Ci sono momenti come questi in cui sembra non ci sia bisogno di particolari didascalie, in cui basta il tepore di una chiesa, il pensiero che fra poche ore ci si ritroverà a condividere la stessa tavola con parenti e amici, la nostalgia di altri natali dove tutto forse era più semplice ma sicuramente più intenso per farci star bene. Ma c’è una Parola che non possiamo tacere, colma di promessa, che vuole strapparci alla banalità della nostra vita, che a volte è in agguato soprattutto in giorni come questi, non riconducibile a schemi di retorica consolatoria. Ed è proprio a partire da questa Parola che vorrei rivolgere a ognuno di voi parole di benedizione. La benedizione è come una carezza sul viso, come un abbraccio in cui possiamo rifugiarci, è come la mano sulla spalla per incoraggiarci e ricordarci che noi siamo preziosi agli occhi di Dio e per i nostri fratelli.
Il Signore che nasce fra noi benedica tutti quelli che sono in cammino, chi non si sente ancora arrivato, chi ha una meta da raggiungere e non si accontenta delle mezze misure, chi sa mettersi in discussione sempre, chi è morso dal tarlo del dubbio, chi sa cosa vuol dire affrontare la notte del cuore quando anche il cielo sembrava essere muto e chiuso ostinatamente. Quest’oggi vi fanno compagnia i pastori. Anche loro si sono messi in cammino nella notte, anche loro si sono lasciati sorprendere da una luce che ha squarciato le loro tenebre. Non erano certo persone ben viste o raccomandabili, eppure per loro si è riaperto il cammino e son andati fino a Betlemme, mossi dal desiderio, spinti dalla certezza che Dio proprio a loro voleva rivelare la sua Grazia. E poi da lì hanno avuto il coraggio di ripartire per essere gli annunciatori di un grande Mistero. Da uomini distanti e senza Dio, sono diventati i primi credenti e i primi missionari, perché Dio non era senza loro, non aveva rinunciato a loro. Non bisogna aver paura di rimettersi in discussione sempre, non si può temere se si è in viaggio, l’ansia può farci da compagna ma solo per un tratto. Basta il desiderio di avanzare, di raggiungere la luce del Natale e poi il cielo inizia a parlarci, e lungo la strada il Signore ci modella, ci riconsegna a noi stessi migliori di quando eravamo partiti. E poco importa se la strada sarà immersa nel buio: l’importante è andare avanti fiutando la direzione giusta. Dio su di voi non ha uno sguardo di rimprovero, non vi giudica. E sotto uno sguardo così non c’è spazio per la frustrazione: Dio è abituato a schiodarci da ogni pregiudizio, compreso il nostro a volte così severo, e nel nostro cammino si fa compagno, non davanti, non dietro ma proprio accanto a ognuno di noi, e ci solleverà sulle nostre spalle quando il peso della strada si farà sentire. Ma ciò che importa per davvero è camminare con il cuore giovane. Si può davvero cambiare e prendere nuova forma. E sulla nostra strada, se saremo davvero contagiosi, si aggiungeranno altri fratelli che troveranno in noi un esempio e una guida anche nella loro notte.
Il Signore che nasce fra noi benedica tutti quelli che si sentono oggi schiacciati da qualche fallimento, da qualche delusione, chi mastica amaro il sapore dei propri giorni, chi si sente con le ali spezzate e non sa perché capitano proprio tutte a lui, chi si è sentito rifiutato, ingannato, per chi si sente solo e sconfitto. Quest’oggi vi fanno compagni Maria e Giuseppe che non hanno saputo offrire al loro Bimbo niente di meglio che lo squallore e la puzza di una stalla per l’indifferenza e la chiusura di molti a Betlemme; che non hanno ricevuto visite se non quelle poco gratificanti dei pastori; che sanno il dolore di una porta sbattuta in faccia. E questo ci dice che il nostro Dio ancora oggi nasce proprio nel cuore dei nostri fallimenti e delle nostre ombre, che ha una parola in più capace di sconvolgere e rendere Grazia anche tutto quello che di negativo ci capita, che desidera stare accanto a tutti i poveri del mondo e far sentire il suo amore a chi è solo. E se è davvero così il Natale non può che essere parola consolante ma che esige anche una nostra conversione se siamo noi magari quelli che hanno esiliato qualcuno, fatto del male, voltato le spalle allo straniero, al povero, all’amico nel momento del bisogno. Se ti innamori di un Dio così di conseguenza anche tu diventi il prossimo di chiunque bussa alla tua porta.
E infine il Signore benedica tutti quelli che come me oggi si sentono poveri, inadeguati, con il cuore troppo piccolo e ripiegato sui propri moduli già mille volte battuti come sentieri di montagna, su chi sa che non è riuscito ancora ad emergere con le sue buone cose perché il tempo ci scivola fra le mani e la conversione si è limitata solo a buoni propositi. Oggi ci fa compagnia la stalla, la paglia e gli animali del presepio. Dio non si è risparmiato di scendere così in basso, ma tutta la sua vita sarà una parabola a scendere per raccogliere uno ad uno tutti gli ultimi della terra. Gesù bambino, con le braccia spalancate e con il sorriso sul labbro, con il tepore del suo corpo adagiato sulla paglia e che si fa circondare da quegli animali, ci ricorda che non è venuto perché noi emergessimo, ma perché ci lasciassimo sommergere dalla sua tenerezza. E per questo oggi non può che essere un buon Natale, buono come il nostro Dio.
l'omelia è come un evidenziatore che scorre sulle pagine della Parola che di domenica in domenica la Sapienza della Chiesa ci offre
giovedì 24 dicembre 2009
domenica 20 dicembre 2009
VI di Avvento - divina maternità della beata Vergine Maria
Ci sono attimi nella vita in cui il tempo sembra fermarsi, ci sono delle decisioni che hanno il profumo dell’eternità, c’è un mistero che ci strappa dalla banalità dello scorrere inesorabile dei giorni: quando ci innamoriamo, quando mettiamo la nostra vita nelle mani di qualcun altro, quando troviamo il coraggio di dare forma ai nostri sogni. Penso che il sì di Maria assomigli un po’ a tutto questo. L’angelo entra nei suoi giorni, uno squarcio di eternità la sorprende mentre i suoi progetti di sposa si stavano realizzando; nessuna violenza però: la Grazia, quando interpella la nostra vita, non distrugge nulla, ma corona di felicità i nostri desideri. E il suo sì è uno slancio pieno di gioia per un Signore che si è rivelato ricco di Misericordia, buono, estremamente paradossale nello scegliere una creatura così piccola e così insignificante agli occhi del mondo per portare a compimento la sua Alleanza; il suo sì è il tendersi delle braccia come un bimbo verso la madre.
In quell’attimo in Maria si uniscono il cielo e la terra. Il cielo, prima di allora così distante, così carico di enigmatica problematicità, è ora aperto all’umanità, fino a toccarla, fino a fondersi assieme come all’orizzonte del mare. La terra, non è più abbandonata o devastata ma visitata. Dio ha deciso di farsi prossimo a noi, solidale con i nostri palpiti amico delle nostre ore dolci o pesanti. È uno di noi e cammina con noi.
Il cielo ha avuto bisogno del sì della terra, la terra senza il cielo sarebbe rimasta deserta e barcollante nelle tenebre.
Mi colpisce sempre questo rispetto per la libertà dell’uomo del nostro Dio. Dio pendeva dalle labbra di una ragazza di Nazareth, gli angeli e tutto il creato hanno trattenuto il respiro per quella parola che Maria con coraggio ha pronunciato. Dio si è fatto bambino, si è consegnato nelle mani di questa donna e del suo sposo. Ha avuto bisogno delle attenzioni e delle premure di una madre, da lei ha imparato a parlare, a scrivere, a camminare, a guardarsi attorno e a giudicare e agire con estrema bontà. Di un Dio così non possiamo che innamorarci! Si consegna, si ritrae perché sia vinta per sempre la paura dell’uomo di perderci, antica come il Giardino di Genesi, e noi, a partire da questo suo primo passo, possiamo aprirci a lui e iniziare a tessere una storia d’amore.
E così questa domenica già profuma di Natale, è come un anticipo della festa che è ormai prossima. Il Signore è davvero vicino e non solo in senso cronologico, ci sta accanto, pianta i paletti della sua tenda fra di noi. E beati gli occhi che riescono a riconoscerlo: cambia tutto se è così!
Penso che la sosta di questa domenica ci aiuti ad allungare lo sguardo oltre il contingente, stimoli la nostra capacità contemplativa, ci aiuti a immergerci nel mare caldo dell’amore di Dio. E poi ci consegna alcuni tratti spirituali che non possiamo non fare nostri.
Anzitutto viviamo la consapevolezza che Dio per compiere il suo sogno ha deciso di avere bisogno del nostro sì! Ogni sì che diciamo è una possibilità perché il Regno si faccia realtà, ogni no è una porta sbattuta che non si aprirà mai più. Nel nostro quotidiano, che non è molto diverso da quello di Maria, fatto di sogni e di paure, di slanci e di perplessità, fatto di mille e più cose ordinarie, il Signore ci chiama a compiere la sua volontà proprio nell’obbedienza alla nostra vocazione, con una cura premurosa dei particolari che non sono poi così irrilevanti. E in questa obbedienza molti sapranno che Dio è con noi, saremo contagiosi di beatitudine.
E poi ancora l’evidenza che il cielo e la terra in Gesù hanno stretto pace e alleanza ci insegna a guardare il mondo con meno paura e con più speranza. Ho come l’impressione che ci sia una sorta di sfiducia nell’altro, nei nostri giovani, in chi arriva nelle nostre città per la prima volta, in chi ci sta accanto e ci arrocchiamo in nome di chissà quale privilegio da difendere trovando sempre nel cuore un motivo per essere depressi e arrabbiati. E così dimentichiamo che anche qui e ora Dio non ha smesso di camminare con noi e guarda con fiducia ad ognuno. Come sarebbe bello se ognuno uscisse di qui con questa certezza e iniziassimo a guardare con estrema tenerezza la nostra città, faremmo forse il regalo più gradito a tutti.
In quell’attimo in Maria si uniscono il cielo e la terra. Il cielo, prima di allora così distante, così carico di enigmatica problematicità, è ora aperto all’umanità, fino a toccarla, fino a fondersi assieme come all’orizzonte del mare. La terra, non è più abbandonata o devastata ma visitata. Dio ha deciso di farsi prossimo a noi, solidale con i nostri palpiti amico delle nostre ore dolci o pesanti. È uno di noi e cammina con noi.
Il cielo ha avuto bisogno del sì della terra, la terra senza il cielo sarebbe rimasta deserta e barcollante nelle tenebre.
Mi colpisce sempre questo rispetto per la libertà dell’uomo del nostro Dio. Dio pendeva dalle labbra di una ragazza di Nazareth, gli angeli e tutto il creato hanno trattenuto il respiro per quella parola che Maria con coraggio ha pronunciato. Dio si è fatto bambino, si è consegnato nelle mani di questa donna e del suo sposo. Ha avuto bisogno delle attenzioni e delle premure di una madre, da lei ha imparato a parlare, a scrivere, a camminare, a guardarsi attorno e a giudicare e agire con estrema bontà. Di un Dio così non possiamo che innamorarci! Si consegna, si ritrae perché sia vinta per sempre la paura dell’uomo di perderci, antica come il Giardino di Genesi, e noi, a partire da questo suo primo passo, possiamo aprirci a lui e iniziare a tessere una storia d’amore.
E così questa domenica già profuma di Natale, è come un anticipo della festa che è ormai prossima. Il Signore è davvero vicino e non solo in senso cronologico, ci sta accanto, pianta i paletti della sua tenda fra di noi. E beati gli occhi che riescono a riconoscerlo: cambia tutto se è così!
Penso che la sosta di questa domenica ci aiuti ad allungare lo sguardo oltre il contingente, stimoli la nostra capacità contemplativa, ci aiuti a immergerci nel mare caldo dell’amore di Dio. E poi ci consegna alcuni tratti spirituali che non possiamo non fare nostri.
Anzitutto viviamo la consapevolezza che Dio per compiere il suo sogno ha deciso di avere bisogno del nostro sì! Ogni sì che diciamo è una possibilità perché il Regno si faccia realtà, ogni no è una porta sbattuta che non si aprirà mai più. Nel nostro quotidiano, che non è molto diverso da quello di Maria, fatto di sogni e di paure, di slanci e di perplessità, fatto di mille e più cose ordinarie, il Signore ci chiama a compiere la sua volontà proprio nell’obbedienza alla nostra vocazione, con una cura premurosa dei particolari che non sono poi così irrilevanti. E in questa obbedienza molti sapranno che Dio è con noi, saremo contagiosi di beatitudine.
E poi ancora l’evidenza che il cielo e la terra in Gesù hanno stretto pace e alleanza ci insegna a guardare il mondo con meno paura e con più speranza. Ho come l’impressione che ci sia una sorta di sfiducia nell’altro, nei nostri giovani, in chi arriva nelle nostre città per la prima volta, in chi ci sta accanto e ci arrocchiamo in nome di chissà quale privilegio da difendere trovando sempre nel cuore un motivo per essere depressi e arrabbiati. E così dimentichiamo che anche qui e ora Dio non ha smesso di camminare con noi e guarda con fiducia ad ognuno. Come sarebbe bello se ognuno uscisse di qui con questa certezza e iniziassimo a guardare con estrema tenerezza la nostra città, faremmo forse il regalo più gradito a tutti.
domenica 13 dicembre 2009
V di avvento
Il nostro itinerario del tempo di Avvento sta giungendo al termine e se spingiamo lo sguardo più in là riusciamo già a vedere l’alba della Divina Maternità di Maria e del Natale del Signore. Oggi ci lasciamo prendere per mano dalla figura del Battista, il Precursore e se da un lato dobbiamo sottolineare la sua singolarità, dall’altra ci sono alcuni tratti della sua spiritualità che siamo chiamati a fare nostri.
Giovanni, per fare eco alla prima lettura, è il compimento della Promessa di Dio di accompagnare il suo Popolo con una Parola chiara che non lo faccia sbandare a destra o a sinistra e, nella fedeltà all’Alleanza, trovi riposo nella Terra Promessa. Per dirla con Gesù, Giovanni è il più grande fra i nati di donna perchè è come Elia, uomo dalla Parola forte, che, senza timore di nessuno, apre la strada al Messia. Viveva nelle solitudini del deserto, lontano dalle commistioni fra politica e religione, quasi come un eremita. Il suo fascino però richiamava le folle e tutti quelli che lo incontravano potevano trovare una parola su cui riflettere, lavorare spiritualmente e poi praticamente convertirsi. Il cuore deve allargarsi come una Tenda per accogliere la presenza di Dio; bisogna rimuovere quegli ostacoli che potrebbero essere da intralcio ai passi spediti di chi Dio desidera incontrare. Il Battista è stato Precursore in tutto rispetto a Gesù: nel servizio reso alla Parola del Regno e anche nella sofferenza e nella Passione. E questo fa di lui una figura del tutto speciale, irripetibile, che ha segnato la storia con la sua singolarità, e di questo dobbiamo prendere atto. Forse, come Israele di fronte a lui, anche noi, in questo scorcio di Avvento, chiediamoci quali tratti dobbiamo cambiare, quali abitudini ci hanno portato lontano dal Signore e dalla logica del suo Vangelo, per aprire l’orizzonte al Natale di Gesù.
Ma, come dicevo, ci sono anche alcuni aspetti della sua spiritualità che ci devono appartenere, che ci interpellano.
Anzitutto il suo essere testimone, con il dito puntato sullo Sposo, felice che incontri la sposa, felice di diminuire di fronte a lui. Il testimone non si mette di mezzo: indica e poi si scansa perchè si avveri l’incontro. Accogliere Gesù nella nostra vita, e nel prossimo Natale ancora ci dichiarerà la sua fedeltà a noi e a questa terra, vuol dire innamorarcene ma poi non possiamo trattenere per noi questa novità: la gioia del credente si moltiplica solo se si condivide. E noi possiamo solo mettere una mano sulla spalla delle persone a cui dobbiamo dare testimonianza ed essere felici, un giorno, di poterli lasciare a tu per tu con il Cristo. Ma allora a che cosa serve la nostra testimonianza se poi dobbiamo venire meno? E Dio non potrebbe fare tutto da solo? Sembra proprio di no! Ha deciso di legare l’annuncio del Vangelo alla nostra parola. Si può credere solo se accanto a te sta qualcuno che ha in cuore una gioia discreta e credibile, solo se vedi in un fratello una speranza diversa da quella che dà il mondo e non è spiegabile nei soli termini razionali, si crede solo se è promettente per la nostra vita la parola della fede che palpita in un altro. Se ci pensiamo bene, se oggi siamo qui, è perchè nella nostra vita abbiamo incontrato qualcuno così. E noi, per chi saremo testimoni affidabili?
Un altro tratto di Giovanni che dobbiamo fare nostro è la sua franchezza, fino a pagare di persona per amore del Vangelo come anche Paolo ci dice nella lettera. Il cristiano sa che solo fino ad un certo punto la società di sempre può andare d’accordo con la logica del pensiero di Dio. Ad un certo punto deve avvenire una frattura, una presa di distanza, deve irrompere nel nostro stile una modalità diversa di gestire il tempo, le cose e le relazioni. E la nostra vita, quasi senza accorgercene, diventa un appello alla coscienza degli altri. Forse solo nella misura in cui avremo dato fastidio a qualcuno avremo compiuto la nostra missione nel mondo. Assecondare chiunque significherebbe essere conformisti. Non si può tacere, per esempio, il riscatto per i poveri, l’annuncio dell’accoglienza agli ultimi e agli stranieri anche se questa parola scomoderà i potenti di turno che magari hanno pensato solo a rapide e pericolose scorciatoie: ma il servizio del Regno è, ultimamente, servizio al mondo.
E infine, essere come il Battista, significa tenere accesa in noi la nostra vocazione profetica, non spegnere la fiamma di quella parola tutta nostra attorno a cui abbiamo raccolto la nostra vita e che è stato il Signore a suggerirci: in poche parole, non dobbiamo smarrire il senso della nostra vocazione. Sarà in nome di questa parola che sapremo affrontare le difficoltà, attraversare la notte anche della fede, e camminare nella speranza del Regno.
Giovanni, per fare eco alla prima lettura, è il compimento della Promessa di Dio di accompagnare il suo Popolo con una Parola chiara che non lo faccia sbandare a destra o a sinistra e, nella fedeltà all’Alleanza, trovi riposo nella Terra Promessa. Per dirla con Gesù, Giovanni è il più grande fra i nati di donna perchè è come Elia, uomo dalla Parola forte, che, senza timore di nessuno, apre la strada al Messia. Viveva nelle solitudini del deserto, lontano dalle commistioni fra politica e religione, quasi come un eremita. Il suo fascino però richiamava le folle e tutti quelli che lo incontravano potevano trovare una parola su cui riflettere, lavorare spiritualmente e poi praticamente convertirsi. Il cuore deve allargarsi come una Tenda per accogliere la presenza di Dio; bisogna rimuovere quegli ostacoli che potrebbero essere da intralcio ai passi spediti di chi Dio desidera incontrare. Il Battista è stato Precursore in tutto rispetto a Gesù: nel servizio reso alla Parola del Regno e anche nella sofferenza e nella Passione. E questo fa di lui una figura del tutto speciale, irripetibile, che ha segnato la storia con la sua singolarità, e di questo dobbiamo prendere atto. Forse, come Israele di fronte a lui, anche noi, in questo scorcio di Avvento, chiediamoci quali tratti dobbiamo cambiare, quali abitudini ci hanno portato lontano dal Signore e dalla logica del suo Vangelo, per aprire l’orizzonte al Natale di Gesù.
Ma, come dicevo, ci sono anche alcuni aspetti della sua spiritualità che ci devono appartenere, che ci interpellano.
Anzitutto il suo essere testimone, con il dito puntato sullo Sposo, felice che incontri la sposa, felice di diminuire di fronte a lui. Il testimone non si mette di mezzo: indica e poi si scansa perchè si avveri l’incontro. Accogliere Gesù nella nostra vita, e nel prossimo Natale ancora ci dichiarerà la sua fedeltà a noi e a questa terra, vuol dire innamorarcene ma poi non possiamo trattenere per noi questa novità: la gioia del credente si moltiplica solo se si condivide. E noi possiamo solo mettere una mano sulla spalla delle persone a cui dobbiamo dare testimonianza ed essere felici, un giorno, di poterli lasciare a tu per tu con il Cristo. Ma allora a che cosa serve la nostra testimonianza se poi dobbiamo venire meno? E Dio non potrebbe fare tutto da solo? Sembra proprio di no! Ha deciso di legare l’annuncio del Vangelo alla nostra parola. Si può credere solo se accanto a te sta qualcuno che ha in cuore una gioia discreta e credibile, solo se vedi in un fratello una speranza diversa da quella che dà il mondo e non è spiegabile nei soli termini razionali, si crede solo se è promettente per la nostra vita la parola della fede che palpita in un altro. Se ci pensiamo bene, se oggi siamo qui, è perchè nella nostra vita abbiamo incontrato qualcuno così. E noi, per chi saremo testimoni affidabili?
Un altro tratto di Giovanni che dobbiamo fare nostro è la sua franchezza, fino a pagare di persona per amore del Vangelo come anche Paolo ci dice nella lettera. Il cristiano sa che solo fino ad un certo punto la società di sempre può andare d’accordo con la logica del pensiero di Dio. Ad un certo punto deve avvenire una frattura, una presa di distanza, deve irrompere nel nostro stile una modalità diversa di gestire il tempo, le cose e le relazioni. E la nostra vita, quasi senza accorgercene, diventa un appello alla coscienza degli altri. Forse solo nella misura in cui avremo dato fastidio a qualcuno avremo compiuto la nostra missione nel mondo. Assecondare chiunque significherebbe essere conformisti. Non si può tacere, per esempio, il riscatto per i poveri, l’annuncio dell’accoglienza agli ultimi e agli stranieri anche se questa parola scomoderà i potenti di turno che magari hanno pensato solo a rapide e pericolose scorciatoie: ma il servizio del Regno è, ultimamente, servizio al mondo.
E infine, essere come il Battista, significa tenere accesa in noi la nostra vocazione profetica, non spegnere la fiamma di quella parola tutta nostra attorno a cui abbiamo raccolto la nostra vita e che è stato il Signore a suggerirci: in poche parole, non dobbiamo smarrire il senso della nostra vocazione. Sarà in nome di questa parola che sapremo affrontare le difficoltà, attraversare la notte anche della fede, e camminare nella speranza del Regno.
sabato 21 novembre 2009
II di Avvento
Ma in fondo che differenza c’è fra chi crede e chi non crede? Tutti siamo gettati nella storia, veniamo dal buio dei tempi e la nostra vita va inesorabile verso un enigma irrisolvibile. Dobbiamo faticare per vivere, lottare, trovare scorciatoie per gustare la felicità, sempre più rara, sempre più a caro prezzo, parentesi esigua in un mare di difficoltà, angoscia e di sofferenza. E l’esistenza di Dio cosa aggiunge a tutto questo, cosa cambia a questa eterna lotta per sopravvivere?
Vivere come se Dio non ci fosse: questa è la tentazione anche per i credenti. Noi ogni domenica ci ritroviamo per spezzare il Pane, dopo aver ascoltato una Parola che è per noi fin dai secoli eterni, siamo in una comunità che dice di trovare nel Risorto il suo cuore ardente e offre la gioia e il perdono come un sostegno alla vita di ognuno, attendiamo il Regno e pronunciamo, per esempio nel Credo, parole di speranza capaci di far trasalire il mondo ma poi, fuori di qui, nella nostra vita spesso non cambia nulla. Penso che possiamo senza timore in questa seconda tappa di Avvento, che mette a tema le caratteristiche dei figli del Regno, lasciarci andare a queste considerazioni. È vero: noi siamo uomini incarnati nella nostra storia, non possiamo esimerci dal vivere nella nostra cultura che esaspera l’attimo presente, cancella la storia svuotandola di significato, teme il futuro e preferisce non guardarlo; noi ci sentiamo come tutti barcollare nella ricerca di una Verità spesso distante; siamo sempre sul crinale dell’angoscia ma c’è un di più per la nostra vita che dobbiamo accogliere e che si nasconde proprio nella nostra fede. C’è un tratto nel nostro cuore che ad un certo punto emerge, che sta in noi come una brace non ancora spenta che all’improvviso si avvampa di nuova forza, ed è la certezza che Dio, dal profondo silenzio dei secoli, è comparso sullo scenario della Storia e ha camminato in mezzo a noi aprendoci un nuovo orizzonte di senso, una possibilità di vivere, per esempio secondo il Vangelo delle Beatitudini, in modo radicalmente nuovo, è la certezza di non essere abbandonati, che tutto è nelle sue mani e anche noi non siamo dimenticati ma ricercati, voluti bene per quello che siamo, presi nel palmo della sua mano. Non siamo più uomini che a tentoni cercano di comprendere il Mistero di Dio, siamo persone visitate dall’alto, sorpresi dalla sua Grazia. I figli del Regno hanno nel cuore una gioia discreta che è frutto di una speranza antica e sempre nuova. Non è una maschera che ci poniamo con le nostre mani perché al primo colpo di vento dettato dalla sofferenza si spezzerebbe. La certezza dell’amore di Dio per noi sue creature può davvero cambiare tutto!
Proviamo allora a chiedere alla parola di questa domenica di suggerirci altri tratti dei figli del Regno.
Gli Assiri e gli Egiziani, ad est e ad ovest, spesso venivano a battaglia. Israele doveva compiere spesso la scelta di allearsi con gli uni contro gli altri e viceversa. Isaia annuncia il tempo della Riconciliazione, giorni in cui non solo i due popoli stipuleranno una pace ma abbracceranno la fede nell’unico Dio ed Israele sarà in mezzo a loro come un abbraccio di intercessione. I figli del Regno sono quelli che nei tempi della sofferenza, della battaglia, dello sconvolgimento guardano avanti con fiducia e sognano un orizzonte di pace; vedono i segni della primavera dove tutti vedono ancora l’inverno, vedono il rigonfiamento dei germogli sul ramo ancora secco; sanno che la storia, anche quella di ognuno, è in salita perché Dio è all’opera e allargano il loro cuore alla speranza e allo stesso tempo lottano, soffrono, intercedono per un mondo di pace, per una vita giusta e migliore.
Per dirla con Paolo, i figli del Regno sono quelli che penetrano i misteri di Cristo per illuminare ogni uomo. Non si può mettere una lampada sotto il lucerniere, diceva Gesù, perchè deve fare luce a tutti quelli che sono nella casa. I credenti non possono tenere fra le mani il dono di Grazia ricevuto perché presto si esaurirebbe: lo devono dividere e così si moltiplica: strana regola matematica! Significa che in ogni attimo della nostra vita noi siamo responsabili della gioia di chi ci circonda che non può prescindere dalla conoscenza di Cristo e della sua vita spezzata per noi.
E infine, secondo il Vangelo, i figli del Regno sono quelli che sanno che ha avuto inizio il vangelo di Cristo e la sua bellezza si dilata ancora oggi fra noi. Significa lasciarsi attrarre a colui che battezza in Spirito santo, ci fa trasalire e ci dona di entrare nella vita stessa di Dio. Ci sveste dell’uomo vecchio e ci dà il coraggio di essere eroi, santi, capaci di fare grandi cose, fosse anche di aggiungere una goccia d’acqua all’Oceano della Storia.
Vivere come se Dio non ci fosse: questa è la tentazione anche per i credenti. Noi ogni domenica ci ritroviamo per spezzare il Pane, dopo aver ascoltato una Parola che è per noi fin dai secoli eterni, siamo in una comunità che dice di trovare nel Risorto il suo cuore ardente e offre la gioia e il perdono come un sostegno alla vita di ognuno, attendiamo il Regno e pronunciamo, per esempio nel Credo, parole di speranza capaci di far trasalire il mondo ma poi, fuori di qui, nella nostra vita spesso non cambia nulla. Penso che possiamo senza timore in questa seconda tappa di Avvento, che mette a tema le caratteristiche dei figli del Regno, lasciarci andare a queste considerazioni. È vero: noi siamo uomini incarnati nella nostra storia, non possiamo esimerci dal vivere nella nostra cultura che esaspera l’attimo presente, cancella la storia svuotandola di significato, teme il futuro e preferisce non guardarlo; noi ci sentiamo come tutti barcollare nella ricerca di una Verità spesso distante; siamo sempre sul crinale dell’angoscia ma c’è un di più per la nostra vita che dobbiamo accogliere e che si nasconde proprio nella nostra fede. C’è un tratto nel nostro cuore che ad un certo punto emerge, che sta in noi come una brace non ancora spenta che all’improvviso si avvampa di nuova forza, ed è la certezza che Dio, dal profondo silenzio dei secoli, è comparso sullo scenario della Storia e ha camminato in mezzo a noi aprendoci un nuovo orizzonte di senso, una possibilità di vivere, per esempio secondo il Vangelo delle Beatitudini, in modo radicalmente nuovo, è la certezza di non essere abbandonati, che tutto è nelle sue mani e anche noi non siamo dimenticati ma ricercati, voluti bene per quello che siamo, presi nel palmo della sua mano. Non siamo più uomini che a tentoni cercano di comprendere il Mistero di Dio, siamo persone visitate dall’alto, sorpresi dalla sua Grazia. I figli del Regno hanno nel cuore una gioia discreta che è frutto di una speranza antica e sempre nuova. Non è una maschera che ci poniamo con le nostre mani perché al primo colpo di vento dettato dalla sofferenza si spezzerebbe. La certezza dell’amore di Dio per noi sue creature può davvero cambiare tutto!
Proviamo allora a chiedere alla parola di questa domenica di suggerirci altri tratti dei figli del Regno.
Gli Assiri e gli Egiziani, ad est e ad ovest, spesso venivano a battaglia. Israele doveva compiere spesso la scelta di allearsi con gli uni contro gli altri e viceversa. Isaia annuncia il tempo della Riconciliazione, giorni in cui non solo i due popoli stipuleranno una pace ma abbracceranno la fede nell’unico Dio ed Israele sarà in mezzo a loro come un abbraccio di intercessione. I figli del Regno sono quelli che nei tempi della sofferenza, della battaglia, dello sconvolgimento guardano avanti con fiducia e sognano un orizzonte di pace; vedono i segni della primavera dove tutti vedono ancora l’inverno, vedono il rigonfiamento dei germogli sul ramo ancora secco; sanno che la storia, anche quella di ognuno, è in salita perché Dio è all’opera e allargano il loro cuore alla speranza e allo stesso tempo lottano, soffrono, intercedono per un mondo di pace, per una vita giusta e migliore.
Per dirla con Paolo, i figli del Regno sono quelli che penetrano i misteri di Cristo per illuminare ogni uomo. Non si può mettere una lampada sotto il lucerniere, diceva Gesù, perchè deve fare luce a tutti quelli che sono nella casa. I credenti non possono tenere fra le mani il dono di Grazia ricevuto perché presto si esaurirebbe: lo devono dividere e così si moltiplica: strana regola matematica! Significa che in ogni attimo della nostra vita noi siamo responsabili della gioia di chi ci circonda che non può prescindere dalla conoscenza di Cristo e della sua vita spezzata per noi.
E infine, secondo il Vangelo, i figli del Regno sono quelli che sanno che ha avuto inizio il vangelo di Cristo e la sua bellezza si dilata ancora oggi fra noi. Significa lasciarsi attrarre a colui che battezza in Spirito santo, ci fa trasalire e ci dona di entrare nella vita stessa di Dio. Ci sveste dell’uomo vecchio e ci dà il coraggio di essere eroi, santi, capaci di fare grandi cose, fosse anche di aggiungere una goccia d’acqua all’Oceano della Storia.
domenica 15 novembre 2009
I di Avvento
Inizia oggi un nuovo anno liturgico. L’anno Liturgico segna il tempo sacro nello scorrere del tempo ordinario, la Grazia della presenza di Dio nella debolezza della storia dell’uomo. Auguri perché la Parola che ascolteremo, i Santi Segni della Liturgia che incontreremo e il Pane che spezzeremo aumentino la nostra Fede e la Fede si trasformi presto in Carità così che possiamo essere davvero persone nuove, profumati di Vangelo, con in un cuore una grande speranza, con le mani piene di futuro. Sappiamo che il nuovo Lezionario ambrosiano è strutturato in 3 grandi cicli: il Mistero dell’Incarnazione, che parte con oggi e si compie prima della Quaresima. Il mistero della Pasqua del Signore che abbraccia la Quaresima e le settimane dalla Pasqua alla Pentecoste e poi il tempo della Pentecoste che va dalla da quella Festa fino a Cristo Re. Con oggi entriamo dunque nella prima parte del Mistero dell’Incarnazione, nel tempo di Avvento. Le letture di queste settimane ci aiuteranno a rivivere l’attesa del Messia da parte di tutto Israele: ci metteremo dunque in ascolto delle profezie antiche e diremo che questa attesa si è compiuta in Gesù. Ma non solo: l’Avvento, mentre ci prepara al Natale, ci aiuta a rimanere in attesa del compimento del Regno con il nuovo ritorno del Signore. Ci aiuta ad affinare quell’attesa definitiva del Risorto. Perché così come il Signore si è affacciato nella Storia rivelando il suo Volto e restando fedele alla sua Promessa ritornerà fra noie sarà festa!
Penso che l’Avvento ci consegni fondamentalmente questi tratti spirituali che vanno maturati ogni giorno nella preghiera che soprattutto in questo tempo deve farsi ascolto intenso e contemplazione ammirata:
- affinare il senso dell’attesa relativizzando il presente perché la luce del Risorto che tornerà già ora ci fa comprendere su cosa è necessario puntare la nostra vita e cosa invece non merita la nostra fatica. È un esercizio che ci libera da ogni ansia. Se si vive così quello che il mondo considera così importante, il potere, il successo e la ricchezza, in realtà non ha valore mentre solo l’amore conta.
- Relativizzare il presente al futuro però non significa fuggirlo, tradirlo, dimenticarlo. La vigilanza, che è il modo giusto di attendere il futuro, ci chiede di non sprecare nemmeno un attimo della nostra vita a imitazione di Cristo, cioè nell’amore e nella consegna di noi stessi ognuno con la sua vocazione.
- Avere nel cuore la certezza che il Padre mantiene sempre le sue promesse e quindi scoprirci figli amati, accuditi, circondati da ogni premura.
Il tema di questa domenica è la venuta del Signore. Le letture sono avvolte di un velo di castrofismo, richiamano l’imminente venuta del Signore come di un’ora di Giudizio ineluttabile, si fanno appello a restare fedeli all’Alleanza, ad essere nel presente figli della luce per essere riconosciuti e abbracciati da Dio. Vorrei soffermarmi in particolare sul brano del vangelo. Gesù coglie l’occasione per parlare dei tempi ultimi profetizzando la distruzione del Tempio e di Gerusalemme. Quando Luca scrive probabilmente tutto questo era già accaduto, e possiamo immaginare le reazioni di sconcerto, paura, il senso di sconfitta e anche di disperazione della comunità ebraica e anche di quella cristiana costrette ad abbandonare la propria terra e iniziare quel pellegrinaggio che si è protratto nei secoli, a sottostare a leggi di paesi culturalmente e religiosamente agli antipodi rispetto alla propria fede, a rischiare la vita per difendere le proprie radici. Ritrovare nelle parole di Gesù l’adempiersi della profezia doveva suscitare grande stupore, meraviglia, una luce. Se Gesù sapeva vuol dire allora che la storia non è dettata dal caso o dalle forze del male, che questo è un passaggio necessario, una crisi, una spaccatura con ciò che stava prima ma che fa da preludio ai tempi della stabilità del Regno. È possibile allora trovare speranza anche nei giorni della’marezza e dello sconforto, ritrovare dignità, alzare il capo e non guardare al cielo come ad un Nemico ma come ad un Dio che misteriosamente non ha smesso mai di accompagnarci e che ci prepara un futuro di pace. Senza questa contestualizzazione storica questa pagina rischia di essere incompresa. Ma cosa dice a noi in questo scorcio di inizio millennio. Forse che i tempi della distruzione, della violenza, della prova della fede, per cui ti trovi a pagare in prima persona se vuoi essere coerente con il Vangelo di Gesù, non sono ancora finiti, forse che i nostri giorni, come allora, sono preludio del Regno che certamente verrà. E più tarda a venire e più il cuore, di fronte alla scelta di raffreddarsi, invece deve raccogliere la sfida della vigilanza e tenersi caldo. Gli atteggiamenti che Gesù propone ai suoi valgono allora anche per noi e potremmo sintetizzarli con sue parole: il coraggio e la speranza.
Il credente è un uomo coraggioso, che guarda in faccia la storia, sa prendere posizione, sa discernere nel presente ciò che è giusto da ciò che è sbagliato al costo di pagare, di rimanere da solo, di affrontare a testa alta ogni sfida. Di più, il coraggio è l’agire del cuore (cor-agere), dunque significa non smarrire la propria anima, non svendere il proprio cuore, perseverare nell’amore pur fra mille paure. E poi la speranza. Questa forse è la cosa che contraddistingue più di ogni altro uomo il credente. La speranza infatti non è solo non cedere al pessimismo, non è un banale ottimismo ma è la convinzione che le cose non possono che andare bene perché chi ha in mano il timone della storia è il Dio della vita. La speranza è come una gioia discreta che nasce dal cuore e ti fa camminare con il sorriso mentre tutto attorno invita alla disperazione. La Speranza è ciò di cui più siamo a corto nel nostro mondo che è irrimediabilmente ripiegato sulle cose del presente e non sa più alzare lo sguardo. Il credente lo riconosci da come guarda le cose del presente e da come sa attendere il futuro in sé e negli altri.
Penso che l’Avvento ci consegni fondamentalmente questi tratti spirituali che vanno maturati ogni giorno nella preghiera che soprattutto in questo tempo deve farsi ascolto intenso e contemplazione ammirata:
- affinare il senso dell’attesa relativizzando il presente perché la luce del Risorto che tornerà già ora ci fa comprendere su cosa è necessario puntare la nostra vita e cosa invece non merita la nostra fatica. È un esercizio che ci libera da ogni ansia. Se si vive così quello che il mondo considera così importante, il potere, il successo e la ricchezza, in realtà non ha valore mentre solo l’amore conta.
- Relativizzare il presente al futuro però non significa fuggirlo, tradirlo, dimenticarlo. La vigilanza, che è il modo giusto di attendere il futuro, ci chiede di non sprecare nemmeno un attimo della nostra vita a imitazione di Cristo, cioè nell’amore e nella consegna di noi stessi ognuno con la sua vocazione.
- Avere nel cuore la certezza che il Padre mantiene sempre le sue promesse e quindi scoprirci figli amati, accuditi, circondati da ogni premura.
Il tema di questa domenica è la venuta del Signore. Le letture sono avvolte di un velo di castrofismo, richiamano l’imminente venuta del Signore come di un’ora di Giudizio ineluttabile, si fanno appello a restare fedeli all’Alleanza, ad essere nel presente figli della luce per essere riconosciuti e abbracciati da Dio. Vorrei soffermarmi in particolare sul brano del vangelo. Gesù coglie l’occasione per parlare dei tempi ultimi profetizzando la distruzione del Tempio e di Gerusalemme. Quando Luca scrive probabilmente tutto questo era già accaduto, e possiamo immaginare le reazioni di sconcerto, paura, il senso di sconfitta e anche di disperazione della comunità ebraica e anche di quella cristiana costrette ad abbandonare la propria terra e iniziare quel pellegrinaggio che si è protratto nei secoli, a sottostare a leggi di paesi culturalmente e religiosamente agli antipodi rispetto alla propria fede, a rischiare la vita per difendere le proprie radici. Ritrovare nelle parole di Gesù l’adempiersi della profezia doveva suscitare grande stupore, meraviglia, una luce. Se Gesù sapeva vuol dire allora che la storia non è dettata dal caso o dalle forze del male, che questo è un passaggio necessario, una crisi, una spaccatura con ciò che stava prima ma che fa da preludio ai tempi della stabilità del Regno. È possibile allora trovare speranza anche nei giorni della’marezza e dello sconforto, ritrovare dignità, alzare il capo e non guardare al cielo come ad un Nemico ma come ad un Dio che misteriosamente non ha smesso mai di accompagnarci e che ci prepara un futuro di pace. Senza questa contestualizzazione storica questa pagina rischia di essere incompresa. Ma cosa dice a noi in questo scorcio di inizio millennio. Forse che i tempi della distruzione, della violenza, della prova della fede, per cui ti trovi a pagare in prima persona se vuoi essere coerente con il Vangelo di Gesù, non sono ancora finiti, forse che i nostri giorni, come allora, sono preludio del Regno che certamente verrà. E più tarda a venire e più il cuore, di fronte alla scelta di raffreddarsi, invece deve raccogliere la sfida della vigilanza e tenersi caldo. Gli atteggiamenti che Gesù propone ai suoi valgono allora anche per noi e potremmo sintetizzarli con sue parole: il coraggio e la speranza.
Il credente è un uomo coraggioso, che guarda in faccia la storia, sa prendere posizione, sa discernere nel presente ciò che è giusto da ciò che è sbagliato al costo di pagare, di rimanere da solo, di affrontare a testa alta ogni sfida. Di più, il coraggio è l’agire del cuore (cor-agere), dunque significa non smarrire la propria anima, non svendere il proprio cuore, perseverare nell’amore pur fra mille paure. E poi la speranza. Questa forse è la cosa che contraddistingue più di ogni altro uomo il credente. La speranza infatti non è solo non cedere al pessimismo, non è un banale ottimismo ma è la convinzione che le cose non possono che andare bene perché chi ha in mano il timone della storia è il Dio della vita. La speranza è come una gioia discreta che nasce dal cuore e ti fa camminare con il sorriso mentre tutto attorno invita alla disperazione. La Speranza è ciò di cui più siamo a corto nel nostro mondo che è irrimediabilmente ripiegato sulle cose del presente e non sa più alzare lo sguardo. Il credente lo riconosci da come guarda le cose del presente e da come sa attendere il futuro in sé e negli altri.
sabato 7 novembre 2009
Cristo Re dell'universo
Non smetto mai di ricordare, quando celebriamo questa festa, la sua origine. È stato un vero e proprio azzardo quello di Papa Pio XI, in un tempo in cui regnavano i più terribili totalitarismi della storia, dire che l’unico vero Re è il Crocifisso Risorto, Gesù di Nazareth. Era una sfida aperta, conforme al suo carattere deciso e lucido, a chi aveva confuso il servizio della politica con il potere, a chi si era lasciato prendere dal delirio di onnipotenza, a chi pensava di potersi sostituire a Dio,a chi toglieva la libertà ai popoli in nome di una superiorità razziale e culturale, a chi pretendeva di lasciare un segno nella storia che poi si è rivelato essere morte, distruzione e violenza. E a distanza di quasi un secolo, oggi, possiamo dare ragione a questo grande Papa e dire che se tutto passa Cristo resta, che anche le ideologie apparentemente più forti hanno il loro tramonto, che tutto ciò che umano ha un inizio, si evolve e poi finisce. Rimane invece la Buona Notizia che Dio ha tanto amato il mondo da dare la vita del suo Figlio e che nell’abbraccio di quella Croce siamo anche noi raccolti dalle nostre strade disperse e diventati amici, addirittura familiari di Dio, con il cuore il segreto di un Regno in cui le coordinate di questo mondo vengono ribaltate e i piccoli sono resi grandi.
Ma c’è da dire che questa è anche l’ultima domenica dell’anno liturgico; si chiude un ciclo in cui il Signore ha spezzato in abbondanza il Pane della Parola e ci ha chiamati alla conversione e alla santità. Come per ogni stagione che si chiude, sarà importante in questa settimana fermarsi, trovare riposo nella preghiera per chiedersi cosa ne è stato di questo ascolto, quali passi abbiamo mosso in avanti per diventare più simili a Cristo e poi per lasciarsi sommergere dalla Misericordia per tutte le nostre distanze, le nostre incertezze, le nostre paure. Chiudere il tempo liturgico nel segno della regalità del Crocifisso Risorto è fare anche una professione di fede nella certezza che il nostro tempo non è destinato al nulla, il nostro mondo non va verso nessun annichilimento ma verso questo Signore che ha nelle sue mani il segreto del Tempo, i cardini della storia e prepara per noi un orizzonte definitivo di Pace. Il cristiano non può essere pessimista, è poco per lui essere anche ottimista: il cristiano vive già ora la Speranza del Regno e questo dona al cuore uno sguardo purificato su se stessi e sul mondo e anche una certa relativizzazione di tutto ciò che abbiamo attorno ma che sappiamo non essere la sola realtà. E così ci potranno essere avvenimenti che ci scandalizzano, che ci turbano, che ci toglieranno qualche volta il sonno ma mai nulla che distrugga la nostra pace, un po’come il mare che spesso è sconvolto da grandi tempeste ma solo in superficie perché nei fondali regna la calma più assoluta.
E ora veniamo alle letture che la Liturgia di quest’oggi ci propone. Il cuore è la scena della crocifissione e il perdono offerto al ladro e da qui le parole di Paolo che si fanno canto per un Signore che in modo del tutto inaspettato si è inabissato nella profondità della nostra umanità fino a toccare il punto più basso e che Dio ha risollevato nella Risurrezione, come un sì che lo ha tratto dalla morte perché l’amore non può avere fine, perché l’amore vince sopra tutto. E poi fa eco alla vicenda di Cristo la profezia del servo sofferente di Isaia che ha reso nella debolezza il suo messia segno di salvezza per Israele e luce per tutte le nazioni.
È un re strano quello che ci propone l’affresco della Parola e non smetteremmo mai di contemplarlo. Non ha potere se non l’amore che vince ogni cosa, anche le durezze dei cuori più ostinati come quello di un ladro che si pente e che è il primo a mettere piede in Paradiso, prima ancora di tutti i giusti del Primo Testamento. Non ha forza se non la debolezza che si spezza per accogliere la Potenza di un Dio che non abbandona mai. Non mette distanze con l’uomo, non ha gente che gli guarda le spalle, non ha nulla che lo protegga perché ha deciso di stare, condividere, fare comunione con tutti i poveri della terra e mettersi dalla loro parte fino a pagare di persona ogni cosa, fino a pagare per ogni persona. E in quella croce si riassume tutta l’Alleanza che Dio ha desiderato con il suo popolo, si riassume tutta la voglia di comunione di un Signore che ha messo la sua creatura accanto a sé e non sotto di sé e con lei desidera costruire un legame di amore.
Essere discepoli del crocifisso risorto, accogliere in noi la sua regalità ha conseguenze molto precise per i nostri giorni.
Anzitutto come comunità abbiamo la consapevolezza di essere stati generati dal fianco aperto di quella croce, in quel crocifisso noi ritroviamo la forza di essere nel mondo segno alternativo di un amore che sconvolge la logica del mondo. Insieme dobbiamo raccontare all’uomo di oggi che ci sono valori per cui vale la pena sporcarsi le mani e altri che bisogna mettere sempre su un piano secondo. Solo l’amore conta, la Chiesa perde se insegue segni di potere piuttosto che incidere nella storia con il potere sei segni che si richiamano esplicitamente al suo Maestro di Nazareth.
E poi anche noi come lui siamo chiamati a diventare luce per le nazioni, luce per tutte le persone che incontriamo negli attimi della nostra vita. c’è un agire discreto del credente che però deve incidere nelle strutture del mondo per renderlo simile al Paradiso. Se si accoglie Cristo come unico riferimento si apre un orizzonte di vita nuova.
Ma c’è da dire che questa è anche l’ultima domenica dell’anno liturgico; si chiude un ciclo in cui il Signore ha spezzato in abbondanza il Pane della Parola e ci ha chiamati alla conversione e alla santità. Come per ogni stagione che si chiude, sarà importante in questa settimana fermarsi, trovare riposo nella preghiera per chiedersi cosa ne è stato di questo ascolto, quali passi abbiamo mosso in avanti per diventare più simili a Cristo e poi per lasciarsi sommergere dalla Misericordia per tutte le nostre distanze, le nostre incertezze, le nostre paure. Chiudere il tempo liturgico nel segno della regalità del Crocifisso Risorto è fare anche una professione di fede nella certezza che il nostro tempo non è destinato al nulla, il nostro mondo non va verso nessun annichilimento ma verso questo Signore che ha nelle sue mani il segreto del Tempo, i cardini della storia e prepara per noi un orizzonte definitivo di Pace. Il cristiano non può essere pessimista, è poco per lui essere anche ottimista: il cristiano vive già ora la Speranza del Regno e questo dona al cuore uno sguardo purificato su se stessi e sul mondo e anche una certa relativizzazione di tutto ciò che abbiamo attorno ma che sappiamo non essere la sola realtà. E così ci potranno essere avvenimenti che ci scandalizzano, che ci turbano, che ci toglieranno qualche volta il sonno ma mai nulla che distrugga la nostra pace, un po’come il mare che spesso è sconvolto da grandi tempeste ma solo in superficie perché nei fondali regna la calma più assoluta.
E ora veniamo alle letture che la Liturgia di quest’oggi ci propone. Il cuore è la scena della crocifissione e il perdono offerto al ladro e da qui le parole di Paolo che si fanno canto per un Signore che in modo del tutto inaspettato si è inabissato nella profondità della nostra umanità fino a toccare il punto più basso e che Dio ha risollevato nella Risurrezione, come un sì che lo ha tratto dalla morte perché l’amore non può avere fine, perché l’amore vince sopra tutto. E poi fa eco alla vicenda di Cristo la profezia del servo sofferente di Isaia che ha reso nella debolezza il suo messia segno di salvezza per Israele e luce per tutte le nazioni.
È un re strano quello che ci propone l’affresco della Parola e non smetteremmo mai di contemplarlo. Non ha potere se non l’amore che vince ogni cosa, anche le durezze dei cuori più ostinati come quello di un ladro che si pente e che è il primo a mettere piede in Paradiso, prima ancora di tutti i giusti del Primo Testamento. Non ha forza se non la debolezza che si spezza per accogliere la Potenza di un Dio che non abbandona mai. Non mette distanze con l’uomo, non ha gente che gli guarda le spalle, non ha nulla che lo protegga perché ha deciso di stare, condividere, fare comunione con tutti i poveri della terra e mettersi dalla loro parte fino a pagare di persona ogni cosa, fino a pagare per ogni persona. E in quella croce si riassume tutta l’Alleanza che Dio ha desiderato con il suo popolo, si riassume tutta la voglia di comunione di un Signore che ha messo la sua creatura accanto a sé e non sotto di sé e con lei desidera costruire un legame di amore.
Essere discepoli del crocifisso risorto, accogliere in noi la sua regalità ha conseguenze molto precise per i nostri giorni.
Anzitutto come comunità abbiamo la consapevolezza di essere stati generati dal fianco aperto di quella croce, in quel crocifisso noi ritroviamo la forza di essere nel mondo segno alternativo di un amore che sconvolge la logica del mondo. Insieme dobbiamo raccontare all’uomo di oggi che ci sono valori per cui vale la pena sporcarsi le mani e altri che bisogna mettere sempre su un piano secondo. Solo l’amore conta, la Chiesa perde se insegue segni di potere piuttosto che incidere nella storia con il potere sei segni che si richiamano esplicitamente al suo Maestro di Nazareth.
E poi anche noi come lui siamo chiamati a diventare luce per le nazioni, luce per tutte le persone che incontriamo negli attimi della nostra vita. c’è un agire discreto del credente che però deve incidere nelle strutture del mondo per renderlo simile al Paradiso. Se si accoglie Cristo come unico riferimento si apre un orizzonte di vita nuova.
domenica 1 novembre 2009
II domenica dopo la Dedicazione del Duomo
Ci sono parole che bisognerebbe centellinare tanto sono belle, tanto sono capaci di aprire il cuore e di dargli consolazione. Mi riferisco all’Epistola di Paolo agli Efesini. L’evento della Pasqua di Gesù ha riconciliato Dio all’umanità, ha dato pace al cuore dei pagani e al cuore degli ebrei: Dio non è il Giudice severo che imprigiona la nostra libertà in precetti e leggi che non sono capaci di saziare la nostra attesa di felicità; Dio non è un’invenzione dell’uomo che ha bisogno di idealizzare i suoi desideri più profondi o che ha bisogno di cercare parole capaci di aiutarlo a superare la sua atavica paura della morte: Dio è il Padre di Gesù che ama l’umanità e la invita a entrare nella sua logica, nel suo Regno, nella sua famiglia. Dio è promessa compiuta di eternità e il suo Amore incrocia i nostri desideri e dà loro compimento.
Mi chiedo spesso che cosa sarebbe stato se Paolo non avesse sognato durante una notte, ma forse era il sogno di tutta una vita, di oltrepassare i confini dell’occidente e annunciare il suo Vangelo e poi, in obbedienza allo Spirito, approdare in Macedonia.
E ancora cosa sarebbe accaduto se a Gerusalemme, durante quell’adunanza, i discepoli con gli apostoli avessero chiuso le porte del Vangelo ai pagani.
E poi ancora se il Vangelo non fosse approdato nelle culture di tutti i popoli lungo i tempi con lo sforzo dell’intelligenza e la missione di tanti uomini e donne.
Forse si sarebbe tradita la visione di Isaia che vedeva il Tempio trasformato in casa di preghiera per tutte le genti, si sarebbe tradito senz’altro lo slancio di Gesù di abbracciare uomini e donne oltre il confine della cultura d’Israele
Forse noi non saremmo qui oggi, forse non avremmo mai incontrato come compagno e amico della nostra vita il Dio dell’Alleanza, non sapremmo cosa significa amare sino alla fine, non potremmo poggiare i nostri piedi sulle orme di Gesù, la nostra vita sarebbe alla disperata ricerca di un senso, di un oltre capace di saziare le attese di felicità, saremmo con le mani tese al cielo per capire chi lo abita e non ci avrebbe sorpreso dall’alto la luce di un Dio che invece si fa mano tesa all’uomo, rivelazione inedita di un’Alleanza eterna.
Nel Vangelo Gesù racconta una parabola per dire alla sua gente l’urgenza di accogliere in lui il Messia, di non perdere per sempre l’attimo della fede, ma allo stesso tempo parla di una festa a cui iniziano a partecipare primi fra tutti persone inizialmente estranee al Regno, gli ultimi, i pagani.
Vorrei ora fare eco al brano di Vangelo e dire che anche per noi è possibile declinare l’invito alla festa del Regno quando la nostra fede si appiattisce nei moduli di sentieri già battuti e si fa formalismo, religiosità di facciata. C’è una terra nascosta in ognuno di noi, nelle profondità del nostro cuore, e che non è stata ancora toccata dal raggio del Vangelo. C’è un angolo di paganesimo in ognuno di noi, C’è una parte di noi che assomiglia a quei poveri che vivono sulle strade e che vorremmo volentieri lasciare fuori: sono le nostre ferite più nascoste, le nostre paure più vere, le nostre domande che urlano in noi, sono le ansie che ostacolano la nostra gioia e la nostra libertà. La Parola vuole invitare anche questa parte di noi alla festa del Regno, non tiriamoci indietro perché Gesù ci ama per quello che siamo e ci vuole guarire proprio come poveri pellegrini e ci invita a gettare le nostre maschere di efficienza e di autoreferenzialità.
Ma poi possiamo declinare l’invito quando noi non scendiamo sulle nostre strade e rinunciamo ad essere missionari nel nostro quartiere. Lasciamo mancare alla nostra festa figli che Dio ama,i nostri ragazzi, i nostri giovani, i nostri vicini o i nostri colleghi o per un eccesso di orgoglio, perché crediamo che non ne sono degni, o per un difetto di autostima perché crediamo che non ci darebbe retta nessuno. Il Vangelo è per tutti e desidera correre ancora sulle nostre strade, proprio ora: non possiamo fermarlo in noi, perché il suo dono presto potrebbe appassire.
Decliniamo l’invito alla festa quando ci mettiamo da parte e non accogliamo fra noi fratelli di altre culture o di altri popoli che devono incontrare il Vangelo come proposta credibile nella nostra Carità discreta.
Decliniamo l’invito quando ci assale la sfiducia e non pensiamo che questo nostro tempo è il tempo della Grazia per tutti gli uomini e che lo Spirito non vuole fare a meno del nostro sì per una nuova primavera.
Mi chiedo spesso che cosa sarebbe stato se Paolo non avesse sognato durante una notte, ma forse era il sogno di tutta una vita, di oltrepassare i confini dell’occidente e annunciare il suo Vangelo e poi, in obbedienza allo Spirito, approdare in Macedonia.
E ancora cosa sarebbe accaduto se a Gerusalemme, durante quell’adunanza, i discepoli con gli apostoli avessero chiuso le porte del Vangelo ai pagani.
E poi ancora se il Vangelo non fosse approdato nelle culture di tutti i popoli lungo i tempi con lo sforzo dell’intelligenza e la missione di tanti uomini e donne.
Forse si sarebbe tradita la visione di Isaia che vedeva il Tempio trasformato in casa di preghiera per tutte le genti, si sarebbe tradito senz’altro lo slancio di Gesù di abbracciare uomini e donne oltre il confine della cultura d’Israele
Forse noi non saremmo qui oggi, forse non avremmo mai incontrato come compagno e amico della nostra vita il Dio dell’Alleanza, non sapremmo cosa significa amare sino alla fine, non potremmo poggiare i nostri piedi sulle orme di Gesù, la nostra vita sarebbe alla disperata ricerca di un senso, di un oltre capace di saziare le attese di felicità, saremmo con le mani tese al cielo per capire chi lo abita e non ci avrebbe sorpreso dall’alto la luce di un Dio che invece si fa mano tesa all’uomo, rivelazione inedita di un’Alleanza eterna.
Nel Vangelo Gesù racconta una parabola per dire alla sua gente l’urgenza di accogliere in lui il Messia, di non perdere per sempre l’attimo della fede, ma allo stesso tempo parla di una festa a cui iniziano a partecipare primi fra tutti persone inizialmente estranee al Regno, gli ultimi, i pagani.
Vorrei ora fare eco al brano di Vangelo e dire che anche per noi è possibile declinare l’invito alla festa del Regno quando la nostra fede si appiattisce nei moduli di sentieri già battuti e si fa formalismo, religiosità di facciata. C’è una terra nascosta in ognuno di noi, nelle profondità del nostro cuore, e che non è stata ancora toccata dal raggio del Vangelo. C’è un angolo di paganesimo in ognuno di noi, C’è una parte di noi che assomiglia a quei poveri che vivono sulle strade e che vorremmo volentieri lasciare fuori: sono le nostre ferite più nascoste, le nostre paure più vere, le nostre domande che urlano in noi, sono le ansie che ostacolano la nostra gioia e la nostra libertà. La Parola vuole invitare anche questa parte di noi alla festa del Regno, non tiriamoci indietro perché Gesù ci ama per quello che siamo e ci vuole guarire proprio come poveri pellegrini e ci invita a gettare le nostre maschere di efficienza e di autoreferenzialità.
Ma poi possiamo declinare l’invito quando noi non scendiamo sulle nostre strade e rinunciamo ad essere missionari nel nostro quartiere. Lasciamo mancare alla nostra festa figli che Dio ama,i nostri ragazzi, i nostri giovani, i nostri vicini o i nostri colleghi o per un eccesso di orgoglio, perché crediamo che non ne sono degni, o per un difetto di autostima perché crediamo che non ci darebbe retta nessuno. Il Vangelo è per tutti e desidera correre ancora sulle nostre strade, proprio ora: non possiamo fermarlo in noi, perché il suo dono presto potrebbe appassire.
Decliniamo l’invito alla festa quando ci mettiamo da parte e non accogliamo fra noi fratelli di altre culture o di altri popoli che devono incontrare il Vangelo come proposta credibile nella nostra Carità discreta.
Decliniamo l’invito quando ci assale la sfiducia e non pensiamo che questo nostro tempo è il tempo della Grazia per tutti gli uomini e che lo Spirito non vuole fare a meno del nostro sì per una nuova primavera.
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