peso della frustrazione che la vita non risparmia, inizi a stringere il pugno e a volere conquistare ricchezza, fama, vuoi possedere chi ti sta intorno e credi che questo basti ad appagare la sete di felicità che tutti ci portiamo nel cuore.
Non c’è uomo che non abbia sentito almeno una volta nella vita su di sé la seduzione del potere. Dai tempi del Giardino ci affascina l’idea di essere onnipotenti e crediamo con la nostra orgogliosa autoreferenzialità di riuscire ad essere come Dio. E quando la relazione con lui inizia ad essere troppo esigente, quando lo avvertiamo come un rivale nella nostra corsa al potere, si decide di abbandonarlo e di costruirsi altri dei, a immagine nostra.
Il potere ha la forza di un idolo sul cui altare puoi arrivare a sacrificare il meglio di te stesso e anche la vita di chi ti sta intorno. I grandi di questa terra spesso scambiano il servizio a cui sono chiamati nel gestire il potere con il delirio di onnipotenza.
Ma anche la Chiesa non è immune da questa tentazione e spesso si lascia più affascinare dai segni del potere piuttosto che vivere il potere dei segni ed essere così credibile e coerente con il vangelo che annuncia. Dobbiamo sognare e costruire ancora una Chiesa libera e che cammina sulle orme del suo Maestro di Nazareth, il crocifisso risorto, piuttosto che, per paura di perdere e di affrontare il mare in tempesta di questi anni complicati da interpretare, arrenderci ad una Chiesa complice del potere di questo mondo e che gioca la sua partita dentro ai palazzi dei potenti. Su questo punto il Vangelo davvero non ci permette sconti o scorciatoie interpretative.
Ma penso anche alla nostra comunità. Spesso ci sono lotte di potere al limite del ridicolo e del patetico per spartirsi compiti e spazi e quello che era un sevizio diventa un’occasione per fare bella mostra di sé, e quello che era un’occasione di testimonianza diventa un campo di battaglia che fa scappare scandalizzato chi si avvicina.
Abbiamo ancora bisogno che Gesù ci mostri come si fa ad amare senza trattenere ecco perchè siamo qui a Messa: converti a te, Signore i nostri cuori e mostraci il sentiero della Carità senza confini che è vivere in pura perdita di noi stessi ma, lo crediamo, solo così saremo uomini davvero realizzati e contagiosi di beatitudine.
domenica 19 luglio 2009
settima dopo pentecoste
La nostra corsa lungo le pagine della Scrittura prosegue in queste domeniche del tempo dopo Pentecoste e oggi facciamo sosta con Israele che, sotto la guida di Giosuè, è impegnato nella battaglia di Gàbaon, una delle tante per conquistare e trovare stabilità nella Terra promessa da Dio. Il sole e la luna si fermano per un intero giorno: Dio si impegna in prima persona per garantire vittoria al suo popolo. È un Dio che non sta sicuro sulle retroguardie; non lo precede neppure oltre risparmiandosi la fatica della lotta, come chi si sottrae al pericolo, come chi si considera diverso e non si sporca le mani con i problemi della sua gente: sta in mezzo, dove la battaglia impazza, dove il pericolo è in agguato e il nemico si fa insidioso e proprio la sua presenza permette al popolo di alzare la testa e gli dà il coraggio di combattere sino alla fine. A questa pagina fanno eco le altre letture; anzitutto Paolo ai Romani ribadisce che nulla potrà mai separarci dall’Amore di Cristo. E in quell’elenco così intenso, in un crescendo commovente, Paolo elenca le difficoltà che lui in prima persona ha dovuto affrontare per vincere la battaglia dell’annuncio del Vangelo e da cui ne è uscito vincitore, sempre più testardamente innamorato di Cristo. E poi il brano di Vangelo di Giovanni in cui Gesù, durante il discorso di addio dell’ultima cena, mette in guardia i suoi dai pericoli e dalle tribolazioni che dovranno affrontare nel suo nome, perché sappiano che cosa li attenderà, quasi per condividere con loro il suo stesso destino di croce, perché non fuggano di fronte alle prime difficoltà, perché un servo non è più grande del suo Maestro. Ma a chi persevererà sino alla fine sarà dato di condividere il Regno, la Gloria della Risurrezione, la vita in pienezza che è la comunione con il Padre.
Quali spunti per la nostra storia ci suggerisce la Liturgia della Parola di questa domenica, quali intuizioni per il nostro cammino, e ancora a quali vene d’acqua freschissima attingere per proseguire sul nostro itinerario di fede.
Penso anzitutto che dobbiamo anche noi fare i conti con la dura parola della croce: se hai deciso di seguire Cristo non puoi risparmiarti dalla battaglia, se pensavi di trovare pace in realtà con lui ti trovi nella tribolazione, se pensavi di vivere tranquillo forse non hai ascoltato bene il Vangelo o non hai iniziato a metterlo in pratica. La Parola è come un fuoco che inizia a bruciare dentro, che non sfuma i contorni delle cose ma li esaspera, che non edulcora la realtà ma alza il velo delle sue contraddizioni, essere discepoli di Gesù significa trovarsi a fare i conti con una sensibilità esasperata che fa soffrire per ogni ingiustizia o ipocrisia, significa avere il cuore ferito a immagine del suo, significa diventare accoglienti all’estremo e fare largo ad ogni problema che bussa con insistenza alle tue porte, significa scendere in battaglia ogni giorno per conquistare un pezzo di Regno e per seminare comunque la Parola che salva. La prima vera battaglia è con se stessi, con le ferite che ci portiamo dentro e che attendono di essere sanate, è con quella forza che ti spinge a tornare indietro e a non rincorrere il sogno di santità, è con il male che ti tenta ad ogni attimo e che talvolta ha il sopravvento. Ma poi sei chiamato a fare i conti anche con il male che sta attorno a te. Vi confesso che quando ero in Seminario spesso, a sera inoltrata, mi fermavo a guardare dall’alto della collina di Venegono le luci dei paesi poco distanti e, rare volte, si riusciva a gettare lo sguardo in là fino alla nostra città. E sognavo di essere prete immerso fra la mia gente, sognavo di essere santo e di poter facilmente condurre la mia gente a Cristo: sognavo una realtà troppo fittizia, schermata dai miei desideri più che dalla verità del Vangelo. Diventato prete, messo piede finalmente nella realtà, ho iniziato a fare i conti seriamente anche con il male che c’è nelle nostre strade, con quel sommerso che noi nemmeno immaginiamo che scorre come un fiume nero sotto le apparenze perbeniste delle nostre vite e che si chiama droga, violenza, denaro e successo, solitudine, egoismo, chiusura all’altro, il nulla che inghiotte i nostri giorni, il relativismo esasperato per cui il bene di uno diventa il bene di tutti e la realizzazione personale va perseguita anche al prezzo altissimo della vita degli altri, è un’economia che affama i poveri per rendere i ricchi sempre più ricchi. La testimonianza al Vangelo se non si unisce alla sofferenza rimane sterile e il seme per portare frutto davvero deve morire. Siamo chiamati, a immagine di Cristo che si incarna fino alle estreme conseguenze, a sporcarci le mani proprio qui e ora e a fare bene quel poco che siamo chiamati a fare. Sarà forse solo una goccia nell’Oceano ma, come diceva madre Teresa, senza di quella l’Oceano avrebbe comunque una goccia in meno
Ma non basta dire questo. Trascureremmo la Verità più forte che oggi abbiamo ascoltato se dimenticassimo di dire che nella nostra battaglia abbiamo dalla nostra parte il nostro Dio secondo la sua Promessa. A volte non lo vediamo ma perché ci è troppo accanto per scorgerne completamente i suoi tratti, è troppo impegnato a spianarci davanti la strada e noi siamo troppo attenti a poggiare bene i nostri piedi. Ma alla fine ci ritroveremo abbracciati a lui e potremo fare il bilancio e capire che anche per noi lui si è impegnato sino alla fine.
E ora stiamo per entrare nel Mistero della Pasqua dove morte e vita si sono sfidati a duello e Cristo ne è stato vincitore. E noi con lui. E per questo avremo una gioia profondissima che, anche in mezzo a tante tribolazioni, nulla potrà strapparci.
Quali spunti per la nostra storia ci suggerisce la Liturgia della Parola di questa domenica, quali intuizioni per il nostro cammino, e ancora a quali vene d’acqua freschissima attingere per proseguire sul nostro itinerario di fede.
Penso anzitutto che dobbiamo anche noi fare i conti con la dura parola della croce: se hai deciso di seguire Cristo non puoi risparmiarti dalla battaglia, se pensavi di trovare pace in realtà con lui ti trovi nella tribolazione, se pensavi di vivere tranquillo forse non hai ascoltato bene il Vangelo o non hai iniziato a metterlo in pratica. La Parola è come un fuoco che inizia a bruciare dentro, che non sfuma i contorni delle cose ma li esaspera, che non edulcora la realtà ma alza il velo delle sue contraddizioni, essere discepoli di Gesù significa trovarsi a fare i conti con una sensibilità esasperata che fa soffrire per ogni ingiustizia o ipocrisia, significa avere il cuore ferito a immagine del suo, significa diventare accoglienti all’estremo e fare largo ad ogni problema che bussa con insistenza alle tue porte, significa scendere in battaglia ogni giorno per conquistare un pezzo di Regno e per seminare comunque la Parola che salva. La prima vera battaglia è con se stessi, con le ferite che ci portiamo dentro e che attendono di essere sanate, è con quella forza che ti spinge a tornare indietro e a non rincorrere il sogno di santità, è con il male che ti tenta ad ogni attimo e che talvolta ha il sopravvento. Ma poi sei chiamato a fare i conti anche con il male che sta attorno a te. Vi confesso che quando ero in Seminario spesso, a sera inoltrata, mi fermavo a guardare dall’alto della collina di Venegono le luci dei paesi poco distanti e, rare volte, si riusciva a gettare lo sguardo in là fino alla nostra città. E sognavo di essere prete immerso fra la mia gente, sognavo di essere santo e di poter facilmente condurre la mia gente a Cristo: sognavo una realtà troppo fittizia, schermata dai miei desideri più che dalla verità del Vangelo. Diventato prete, messo piede finalmente nella realtà, ho iniziato a fare i conti seriamente anche con il male che c’è nelle nostre strade, con quel sommerso che noi nemmeno immaginiamo che scorre come un fiume nero sotto le apparenze perbeniste delle nostre vite e che si chiama droga, violenza, denaro e successo, solitudine, egoismo, chiusura all’altro, il nulla che inghiotte i nostri giorni, il relativismo esasperato per cui il bene di uno diventa il bene di tutti e la realizzazione personale va perseguita anche al prezzo altissimo della vita degli altri, è un’economia che affama i poveri per rendere i ricchi sempre più ricchi. La testimonianza al Vangelo se non si unisce alla sofferenza rimane sterile e il seme per portare frutto davvero deve morire. Siamo chiamati, a immagine di Cristo che si incarna fino alle estreme conseguenze, a sporcarci le mani proprio qui e ora e a fare bene quel poco che siamo chiamati a fare. Sarà forse solo una goccia nell’Oceano ma, come diceva madre Teresa, senza di quella l’Oceano avrebbe comunque una goccia in meno
Ma non basta dire questo. Trascureremmo la Verità più forte che oggi abbiamo ascoltato se dimenticassimo di dire che nella nostra battaglia abbiamo dalla nostra parte il nostro Dio secondo la sua Promessa. A volte non lo vediamo ma perché ci è troppo accanto per scorgerne completamente i suoi tratti, è troppo impegnato a spianarci davanti la strada e noi siamo troppo attenti a poggiare bene i nostri piedi. Ma alla fine ci ritroveremo abbracciati a lui e potremo fare il bilancio e capire che anche per noi lui si è impegnato sino alla fine.
E ora stiamo per entrare nel Mistero della Pasqua dove morte e vita si sono sfidati a duello e Cristo ne è stato vincitore. E noi con lui. E per questo avremo una gioia profondissima che, anche in mezzo a tante tribolazioni, nulla potrà strapparci.
domenica 5 luglio 2009
quinta dopo pentecoste
In queste Domeniche lasciamo che il nostro cuore attinga alla storia della salvezza per sentire anche sulla nostra vita la presenza di Dio e scorgere nelle vene della nostra storia le tracce del suo passaggio
La Parola di oggi: uno sguardo sintetico
L’Alleanza di Dio con Abramo e la sua discendenza
Il commento che Paolo fa di questa pagina: la giustificazione indipendente dalle opere alla luce delle diatribe in seno alla comunità cristiana. Non conta la circoncisione della carne ma quella del cuore, conta la fede. Per Abramo la circoncisione fu solo il segno di un’Alleanza stretta. Prima viene la sua fede e la sua adesione a quella Parola che Dio gli rivolge. La benedizione di Dio è per tutte le genti indipendentemente dall’appartenenza ad un popolo.
Cristo è la porta per accedere alla benedizione data ad Abramo: siamo chiamati ad innamorarci di Gesù e a fare di lui il segreto della nostra vita.
Alcuni spunti per approfondire
Anche noi, figli benedetti da Dio
«Non molto tempo fa, nella mia comunità, ho avuto un’autentica esperienza personale del potere di una vera benedizione. Poco tempo prima che ciò accadesse avevo iniziato una funzione di preghiere in una delle nostre cappelle. Janet, una handicappata della nostra comunità mi disse: “Henri, mi puoi benedire?”Io risposi alla sua richiesta in maniera automatica tracciando con il pollice il segno della croce sulla sua fronte. Invece di essere grata, lei protestò con veemenza: “no, questa non funziona. Voglio una vera benedizione!” Mi resi subito conto di come avevo risposto in modo formalistico alla sua richiesta e dissi: “Oh scusami…ti darò una vera benedizione quando saremo tutti insieme per la funzione”.Lei mi fece un cenno con un sorriso e io compresi che mi si richiedeva qualcosa di speciale. Dopo la funzione, quando circa una trentina di persone erano sedute in cerchio sul pavimento, io dissi: “Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale. Lei sente di averne bisogno adesso”. Mentre stavo dicendo questo, non sapevo cosa Janet volesse veramente. Ma Janet non mi lasciò a lungo nel dubbio. Appena dissi “Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale” lei si alzò e venne verso di me. Io indossavo un lungo abito bianco con ampie maniche che coprivano sia le mani che le braccia. Spontaneamente Janet mi cinse tra le sue braccia e pose la testa contro il mio petto. Senza pensare, la coprii con le mie maniche al punto da farla quasi sparire tra le pieghe del mio abito. Mentre ci tenevamo l’un l’altra io dissi: “Janet voglio che tu sappia che sei l’Amata Figlia di Dio. Sei preziosa agli occhi di Dio. Il tuo bel sorriso, la tua gentilezza verso gli altri della comunità e tutte le cose buone che fai, ci mostrano che bella creatura tu sei. So che in questi giorni ti senti un po’ giù e che c’è della tristezza nel tuo cuore, ma voglio ricordarti chi sei: sei una persona speciale, sei profondamente amata da Dio e da tutte le persone che sono qui con te.”. Appena dissi queste parole, Janet alzò la testa e mi guardò; il suo largo sorriso mi mostrò che aveva veramente sentito e ricevuto la benedizione. Quando Janet tornò al suo posto, un’altra donna handicappata alzò la mano e disse: “Anch’io voglio una benedizione”. Si alzò e, prima che mi rendessi conto, mise il suo viso contro il mio petto. Dopo che io le dissi parole di benedizione, molti altri handicappati vennero esprimendo lo stesso bisogno di essere benedetti. Ma il momento più toccante si verificò quando uno degli assistenti, un giovane di ventiquattro anni, alzò la mano e disse: “E io?” “Certo”, risposi. “Vieni”. Lui venne e quando ci trovammo di fronte, lo abbracciai e dissi: “John, è così bello che tu sia qui. Tu sei l’Amato Figlio di Dio. La tua presenza è una gioia per tutti noi. Quando le cose sono difficili e la vita è pesante, ricordati sempre che tu sei Amato di un amore infinito.” Pronunciate queste parole, egli mi guardò con le lacrime agli occhi e disse: “Grazie, grazie molte”. Quella sera compresi l’importanza della benedizione e dell’essere benedetto e l’ho intesa come il vero segno che contraddistingue l’amato. Le benedizioni che diamo gli uni gli altri sono espressione della benedizione che riposa su di noi da tutta l’eternità. (J.H. Nouwen, Sentirsi amati)
Sapere che anche noi siamo i figli benedetti ci dona le ali e ci fa sentire di fronte al nostro Dio come bambini che non devono avere paura di nulla. E poco importa delle ferite che ci portiamo nel cuore. Deve valere per noi la certezza dello sguardo pieno d’amore di Dio che è un papà buono e pieno di premure per ognuno di noi.
Credo sia importante sentire in noi la voce di Dio che ci benedice e ci apre l’orizzonte di una terra Promessa. Penso che sia importante che nella nostra comunità, aldilà delle tante parole sprecate per mille progetti, per mille dotte elucubrazioni pastorali, aldilà dell’atavica tendenza di parlarsi alle spalle e pugnalarsi sottolineando il punto debole gli uni degli altri, ci sia il coraggio di benedirsi con parole di amore autentiche che fanno sentire il potere della benedizione di Dio, di sentrisi amati proprio nelle ferite e nelle proprie zone d’ombra.
Ma la Parola di oggi ci pone di fronte anche la domanda sulla nostra fede. Credere è ben più che sapere dei principi. Credere è ben più che adesione formale a dei riti. Credere è ben più che dirsi cristiani. Credere è anzitutto un’esperienza d’amore con Gesù. Ci lasciamo amare da lui e lo amiamo a nostra volta alla follia e così veniamo sorpresi dalla sua luce.
E per questo mistero d’amore ci rapisce la voglia di essere come lui e incarnare, ognuno con la sua vocazione, ognuno con il bagaglio della sua vita, i tratti del Figlio.
Non abbiamo bisogno di cristiani di facciata ma di uomini e di donne rapiti dal Mistero di Cristo, fuori di sé per la gioia, tutti protesi a Dio, estatici, tutti protesi verso gli altri nella carità discreta di ogni giorno, estroversi.
La Parola di oggi: uno sguardo sintetico
L’Alleanza di Dio con Abramo e la sua discendenza
Il commento che Paolo fa di questa pagina: la giustificazione indipendente dalle opere alla luce delle diatribe in seno alla comunità cristiana. Non conta la circoncisione della carne ma quella del cuore, conta la fede. Per Abramo la circoncisione fu solo il segno di un’Alleanza stretta. Prima viene la sua fede e la sua adesione a quella Parola che Dio gli rivolge. La benedizione di Dio è per tutte le genti indipendentemente dall’appartenenza ad un popolo.
Cristo è la porta per accedere alla benedizione data ad Abramo: siamo chiamati ad innamorarci di Gesù e a fare di lui il segreto della nostra vita.
Alcuni spunti per approfondire
Anche noi, figli benedetti da Dio
«Non molto tempo fa, nella mia comunità, ho avuto un’autentica esperienza personale del potere di una vera benedizione. Poco tempo prima che ciò accadesse avevo iniziato una funzione di preghiere in una delle nostre cappelle. Janet, una handicappata della nostra comunità mi disse: “Henri, mi puoi benedire?”Io risposi alla sua richiesta in maniera automatica tracciando con il pollice il segno della croce sulla sua fronte. Invece di essere grata, lei protestò con veemenza: “no, questa non funziona. Voglio una vera benedizione!” Mi resi subito conto di come avevo risposto in modo formalistico alla sua richiesta e dissi: “Oh scusami…ti darò una vera benedizione quando saremo tutti insieme per la funzione”.Lei mi fece un cenno con un sorriso e io compresi che mi si richiedeva qualcosa di speciale. Dopo la funzione, quando circa una trentina di persone erano sedute in cerchio sul pavimento, io dissi: “Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale. Lei sente di averne bisogno adesso”. Mentre stavo dicendo questo, non sapevo cosa Janet volesse veramente. Ma Janet non mi lasciò a lungo nel dubbio. Appena dissi “Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale” lei si alzò e venne verso di me. Io indossavo un lungo abito bianco con ampie maniche che coprivano sia le mani che le braccia. Spontaneamente Janet mi cinse tra le sue braccia e pose la testa contro il mio petto. Senza pensare, la coprii con le mie maniche al punto da farla quasi sparire tra le pieghe del mio abito. Mentre ci tenevamo l’un l’altra io dissi: “Janet voglio che tu sappia che sei l’Amata Figlia di Dio. Sei preziosa agli occhi di Dio. Il tuo bel sorriso, la tua gentilezza verso gli altri della comunità e tutte le cose buone che fai, ci mostrano che bella creatura tu sei. So che in questi giorni ti senti un po’ giù e che c’è della tristezza nel tuo cuore, ma voglio ricordarti chi sei: sei una persona speciale, sei profondamente amata da Dio e da tutte le persone che sono qui con te.”. Appena dissi queste parole, Janet alzò la testa e mi guardò; il suo largo sorriso mi mostrò che aveva veramente sentito e ricevuto la benedizione. Quando Janet tornò al suo posto, un’altra donna handicappata alzò la mano e disse: “Anch’io voglio una benedizione”. Si alzò e, prima che mi rendessi conto, mise il suo viso contro il mio petto. Dopo che io le dissi parole di benedizione, molti altri handicappati vennero esprimendo lo stesso bisogno di essere benedetti. Ma il momento più toccante si verificò quando uno degli assistenti, un giovane di ventiquattro anni, alzò la mano e disse: “E io?” “Certo”, risposi. “Vieni”. Lui venne e quando ci trovammo di fronte, lo abbracciai e dissi: “John, è così bello che tu sia qui. Tu sei l’Amato Figlio di Dio. La tua presenza è una gioia per tutti noi. Quando le cose sono difficili e la vita è pesante, ricordati sempre che tu sei Amato di un amore infinito.” Pronunciate queste parole, egli mi guardò con le lacrime agli occhi e disse: “Grazie, grazie molte”. Quella sera compresi l’importanza della benedizione e dell’essere benedetto e l’ho intesa come il vero segno che contraddistingue l’amato. Le benedizioni che diamo gli uni gli altri sono espressione della benedizione che riposa su di noi da tutta l’eternità. (J.H. Nouwen, Sentirsi amati)
Sapere che anche noi siamo i figli benedetti ci dona le ali e ci fa sentire di fronte al nostro Dio come bambini che non devono avere paura di nulla. E poco importa delle ferite che ci portiamo nel cuore. Deve valere per noi la certezza dello sguardo pieno d’amore di Dio che è un papà buono e pieno di premure per ognuno di noi.
Credo sia importante sentire in noi la voce di Dio che ci benedice e ci apre l’orizzonte di una terra Promessa. Penso che sia importante che nella nostra comunità, aldilà delle tante parole sprecate per mille progetti, per mille dotte elucubrazioni pastorali, aldilà dell’atavica tendenza di parlarsi alle spalle e pugnalarsi sottolineando il punto debole gli uni degli altri, ci sia il coraggio di benedirsi con parole di amore autentiche che fanno sentire il potere della benedizione di Dio, di sentrisi amati proprio nelle ferite e nelle proprie zone d’ombra.
Ma la Parola di oggi ci pone di fronte anche la domanda sulla nostra fede. Credere è ben più che sapere dei principi. Credere è ben più che adesione formale a dei riti. Credere è ben più che dirsi cristiani. Credere è anzitutto un’esperienza d’amore con Gesù. Ci lasciamo amare da lui e lo amiamo a nostra volta alla follia e così veniamo sorpresi dalla sua luce.
E per questo mistero d’amore ci rapisce la voglia di essere come lui e incarnare, ognuno con la sua vocazione, ognuno con il bagaglio della sua vita, i tratti del Figlio.
Non abbiamo bisogno di cristiani di facciata ma di uomini e di donne rapiti dal Mistero di Cristo, fuori di sé per la gioia, tutti protesi a Dio, estatici, tutti protesi verso gli altri nella carità discreta di ogni giorno, estroversi.
sabato 27 giugno 2009
quarta dopo Pentecoste
Nella nostra corsa lungo la storia della salvezza ci troviamo oggi di fronte ad un tema scottante che emerge già nelle prime pagine di Genesi, ben prima della vicenda di Abramo e di Lot ascoltata stamattina: il peccato, l’ingiustizia, il rifiuto dell’uomo a Dio e alla sua proposta di Alleanza. Tutta la storia d’Israele e anche della Chiesa può essere descritta come un alternarsi di luci e ombre: la luce è la presenza di un Dio che non si stanca dell’uomo e che continua ad amare testardamente la sua creatura al costo altissimo del perdono e ultimamente della vita del Figlio; luce è anche la vita dei giusti che si sono lasciati plasmare dalle mani abili del Padre come un vaso di argilla nelle mani del vasaio; ombra è la chiusura allo Spirito che diventa infine ingiustizia nei confronti dei fratelli, la storia di uomini che hanno smesso di guardare in alto, hanno tradito i desideri più grandi, hanno svenduto la loro dignità di creature rincorrendo il successo, il potere e l’avere. La lettura ci parla delle diverse reazioni dei protagonisti di fronte al male di Sodoma: Lot e Abramo uomini giusti che non si sono lasciati coinvolgere dall’ingiustizia contrapposti alla moglie di Lot che, con il suo voltarsi alla città, in un certo senso rimpiange quanto lasciato, forse la sicurezza, forse il benessere anche se provenivano da un male. Nella lettera Paolo ammonisce la sua comunità: avere ottenuto la salvezza in Cristo non li ha liberati dall’inclinazione a compiere il male, quello che si chiama concupiscenza, e la lotta contro il male si deve consumare anzitutto con se stessi ogni giorno con tenacia. Nella parabola raccontata da Gesù nel discorso escatologico del Vangelo di Matteo invece il male e il peccato da una parte sono il rifiuto del Vangelo e dall’altra l’inadeguatezza alle esigenze radicali della festa del Regno.
1 vorrei ora chiedermi con voi, interrogando la Scrittura, pensando alla nostra vita, qual è la radice del peccato. Il peccato è quando decidiamo con piena lucidità di contrapporci a Dio e alla sua Parola e questo avviene in pensieri, parole, opere e omissioni. Perché, pur sapendo che una cosa è sbagliata la facciamo? Perché, pur sapendo che il male non potrà che fare e farci male, noi lo scegliamo? Perché ci ritroviamo invischiati, a volte malgrado i nostri principi, in vicende che ci uccidono dentro? E così alla fine ci ritroviamo aridi, invecchiati, irrigiditi.
Penso che l’uomo scelga di contrapporsi deliberatamente a Dio perché talvolta a praticare la giustizia avverta la sensazione di un deficit di bilancio: i conti sono sempre in rosso e non tornano mai nell’immediato. Penso inoltre a quando assecondiamo la tentazione che a fare di testa nostra ci si guadagni, che Dio in fondo voglia tiranneggiare su di noi e ce ne sbarazziamo con facilità; penso che in noi, aldilà di tanti principi, urli forte la voglia di libertà ma intesa come assoluta, svincolata da tutto e da tutti. Penso che leghiamo la nostra felicità a cose che non vale la pena inseguire e dimentichiamo la nostra dignità, il nostro essere polvere di stelle chiamati a navigare in acque sempre più alte, verso orizzonti di infinito. La metafora della distruzione di Sodoma è l’emblema più eloquente per dire che a inseguire il Male alla fine ti ritrovi distrutto, frammentato, con il cuore diviso, impietrito come una statua di sale che non può né muoversi e nemmeno comunicare. Quello che appariva come un orizzonte di libertà si rivela come una prigione, come un cappio che a poco a poco si stringe attorno alla gola. E si sprofonda nell’inutilità alla fine ci si accorge di non aver strappato la vita alla banalità.
2 Dice André Louf che due categorie di persone devono temere il giudizio di Dio, quell’ira che oggi ci viene raccontata in Genesi e che è descritta nella durezza delle parole di Paolo o nella Parabola di Matteo: i peccatori incalliti e anche i giusti incalliti. I primi sono quelli che hanno deciso, nonostante l’aver sperimentato il male e le sue conseguenze, di continuare a perseguirlo. Ma forse sono pochi. I secondi invece sono molto più numerosi e sono quelli che credono con arroganza di non aver bisogno di essere perdonati, sono quelli che, magari mascherandosi di devoti sentimenti religiosi o trincerandosi sfacciatamente dietro ad opere giuste, in fondo non hanno bisogno di Dio e bastano a loro stessi: assomigliano molto a chi, nella parabola, rifiuta l’invito alle nozze del Regno. In mezzo ci sono tutti gli altri: peccatori in conversione, uomini che conoscono la loro fragilità, persone che piangono nel segreto le lacrime amare dei loro sbagli, uomini e donne che ogni giorno cercano di lasciarsi guarire le ferite del loro cuore con la voglia di ricominciare daccapo. E Dio di fronte a questi è sorprendente nella sua Misericordia e continua a rialzarli dalle loro cadute, continua a versare l’olio della Grazia sulle loro ferite, sa aprire per loro sentieri impensati per riprenderli nel suo gregge, per loro si fa pazzo d’amore dimenticando anche le novantanove pecorelle che non hanno in quel momento bisogno di lui per raggiungere l’unica che si era smarrita. I peccatori in conversione sanno che basta la Grazia di Dio e la sua potenza si manifesta pienamente nella loro debolezza. Non abbiamo bisogno di giusti incalliti: la loro presenza nella nostra comunità la renderebbe inaccessibile e antipatica. Abbiamo bisogno di una comunità di fratelli che si sanno continuamente in conversione e per questo, fra di loro, sanno creare spazi di accoglienza verso chi cerca disperatamente il perdono per potere ricominciare.
3 Signore, io so di essere alla festa con un abito poco adatto. È di poco stile la mia atavica propensione a fare di testa mia per poi ritrovarmi più povero e più arido. È di poco stile la mia imprecisione, le ferite che a volte procuro ai miei fratelli per la mia supponenza; è davvero misera la landa solitaria delle mie gelosie, del mio egoismo e quella voglia di trattenere e stringere nel mio pugno tutto e tutti. Non mandarmi fuori: ti propongo un’alternativa anche se so che il tempo si è fatto breve. Dammi tu una veste ricamata con il perdono, con il tuo amore che non ha mai smesso di rincorrermi e di rialzarmi e allora sarò pronto per fare festa con te.
1 vorrei ora chiedermi con voi, interrogando la Scrittura, pensando alla nostra vita, qual è la radice del peccato. Il peccato è quando decidiamo con piena lucidità di contrapporci a Dio e alla sua Parola e questo avviene in pensieri, parole, opere e omissioni. Perché, pur sapendo che una cosa è sbagliata la facciamo? Perché, pur sapendo che il male non potrà che fare e farci male, noi lo scegliamo? Perché ci ritroviamo invischiati, a volte malgrado i nostri principi, in vicende che ci uccidono dentro? E così alla fine ci ritroviamo aridi, invecchiati, irrigiditi.
Penso che l’uomo scelga di contrapporsi deliberatamente a Dio perché talvolta a praticare la giustizia avverta la sensazione di un deficit di bilancio: i conti sono sempre in rosso e non tornano mai nell’immediato. Penso inoltre a quando assecondiamo la tentazione che a fare di testa nostra ci si guadagni, che Dio in fondo voglia tiranneggiare su di noi e ce ne sbarazziamo con facilità; penso che in noi, aldilà di tanti principi, urli forte la voglia di libertà ma intesa come assoluta, svincolata da tutto e da tutti. Penso che leghiamo la nostra felicità a cose che non vale la pena inseguire e dimentichiamo la nostra dignità, il nostro essere polvere di stelle chiamati a navigare in acque sempre più alte, verso orizzonti di infinito. La metafora della distruzione di Sodoma è l’emblema più eloquente per dire che a inseguire il Male alla fine ti ritrovi distrutto, frammentato, con il cuore diviso, impietrito come una statua di sale che non può né muoversi e nemmeno comunicare. Quello che appariva come un orizzonte di libertà si rivela come una prigione, come un cappio che a poco a poco si stringe attorno alla gola. E si sprofonda nell’inutilità alla fine ci si accorge di non aver strappato la vita alla banalità.
2 Dice André Louf che due categorie di persone devono temere il giudizio di Dio, quell’ira che oggi ci viene raccontata in Genesi e che è descritta nella durezza delle parole di Paolo o nella Parabola di Matteo: i peccatori incalliti e anche i giusti incalliti. I primi sono quelli che hanno deciso, nonostante l’aver sperimentato il male e le sue conseguenze, di continuare a perseguirlo. Ma forse sono pochi. I secondi invece sono molto più numerosi e sono quelli che credono con arroganza di non aver bisogno di essere perdonati, sono quelli che, magari mascherandosi di devoti sentimenti religiosi o trincerandosi sfacciatamente dietro ad opere giuste, in fondo non hanno bisogno di Dio e bastano a loro stessi: assomigliano molto a chi, nella parabola, rifiuta l’invito alle nozze del Regno. In mezzo ci sono tutti gli altri: peccatori in conversione, uomini che conoscono la loro fragilità, persone che piangono nel segreto le lacrime amare dei loro sbagli, uomini e donne che ogni giorno cercano di lasciarsi guarire le ferite del loro cuore con la voglia di ricominciare daccapo. E Dio di fronte a questi è sorprendente nella sua Misericordia e continua a rialzarli dalle loro cadute, continua a versare l’olio della Grazia sulle loro ferite, sa aprire per loro sentieri impensati per riprenderli nel suo gregge, per loro si fa pazzo d’amore dimenticando anche le novantanove pecorelle che non hanno in quel momento bisogno di lui per raggiungere l’unica che si era smarrita. I peccatori in conversione sanno che basta la Grazia di Dio e la sua potenza si manifesta pienamente nella loro debolezza. Non abbiamo bisogno di giusti incalliti: la loro presenza nella nostra comunità la renderebbe inaccessibile e antipatica. Abbiamo bisogno di una comunità di fratelli che si sanno continuamente in conversione e per questo, fra di loro, sanno creare spazi di accoglienza verso chi cerca disperatamente il perdono per potere ricominciare.
3 Signore, io so di essere alla festa con un abito poco adatto. È di poco stile la mia atavica propensione a fare di testa mia per poi ritrovarmi più povero e più arido. È di poco stile la mia imprecisione, le ferite che a volte procuro ai miei fratelli per la mia supponenza; è davvero misera la landa solitaria delle mie gelosie, del mio egoismo e quella voglia di trattenere e stringere nel mio pugno tutto e tutti. Non mandarmi fuori: ti propongo un’alternativa anche se so che il tempo si è fatto breve. Dammi tu una veste ricamata con il perdono, con il tuo amore che non ha mai smesso di rincorrermi e di rialzarmi e allora sarò pronto per fare festa con te.
domenica 21 giugno 2009
terza dopo Pentecoste
1 Come avevamo detto domenica scorsa, il nuovo Lezionario, in queste domeniche che seguono la Pentecoste e fino all’inizio dell’Avvento, ci fa ripercorrere le tappe principali dell’intera storia della salvezza. E se la volta scorsa la nostra attenzione era stata richiamata a scorgere nella bellezza dell’intero creato la presenza del Padre, oggi siamo invitati a sostare sul Mistero dell’uomo e della donna, vertice dell’opera di Dio. Ambrogio, in un passaggio dei suoi scritti, afferma che Dio, dopo aver creato l’uomo, riposa perché si ferma quasi stupito a contemplare la sua bellezza – meritiamo lo sguardo estasiato di Dio! – e ha trovato chi rivestire di premura, di Grazia e di perdono.
2 Vorrei però partire nel mio commento alla Parola dalla pagina del Vangelo con una domanda tutt’altro che retorica: sull’amore fra un uomo e una donna, quella di Gesù, è una proposta praticabile? Ai suoi tempi era abbastanza normale porre fine ad un matrimonio con un atto di ripudio; la stessa Legge di Mosè normava la questione. Creò certamente scalpore la forza con cui Gesù dichiarava indissolubile il matrimonio se gli stessi discepoli, in privato, ritornano sulla questione per approfondirla, quasi che non avessero capito bene! E del resto, non solo di fronte al numero sempre maggiore di separazioni e di divorzi, ma anche a partire dalla nostra esperienza, ci sembra impossibile che l’amore sia destinato a durare per sempre. Ma cosa aveva in mente Gesù? Con un atto di autorità che poteva sembrare sfacciata, interpreta la possibilità del ripudio come una concessione alla durezza del cuore dell’uomo e richiama l’inizio della Creazione quando l’uomo e la donna sono stati dati l’uno all’altra per essere una cosa sola per sempre.
3 Non è bene che l’uomo sia solo. La cosa più triste che possa capitarci è la solitudine che non è tanto non avere qualcuno che ti ama, quanto piuttosto non avere nessuno da amare. Dio non ha creato l’uomo per la solitudine, per il monologo, per una sorta di egoistica autoreferenzialità ma lo ha destinato da sempre alla prossimità, al dialogo e alla comunione; proprio nella relazione sta la nostra possibilità di essere felici. Non basta a saziare la nostra ansia di vita nemmeno il possesso sull’intero creato, ma solo quando ami qualcuno e fai dono di te stesso in una prospettiva di eternità.
Ed ecco che sull’uomo scende un torpore e dalla sua costola viene plasmata una nuova creatura, metafora ineguagliabile per dire la somiglianza e la pari dignità. Uguali e diversi e per questo destinati ad attrarsi, comprendersi, amarsi e costruire giorno dopo giorno la loro storia di comunione. השא la donna, aperta alla vita come aperta è l’ultima lettera, accogliente, ostinata a perseguire i suoi obiettivi e dolce nel tessere le sue relazioni; שיא è l’uomo proteso oltre se stesso, forte ma allo stesso tempo debole e per questo bisognoso di sostegno. Uno completa l’orizzonte dell’altra, uno in un ruolo diverso dall’altra ma insieme vincitori nella partita della vita. Insieme, uno per l’altra, destinati ad essere una sola cosa nell’amore nelle molteplici sfumature dell’affetto e della tenerezza e dell’eros.
4 A questo si riferiva Gesù: dunque non aveva intenzione di imprigionare nessuno con le sue parole ma piuttosto di richiamare la grandezza dell’amore di coppia e farci gustare tutto il suo fascino. Se un uomo e una donna si scelgono deve esserci una scommessa sulla definitività che ultimamente è tutela della verità del loro amore: ogni giorno si deve progettare l’amore anche quando si invecchia, anche quando dell’altro emergono tratti fino a poco prima sconosciuti, anche quando la passione viene meno per lasciare però il posto alla complicità e alla tenerezza. Come comunità dovremmo forse di più stringerci attorno a chi ha deciso di promettersi amore per sempre. Mi sembra che tanta fatica, giustamente, sia spesa nel preparare due fidanzati al matrimonio ma molto poco ci si occupi delle giovani famiglie pur sapendo che i primi anni sono un cammino in salita molto arduo, pur sapendo quanto l’arrivo di una nuova vita sia capace di rimescolare le carte in un rapporto di coppia, pur sapendo che ci sono momenti in cui bisogna compiere nuovamente un salto di affidamento l’uno nei confronti dell’altro e insieme in Dio il solo che può aprire orizzonti quando tutto sembra costringere a lasciare la partita.
Ma una pagina come quella di oggi ci obbliga a pensare anche a chi non ce l’ha fatta a portare avanti l’avventura di un matrimonio e ha deciso per una separazione o anche per il divorzio. Il Signore, come ci ricordava in una sua lettera il nostro Arcivescovo, è vicino a chi ha il cuore ferito. Le ferite, in queste situazioni, sono amare, profonde, difficilmente risanabili anche perché non è sempre vero che la colpa, se così si può definire, sta equamente da tutte e due le parti. E così non è sempre deprecabile chi fa seguire un nuovo rapporto al matrimonio ormai in frantumi dandogli magari una forma stabile. Sbaglia chi, magari anche nella Chiesa, interpreta questa pagina come una condanna e un giudizio: Gesù si è sempre astenuto dal farlo e amava lenire con la Misericordia la sofferenza dei cuori e sapeva distinguere sempre fra peccato e peccatore. La Grazia di Dio supera ogni caduta, ogni sbaglio, ogni fallimento e si rivela anche oltre i segni del Sacramento della Riconciliazione e della Comunione eucaristica: l’ascolto della Parola e la Carità, che è il vincolo della perfezione, sono due sorgenti a cui tutti dobbiamo attingere per essere immagine di Cristo. E così, mano nella mano, insieme, ognuno con i propri fallimenti e le proprie croci, ognuno con la sua bellezza di figlio di Dio, siamo chiamati a ricercare e a costruire il Regno dei Cieli.
2 Vorrei però partire nel mio commento alla Parola dalla pagina del Vangelo con una domanda tutt’altro che retorica: sull’amore fra un uomo e una donna, quella di Gesù, è una proposta praticabile? Ai suoi tempi era abbastanza normale porre fine ad un matrimonio con un atto di ripudio; la stessa Legge di Mosè normava la questione. Creò certamente scalpore la forza con cui Gesù dichiarava indissolubile il matrimonio se gli stessi discepoli, in privato, ritornano sulla questione per approfondirla, quasi che non avessero capito bene! E del resto, non solo di fronte al numero sempre maggiore di separazioni e di divorzi, ma anche a partire dalla nostra esperienza, ci sembra impossibile che l’amore sia destinato a durare per sempre. Ma cosa aveva in mente Gesù? Con un atto di autorità che poteva sembrare sfacciata, interpreta la possibilità del ripudio come una concessione alla durezza del cuore dell’uomo e richiama l’inizio della Creazione quando l’uomo e la donna sono stati dati l’uno all’altra per essere una cosa sola per sempre.
3 Non è bene che l’uomo sia solo. La cosa più triste che possa capitarci è la solitudine che non è tanto non avere qualcuno che ti ama, quanto piuttosto non avere nessuno da amare. Dio non ha creato l’uomo per la solitudine, per il monologo, per una sorta di egoistica autoreferenzialità ma lo ha destinato da sempre alla prossimità, al dialogo e alla comunione; proprio nella relazione sta la nostra possibilità di essere felici. Non basta a saziare la nostra ansia di vita nemmeno il possesso sull’intero creato, ma solo quando ami qualcuno e fai dono di te stesso in una prospettiva di eternità.
Ed ecco che sull’uomo scende un torpore e dalla sua costola viene plasmata una nuova creatura, metafora ineguagliabile per dire la somiglianza e la pari dignità. Uguali e diversi e per questo destinati ad attrarsi, comprendersi, amarsi e costruire giorno dopo giorno la loro storia di comunione. השא la donna, aperta alla vita come aperta è l’ultima lettera, accogliente, ostinata a perseguire i suoi obiettivi e dolce nel tessere le sue relazioni; שיא è l’uomo proteso oltre se stesso, forte ma allo stesso tempo debole e per questo bisognoso di sostegno. Uno completa l’orizzonte dell’altra, uno in un ruolo diverso dall’altra ma insieme vincitori nella partita della vita. Insieme, uno per l’altra, destinati ad essere una sola cosa nell’amore nelle molteplici sfumature dell’affetto e della tenerezza e dell’eros.
4 A questo si riferiva Gesù: dunque non aveva intenzione di imprigionare nessuno con le sue parole ma piuttosto di richiamare la grandezza dell’amore di coppia e farci gustare tutto il suo fascino. Se un uomo e una donna si scelgono deve esserci una scommessa sulla definitività che ultimamente è tutela della verità del loro amore: ogni giorno si deve progettare l’amore anche quando si invecchia, anche quando dell’altro emergono tratti fino a poco prima sconosciuti, anche quando la passione viene meno per lasciare però il posto alla complicità e alla tenerezza. Come comunità dovremmo forse di più stringerci attorno a chi ha deciso di promettersi amore per sempre. Mi sembra che tanta fatica, giustamente, sia spesa nel preparare due fidanzati al matrimonio ma molto poco ci si occupi delle giovani famiglie pur sapendo che i primi anni sono un cammino in salita molto arduo, pur sapendo quanto l’arrivo di una nuova vita sia capace di rimescolare le carte in un rapporto di coppia, pur sapendo che ci sono momenti in cui bisogna compiere nuovamente un salto di affidamento l’uno nei confronti dell’altro e insieme in Dio il solo che può aprire orizzonti quando tutto sembra costringere a lasciare la partita.
Ma una pagina come quella di oggi ci obbliga a pensare anche a chi non ce l’ha fatta a portare avanti l’avventura di un matrimonio e ha deciso per una separazione o anche per il divorzio. Il Signore, come ci ricordava in una sua lettera il nostro Arcivescovo, è vicino a chi ha il cuore ferito. Le ferite, in queste situazioni, sono amare, profonde, difficilmente risanabili anche perché non è sempre vero che la colpa, se così si può definire, sta equamente da tutte e due le parti. E così non è sempre deprecabile chi fa seguire un nuovo rapporto al matrimonio ormai in frantumi dandogli magari una forma stabile. Sbaglia chi, magari anche nella Chiesa, interpreta questa pagina come una condanna e un giudizio: Gesù si è sempre astenuto dal farlo e amava lenire con la Misericordia la sofferenza dei cuori e sapeva distinguere sempre fra peccato e peccatore. La Grazia di Dio supera ogni caduta, ogni sbaglio, ogni fallimento e si rivela anche oltre i segni del Sacramento della Riconciliazione e della Comunione eucaristica: l’ascolto della Parola e la Carità, che è il vincolo della perfezione, sono due sorgenti a cui tutti dobbiamo attingere per essere immagine di Cristo. E così, mano nella mano, insieme, ognuno con i propri fallimenti e le proprie croci, ognuno con la sua bellezza di figlio di Dio, siamo chiamati a ricercare e a costruire il Regno dei Cieli.
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