martedì 5 gennaio 2010

Epifania del Signore

vennero da oriente a Gerusalemme…
ed erano uomini saggi, pieni di quella sapienza che però non gonfia, che non si ferma all’evidenza dei dati ma vuole risalire al perché delle cose. Erano sempre riconsegnati alla loro infinita pochezza di fronte all’universo, al cielo a lungo scrutato nelle limpide e fredde notti d’oriente: sono dotti e si sentivano sempre come bambini colmi di stupore di fronte ad ogni novità.
La giovinezza davvero non è un fatto banalmente anagrafico: ho conosciuti giovani invecchiati troppo in fretta e vecchi che sono rimasti giovani ! La vita ha senso solo se è vissuta nella ricerca, nel non accontentarsi mai non solo della menzogna ma anche delle mezze verità, se non ci si accomoda sui primissimi risultati e nemmeno sui secondi ma si tende sempre all’oltre, all’orizzonte grande della verità; quando si ha il coraggio di porsi grandi domande, di scendere in solitudine nei meandri più nascosti del proprio cuore, fino a star male, di fronte alla vita, alla sofferenza e alla morte, quando non si mette un punto definitivo sugli altri ma si ha sempre il coraggio di stupirsi, quando anche la propria vita non si sclerotizza nei moduli consueti ma sa evolversi e crescere con il passare dei giorni, quando la paura di sbagliare non ci impedisce di metterci in cammino perché è ben più grave restare immobili. E così si scopre che la felicità non è solo nella meta ma anche, se non soprattutto, nel cammino. Devo dire grazie a tutte le anime inquiete che ho incontrato nel mio cammino, a tutti quelli che mi hanno aperto gli occhi ad una verità che ignoravo o non volevo conoscere, a chi mi ha aiutato a cambiare idea su qualcosa o su qualcuno, a quei santi che hanno vissuto la notte del cuore e, dopo tanto dolore, sono stati capaci di rimettersi nelle mani della Provvidenza lasciandosi modellare perchè anche la fede non è mai un assioma assunto definitivamente ma un pungolo a non essere soddisfatti dell’evidenza e a cercare motivi sempre più credibili per affidarsi alle braccia di un Dio. E quel Dio, che a volte ama nascondersi nella nebbia e giocare a nascondino con la sua creatura, sembra apprezzare chi è in ricerca e non piuttosto chi pensa di conoscerlo come un teorema noioso o come un compendio moralistico: lui, ai primi, non fa mancare quei segni necessari che assomigliano a quella stella apparsa nel cielo all’improvviso.
videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono
il loro cammino approda a Betlemme, nell’unica casa dove mai nessuno avrebbe potuto immaginare esserci un re. Eppure la stella parlava chiaro e brillava proprio sopra quella stalla. Devono immediatamente fare i conti con la paradossalità dell’evento. Qualcosa alla vista di quel bambino e di quella donna li avrà convinti e loro, che non appartengono al popolo eletto, lo adorano con un gesto che solo i grandi del passato avevano compiuto di fronte a qualche manifestazione di Dio. Hanno compreso bene che Dio non ama dimorare nei palazzi dei re: si sarebbe fatto complice di logiche troppo interessate al potere; non sta nella curata rifinitura dei templi perché avrebbe perso la sua libertà: Dio non può che essere povero, ritrarsi, per fare spazio all’altro di accoglierlo, non può che essere solidale in tutto con gli ultimi di questo mondo per riscattarli, non può non occupare il posto più basso per far sorgere dalla polvere della terra una rivoluzione capace di squassare i sistemi più rigidi. Beati saremo noi se ci lasceremo prendere dalla paradossale bellezza di questa povertà perché avremo compreso il carattere del nostro Dio. Beati noi se ci lasceremo contagiare da questo cammino che non si risparmia di scendere in basso ma solo perché l’amore è estroversione e tende a dare la vita.
per un’altra strada fecero ritorno al loro paese
questi cercatori di Dio sanno sempre trovare strade alternative, anche ora non si accontentano di percorrere lo stesso cammino per tornare al loro paese: si fidano dei loro sogni e azzardano sentieri non ancora battuti. È il segno questo che hanno davvero incontrato il Signore e che dovranno continuare a cercarlo nella loro vita, per non tradirlo devono nuovamente gettarsi nell’avventura. Il segno che anche noi abbiamo trovato il Bambino, ci siamo lasciati rapire dalla rivelazione del nostro Dio, sta nel coraggio di intraprendere vie nuove, dal sapore evangelico, nella trama di tutti i giorni. Forse in una vita come la tratteggia Paolo nella lettera a Tito, forse in gesti di carità discreta e per questo davvero incisivi, forse nella gioia che non è mai sguaiata ma sempre contraddistinta da un sorriso. E nel cielo della nostra vita qualcuno si farà certamente compagno di volo.

domenica 27 dicembre - san Giovanni apostolo ed Evangelista

Mi piace vedere come una spregiudicatezza la convinzione della Chiesa di non limitare al solo arco di 24 ore l’evento dell’Incarnazione del Figlio ma di dilatarlo per 8 giorni: nasce così l’ottava del Natale, 8 giorni-un unico giorno! In un gioco di differenti prospettive la Liturgia continua a farci mettere in ginocchio ai piedi del Bambino, a farci contemplare il mistero della prossimità del nostro Dio. E così Stefano, di cui ieri abbiamo celebrato la festa, Giovanni, i Martiri Innocenti, non sono che amici che ci prendono per mano e ci portano fino a Betlemme per raccontarci cosa accade se si accoglie sul serio Gesù nella propria vita, se si fa spazio nella Tenda del nostro cuore perché lui vi prenda dimora.
Vedere e guardare: mi sembra che su questo binomio di verbi si giochi la prima suggestione che la Parola di oggi ci comunica. Non sono sinonimi. Guardare è un passo oltre il vedere. Ognuno è capace di vedere il mondo e le persone che lo circondano. Non tutti invece sono capaci di guardare perché significa penetrare, andare oltre le apparenze, conservare nel cuore quanto ci circonda lasciandosi interrogare per poi solo alla fine esprimere un giudizio. L’amicizia nasce quando non vedi più nell’altro solo un compagno di viaggio ma guardi in lui un fratello che condivide con te lo stesso orizzonte; l’amore nasce quando accanto a te non vedi solo una delle donne ma guardi in lei la tua promessa di felicità; la fede nasce perché hai saputo guardare in alcuni segni nel cammino della vita la presenza di Dio Padre. Giovanni è uno che ha saputo guardare Gesù, nella sua umanità ha scrutato i segni della presenza di Dio, anche ai piedi della croce non ha visto solo la povertà e lo squallore ma la Gloria del Padre e nell’acqua e nel sangue dal suo costato ha riconosciuto la primavera di un mondo nuovo. Lui è il discepolo che più di tutti conserva questo sguardo mistico, teologico che sa leggere nella realtà fino a scendere nelle vene della storia per scoprire lo scorrere della presenza del Padre. In questo senso capiamo perché è spesso contrapposto a Pietro che invece non era per nulla incline alla riflessione nella sua irruenza e nella sua passione spesso concitata Giovanni ci insegna che se vogliamo essere discepoli di quel Bimbo che è nato per noi, anche noi dobbiamo allenare lo sguardo, superare le barriere della superficie e accogliere in noi la Speranza. Il credente non può permettersi giudizi affrettati sul mondo e sulle persone: ha la saggezza di attendere, ha la speranza di chi sa attendersi ancora qualcosa da tutti, sa che Dio è all’opera e vive nella beatitudine di quell’abbraccio – Giovanni chiama “quelli a cui è dato il potere di diventare figli di Dio” chi ha accolto Gesù – sa che i cardini della storia appartengono a Dio e vive nella pace.
L’annuncio del Vangelo e il nostro Vangelo. È Paolo che mi suggerisce questo secondo spunto nella sua lettera ai Romani quando parla della necessità dell’annuncio perché la salvezza tocchi i cuori degli uomini. Mi sorprende sempre un brivido se penso che Dio ha deciso di non poter fare a meno della parola dell’uomo per raccontare di sé, non vuole fare a meno di noi, e per credere devi passare attraverso il portale della testimonianza dell’altro: non ci sarebbe la fede se non ci fosse qualcuno che la vive in prima persona. Giovanni ha scritto un Vangelo complesso che riesci a cogliere solo se sei ricco di fede, ogni riga è come un’onda che ti prende per portarti al largo e questo è stato il suo modo originale di raccontare la sua esperienza di Dio e attraverso quelle righe lo Spirito continua a suscitare attenzione, conversioni, cammini di santità. Ognuno di noi è chiamato a scrivere il suo vangelo, a raccontare alle nuove generazioni che cosa lo ha colpito, sedotto, attratto di Gesù e solo nella misura in cui sarà parola vera sarà contagiosa e capace di aggregare. A volte mi chiedo che Vangelo noi raccontiamo ai nostri giovani, che cosa possono leggere nelle trame a volte poco pulite delle nostre comunità dove ci si affanna per garantire la sussistenza della struttura piuttosto che dire la freschezza dell’alternativa credente, dove trovano la bellezza nelle nostre liturgie così stanche, così sopite, dettate forse più dal dover assolvere un precetto piuttosto che dalla gioia dell’incontro con il Risorto, che cosa intuiscono di promettente nell’arroccarsi in sterili ritualismi e dogmatismi della Chiesa. Ho come l’impressione che le nostre parole siano ridotte troppo spesso a un’antologia di precetti moralistici oppure che presentino la fede come un prontuario che renderebbe tutto più semplice e per questo poco credibile. Ma come saper dire il fascino di Gesù, la forza della sua umanità, la sua portata rivoluzionaria che ha sconvolto il mondo dal basso e poi la scoperta che lui era Dio, che in lui Dio ha calpestato la nostra terra e si è fatto nostro compagno?
E infine dal Vangelo traggo un ultimo spunto. Giovanni era il discepolo amato. La sua via non è in alternativa a quella di Pietro ma le si affianca per arricchirla. Anche Pietro dovrà imparare a lasciarsi amare da Gesù e questo, aldilà delle apparenze, è forse la cosa più difficile e tutto, in noi e attorno a noi, trama perché smettiamo di crederci. Il Nemico infatti sa che se viene meno questa certezza la nostra fede si fa arida e si svuota della sua portata rivoluzionaria. Ognuno di noi oggi si senta l’amato, il prediletto perché Dio ci ha tanto amati da darci il suo Figlio. E se questa certezza inizierà a palpitare nelle nostre vene davvero tutto può cambiare!

giovedì 24 dicembre 2009

Natale del Signore

Ci sono momenti come questi in cui sembra non ci sia bisogno di particolari didascalie, in cui basta il tepore di una chiesa, il pensiero che fra poche ore ci si ritroverà a condividere la stessa tavola con parenti e amici, la nostalgia di altri natali dove tutto forse era più semplice ma sicuramente più intenso per farci star bene. Ma c’è una Parola che non possiamo tacere, colma di promessa, che vuole strapparci alla banalità della nostra vita, che a volte è in agguato soprattutto in giorni come questi, non riconducibile a schemi di retorica consolatoria. Ed è proprio a partire da questa Parola che vorrei rivolgere a ognuno di voi parole di benedizione. La benedizione è come una carezza sul viso, come un abbraccio in cui possiamo rifugiarci, è come la mano sulla spalla per incoraggiarci e ricordarci che noi siamo preziosi agli occhi di Dio e per i nostri fratelli.
Il Signore che nasce fra noi benedica tutti quelli che sono in cammino, chi non si sente ancora arrivato, chi ha una meta da raggiungere e non si accontenta delle mezze misure, chi sa mettersi in discussione sempre, chi è morso dal tarlo del dubbio, chi sa cosa vuol dire affrontare la notte del cuore quando anche il cielo sembrava essere muto e chiuso ostinatamente. Quest’oggi vi fanno compagnia i pastori. Anche loro si sono messi in cammino nella notte, anche loro si sono lasciati sorprendere da una luce che ha squarciato le loro tenebre. Non erano certo persone ben viste o raccomandabili, eppure per loro si è riaperto il cammino e son andati fino a Betlemme, mossi dal desiderio, spinti dalla certezza che Dio proprio a loro voleva rivelare la sua Grazia. E poi da lì hanno avuto il coraggio di ripartire per essere gli annunciatori di un grande Mistero. Da uomini distanti e senza Dio, sono diventati i primi credenti e i primi missionari, perché Dio non era senza loro, non aveva rinunciato a loro. Non bisogna aver paura di rimettersi in discussione sempre, non si può temere se si è in viaggio, l’ansia può farci da compagna ma solo per un tratto. Basta il desiderio di avanzare, di raggiungere la luce del Natale e poi il cielo inizia a parlarci, e lungo la strada il Signore ci modella, ci riconsegna a noi stessi migliori di quando eravamo partiti. E poco importa se la strada sarà immersa nel buio: l’importante è andare avanti fiutando la direzione giusta. Dio su di voi non ha uno sguardo di rimprovero, non vi giudica. E sotto uno sguardo così non c’è spazio per la frustrazione: Dio è abituato a schiodarci da ogni pregiudizio, compreso il nostro a volte così severo, e nel nostro cammino si fa compagno, non davanti, non dietro ma proprio accanto a ognuno di noi, e ci solleverà sulle nostre spalle quando il peso della strada si farà sentire. Ma ciò che importa per davvero è camminare con il cuore giovane. Si può davvero cambiare e prendere nuova forma. E sulla nostra strada, se saremo davvero contagiosi, si aggiungeranno altri fratelli che troveranno in noi un esempio e una guida anche nella loro notte.
Il Signore che nasce fra noi benedica tutti quelli che si sentono oggi schiacciati da qualche fallimento, da qualche delusione, chi mastica amaro il sapore dei propri giorni, chi si sente con le ali spezzate e non sa perché capitano proprio tutte a lui, chi si è sentito rifiutato, ingannato, per chi si sente solo e sconfitto. Quest’oggi vi fanno compagni Maria e Giuseppe che non hanno saputo offrire al loro Bimbo niente di meglio che lo squallore e la puzza di una stalla per l’indifferenza e la chiusura di molti a Betlemme; che non hanno ricevuto visite se non quelle poco gratificanti dei pastori; che sanno il dolore di una porta sbattuta in faccia. E questo ci dice che il nostro Dio ancora oggi nasce proprio nel cuore dei nostri fallimenti e delle nostre ombre, che ha una parola in più capace di sconvolgere e rendere Grazia anche tutto quello che di negativo ci capita, che desidera stare accanto a tutti i poveri del mondo e far sentire il suo amore a chi è solo. E se è davvero così il Natale non può che essere parola consolante ma che esige anche una nostra conversione se siamo noi magari quelli che hanno esiliato qualcuno, fatto del male, voltato le spalle allo straniero, al povero, all’amico nel momento del bisogno. Se ti innamori di un Dio così di conseguenza anche tu diventi il prossimo di chiunque bussa alla tua porta.
E infine il Signore benedica tutti quelli che come me oggi si sentono poveri, inadeguati, con il cuore troppo piccolo e ripiegato sui propri moduli già mille volte battuti come sentieri di montagna, su chi sa che non è riuscito ancora ad emergere con le sue buone cose perché il tempo ci scivola fra le mani e la conversione si è limitata solo a buoni propositi. Oggi ci fa compagnia la stalla, la paglia e gli animali del presepio. Dio non si è risparmiato di scendere così in basso, ma tutta la sua vita sarà una parabola a scendere per raccogliere uno ad uno tutti gli ultimi della terra. Gesù bambino, con le braccia spalancate e con il sorriso sul labbro, con il tepore del suo corpo adagiato sulla paglia e che si fa circondare da quegli animali, ci ricorda che non è venuto perché noi emergessimo, ma perché ci lasciassimo sommergere dalla sua tenerezza. E per questo oggi non può che essere un buon Natale, buono come il nostro Dio.

domenica 20 dicembre 2009

VI di Avvento - divina maternità della beata Vergine Maria

Ci sono attimi nella vita in cui il tempo sembra fermarsi, ci sono delle decisioni che hanno il profumo dell’eternità, c’è un mistero che ci strappa dalla banalità dello scorrere inesorabile dei giorni: quando ci innamoriamo, quando mettiamo la nostra vita nelle mani di qualcun altro, quando troviamo il coraggio di dare forma ai nostri sogni. Penso che il sì di Maria assomigli un po’ a tutto questo. L’angelo entra nei suoi giorni, uno squarcio di eternità la sorprende mentre i suoi progetti di sposa si stavano realizzando; nessuna violenza però: la Grazia, quando interpella la nostra vita, non distrugge nulla, ma corona di felicità i nostri desideri. E il suo sì è uno slancio pieno di gioia per un Signore che si è rivelato ricco di Misericordia, buono, estremamente paradossale nello scegliere una creatura così piccola e così insignificante agli occhi del mondo per portare a compimento la sua Alleanza; il suo sì è il tendersi delle braccia come un bimbo verso la madre.
In quell’attimo in Maria si uniscono il cielo e la terra. Il cielo, prima di allora così distante, così carico di enigmatica problematicità, è ora aperto all’umanità, fino a toccarla, fino a fondersi assieme come all’orizzonte del mare. La terra, non è più abbandonata o devastata ma visitata. Dio ha deciso di farsi prossimo a noi, solidale con i nostri palpiti amico delle nostre ore dolci o pesanti. È uno di noi e cammina con noi.
Il cielo ha avuto bisogno del sì della terra, la terra senza il cielo sarebbe rimasta deserta e barcollante nelle tenebre.
Mi colpisce sempre questo rispetto per la libertà dell’uomo del nostro Dio. Dio pendeva dalle labbra di una ragazza di Nazareth, gli angeli e tutto il creato hanno trattenuto il respiro per quella parola che Maria con coraggio ha pronunciato. Dio si è fatto bambino, si è consegnato nelle mani di questa donna e del suo sposo. Ha avuto bisogno delle attenzioni e delle premure di una madre, da lei ha imparato a parlare, a scrivere, a camminare, a guardarsi attorno e a giudicare e agire con estrema bontà. Di un Dio così non possiamo che innamorarci! Si consegna, si ritrae perché sia vinta per sempre la paura dell’uomo di perderci, antica come il Giardino di Genesi, e noi, a partire da questo suo primo passo, possiamo aprirci a lui e iniziare a tessere una storia d’amore.
E così questa domenica già profuma di Natale, è come un anticipo della festa che è ormai prossima. Il Signore è davvero vicino e non solo in senso cronologico, ci sta accanto, pianta i paletti della sua tenda fra di noi. E beati gli occhi che riescono a riconoscerlo: cambia tutto se è così!
Penso che la sosta di questa domenica ci aiuti ad allungare lo sguardo oltre il contingente, stimoli la nostra capacità contemplativa, ci aiuti a immergerci nel mare caldo dell’amore di Dio. E poi ci consegna alcuni tratti spirituali che non possiamo non fare nostri.
Anzitutto viviamo la consapevolezza che Dio per compiere il suo sogno ha deciso di avere bisogno del nostro sì! Ogni sì che diciamo è una possibilità perché il Regno si faccia realtà, ogni no è una porta sbattuta che non si aprirà mai più. Nel nostro quotidiano, che non è molto diverso da quello di Maria, fatto di sogni e di paure, di slanci e di perplessità, fatto di mille e più cose ordinarie, il Signore ci chiama a compiere la sua volontà proprio nell’obbedienza alla nostra vocazione, con una cura premurosa dei particolari che non sono poi così irrilevanti. E in questa obbedienza molti sapranno che Dio è con noi, saremo contagiosi di beatitudine.
E poi ancora l’evidenza che il cielo e la terra in Gesù hanno stretto pace e alleanza ci insegna a guardare il mondo con meno paura e con più speranza. Ho come l’impressione che ci sia una sorta di sfiducia nell’altro, nei nostri giovani, in chi arriva nelle nostre città per la prima volta, in chi ci sta accanto e ci arrocchiamo in nome di chissà quale privilegio da difendere trovando sempre nel cuore un motivo per essere depressi e arrabbiati. E così dimentichiamo che anche qui e ora Dio non ha smesso di camminare con noi e guarda con fiducia ad ognuno. Come sarebbe bello se ognuno uscisse di qui con questa certezza e iniziassimo a guardare con estrema tenerezza la nostra città, faremmo forse il regalo più gradito a tutti.

domenica 13 dicembre 2009

V di avvento

Il nostro itinerario del tempo di Avvento sta giungendo al termine e se spingiamo lo sguardo più in là riusciamo già a vedere l’alba della Divina Maternità di Maria e del Natale del Signore. Oggi ci lasciamo prendere per mano dalla figura del Battista, il Precursore e se da un lato dobbiamo sottolineare la sua singolarità, dall’altra ci sono alcuni tratti della sua spiritualità che siamo chiamati a fare nostri.
Giovanni, per fare eco alla prima lettura, è il compimento della Promessa di Dio di accompagnare il suo Popolo con una Parola chiara che non lo faccia sbandare a destra o a sinistra e, nella fedeltà all’Alleanza, trovi riposo nella Terra Promessa. Per dirla con Gesù, Giovanni è il più grande fra i nati di donna perchè è come Elia, uomo dalla Parola forte, che, senza timore di nessuno, apre la strada al Messia. Viveva nelle solitudini del deserto, lontano dalle commistioni fra politica e religione, quasi come un eremita. Il suo fascino però richiamava le folle e tutti quelli che lo incontravano potevano trovare una parola su cui riflettere, lavorare spiritualmente e poi praticamente convertirsi. Il cuore deve allargarsi come una Tenda per accogliere la presenza di Dio; bisogna rimuovere quegli ostacoli che potrebbero essere da intralcio ai passi spediti di chi Dio desidera incontrare. Il Battista è stato Precursore in tutto rispetto a Gesù: nel servizio reso alla Parola del Regno e anche nella sofferenza e nella Passione. E questo fa di lui una figura del tutto speciale, irripetibile, che ha segnato la storia con la sua singolarità, e di questo dobbiamo prendere atto. Forse, come Israele di fronte a lui, anche noi, in questo scorcio di Avvento, chiediamoci quali tratti dobbiamo cambiare, quali abitudini ci hanno portato lontano dal Signore e dalla logica del suo Vangelo, per aprire l’orizzonte al Natale di Gesù.
Ma, come dicevo, ci sono anche alcuni aspetti della sua spiritualità che ci devono appartenere, che ci interpellano.
Anzitutto il suo essere testimone, con il dito puntato sullo Sposo, felice che incontri la sposa, felice di diminuire di fronte a lui. Il testimone non si mette di mezzo: indica e poi si scansa perchè si avveri l’incontro. Accogliere Gesù nella nostra vita, e nel prossimo Natale ancora ci dichiarerà la sua fedeltà a noi e a questa terra, vuol dire innamorarcene ma poi non possiamo trattenere per noi questa novità: la gioia del credente si moltiplica solo se si condivide. E noi possiamo solo mettere una mano sulla spalla delle persone a cui dobbiamo dare testimonianza ed essere felici, un giorno, di poterli lasciare a tu per tu con il Cristo. Ma allora a che cosa serve la nostra testimonianza se poi dobbiamo venire meno? E Dio non potrebbe fare tutto da solo? Sembra proprio di no! Ha deciso di legare l’annuncio del Vangelo alla nostra parola. Si può credere solo se accanto a te sta qualcuno che ha in cuore una gioia discreta e credibile, solo se vedi in un fratello una speranza diversa da quella che dà il mondo e non è spiegabile nei soli termini razionali, si crede solo se è promettente per la nostra vita la parola della fede che palpita in un altro. Se ci pensiamo bene, se oggi siamo qui, è perchè nella nostra vita abbiamo incontrato qualcuno così. E noi, per chi saremo testimoni affidabili?
Un altro tratto di Giovanni che dobbiamo fare nostro è la sua franchezza, fino a pagare di persona per amore del Vangelo come anche Paolo ci dice nella lettera. Il cristiano sa che solo fino ad un certo punto la società di sempre può andare d’accordo con la logica del pensiero di Dio. Ad un certo punto deve avvenire una frattura, una presa di distanza, deve irrompere nel nostro stile una modalità diversa di gestire il tempo, le cose e le relazioni. E la nostra vita, quasi senza accorgercene, diventa un appello alla coscienza degli altri. Forse solo nella misura in cui avremo dato fastidio a qualcuno avremo compiuto la nostra missione nel mondo. Assecondare chiunque significherebbe essere conformisti. Non si può tacere, per esempio, il riscatto per i poveri, l’annuncio dell’accoglienza agli ultimi e agli stranieri anche se questa parola scomoderà i potenti di turno che magari hanno pensato solo a rapide e pericolose scorciatoie: ma il servizio del Regno è, ultimamente, servizio al mondo.
E infine, essere come il Battista, significa tenere accesa in noi la nostra vocazione profetica, non spegnere la fiamma di quella parola tutta nostra attorno a cui abbiamo raccolto la nostra vita e che è stato il Signore a suggerirci: in poche parole, non dobbiamo smarrire il senso della nostra vocazione. Sarà in nome di questa parola che sapremo affrontare le difficoltà, attraversare la notte anche della fede, e camminare nella speranza del Regno.

sabato 21 novembre 2009

II di Avvento

Ma in fondo che differenza c’è fra chi crede e chi non crede? Tutti siamo gettati nella storia, veniamo dal buio dei tempi e la nostra vita va inesorabile verso un enigma irrisolvibile. Dobbiamo faticare per vivere, lottare, trovare scorciatoie per gustare la felicità, sempre più rara, sempre più a caro prezzo, parentesi esigua in un mare di difficoltà, angoscia e di sofferenza. E l’esistenza di Dio cosa aggiunge a tutto questo, cosa cambia a questa eterna lotta per sopravvivere?
Vivere come se Dio non ci fosse: questa è la tentazione anche per i credenti. Noi ogni domenica ci ritroviamo per spezzare il Pane, dopo aver ascoltato una Parola che è per noi fin dai secoli eterni, siamo in una comunità che dice di trovare nel Risorto il suo cuore ardente e offre la gioia e il perdono come un sostegno alla vita di ognuno, attendiamo il Regno e pronunciamo, per esempio nel Credo, parole di speranza capaci di far trasalire il mondo ma poi, fuori di qui, nella nostra vita spesso non cambia nulla. Penso che possiamo senza timore in questa seconda tappa di Avvento, che mette a tema le caratteristiche dei figli del Regno, lasciarci andare a queste considerazioni. È vero: noi siamo uomini incarnati nella nostra storia, non possiamo esimerci dal vivere nella nostra cultura che esaspera l’attimo presente, cancella la storia svuotandola di significato, teme il futuro e preferisce non guardarlo; noi ci sentiamo come tutti barcollare nella ricerca di una Verità spesso distante; siamo sempre sul crinale dell’angoscia ma c’è un di più per la nostra vita che dobbiamo accogliere e che si nasconde proprio nella nostra fede. C’è un tratto nel nostro cuore che ad un certo punto emerge, che sta in noi come una brace non ancora spenta che all’improvviso si avvampa di nuova forza, ed è la certezza che Dio, dal profondo silenzio dei secoli, è comparso sullo scenario della Storia e ha camminato in mezzo a noi aprendoci un nuovo orizzonte di senso, una possibilità di vivere, per esempio secondo il Vangelo delle Beatitudini, in modo radicalmente nuovo, è la certezza di non essere abbandonati, che tutto è nelle sue mani e anche noi non siamo dimenticati ma ricercati, voluti bene per quello che siamo, presi nel palmo della sua mano. Non siamo più uomini che a tentoni cercano di comprendere il Mistero di Dio, siamo persone visitate dall’alto, sorpresi dalla sua Grazia. I figli del Regno hanno nel cuore una gioia discreta che è frutto di una speranza antica e sempre nuova. Non è una maschera che ci poniamo con le nostre mani perché al primo colpo di vento dettato dalla sofferenza si spezzerebbe. La certezza dell’amore di Dio per noi sue creature può davvero cambiare tutto!
Proviamo allora a chiedere alla parola di questa domenica di suggerirci altri tratti dei figli del Regno.
Gli Assiri e gli Egiziani, ad est e ad ovest, spesso venivano a battaglia. Israele doveva compiere spesso la scelta di allearsi con gli uni contro gli altri e viceversa. Isaia annuncia il tempo della Riconciliazione, giorni in cui non solo i due popoli stipuleranno una pace ma abbracceranno la fede nell’unico Dio ed Israele sarà in mezzo a loro come un abbraccio di intercessione. I figli del Regno sono quelli che nei tempi della sofferenza, della battaglia, dello sconvolgimento guardano avanti con fiducia e sognano un orizzonte di pace; vedono i segni della primavera dove tutti vedono ancora l’inverno, vedono il rigonfiamento dei germogli sul ramo ancora secco; sanno che la storia, anche quella di ognuno, è in salita perché Dio è all’opera e allargano il loro cuore alla speranza e allo stesso tempo lottano, soffrono, intercedono per un mondo di pace, per una vita giusta e migliore.
Per dirla con Paolo, i figli del Regno sono quelli che penetrano i misteri di Cristo per illuminare ogni uomo. Non si può mettere una lampada sotto il lucerniere, diceva Gesù, perchè deve fare luce a tutti quelli che sono nella casa. I credenti non possono tenere fra le mani il dono di Grazia ricevuto perché presto si esaurirebbe: lo devono dividere e così si moltiplica: strana regola matematica! Significa che in ogni attimo della nostra vita noi siamo responsabili della gioia di chi ci circonda che non può prescindere dalla conoscenza di Cristo e della sua vita spezzata per noi.
E infine, secondo il Vangelo, i figli del Regno sono quelli che sanno che ha avuto inizio il vangelo di Cristo e la sua bellezza si dilata ancora oggi fra noi. Significa lasciarsi attrarre a colui che battezza in Spirito santo, ci fa trasalire e ci dona di entrare nella vita stessa di Dio. Ci sveste dell’uomo vecchio e ci dà il coraggio di essere eroi, santi, capaci di fare grandi cose, fosse anche di aggiungere una goccia d’acqua all’Oceano della Storia.

domenica 15 novembre 2009

I di Avvento

Inizia oggi un nuovo anno liturgico. L’anno Liturgico segna il tempo sacro nello scorrere del tempo ordinario, la Grazia della presenza di Dio nella debolezza della storia dell’uomo. Auguri perché la Parola che ascolteremo, i Santi Segni della Liturgia che incontreremo e il Pane che spezzeremo aumentino la nostra Fede e la Fede si trasformi presto in Carità così che possiamo essere davvero persone nuove, profumati di Vangelo, con in un cuore una grande speranza, con le mani piene di futuro. Sappiamo che il nuovo Lezionario ambrosiano è strutturato in 3 grandi cicli: il Mistero dell’Incarnazione, che parte con oggi e si compie prima della Quaresima. Il mistero della Pasqua del Signore che abbraccia la Quaresima e le settimane dalla Pasqua alla Pentecoste e poi il tempo della Pentecoste che va dalla da quella Festa fino a Cristo Re. Con oggi entriamo dunque nella prima parte del Mistero dell’Incarnazione, nel tempo di Avvento. Le letture di queste settimane ci aiuteranno a rivivere l’attesa del Messia da parte di tutto Israele: ci metteremo dunque in ascolto delle profezie antiche e diremo che questa attesa si è compiuta in Gesù. Ma non solo: l’Avvento, mentre ci prepara al Natale, ci aiuta a rimanere in attesa del compimento del Regno con il nuovo ritorno del Signore. Ci aiuta ad affinare quell’attesa definitiva del Risorto. Perché così come il Signore si è affacciato nella Storia rivelando il suo Volto e restando fedele alla sua Promessa ritornerà fra noie sarà festa!
Penso che l’Avvento ci consegni fondamentalmente questi tratti spirituali che vanno maturati ogni giorno nella preghiera che soprattutto in questo tempo deve farsi ascolto intenso e contemplazione ammirata:
- affinare il senso dell’attesa relativizzando il presente perché la luce del Risorto che tornerà già ora ci fa comprendere su cosa è necessario puntare la nostra vita e cosa invece non merita la nostra fatica. È un esercizio che ci libera da ogni ansia. Se si vive così quello che il mondo considera così importante, il potere, il successo e la ricchezza, in realtà non ha valore mentre solo l’amore conta.
- Relativizzare il presente al futuro però non significa fuggirlo, tradirlo, dimenticarlo. La vigilanza, che è il modo giusto di attendere il futuro, ci chiede di non sprecare nemmeno un attimo della nostra vita a imitazione di Cristo, cioè nell’amore e nella consegna di noi stessi ognuno con la sua vocazione.
- Avere nel cuore la certezza che il Padre mantiene sempre le sue promesse e quindi scoprirci figli amati, accuditi, circondati da ogni premura.
Il tema di questa domenica è la venuta del Signore. Le letture sono avvolte di un velo di castrofismo, richiamano l’imminente venuta del Signore come di un’ora di Giudizio ineluttabile, si fanno appello a restare fedeli all’Alleanza, ad essere nel presente figli della luce per essere riconosciuti e abbracciati da Dio. Vorrei soffermarmi in particolare sul brano del vangelo. Gesù coglie l’occasione per parlare dei tempi ultimi profetizzando la distruzione del Tempio e di Gerusalemme. Quando Luca scrive probabilmente tutto questo era già accaduto, e possiamo immaginare le reazioni di sconcerto, paura, il senso di sconfitta e anche di disperazione della comunità ebraica e anche di quella cristiana costrette ad abbandonare la propria terra e iniziare quel pellegrinaggio che si è protratto nei secoli, a sottostare a leggi di paesi culturalmente e religiosamente agli antipodi rispetto alla propria fede, a rischiare la vita per difendere le proprie radici. Ritrovare nelle parole di Gesù l’adempiersi della profezia doveva suscitare grande stupore, meraviglia, una luce. Se Gesù sapeva vuol dire allora che la storia non è dettata dal caso o dalle forze del male, che questo è un passaggio necessario, una crisi, una spaccatura con ciò che stava prima ma che fa da preludio ai tempi della stabilità del Regno. È possibile allora trovare speranza anche nei giorni della’marezza e dello sconforto, ritrovare dignità, alzare il capo e non guardare al cielo come ad un Nemico ma come ad un Dio che misteriosamente non ha smesso mai di accompagnarci e che ci prepara un futuro di pace. Senza questa contestualizzazione storica questa pagina rischia di essere incompresa. Ma cosa dice a noi in questo scorcio di inizio millennio. Forse che i tempi della distruzione, della violenza, della prova della fede, per cui ti trovi a pagare in prima persona se vuoi essere coerente con il Vangelo di Gesù, non sono ancora finiti, forse che i nostri giorni, come allora, sono preludio del Regno che certamente verrà. E più tarda a venire e più il cuore, di fronte alla scelta di raffreddarsi, invece deve raccogliere la sfida della vigilanza e tenersi caldo. Gli atteggiamenti che Gesù propone ai suoi valgono allora anche per noi e potremmo sintetizzarli con sue parole: il coraggio e la speranza.
Il credente è un uomo coraggioso, che guarda in faccia la storia, sa prendere posizione, sa discernere nel presente ciò che è giusto da ciò che è sbagliato al costo di pagare, di rimanere da solo, di affrontare a testa alta ogni sfida. Di più, il coraggio è l’agire del cuore (cor-agere), dunque significa non smarrire la propria anima, non svendere il proprio cuore, perseverare nell’amore pur fra mille paure. E poi la speranza. Questa forse è la cosa che contraddistingue più di ogni altro uomo il credente. La speranza infatti non è solo non cedere al pessimismo, non è un banale ottimismo ma è la convinzione che le cose non possono che andare bene perché chi ha in mano il timone della storia è il Dio della vita. La speranza è come una gioia discreta che nasce dal cuore e ti fa camminare con il sorriso mentre tutto attorno invita alla disperazione. La Speranza è ciò di cui più siamo a corto nel nostro mondo che è irrimediabilmente ripiegato sulle cose del presente e non sa più alzare lo sguardo. Il credente lo riconosci da come guarda le cose del presente e da come sa attendere il futuro in sé e negli altri.