Queste domeniche del tempo pasquale, mentre ci conducono speditamente al giorno della Pentecoste in cui la Chiesa rinascerà nell’abbondanza del dono dello Spirito creatore e creativo, ci aiutano ad affinare i nostri sensi per scoprire la presenza del Risorto nella storia, nella nostra vita e nella Chiesa. Se fossimo certi e convinti che Gesù non muore più ma cammina in mezzo a noi, non resisteremmo al bisogno di danzare di gioia, di slanciarci nella festa, di superare i guadi oscuri che la vita, con la sua corsa affannata, ci fa attraversare.
Il lezionario delinea i tratti del suo volto. Oggi in particolare siamo chiamati a riscoprire nel Risorto la luce della nostra vita.
Vorrei allora anzitutto interrogare la Parola del Vangelo, così pregnante, chiedendole cosa significava per i protagonisti e cosa vuol dire per noi accogliere la testimonianza luminosa di Gesù. E poi vorrei dare un’eco alle letture chiedendoci in che senso la Chiesa è chiamata oggi, sull’esempio di Paolo, ad essere testimonianza della Luce del Risorto per la vita del mondo.
Gesù non usa mezzi termini per parlare della sua missione, non edulcora il suo insegnamento, non scende a compromessi sulla sua persona. Gesù poneva chi lo ascoltava molto spesso con le spalle al muro: è proprio come la luce del sole a mezzogiorno che accorcia la lunghezza delle ombre o come la luce dell’alba che irrompe improvvisa e fa svanire le tenebre della notte. Lui è la Verità uscita dal Padre, chi vuole conoscere Dio deve percorrere la sua via, lui dà testimonianza al Padre e il Padre la rende a lui attraverso le sue opere. Chi ascoltava e gli stava di fronte invece voleva rinchiuderlo in uno schema predefinito, voleva imprigionarlo in un’idea che stava stretta, voleva annullare il confronto per non aprirsi e cambiare il cuore. Lo giudicava per non uscire allo scoperto, lo attaccava per paura di dover convertirsi alla verità di Dio: non il Dio della Legge che si accontenta di chiederci di non praticare il male, ma il Padre che chiede ai suoi figli di essere buoni come è lui e che chiede che l’Amore diventi il parametro esclusivo di ogni scelta. Non il Dio della tradizione, non l’idea illusoria che a salvarci saranno le nostre forze e le nostre opere, ma il Padre che salva per Grazia e nella Misericordia rende la nostra debolezza punto di forza. La luce avanza, scardina i chiavistelli più tenaci e irrompe. Chi la lascia entrare rinuncia a quelle zone d’ombra, a quelle nicchie sicure in cui rifugiarsi e lentamente diventerà una persona nuova. Entrerà a far parte della famiglia di Dio. Anche noi possiamo oggi aprirci alla luce che è Gesù e riconoscerlo all’opera nella nostra vita, aprirci alla certezza che Dio è Padre anche per noi e che la nostra vita si può giocare in uno scenario di totale estroversione, di amore ai fratelli, e in un’estasi assoluta, nella continua contemplazione del volto del Padre. Oppure possiamo chiuderci a lui e sprofondare nel buio della disperazione o, almeno, della stanchezza che si manifesta nella critica a tutto e a tutti. Negli occhi dei credenti deve brillare una luce diversa, una fiamma di speranza e di carità; i cristiani devono avere un occhio acceso di passione per l’uomo e per Dio. E questo tratto rende incredibilmente giovani anche i più vecchi. E se non c’è luce, non c’è fiamma negli occhi, possiamo anche essere giovani ma in fondo, siamo come morti. La vita è in pienezza solo se è slancio d’amore alla maniera di Gesù. Anche per noi dunque vale l’alternativa forte del Maestro: la sua via è l’unica per colorare la vita dei colori della piena riuscita.
E poi abbiamo ascoltato sia negli Atti che dalle sue parole ai romani la testimonianza accesa di Paolo. Paolo, apostolo per vocazione (è interessante l’autopresentazione nelle prime righe della sua lettera), sogna di andare a Roma per condividere la sua fede con quella comunità che non era nata dalla sua opera di evangelizzazione e poi sarà la vita a portarlo lì, in catene, ma anche in quella situazione di apparente disperazione trova il coraggio di predicare il Crocifisso-Risorto, anche in quell’ora buia trova la forza di essere luce lui per chi lo vuole ascoltare e aprirgli il cuore. Il credente dopo aver accolto la luce che è Gesù diventa lui stesso luce e testimonianza del Padre.
La Chiesa ora e qui, sempre deve parlare del Vangelo, stare con il dito puntato su Gesù che passa e rendergli testimonianza; è una Chiesa che trova nella missione non un’appendice alle tante cose che già fa, ma la natura e la verità stessa di sé. Dobbiamo avere l’audacia di essere una comunità che non gioca sulle retroguardie, di essere una Chiesa che non accondiscende alla tentazione di ripiegarsi ma che in ogni occasione annuncia al mondo che la vera gioia è Cristo, una Chiesa che fa della strada l’occasione per incontrare ogni uomo e raccontargli la straordinaria notizia della Risurrezione. Sogniamo una Chiesa che rinasce dalle sue tenebre perché è abitata dalla luce del Signore e che non deve avere paura di portare la luce dell’amore in ogni situazione del nostro mondo che attende l’alba perché soffre nella notte del tempo in cui ora è costretto a stare.
l'omelia è come un evidenziatore che scorre sulle pagine della Parola che di domenica in domenica la Sapienza della Chiesa ci offre
domenica 18 aprile 2010
domenica 11 aprile 2010
II domenica di Pasqua
Mi chiedo a volte se credere nel Risorto non sia più una condanna piuttosto che una speranza! Credere in Dio va bene, credere che sia il principio ultimo e primo dell’esistenza ci risulta abbastanza logico…possiamo accettare di credere che ci dia delle norme da seguire per essere uomini retti o credere addirittura che in base a questi precetti, osservati o meno scrupolosamente, saremo giudicati. Ma che un giorno Dio si sia deciso a piantare i paletti della sua tenda fra noi, abbia preso sulle sue spalle la nostra umanità e con i suoi piedi abbia calcato la nostra stessa polvere, che si sia fatto nostro fratello e compagno di viaggio, che abbia voluto entrare in relazione con noi e che faccia dell’amore la cifra sintetica del suo rapporto mi sembra un discorso terribilmente impegnativo perché vuole cambiare il nostro cuore e non limitarsi ad una pratica esteriore. Gesù Nazareno, crocifisso e risorto continua a essere un Dio così. La nostra fede prende le mosse da un accadimento e trova espressione in una relazione personalissima e comunitaria. I 50 giorni che seguono la Pasqua sono un giorno unico in cui la Liturgia ci aiuta a risvegliare in noi la certezza della sua presenza, affinare i sensi e ritrovarlo al nostro fianco, nella nostra vita, nella Chiesa, nella storia e nel mondo. Ma sono anche giorni di conversione alla verità della nostra fede, se vogliamo, sono ancora giorni di lotta contro le tenebre della nostra incredulità o per cambiare prospettiva sul nostro Dio e dunque su noi stessi.
Ci è stato raccontato l’episodio di Tommaso che si colloca appunto otto giorni dopo il mattino della risurrezione: ecco perché puntualmente, ogni anno, noi leggiamo nella II domenica di Pasqua questa pagina di Giovanni. Ma perché Tommaso si era allontanato dalla comunità? È proprio dalla sua assenza che prende avvio la narrazione di questa pagina e il suo contenuto. Essenzialmente per un motivo di fede. Uno dei dodici, uno che Gesù aveva scelto perché lo seguisse e facesse di lui il motivo della sua vita ha sperimentato sulla sua pelle il dramma dell’incredulità. Nel suo cuore la sua sequela a Cristo si era arrestata alla croce, la sua fede e la sua speranza si erano conficcate alla morte con i chiodi della delusione. E per questo trova anche il coraggio di uscire da quel gruppo, senza darsi e dare agli altri una possibilità, senza immaginare una prospettiva futura al suo cammino. E proprio nel cuore di questa notte dolorosa il Crocifisso-Risorto lo raggiunge, si mostra in mezzo a quel gruppo riunito nel suo nome e compie la tenerezza del gesto di afferrare le dita incredule di Tommaso e portarsele al costato e sul segno dei chiodi inciso sulle mani. Gesù va alla ricerca di tutti, di ognuno, ai suoi occhi è preziosa la nostra vita e lui si è legato a noi con una fedeltà inscalfibile. Tommaso rinasce alla luce del Risorto e diventa testimone fino agli estremi confini del mondo: la tradizione ci racconta che è stato proprio lui a varcare i confini dell’oriente e portare il vangelo nelle regioni a nord dell’India . L’ultimo ad essere arrivato alla fede è quello che arriva più lontano nell’annunciarla!
Il dramma dell’incredulità dell’uomo di oggi assomiglia molto a quella di Tommaso, In noi si è fatta debole l’idea non tanto di Dio ma della vita dopo la morte, dell’eternità. Anche in noi si agitano le tenebre del non senso e lottano contro quei bagliori di fede che di tanto in tanto ci sono donati. Capita di vivere questa sensazione quando ci è strappato qualcuno di caro, oppure quando la depressione arriva con il suo carico angosciante nelle piccole morti che la vita ci riserva. Ma anche pensando alla nostra morte a volte ci assale la paura che dopo ci sia il nulla più assoluto, e che la morte sia la fine di tutto.
Io penso sia positivo essere fratelli di avventura di Tommaso, alzare le mani e arrenderci alla certezza che la parte credente in noi dovrà continuamente farsi mettere in gioco dalla parte non credente, che nel nostro cuore convivano il giorno e la notte, che ad ogni passo in avanti a volte ne seguono due indietro. E questo ci fa fratelli che siedono alla mensa di chi non crede più e di chi sperimenta e paga sulla sua pelle il dramma dell’incredulità. Capiremo il dolore dell’altro quando lo avremo sperimentato anche nella nostra esistenza. Ma scopriremo poi l’essenziale e cioè che la fede non è un problema che si risolve per assiomi ma un cammino in cui Dio si rivela al nostro cuore e ci dà la luce necessaria per il nostro cammino di ogni giorno.
E noi, come Tommaso, sperimenteremo che si può essere testimoni con il bagaglio della nostra incredulità che lotta con la fede, testimoni e non maestri cattedratici e distanti!
Ma, un ultimo dettaglio, quando la nostra fede entrerà nella notte della fatica, crediamo alla voce di qualche fratello che con forza vorrà riportarci nel cuore della nostra comunità e della Chiesa dove, con tutti i limiti possibili, brucia da sempre la fiamma dello Spirito e, grazie alla fede di qualcun altro, anche la nostra lampada smorta potrà riattizzarsi.
Ci è stato raccontato l’episodio di Tommaso che si colloca appunto otto giorni dopo il mattino della risurrezione: ecco perché puntualmente, ogni anno, noi leggiamo nella II domenica di Pasqua questa pagina di Giovanni. Ma perché Tommaso si era allontanato dalla comunità? È proprio dalla sua assenza che prende avvio la narrazione di questa pagina e il suo contenuto. Essenzialmente per un motivo di fede. Uno dei dodici, uno che Gesù aveva scelto perché lo seguisse e facesse di lui il motivo della sua vita ha sperimentato sulla sua pelle il dramma dell’incredulità. Nel suo cuore la sua sequela a Cristo si era arrestata alla croce, la sua fede e la sua speranza si erano conficcate alla morte con i chiodi della delusione. E per questo trova anche il coraggio di uscire da quel gruppo, senza darsi e dare agli altri una possibilità, senza immaginare una prospettiva futura al suo cammino. E proprio nel cuore di questa notte dolorosa il Crocifisso-Risorto lo raggiunge, si mostra in mezzo a quel gruppo riunito nel suo nome e compie la tenerezza del gesto di afferrare le dita incredule di Tommaso e portarsele al costato e sul segno dei chiodi inciso sulle mani. Gesù va alla ricerca di tutti, di ognuno, ai suoi occhi è preziosa la nostra vita e lui si è legato a noi con una fedeltà inscalfibile. Tommaso rinasce alla luce del Risorto e diventa testimone fino agli estremi confini del mondo: la tradizione ci racconta che è stato proprio lui a varcare i confini dell’oriente e portare il vangelo nelle regioni a nord dell’India . L’ultimo ad essere arrivato alla fede è quello che arriva più lontano nell’annunciarla!
Il dramma dell’incredulità dell’uomo di oggi assomiglia molto a quella di Tommaso, In noi si è fatta debole l’idea non tanto di Dio ma della vita dopo la morte, dell’eternità. Anche in noi si agitano le tenebre del non senso e lottano contro quei bagliori di fede che di tanto in tanto ci sono donati. Capita di vivere questa sensazione quando ci è strappato qualcuno di caro, oppure quando la depressione arriva con il suo carico angosciante nelle piccole morti che la vita ci riserva. Ma anche pensando alla nostra morte a volte ci assale la paura che dopo ci sia il nulla più assoluto, e che la morte sia la fine di tutto.
Io penso sia positivo essere fratelli di avventura di Tommaso, alzare le mani e arrenderci alla certezza che la parte credente in noi dovrà continuamente farsi mettere in gioco dalla parte non credente, che nel nostro cuore convivano il giorno e la notte, che ad ogni passo in avanti a volte ne seguono due indietro. E questo ci fa fratelli che siedono alla mensa di chi non crede più e di chi sperimenta e paga sulla sua pelle il dramma dell’incredulità. Capiremo il dolore dell’altro quando lo avremo sperimentato anche nella nostra esistenza. Ma scopriremo poi l’essenziale e cioè che la fede non è un problema che si risolve per assiomi ma un cammino in cui Dio si rivela al nostro cuore e ci dà la luce necessaria per il nostro cammino di ogni giorno.
E noi, come Tommaso, sperimenteremo che si può essere testimoni con il bagaglio della nostra incredulità che lotta con la fede, testimoni e non maestri cattedratici e distanti!
Ma, un ultimo dettaglio, quando la nostra fede entrerà nella notte della fatica, crediamo alla voce di qualche fratello che con forza vorrà riportarci nel cuore della nostra comunità e della Chiesa dove, con tutti i limiti possibili, brucia da sempre la fiamma dello Spirito e, grazie alla fede di qualcun altro, anche la nostra lampada smorta potrà riattizzarsi.
sabato 3 aprile 2010
Pasqua di Risurrezione
Era ancora notte, anche se all’orizzonte un chiarore rosa annunciava il nuovo giorno, un giorno da allora mai più ordinario. Maria era andata al sepolcro. Aveva bisogno di stare a piangere là il Maestro che le aveva squarciato un orizzonte di vita quando non palpitava più nessuna speranza nel suo cuore. Aveva trovato la pietra divelta e scagliata lontano. Una prima corsa verso il cenacolo e poi ancora al sepolcro con Giovanni e Pietro che vedono ma non comprendono. E lei è rimasta lì in un pianto dirotto, forse come non le capitava più da quando era bambina nella terra di Magdala: non solo la tragedia della morte ma ora anche la beffa di non poter più avere il suo corpo. Ancora un’occhiata in quello scenario desolato e due uomini le appaiono. E poi un altro che lei confonde con il Giardiniere tanto era lontana l’idea di un Dio che irrompe nella morte con una brezza di primavera di vita eterna. E poi la sua voce, come allora, il suo nome pronunciato con quella dolcezza. Gesù è il Signore. Ora i suoi occhi, tolta la lente della disperazione e delle lacrime, vedono bene. Il Nazareno, il crocifisso è il Signore, il Risorto. Una vita così non poteva restare imbrigliata nelle tenebre della morte, una vita spesa a mani aperte per amore di Dio e dell’uomo, in pura perdita di sé, che nella Pasqua si è fatta silenzio e si è consegnata alla morte per strappare dal cuore dell’uomo la paura di un Dio lontano e nemico e stringere nel perdono un’Alleanza eterna. Tutto è come prima, tutto non è più come prima: lei, mandata a dare l’annuncio più sorprendente della storia; i discepoli chiamati a diventare da traditori e uomini confitti al dubbio, apostoli di un Dio sorprendente che si è rivelato all’uomo in Gesù; la storia intera che non è destinata ad una fine tragica o condannata ad un ciclico e insaziabile ritorno delle cose guidata da un destino avverso, ma che è rivolta ad un Regno che già c’è e che presto verrà.
Surrexit Dominus, vere! Alleluia! Non una parola fra le tante, ma la Parola che dà senso anche alla nostra storia ci ha raggiunto nella corsa del tempo, non si è più fermata e oggi ci porta qui a celebrare la presenza del Signore che non muore più, che ci ha spinto a uscire dalle nostre case per incontrarlo e per ritrovare un senso ai nostri giorni.
Noi abbiamo bisogno di vita, abbiamo bisogno di novità, abbiamo ancora bisogno di ripetercelo: Cristo non muore più e noi con lui. L’annuncio della Risurrezione cambia la nostra prospettiva, dà profondità al nostro tempo, è un fiorire di gioia sulla terra dove sono piantate le croci dei nostri giorni.
Vivere la sofferenza come croce, cioè per amore, ha senso
Vivere in gratuità, con la mano spalancata senza trattenere, presi solo dalla logica del servizio, ha senso.
Vivere la speranza su di noi ha senso: noi siamo oltre i nostri peccati, le nostre tenebre, i nostri errori, per noi c’è un orizzonte di perdono e di vita nuova.
Vivere la speranza per chi ci circonda ha senso e non è un esercizio inutilmente consolatorio: le persone che non sentiamo più da tempo perché ci hanno fatto un torto, i nostri figli che hanno poggiato i piedi su sentieri così diversi dai nostri, le persone che amiamo e che non corrispondono mai abbastanza, le persone che abbiamo giudicato cattive e perse, tutti possono cambiare, il vento della risurrezione soffia nel cuore di ciascuno per condurre tutti nella casa del Padre.
Vivere sapendo che la morte non è l’ultima parola ha senso e non è un inganno: la morte dei nostri cari che ci ha gettato nello sconforto e nella pena, la nostra morte che sentiamo ogni giorno arrivare con le partenze e gli addii dalle persone care, con le rughe che solcano il viso, con i capelli su cui si è poggiato dolce il bianco…ma in noi c’è una scintilla di eternità che sentiamo vibrare ogni giorno di più e che fa correre il nostro tempo verso l’eternità.
Vivere a immagine del Signore ha senso, anche noi spezzati, anche noi servi inutili a tempo pieno, anche noi con le mani trafitte da ferite che però sono diventate feritoie di luce.
Vivere perché la corsa dell’annuncio della Risurrezione non si fermi a noi ha senso ma, come una carezza, da queste mura scenda sulle nostre strade e salga su alle nostre case e dia luce alla nostra città.
Surrexit Dominus, vere! Alleluia! Non una parola fra le tante, ma la Parola che dà senso anche alla nostra storia ci ha raggiunto nella corsa del tempo, non si è più fermata e oggi ci porta qui a celebrare la presenza del Signore che non muore più, che ci ha spinto a uscire dalle nostre case per incontrarlo e per ritrovare un senso ai nostri giorni.
Noi abbiamo bisogno di vita, abbiamo bisogno di novità, abbiamo ancora bisogno di ripetercelo: Cristo non muore più e noi con lui. L’annuncio della Risurrezione cambia la nostra prospettiva, dà profondità al nostro tempo, è un fiorire di gioia sulla terra dove sono piantate le croci dei nostri giorni.
Vivere la sofferenza come croce, cioè per amore, ha senso
Vivere in gratuità, con la mano spalancata senza trattenere, presi solo dalla logica del servizio, ha senso.
Vivere la speranza su di noi ha senso: noi siamo oltre i nostri peccati, le nostre tenebre, i nostri errori, per noi c’è un orizzonte di perdono e di vita nuova.
Vivere la speranza per chi ci circonda ha senso e non è un esercizio inutilmente consolatorio: le persone che non sentiamo più da tempo perché ci hanno fatto un torto, i nostri figli che hanno poggiato i piedi su sentieri così diversi dai nostri, le persone che amiamo e che non corrispondono mai abbastanza, le persone che abbiamo giudicato cattive e perse, tutti possono cambiare, il vento della risurrezione soffia nel cuore di ciascuno per condurre tutti nella casa del Padre.
Vivere sapendo che la morte non è l’ultima parola ha senso e non è un inganno: la morte dei nostri cari che ci ha gettato nello sconforto e nella pena, la nostra morte che sentiamo ogni giorno arrivare con le partenze e gli addii dalle persone care, con le rughe che solcano il viso, con i capelli su cui si è poggiato dolce il bianco…ma in noi c’è una scintilla di eternità che sentiamo vibrare ogni giorno di più e che fa correre il nostro tempo verso l’eternità.
Vivere a immagine del Signore ha senso, anche noi spezzati, anche noi servi inutili a tempo pieno, anche noi con le mani trafitte da ferite che però sono diventate feritoie di luce.
Vivere perché la corsa dell’annuncio della Risurrezione non si fermi a noi ha senso ma, come una carezza, da queste mura scenda sulle nostre strade e salga su alle nostre case e dia luce alla nostra città.
Per la celebrazione dell’accoglienza degli oli e della lavanda dei piedi
Questo breve incontro nel pomeriggio, sospeso fra la grande celebrazione della Messa Crismale presieduta dal Vescovo e la Messa in coena Domini, sembra cosa da poco, forse una suggestiva ripetizione del gesto che Gesù fece prima di mettersi a tavola, un preliminare dovuto ma pur sempre fugace. Io invece lo trovo un momento alto che, strappato dalla cornice ritualizzata di oggi, ha una forza provocatoria capace di metterci in crisi, di farci porre interrogativi seri sul nostro Dio che vuole farsi servo dell’uomo; sul nostro essere discepoli di un Maestro così che ha occupato l’ultimo posto e chiede altrettanto a noi; sul nostro essere comunità in Barona dove ci si accoglie e ci si ama per quello che si è e ci si mette al servizio l’uno della debolezza dell’altro, una vera e propria comunità alternativa alla logica del mondo e per questo affascinante; e infine sulla nostra verità, sempre troppo distante, di Chiesa del grembiule, pronta a smettere i segni del potere per stringere fra le mani un catino e chinarsi su tutti gli uomini in povertà, in nome del Vangelo della piccolezza.
Oggi è anche un giorno speciale per noi sacerdoti: si dice infatti che proprio il Giovedì santo, Gesù, con la sua cena, inclusa dunque la lavanda dei piedi, abbia istituito il Ministero Ordinato. È allora il momento in cui dire grazie al Signore per il dono di questa mia vocazione. Lo faccio con questa preghiera che ha guidato i momenti più intensi della mia preparazione all’ordinazione ma che ritrovo ogni giorno più vera.
Signore Gesù, Tu sei i miei giorni, non ho altri che Te nella mia vita. Quando troverò un qualcosa che mi aiuta, te ne sarò immensamente grato; però Signore, quand’anche io fossi solo, quand’anche non ci fosse nulla che mi dà una mano, non ci fosse neanche un fratello di fede che mi sostiene, Tu, o Signore, mi basti, con Te ricomincio da capo. Tu mi basti, Signore: il mio cuore, il mio corpo, la mia vita, nel suo normale modo di vestire, di alimentarsi, di desiderare è tutta orientata a Te. Io vivo nella semplicità e nella povertà di cuore; non ho una famiglia mia, perché Tu sei la mia casa, la mia dimora, il mio vestito, il mio cibo. Tu sei il mio desiderio.
Basta il Signore ma non è mai venuto da solo, si è sempre accompagnato con ognuno di voi, fratelli amati di questa comunità che ho l’onore di servire. Forse questo è anche il momento in cui chiedere scusa, e lo faccio non senza un senso di vergogna, per tutti i miei limiti, i fallimenti, i malintesi, il poco tempo donato a ciascuno con la scusa di dover sempre correre, il successo e il potere ricercato dietro all’apparenza di un servizio, le mie fughe dal campo di battaglia dove si fa più forte la mischia - e chissà che anche i posti vuoti di questo pomeriggio non siano un eloquente rimprovero per il mio sonnacchioso servizio. So però una cosa: vi amo con sincerità, siete parte di me e mi avete reso parte di voi e mi vanto di dirmi della Barona anche se non sono nato qui, sono felice di consumarmi con voi e per voi, cerco in tutti i modi di prendervi per mano e di camminare incontro al Signore anche se mi accorgo di essere più portato da voi che io a trascinare! Ma alla fine poco conta: l’importante è fermarci davanti a lui e lasciarci sommergere dalla sua tenerezza.
La lavanda dei piedi: gesto di servizio disinteressato. Vorrei riflettere con voi sul fatto che ho lavato i piedi a dei bambini, dei giovani e degli educatori che rappresentano l’intero oratorio. All’appello, ma non nel mio cuore, mancano i ragazzi del cortile e quelli più in difficoltà del quartiere perché l’oratorio sono anche loro, l’oratorio è per loro e se non riesce a raggiungerli fallisce la sua missione di essere rete gettata sul quartiere per raccontare la bellezza dell’avventura cristiana.
1 Lavare i piedi ai giovani vuol dire che noi siamo occupati da loro e non preoccupati per loro. I giovani non vogliono accanto a loro persone che mettono prima (il pre della parola preoccupazione lo dice bene!) i loro ideali magari mai realizzati o i loro sogni incompiuti, persone che parlano sulle loro teste. Vogliono compagni discreti di viaggio, persone che li stimano e credono in loro per quello che sanno e possono dare, fratelli più grandi, autorevoli certo, ma comunque in relazione, occupati della loro felicità, solidi come un chiodo piantato nella roccia di una parete di montagna da scalare.
2 Servire e non servirsi. C’è una bella differenza tutta data da quel si, riflessivo, ancora una volta a dirci che i giovani fuggono chi pone il proprio egoismo come obiettivo nella loro educazione. Servire i giovani vuol dire accettare la loro differenza da noi e i loro ideali, significa stare dalla loro parte quando soffrono e anche quando sono felici, vuol dire offrire loro la ricchezza della vita spirituale e di carità e indicare al momento giusto le possibili mete. Servono dunque adulti che per primi queste cose le conoscono, non maestri cattedratici ma testimoni umili e autentici…forse per questo oggi in molti rinunciano ad essere educatori!
3 I loro piedi e non altro…vuol dire che i giovani hanno un cammino tutto loro da fare che non sempre coinciderà con il nostro. Ma possiamo imparare a camminare insieme perché si sa che da soli si va più in fretta, ma insieme decisamente più lontano!
Oggi è anche un giorno speciale per noi sacerdoti: si dice infatti che proprio il Giovedì santo, Gesù, con la sua cena, inclusa dunque la lavanda dei piedi, abbia istituito il Ministero Ordinato. È allora il momento in cui dire grazie al Signore per il dono di questa mia vocazione. Lo faccio con questa preghiera che ha guidato i momenti più intensi della mia preparazione all’ordinazione ma che ritrovo ogni giorno più vera.
Signore Gesù, Tu sei i miei giorni, non ho altri che Te nella mia vita. Quando troverò un qualcosa che mi aiuta, te ne sarò immensamente grato; però Signore, quand’anche io fossi solo, quand’anche non ci fosse nulla che mi dà una mano, non ci fosse neanche un fratello di fede che mi sostiene, Tu, o Signore, mi basti, con Te ricomincio da capo. Tu mi basti, Signore: il mio cuore, il mio corpo, la mia vita, nel suo normale modo di vestire, di alimentarsi, di desiderare è tutta orientata a Te. Io vivo nella semplicità e nella povertà di cuore; non ho una famiglia mia, perché Tu sei la mia casa, la mia dimora, il mio vestito, il mio cibo. Tu sei il mio desiderio.
Basta il Signore ma non è mai venuto da solo, si è sempre accompagnato con ognuno di voi, fratelli amati di questa comunità che ho l’onore di servire. Forse questo è anche il momento in cui chiedere scusa, e lo faccio non senza un senso di vergogna, per tutti i miei limiti, i fallimenti, i malintesi, il poco tempo donato a ciascuno con la scusa di dover sempre correre, il successo e il potere ricercato dietro all’apparenza di un servizio, le mie fughe dal campo di battaglia dove si fa più forte la mischia - e chissà che anche i posti vuoti di questo pomeriggio non siano un eloquente rimprovero per il mio sonnacchioso servizio. So però una cosa: vi amo con sincerità, siete parte di me e mi avete reso parte di voi e mi vanto di dirmi della Barona anche se non sono nato qui, sono felice di consumarmi con voi e per voi, cerco in tutti i modi di prendervi per mano e di camminare incontro al Signore anche se mi accorgo di essere più portato da voi che io a trascinare! Ma alla fine poco conta: l’importante è fermarci davanti a lui e lasciarci sommergere dalla sua tenerezza.
La lavanda dei piedi: gesto di servizio disinteressato. Vorrei riflettere con voi sul fatto che ho lavato i piedi a dei bambini, dei giovani e degli educatori che rappresentano l’intero oratorio. All’appello, ma non nel mio cuore, mancano i ragazzi del cortile e quelli più in difficoltà del quartiere perché l’oratorio sono anche loro, l’oratorio è per loro e se non riesce a raggiungerli fallisce la sua missione di essere rete gettata sul quartiere per raccontare la bellezza dell’avventura cristiana.
1 Lavare i piedi ai giovani vuol dire che noi siamo occupati da loro e non preoccupati per loro. I giovani non vogliono accanto a loro persone che mettono prima (il pre della parola preoccupazione lo dice bene!) i loro ideali magari mai realizzati o i loro sogni incompiuti, persone che parlano sulle loro teste. Vogliono compagni discreti di viaggio, persone che li stimano e credono in loro per quello che sanno e possono dare, fratelli più grandi, autorevoli certo, ma comunque in relazione, occupati della loro felicità, solidi come un chiodo piantato nella roccia di una parete di montagna da scalare.
2 Servire e non servirsi. C’è una bella differenza tutta data da quel si, riflessivo, ancora una volta a dirci che i giovani fuggono chi pone il proprio egoismo come obiettivo nella loro educazione. Servire i giovani vuol dire accettare la loro differenza da noi e i loro ideali, significa stare dalla loro parte quando soffrono e anche quando sono felici, vuol dire offrire loro la ricchezza della vita spirituale e di carità e indicare al momento giusto le possibili mete. Servono dunque adulti che per primi queste cose le conoscono, non maestri cattedratici ma testimoni umili e autentici…forse per questo oggi in molti rinunciano ad essere educatori!
3 I loro piedi e non altro…vuol dire che i giovani hanno un cammino tutto loro da fare che non sempre coinciderà con il nostro. Ma possiamo imparare a camminare insieme perché si sa che da soli si va più in fretta, ma insieme decisamente più lontano!
domenica 28 marzo 2010
Domenica delle Palme
In questa domenica delle Palme la liturgia ci dona una Parola che, se da una parte anticipa il mistero della Passione e della Risurrezione del Signore – piccolezza e grandezza, debolezza e potenza sono strettamente e sempre intrecciate – dall’altra, e penso in particolare al brano di Giovanni, sembra una composizione di un’opera, una presentazione dei personaggi che entrano in scena e occupano il loro posto preciso nella drammatica della Pasqua.
Ci sono i Giudei con la loro curiosità e la loro superficialità. Si domandano se Gesù verrà alla festa, se si farà vivo a Gerusalemme, e in effetti Gesù dal giorno in cui ha compiuto il segno alla tomba di Lazzaro, si è ritirato in una zona deserta, si chiedono se solo con la sua presenza tornerà a tendere la corda e a sfidare l’autorità che già lo aveva condannato. Rimangono al margine degli avvenimenti, sono indifferenti, sono un pubblico stanco che si aspetta un diversivo per emozionarsi ma non per schierarsi in modo assoluto, prendere posizione e dichiarare la propria scelta. La Pasqua non scalfirà i loro cuori e tutto avverrà senza cambiamenti.
I capi del popolo invece sono presenti dietro le quinte con la loro rabbia che si fa accusa e poi complotto. Hanno imprigionato Gesù in uno schema, lo hanno bandito dal loro cuore, cercano disperatamente la controprova che giustifichi la loro opposizione, hanno al pretesa di aver capito ogni cosa di Dio. Tramano alle spalle di Gesù, cercano solo il modo per averlo fra le mani e poi la condanna verrà da sé.
Ci sono Maria, Marta e Lazzaro con la loro amicizia che si fa condivisione. Sono i personaggi positivi in assoluto. Marta e Lazzaro siedono a tavola con Gesù. Maria compie questo gesto esasperato. L’amicizia a volte non ha bisogno di grandi parole, ma è fatta di gesti silenziosi che dicono la condivisione di uno stesso orizzonte. Maria sente che Gesù avrebbe donato la sua vita e con quell’olio sparso sul capo del Maestro dice il suo dolore ma anche la sua partecipazione a quella morte che è dono totale di sé.
E poi ci sono i discepoli. Anche loro siedono a tavola ma non comprendono fino in fondo quello che sta per accadere. Anche il loro cuore è chiuso, hanno in mente che qualcosa di grande succederà, forse drammatico, ma che alla fine una rivoluzione ci sarebbe stata e con o senza Gesù sarebbero saliti al potere di un Regno nuovo. Giuda, in particolare, lui soprattutto rappresenta il dramma di chi non vuole comprendere e condividere il Mistero dell’annientamento di Gesù, la teologia di un Messia che decide di spezzarsi per amore dell’uomo, di un Dio che sfida la logica di questo mondo e si imbarca su un fallimento per costruire nella debolezza un ordine nuovo. Le sue parole suonano stonate ma è solo la punta evidente di un dramma interiore immenso. Forse Giuda si sarà sentito tradire da Gesù ed è per questo che tradisce. Forse vedrà infrangersi uno ad uno i sogni di un mondo nuovo e per questo decide di mandare in frantumi la sua sequela. Forse vuole provocare il Maestro ad abbracciare la logica della violenza e del tutto subito e per questo compie un passo che lo spinge alla disperazione.
A noi è chiesto di prendere posizione in questa composizione di luogo…con oggi, se vogliamo fare Pasqua, non ci è permesso di sottrarci e dire dove siamo e con chi stiamo.
Io, e non per retorica, mi sento dalla parte dei discepoli, sento la fratellanza di Giuda, con le mie frasi sconnesse, la coscienza del mio tradimento consumato ogni giorno anche se sono chiamato a seguire da vicino Gesù, con il mio non comprendere la logica del Vangelo, del chicco di grano che deve morire per portare frutto, con la mia voglia di vedere subito il risultato del mio lavoro, con la mia distanza ostinata dal Vangelo, con la mia voglia di primeggiare, con la confusione costante fra il mio ordine e l’ordine del Regno di Dio dove è grande chi è piccolo e dove vince chi solo in apparenza perde e si perde. Giuda mi è fratello oggi e mio malgrado molto più di Maria, Marta e Lazzaro.
Alla fine della quaresima, i giorni della settimana autentica gettano una luce sulla nostra povertà, ci riscoprono autenticamente per quello che siamo, con il nostro cumolo di buoni propositi mai portati a termine e con la nostra voglia di primeggiare. Gesù si dona a noi proprio nella notte dei nostri tradimenti. E così ci scopriamo all’improvviso sommersi dalla misericordia, come quel profumo che invade la casa, inondati di Grazia proprio nella nostra miseria. Ancora una volta noi siamo quelli che devono lasciarsi salvare. E non è una condizione da poco per celebrare bene la Pasqua.
Ci sono i Giudei con la loro curiosità e la loro superficialità. Si domandano se Gesù verrà alla festa, se si farà vivo a Gerusalemme, e in effetti Gesù dal giorno in cui ha compiuto il segno alla tomba di Lazzaro, si è ritirato in una zona deserta, si chiedono se solo con la sua presenza tornerà a tendere la corda e a sfidare l’autorità che già lo aveva condannato. Rimangono al margine degli avvenimenti, sono indifferenti, sono un pubblico stanco che si aspetta un diversivo per emozionarsi ma non per schierarsi in modo assoluto, prendere posizione e dichiarare la propria scelta. La Pasqua non scalfirà i loro cuori e tutto avverrà senza cambiamenti.
I capi del popolo invece sono presenti dietro le quinte con la loro rabbia che si fa accusa e poi complotto. Hanno imprigionato Gesù in uno schema, lo hanno bandito dal loro cuore, cercano disperatamente la controprova che giustifichi la loro opposizione, hanno al pretesa di aver capito ogni cosa di Dio. Tramano alle spalle di Gesù, cercano solo il modo per averlo fra le mani e poi la condanna verrà da sé.
Ci sono Maria, Marta e Lazzaro con la loro amicizia che si fa condivisione. Sono i personaggi positivi in assoluto. Marta e Lazzaro siedono a tavola con Gesù. Maria compie questo gesto esasperato. L’amicizia a volte non ha bisogno di grandi parole, ma è fatta di gesti silenziosi che dicono la condivisione di uno stesso orizzonte. Maria sente che Gesù avrebbe donato la sua vita e con quell’olio sparso sul capo del Maestro dice il suo dolore ma anche la sua partecipazione a quella morte che è dono totale di sé.
E poi ci sono i discepoli. Anche loro siedono a tavola ma non comprendono fino in fondo quello che sta per accadere. Anche il loro cuore è chiuso, hanno in mente che qualcosa di grande succederà, forse drammatico, ma che alla fine una rivoluzione ci sarebbe stata e con o senza Gesù sarebbero saliti al potere di un Regno nuovo. Giuda, in particolare, lui soprattutto rappresenta il dramma di chi non vuole comprendere e condividere il Mistero dell’annientamento di Gesù, la teologia di un Messia che decide di spezzarsi per amore dell’uomo, di un Dio che sfida la logica di questo mondo e si imbarca su un fallimento per costruire nella debolezza un ordine nuovo. Le sue parole suonano stonate ma è solo la punta evidente di un dramma interiore immenso. Forse Giuda si sarà sentito tradire da Gesù ed è per questo che tradisce. Forse vedrà infrangersi uno ad uno i sogni di un mondo nuovo e per questo decide di mandare in frantumi la sua sequela. Forse vuole provocare il Maestro ad abbracciare la logica della violenza e del tutto subito e per questo compie un passo che lo spinge alla disperazione.
A noi è chiesto di prendere posizione in questa composizione di luogo…con oggi, se vogliamo fare Pasqua, non ci è permesso di sottrarci e dire dove siamo e con chi stiamo.
Io, e non per retorica, mi sento dalla parte dei discepoli, sento la fratellanza di Giuda, con le mie frasi sconnesse, la coscienza del mio tradimento consumato ogni giorno anche se sono chiamato a seguire da vicino Gesù, con il mio non comprendere la logica del Vangelo, del chicco di grano che deve morire per portare frutto, con la mia voglia di vedere subito il risultato del mio lavoro, con la mia distanza ostinata dal Vangelo, con la mia voglia di primeggiare, con la confusione costante fra il mio ordine e l’ordine del Regno di Dio dove è grande chi è piccolo e dove vince chi solo in apparenza perde e si perde. Giuda mi è fratello oggi e mio malgrado molto più di Maria, Marta e Lazzaro.
Alla fine della quaresima, i giorni della settimana autentica gettano una luce sulla nostra povertà, ci riscoprono autenticamente per quello che siamo, con il nostro cumolo di buoni propositi mai portati a termine e con la nostra voglia di primeggiare. Gesù si dona a noi proprio nella notte dei nostri tradimenti. E così ci scopriamo all’improvviso sommersi dalla misericordia, come quel profumo che invade la casa, inondati di Grazia proprio nella nostra miseria. Ancora una volta noi siamo quelli che devono lasciarsi salvare. E non è una condizione da poco per celebrare bene la Pasqua.
sabato 20 marzo 2010
quinta di quaresima
Cara Marta,
ti scrivo appoggiata al davanzale della finestra della nostra casa a Betania. È bastato un raggio di sole di primavera per far sbocciare le tue azalee nel nostro giardino e, nel fresco di questa mattina di p
rimavera, raccolgo tutto il loro profumo. È il miracolo della vita che rinasce che si presenta ancora ai miei occhi. Mi ricordo quando Lazzaro ancora bambino un giorno entrò con la mano piena di fiori - più che colti - strappati apposta per te: mi chiedo ancora come hai fatto a sorridergli invece di arrabbiarti!
Adesso che sei partita questa casa è davvero vuota. Io non riesco a darle tutte le attenzioni che tu ci mettevi. Forse se ne sono accorti anche gli amici che sono sempre più rari e sempre più di fretta. Come mi sembrano lontani i giorni in cui ci sentivamo al centro del mondo, sul crocevia di un’avventura che avrebbe cambiato la nostra storia. Certo, noi tre giocavamo sul retroscena, eravamo solo gli amici del Maestro, preoccupati di dargli ospitalità e ricoprirlo di tutte le premure possibili. Gli piaceva la nostra amicizia, lo faceva sentire bene, avevamo una sintonia quasi totale, con noi lui si permetteva di condividere tutto.
Ora ho più tempo per me, per ascoltare la Parola, per immergermi nel cuore di Dio e devo dirti che nel silenzio sto componendo come un mosaico tutte gli incontri con Gesù e le sue parole e credo di comprendere che lui è davvero il Messia, il Figlio di Dio - tu ci sei arrivata prima di me - e perché vivo, sento la sua mano stretta alla mia ogni momento. È cambiato tutto, non è cambiato nulla, tutto ora è più limpido, la mia amicizia con lui più profonda e più vera.
Ma questa serenità è la meta di un cammino che ha conosciuto la notte della fede, la crisi vera. Il giorno in cui Lazzaro morì e si presentò il Maestro solo dopo 4 giorni mi sentivo non solo spezzata ma anche presa in giro. Avevo deciso di non voler ascoltare le sue parole, avevo deciso di sprofondare nel mio dolore colmo di rabbia e disperazione, di restare muta e inerme come la pietra che sigillava il sepolcro di nostro fratello: a che cosa mi sarebbe servita la sua consolazione? Se davvero avesse potuto fare qualcosa perché non è venuto in tempo? E quel Dio buono come un Padre di cui ci parlava perché taceva, perché sembrava lontano e assente, perché non aveva impedito che il nostro amore si fosse spezzato così presto? Forse se tu non mi avessi tirato fuori di forza da casa io non sarei mai venuta al sepolcro. Gesù, non potrò mai dimenticarlo, vedendomi piangere, pianse anche lui, lacrime che mi sono sembrate le mie, di dolore e di rabbia, e poi la sua preghiera a Dio. In cuor mio sentivo l’angoscia non solo di aver perso un fratello ma anche il Padre. Lui invece no, anche in quel momento si abbandonava alle braccia di Dio. Mi hanno detto che anche nell’ora della sua morte ha fatto così: chissà se davanti al sepolcro di Lazzaro stava pensando che da lì a poco anche a lui sarebbe toccata la stessa cosa. E poi il segno. Tutti hanno visto. Lazzaro è uscito dalla tomba, le bende che gli avevo messo io erano ancora attaccate ad un corpo però non più inerme, ma vivo. E lì il cuore si è stretto fino al punto che credevo di morire anch’io. Era paura, stupore, felicità, la luce entrava all’improvviso nel cuore come il sole in una stanza buia.
Da quel giorno ho capito chi è il Dio in cui credevo, ho fatto esperienza della sua presenza, del suo essere il Dio dei vivi, ho capito che la morte accade ma non ha l’ultima parola e che non viene da lui. La paura più grande dell’uomo è vinta se vivi fidandoti e affidandoti a un amico come Gesù.
L’altro giorno a casa nostra è passato Andrea. Mi diceva, tornando verso Gerusalemme, che noi eravamo fortunate ad aver toccato con mano cos’è la risurrezione. Forse è vero. Ma gli ho detto che risurrezione non è solo quella di Lazzaro, nella vita la puoi sperimentare in tanti modi; se solo apri gli occhi ti puoi accorgere di quante volte la vita vince la morte: quando ritrovi un amico, quando fai pace con qualcuno, quando prendi in mano carta e penna e ricuci una relazione sfilacciata e lacerata, quando dici a qualcuno che gli vuoi bene senza aspettare, quando una nuova vita si schiude nel grembo di una mamma, quando un malato offe il suo dolore, quando ti lasci perdonare, quando vedi le azalee a primavera e capisci che sei come loro: basta un raggio della presenza di Dio e ciò che è morte in te diventa vita.
Marta, anche vederti per me sarà assaporare la Risurrezione.
Ti aspetto per la prossima Pasqua che la luna quasi piena in cielo già annuncia.
Con amore,
tua sorella Maria
ti scrivo appoggiata al davanzale della finestra della nostra casa a Betania. È bastato un raggio di sole di primavera per far sbocciare le tue azalee nel nostro giardino e, nel fresco di questa mattina di p
rimavera, raccolgo tutto il loro profumo. È il miracolo della vita che rinasce che si presenta ancora ai miei occhi. Mi ricordo quando Lazzaro ancora bambino un giorno entrò con la mano piena di fiori - più che colti - strappati apposta per te: mi chiedo ancora come hai fatto a sorridergli invece di arrabbiarti!Adesso che sei partita questa casa è davvero vuota. Io non riesco a darle tutte le attenzioni che tu ci mettevi. Forse se ne sono accorti anche gli amici che sono sempre più rari e sempre più di fretta. Come mi sembrano lontani i giorni in cui ci sentivamo al centro del mondo, sul crocevia di un’avventura che avrebbe cambiato la nostra storia. Certo, noi tre giocavamo sul retroscena, eravamo solo gli amici del Maestro, preoccupati di dargli ospitalità e ricoprirlo di tutte le premure possibili. Gli piaceva la nostra amicizia, lo faceva sentire bene, avevamo una sintonia quasi totale, con noi lui si permetteva di condividere tutto.
Ora ho più tempo per me, per ascoltare la Parola, per immergermi nel cuore di Dio e devo dirti che nel silenzio sto componendo come un mosaico tutte gli incontri con Gesù e le sue parole e credo di comprendere che lui è davvero il Messia, il Figlio di Dio - tu ci sei arrivata prima di me - e perché vivo, sento la sua mano stretta alla mia ogni momento. È cambiato tutto, non è cambiato nulla, tutto ora è più limpido, la mia amicizia con lui più profonda e più vera.
Ma questa serenità è la meta di un cammino che ha conosciuto la notte della fede, la crisi vera. Il giorno in cui Lazzaro morì e si presentò il Maestro solo dopo 4 giorni mi sentivo non solo spezzata ma anche presa in giro. Avevo deciso di non voler ascoltare le sue parole, avevo deciso di sprofondare nel mio dolore colmo di rabbia e disperazione, di restare muta e inerme come la pietra che sigillava il sepolcro di nostro fratello: a che cosa mi sarebbe servita la sua consolazione? Se davvero avesse potuto fare qualcosa perché non è venuto in tempo? E quel Dio buono come un Padre di cui ci parlava perché taceva, perché sembrava lontano e assente, perché non aveva impedito che il nostro amore si fosse spezzato così presto? Forse se tu non mi avessi tirato fuori di forza da casa io non sarei mai venuta al sepolcro. Gesù, non potrò mai dimenticarlo, vedendomi piangere, pianse anche lui, lacrime che mi sono sembrate le mie, di dolore e di rabbia, e poi la sua preghiera a Dio. In cuor mio sentivo l’angoscia non solo di aver perso un fratello ma anche il Padre. Lui invece no, anche in quel momento si abbandonava alle braccia di Dio. Mi hanno detto che anche nell’ora della sua morte ha fatto così: chissà se davanti al sepolcro di Lazzaro stava pensando che da lì a poco anche a lui sarebbe toccata la stessa cosa. E poi il segno. Tutti hanno visto. Lazzaro è uscito dalla tomba, le bende che gli avevo messo io erano ancora attaccate ad un corpo però non più inerme, ma vivo. E lì il cuore si è stretto fino al punto che credevo di morire anch’io. Era paura, stupore, felicità, la luce entrava all’improvviso nel cuore come il sole in una stanza buia.
Da quel giorno ho capito chi è il Dio in cui credevo, ho fatto esperienza della sua presenza, del suo essere il Dio dei vivi, ho capito che la morte accade ma non ha l’ultima parola e che non viene da lui. La paura più grande dell’uomo è vinta se vivi fidandoti e affidandoti a un amico come Gesù.
L’altro giorno a casa nostra è passato Andrea. Mi diceva, tornando verso Gerusalemme, che noi eravamo fortunate ad aver toccato con mano cos’è la risurrezione. Forse è vero. Ma gli ho detto che risurrezione non è solo quella di Lazzaro, nella vita la puoi sperimentare in tanti modi; se solo apri gli occhi ti puoi accorgere di quante volte la vita vince la morte: quando ritrovi un amico, quando fai pace con qualcuno, quando prendi in mano carta e penna e ricuci una relazione sfilacciata e lacerata, quando dici a qualcuno che gli vuoi bene senza aspettare, quando una nuova vita si schiude nel grembo di una mamma, quando un malato offe il suo dolore, quando ti lasci perdonare, quando vedi le azalee a primavera e capisci che sei come loro: basta un raggio della presenza di Dio e ciò che è morte in te diventa vita.
Marta, anche vederti per me sarà assaporare la Risurrezione.
Ti aspetto per la prossima Pasqua che la luna quasi piena in cielo già annuncia.
Con amore,
tua sorella Maria
domenica 7 marzo 2010
terza di quaresima
Caro Giovanni,
ho trovato il coraggio di scriverti queste righe a distanza di molti anni dalle cose vissute assieme. Sono pensieri a lungo meditati che finalmente trovano forma. Ti starai chiedendo perché proprio tu sei il destinatario di questa lettera: quando ho iniziato anch’io a seguire il Maestro mi hanno sempre colpito la tua audacia, la tua attenzione, la tua capacità di imitarlo e la tua voglia di primeggiare fra tutti e in effetti – non senza un pizzico d’invidia da parte nostra – per te Gesù ha sempre avuto un occhio di riguardo! Da quello che mi hanno raccontato tu sei l’unico rimasto ai piedi di quella croce su cui è finita la sua storia. Non credo sia vero quanto dite sia accaduto dopo: la Risurrezione è un fatto troppo grande per essere già presente in questa nostra storia così prosaica! Tu sei rimasto fino alla fine, io sono andato via nel bel mezzo della scena; tu sei stato coerente ed è una dote che non credo di aver mai avuto.
Forse ti ricorderai di quel giorno in cui Gesù ci ha messi con le spalle al muro senza risparmiarsi parole dure. Mi risuonano ancora nella mente, lo scorrere del tempo non ha levigato per nulla la loro forza. Voleva che noi scegliessimo lui e la sua strada oppure che ce ne andassimo per sempre: per lui la logica del numero non è mai stata importante; per il nostro bene ci chiedeva di non tenere aperte scorciatoie, ci obbligava a una decisione, ci voleva seriamente liberi. Libertà…che parola grande! Solo ora comprendo che significa poter decidersi per qualcosa o per qualcuno. Allora pensavo che fosse non avere vincoli, non essere schiavi di nessuno. Ma se non ti decidi resti schiavo dei compromessi e delle paure.
E io di paure ne avevo tante: la sua strada mi affascinava, sentivo che era davvero giusta, aveva parole come non ho sentito mai da nessuno eppure intuivo che il prezzo da pagare sarebbe stato troppo caro: l’amore, se ti prende fino in fondo, ti porta a spezzarti e a donarti senza riserve. Mi piaceva stare ad ascoltarlo ma non mi sono mai deciso a rompere con il mio mondo così rassicurante di leggi e di precetti: con lui non bastava non fare il male, bisognava compiere il bene ed è una strada troppo in salita per uno come me che è sempre stato ripiegato sulle sue piccole cose. Il Dio di cui ci parlava è amore incondizionato che chiede di essere perfetti nell’amore come lui, troppo vago per chi come me ha bisogno di un Dio giusto che mi dice come vivere il mio tempo e come giudicare le cose e le persone attorno a me.
Ti starai chiedendo se anch’io quel giorno ho preso fra le mani almeno una pietra per tirargliela addosso. No, non sono arrivato a tanto ma ero accanto a chi era pronto a ucciderlo. Il suo discorso era talmente lucido che non riuscivamo a tenergli testa e ci sentivamo impotenti, smascherati, a corto di parole. Era come la luce del sole al mattino: pian piano le sue parole mettevano in risalto le nostre zona d’ombra e questo ci faceva rabbia. Avrei voluto scomparire quel giorno di fronte al vociare della gente che ascoltava e davanti alla quale ci ha messi in ridicolo, quella gente che ci ha sempre temuto e rispettato e che ora poteva scoperchiare il fondale della nostra ipocrisia e della nostra incoerenza.
Una sola cosa avrei voluto chiedere a Gesù: il suo sorriso. Ho sete della gioia vera, non l’ho mai provata, penso che avergli girato le spalle sia stata un’occasione perduta per poterla conquistare. E ora è troppo tardi! Ti prego, alla tua pagina che racconta di quel giorno, aggiungi alle parole Verità e Libertà anche la parola Felicità! Penso sia strettamente legata.
Con affetto,
Giona il fariseo, un compagno di viaggio perduto.
ho trovato il coraggio di scriverti queste righe a distanza di molti anni dalle cose vissute assieme. Sono pensieri a lungo meditati che finalmente trovano forma. Ti starai chiedendo perché proprio tu sei il destinatario di questa lettera: quando ho iniziato anch’io a seguire il Maestro mi hanno sempre colpito la tua audacia, la tua attenzione, la tua capacità di imitarlo e la tua voglia di primeggiare fra tutti e in effetti – non senza un pizzico d’invidia da parte nostra – per te Gesù ha sempre avuto un occhio di riguardo! Da quello che mi hanno raccontato tu sei l’unico rimasto ai piedi di quella croce su cui è finita la sua storia. Non credo sia vero quanto dite sia accaduto dopo: la Risurrezione è un fatto troppo grande per essere già presente in questa nostra storia così prosaica! Tu sei rimasto fino alla fine, io sono andato via nel bel mezzo della scena; tu sei stato coerente ed è una dote che non credo di aver mai avuto.
Forse ti ricorderai di quel giorno in cui Gesù ci ha messi con le spalle al muro senza risparmiarsi parole dure. Mi risuonano ancora nella mente, lo scorrere del tempo non ha levigato per nulla la loro forza. Voleva che noi scegliessimo lui e la sua strada oppure che ce ne andassimo per sempre: per lui la logica del numero non è mai stata importante; per il nostro bene ci chiedeva di non tenere aperte scorciatoie, ci obbligava a una decisione, ci voleva seriamente liberi. Libertà…che parola grande! Solo ora comprendo che significa poter decidersi per qualcosa o per qualcuno. Allora pensavo che fosse non avere vincoli, non essere schiavi di nessuno. Ma se non ti decidi resti schiavo dei compromessi e delle paure.
E io di paure ne avevo tante: la sua strada mi affascinava, sentivo che era davvero giusta, aveva parole come non ho sentito mai da nessuno eppure intuivo che il prezzo da pagare sarebbe stato troppo caro: l’amore, se ti prende fino in fondo, ti porta a spezzarti e a donarti senza riserve. Mi piaceva stare ad ascoltarlo ma non mi sono mai deciso a rompere con il mio mondo così rassicurante di leggi e di precetti: con lui non bastava non fare il male, bisognava compiere il bene ed è una strada troppo in salita per uno come me che è sempre stato ripiegato sulle sue piccole cose. Il Dio di cui ci parlava è amore incondizionato che chiede di essere perfetti nell’amore come lui, troppo vago per chi come me ha bisogno di un Dio giusto che mi dice come vivere il mio tempo e come giudicare le cose e le persone attorno a me.
Ti starai chiedendo se anch’io quel giorno ho preso fra le mani almeno una pietra per tirargliela addosso. No, non sono arrivato a tanto ma ero accanto a chi era pronto a ucciderlo. Il suo discorso era talmente lucido che non riuscivamo a tenergli testa e ci sentivamo impotenti, smascherati, a corto di parole. Era come la luce del sole al mattino: pian piano le sue parole mettevano in risalto le nostre zona d’ombra e questo ci faceva rabbia. Avrei voluto scomparire quel giorno di fronte al vociare della gente che ascoltava e davanti alla quale ci ha messi in ridicolo, quella gente che ci ha sempre temuto e rispettato e che ora poteva scoperchiare il fondale della nostra ipocrisia e della nostra incoerenza.
Una sola cosa avrei voluto chiedere a Gesù: il suo sorriso. Ho sete della gioia vera, non l’ho mai provata, penso che avergli girato le spalle sia stata un’occasione perduta per poterla conquistare. E ora è troppo tardi! Ti prego, alla tua pagina che racconta di quel giorno, aggiungi alle parole Verità e Libertà anche la parola Felicità! Penso sia strettamente legata.
Con affetto,
Giona il fariseo, un compagno di viaggio perduto.
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