sabato 13 novembre 2010

I di Avvento

Il percorso della Parola. Inizia oggi il tempo dell’avvento che, nella nuova versione del lezionario del rito ambrosiano, è parte del Mistero dell’Incarnazione. Celebriamo in modo unitario il mistero di un Dio che progressivamente si è rivelato, con segni e la parola dei profeti, al suo popolo e nella pienezza dei tempi si è fatto carne, prossimo all’uomo, ha piantato i paletti della sua tenda in modo definitivo nella nostra storia, conosce il sapore della nostra fatica, le lacrime del nostro dolore, la gioia dei momenti di festa; un Dio così che si rivela al mondo come promessa di salvezza e compimento della gioia. Buon cammino, dunque! Il Signore ci dona ancora questi giorni perché possiamo diventare più profondi, attenti, affinare il nostro fiuto spirituale, riscoprire la certezza di essere figli amati e poi per essere più agili dietro a lui come discepoli e più disinvolti come apostoli, portati dalla Parola fino agli estremi confini della terra.

Il già e il non ancora: un’idea che contraddistingue questo tempo. Se c’è un’idea che ricorre costantemente nella filigrana di questi giorni è quella racchiusa sinteticamente nell’espressione già e non ancora. Già, perché il Signore è già venuto fra noi, la storia della salvezza ha già trovato il suo culmine, tutto è stato detto, compreso il giudizio su questo mondo e si è aperto il tempo del Regno. I giorni di Avvento sono anche della memoria, un ripercorrere con Israele i passi dell’avvicinarsi del messia ecco perché continueremo ad ascoltare la parola dei profeti come se anche in noi dovesse accendersi la fiamma dell’attesa o forse solo perché riscopriamo la portata della venuta di Cristo, e ci accorgiamo che dopo di lui nulla è più come prima. Ma non ancora ci è data la stabilità del Regno e la sua definitività, noi sappiamo che Gesù ritornerà nella Gloria. Questo proietta il nostro sguardo in avanti e Avvento è l’occasione per riprendere fra le mani il senso del tempo e capire che non è un eterno ritorno, un piatto e ripetitivo susseguirsi di errori o di successi ma un progressivo salire verso l’alto, un camminare verso l’eternità. Note sulla spiritualità di Avvento Basta solo questo per trarre alcune conclusioni che potrebbero essere delle note sulla spiritualità d’avvento, una sinfonia che dobbiamo comporre in noi stessi per essere credenti autentici. Sei già nella pienezza del tempo: metti un nuovo paio di occhiali sul naso. È bandita ogni forma di lamentosità, di critica aspra sull’oggi. Il credente è uno che sa che Cristo c’è stato e cammina con noi e sa che la notte è già alla fine, vede in ogni attimo sorgere l’alba e vede germogliare i segni del tempo nuovo mentre tutti indugiano sulla secchezza dei rami. Risveglia la speranza perché tutto volge alla pienezza. Noi possiamo scommettere seriamente su un mondo diverso perché Dio mantiene le sue promesse e verrà a dare fondamento sicuro al suo regno. Sperare è mettersi al lavoro per un mondo migliore. Vigila su te stesso e il tuo amore nello scorrere del tempo: aumenta la preghiera e afferra il tempo per i capelli senza che sia lui a sopraffarti. Non è facile abitare sospesi fra il già e il non ancora. Lo scorrere del tempo può logorarci, può affievolire la speranza. Per questo i giorni di Avvento ci chiedono un surplus di preghiera per ancorarci a Gesù. Ricorda che devi essere profeta per qualcuno. Ascoltare la voce dei profeti ci obbliga a diventare noi stessi profeti, portatori di speranza per i nostri fratelli a cui siamo prossimi.

E ora provo a riprendere solo qualche aspetto del vangelo che abbiamo appena ascoltato a cui fanno eco le due letture nella tematica del ritorno del Figlio dell’uomo.

I discepoli si compiacciono delle pietre del Tempio: sembrano dover durare per sempre! E invece Gesù relativizza tutto, perché è così: ciò che è dell’uomo ha un inizio, dura ma volge inesorabilmente alla fine. Solo Cristo resta. Parlare della fine del Tempio per un ebreo, significava parlare della fine del mondo. Ecco allora perché i suoi lo incalzano con la domanda sul quando accadranno queste cose. Gesù con dolcezza sostituisce la loro questione e sposta l’asse del discorso sul come, come resistere nell’attesa del suo ritorno. Perché la fine in realtà è un fine, la venuta nella Gloria del Crocifisso-Risorto. Importante è preparare questo ritorno e non soccombere nell’attesa nemmeno di fronte all’eco di violenza e di catastrofe che si sente in ogni epoca della storia. Il tempo è proprio una sfida: può logorare, dissipare, disperdere, affievolire oppure può lasciar emergere il meglio di noi e insegnarci a lottare contro tutto ciò che tenta di distruggere il nostro amore. Se l’amore di molti si raffredderà, il discepolo deve amare e annunciare il vangelo fino agli estremi confini della terra. Questa parola è vera anche per noi che attendiamo il ritorno del Signore: sapere che Cristo è ciò che rimane e ci rimane ci permette di guardare a tutto con una certa relatività. E di reimpostare la nostra scala di valori. Più che alla bellezza dei nostri progetti, dei nostri piani, delle nostre chiese dobbiamo concentrarci su di lui e nutrire il nostro amore per lui. Sull’importanza del resistere nello scorrere del tempo si diceva qualcosa anche prima. Davvero prendiamo fra le mani i nostri giorni e domandiamoci se abbiamo resistito nei nostri sogni oppure siamo stanchi e dispersi o se il male che abbiamo ricevuto non ci ha messo qualche blocco nel cuore per cui ci ritroviamo più spenti e ripiegati su di noi. Una conclusione: la perseveranza degli eletti abbrevierà i giorni della pena. A chi dovremo dire grazie alla fine della storia?. Forse a quelle anime che nel silenzio si raccolgono in preghiera per la gioia del mondo intero, forse a chi nella fatica dei giorni tiene viva la fiamma dell’ideale, forse a chi resiste e continua a vivere nello stile del Vangelo. Non lo sapremo mai. forse a qualcuno che è presente fra noi anche oggi o forse anche a noi stessi se ci scopriremo caldi e perseveranti.

domenica 7 novembre 2010

Domenica di Cristo Re

Un’altra logica è possibile

Non penso sia tempo perso ricordare il contesto in cui nacque questa festa. Era l’epoca oscura dei grandi totalitarismi; in Italia si era affermato ormai da un decennio il fascismo e in Germania il nazismo come nell’est imperversava il comunismo: diversi gli spunti da cui nacquero, uguali i deliri di onnipotenza, la perdita del senso della dignità dell’uomo e la violenza. Pio XI, uomo di grande chiarezza e decisione, prendendo le distanze da quei dittatori, consegnava alla scuola popolare della fede che è la Liturgia l’idea che il solo vero Re della storia è Cristo Gesù che con la sua logica ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili, che non è mai sceso al compromesso di brandire i segni del potere ma che, con il potere dei segni, camminava sulle strade della sua terra restituendo la dignità dei figli a chi la vita o la supponenza dei potenti aveva schiacciato e messo ai margini, che con la sua croce ci ha raccontato che l’unica cosa che rimane e incide nella storia è l’amore, che alla fine dei tempi tirerà i cardini della storia e giudicherà ogni uomo proprio sulla sua capacità di amare. E a distanza di così tanti anni, sull’argine del fiume del tempo colorato da troppo sangue versato inutilmente, noi possiamo dire che quell’intuizione era profetica e vera.

Di fronte a chi usa ancora il potere come mezzo per arricchirsi alle spalle dei poveri del mondo, di fronte a chi fa della politica non un servizio ma l’altare per i propri scopi sacrificando il futuro delle persone, di fronte a un’economia che marca sempre più fortemente il divario fra i poveri e i ricchi, fra il nord e il sud del mondo, ad una Chiesa che si attarda ancora in mille indugi prima ancora di rompere con i vecchi moduli e i troppi compromessi con i forti di questo mondo, celebrare Cristo come Re ci obbliga ad affinare il fiuto spirituale e a guardare le cose sotto un’altra prospettiva, quella di Dio, e spinge a giocare la nostra partita sul fronte opposto, a scendere sulle strade e farci compagni dei poveri e a investire in pura perdita di noi stessi in amore. Allora la nostra esistenza avrà senso e questa terra prenderà almeno in parte i connotati marcati del Regno che viene.

Forse sono solo giorni

Oggi è anche l’ultima domenica dell’anno liturgico. Sono pochi gli anni/ forse sono solo giorni/ e stanno finendo tutti in fretta e in fila/ non ce n’è uno che ritorni dice così una nota canzone di Lucio Dalla: e che ne è del nostro cammino di santità, della nostra conversione al Vangelo che di domenica in domenica la liturgia ci propone. Potremmo darci questa settimana come occasione per un esame di coscienza per capire se la Parola di Dio ci ha davvero plasmato il cuore, la mente e l’azione e per rilanciare il nostro proposito di seguire Gesù magari con un pizzico di tempo in più per la preghiera e per non sciupare le occasioni per vivere la carità.

La Parola

Mi vorrei soffermare quest’oggi in particolare sul brano di Vangelo di Matteo. Siamo all’improvviso proiettati alla fine della storia quando il re, Gesù, con i segni della sua Passione e della Risurrezione, giudicherà la storia e ogni uomo.

Il Giudizio non è affatto una spada minacciosa sulla nostra testa. Dio prende in seria considerazione la nostra libertà, le scelte che compiamo ogni giorno aldilà delle intenzioni. Il suo Giudizio ratifica quanto noi abbiamo deciso e gli dà la forma dell’eternità.

Il Vangelo ci mostra anche qual è il parametro in base a cui saremo giudicati così che non si possa fingere di non sapere, così che alla paura si sostituisca la voglia di fare. Non sarà la fede a salvarci, anzi non è nemmeno citata come principio per scagionare gli uni o per condannare gli altri; non si parla neppure di speranza. Solo se la fede sarà diventata carità, solo se la speranza avrà alimentato l’amore saremo salvati. Cristo ha scelto di essere l’ultimo fra i poveri di questa terra e lì ha deciso di continuare ad abitare. Si confonde con ognuno di loro tanto che quando ci saremo presi cura di loro, della loro fame, della loro sete, della loro sorte nei momenti drammatici della loro esistenza, nella concretezza delle loro domande avremo servito Gesù. Gesù non ci chiede di sovvertire dall’alto l’ordine delle cose ma dal basso, di giocarci in piccoli segni che non faranno mai cronaca ma che profumano di futuro, che rendono il mondo più bello. Il sorriso restituito ad ogni piccolo sarà un anticipo del Paradiso.

Ogni sera la Chiesa ci fa recitare il nunc dimittis il cantico di Simeone. In un passaggio dice: perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza preparata da te davanti ad ogni popolo. Questa salvezza è Gesù. non passi giorno senza aver visto Gesù in qualche piccolo per cui ci siamo messi al servizio a tempo perso, non passi giorno senza aver invocato occhi per scorgerlo fra i poveri di questo mondo che ci tendono la mano.

sabato 30 ottobre 2010

II domenica dopo la Dedicazione

L’annuncio del vangelo alle genti, l’accoglienza di nuovi popoli nella Chiesa. Mi colpisce il tema di questa domenica sospesa fra un mandato missionario ricevuto settimana scorsa e la prossima festa di Cristo Re in cui sottolineeremo il primato di Gesù sulla storia e sul mondo. Allargare sempre i paletti della propria tenda per fare spazio all’altro è una tensione costitutiva della comunità credente. Anche se sembra di perdere, di svilire la propria natura o smarrire la propria identità, non c’è mai un momento in cui la Chiesa possa chiudersi, rintanarsi, mettere le sbarre alle finestre per non vedere oltre il proprio confine rassicurante o tirare su il muretto della propria recinzione così da impedire a chi vuole di accedervi; la storia del Maestro deve essere anche la nostra sotto la guida creativa dello Spirito: lui è stato mandato non solo per le pecore della casa d’Israele, non si accontentava di piantare i paletti della sua tenda in una città, ma aveva l’esigenza quasi randagia di raggiungere sempre posti nuovi, di aggiungere alla lista dei propri amici sempre volti e storie inediti. Penso che basti solo questo per obbligarci a sederci e ripensare a certe nostre prassi, a certi nostri progetti, anche alle nostre liturgie. Oltre noi c’è una terra deserta assetata di senso, di speranza, di Vangelo e chi renderà questo servizio alla nostra città, ai nostri giovani, alle nostre famiglie se non noi? forse tante forze gestite per supportare l’esistente dovrebbero essere invece dirottate sul fare spazio agli altri, senza timore, perché è in questa direzione che soffia lo Spirito che rende sempre giovane la sua Chiesa. e a queste nuove genti bisogna offrire non lo scarto, gli scampoli della nostra vita comune, quasi come un assistenzialismo sterile! Il Signore ci chiede di aprire la casa e condividere un banchetto preparato da lui che è il migliore in assoluto. La bellezza e l’abbondanza del dono dicono all’altro che è benvenuto e prezioso per noi.

Vorrei ora addentrarmi nella Parola del vangelo ascoltata per sottolineare solo qualche passaggio.

C’è una festa, c’è un banchetto che è stato preparato ma gli invitati della prima ora non vogliono andare. L’invito si allarga allora ad altri – obbligatorio tuttavia l’abito delle grandi occasioni! – che occupano la sala, si siedono, fanno comunione con il Signore. Chi ascoltava Gesù aveva ben presente la forza del rimprovero sotteso a questo racconto. Il banchetto dell’era messianica lì, in quel momento, era stato preparato davanti a Israele eppure è stato più forte il pregiudizio, il timore di prendervi parte, il sospetto, la ristrettezza mentale e la sclerotizzazione del cuore. Ora altre genti vi prenderanno parte.

Noi che ascoltiamo dopo tanto tempo questa pagina penso che possiamo assumere due punti prospettici differenti.

1 la gratitudine. Noi siamo quella gente che è stata invitata in un secondo tempo al banchetto. Dio ci ha aperto una possibilità che non immaginavamo. Noi possiamo sedere alla sua mensa, prendere parte alla sua vita, fare della sua vita la nostra dopo che lui ha deciso di prendere sulle sue spalle il peso dei nostri giorni. Noi non siamo Israele e siamo stati innestati nella sua storia e nella sua Promessa. E questa gratitudine diventa responsabilità perché la corsa del vangelo non si fermi fra noi ma possa proseguire sulle nostre strade e per il futuro almeno imminente.

2 la vigilanza. È anche vero però che noi possiamo metterci al posto degli invitati della prima ora. Dobbiamo vigilare per rispondere alla chiamata che Dio sempre ci rivolge A Dio noi possiamo voltare le spalle in qualsiasi momento della nostra giornata, essere altrove mentre ci chiede di essere da qualche altra parte con lui, possiamo rimanere chiusi nei nostri schemi mentre ci chiede un’apertura mentale sempre nuova, possiamo non fare la sua volontà magari credendo di obbedirgli, possiamo sistematicamente portare avanti i nostri progetti senza metterci al servizio del Regno: non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel Regno ma chi fa la volontà del Padre mio!

E infine mi colpisce un altro aspetto di questa pagina, un perché che nasce in me come una domanda inquietante ascoltando il rifiuto di quei primi invitati. Per loro era stata preparata una festa, un appuntamento che dice pienezza di vita e gioia e perchè voltano le spalle, si escludono? Mi viene alla mente il no di tante persone a tante iniziative delle nostre comunità, la distanza che alcuni giovani pongono con la Chiesa, il distacco di molti quando avvertono le esigenze del vangelo che non sono mai senza una promessa di felicità. Forse si rintana sotto la paura antica come quel giardino di Eden di perdersi, di non ritrovare più se stessi, si inizia a vedere Dio come un avversario, come un antagonista della propria realizzazione. Anche su questo dobbiamo noi per primi vigilare per non restare vittime delle nostre paure. Ma è vero anche che, di fronte al rifiuto, di fronte all’indifferenza di qualcuno su cui avremmo investito molto dobbiamo fare proprio come Gesù: allargare la prospettiva e metterci sulle strade a cercare sempre nuovi fratelli da invitare. La sala forse non si riempirà dei migliori secondo la logica di questo mondo, ci troveremo compagni di molti poveri, ma è proprio questo lo scandalo del Vangelo, forza che divampa nel mondo con strumenti deboli.

domenica 24 ottobre 2010

domenica I dopo la Dedicazione, del mandato missionario

Il percorso di queste domeniche dopo Pentecoste: abbiamo ascoltato le pagine più importanti della storia della salvezza il cui centro è Gesù: tutto prende forma in lui, senso pieno……Gesù che chiama attorno a sé la sua Chiesa e la invia fino alla fine dei tempi in cui tutto sarà preso fra le braccia del Padre. Vorrei soffermarmi già da ora su alcune conseguenze, 2 in particolare per la nostra vita:1 La storia della salvezza prosegue nell’oggi, noi ne siamo i protagonisti. Nei nostri sì, nelle nostre scelte, nel nostro dolore portato avanti con dignità e coraggi, nell’obbedienza al quotidiano e alla scelta di vivere a immagine di Cristo noi stiamo costruendo un angolo di regno di Dio. Non sottovalutiamo se non ha clamore, le cose più importanti sono invisibili agli occhi e scorrono nelle vene della storia. 2 Non esiste Chiesa se non in una dinamica missionaria. Non si può trattenere per sé la buona notizia. Se hai incontrato la verità, la gioia che fa danzare e palpitare il cuore la devi raccontare non la puoi trattenere, devi farti portale d’accesso per la fede di qualcun altro. A credere si arriva così, per la testimonianza buona di un fratello più grande che si è lasciato rapire dalla forza della Parola e si è lasciato mettere in gioco totalmente. Il termometro della nostra fede, delle nostre liturgie, della carità cioè della nostra capacità di amare i poveri e metterli al centro, della nostra speranza, del nostro saper testimoniare uno stile di vita alternativo sta nella forza di accogliere fra noi sempre nuovi fratelli, di saper trasmettere il buon bagaglio della fede, interessarci delle terre lontane che desiderano il vangelo come una pioggia per il deserto.

Le letture di oggi sono un prontuario per la comunità che vuole vivere la missione.1 per andare, per salpare al largo ci vuole una comunità alla maniera del racconto di Atti: i diversi vivono la comunione attorno alla presenza del Risorto e stanno in ascolto della voce dello Spirito. Queste sono le radici utili, necessarie per avere i frutti di evangelizzazione. La missione non è l’iniziativa di alcuni, il gioco in solitaria di pochi appassionati del tema. Tutta la comunità è missionaria, testimonia al mondo la bellezza dell’amore alternativo secondo il Vangelo, suscita simpatia attorno a sé e poi sceglie alcuni che possano partire. Questa è la cosa necessaria anche oggi per la missione della Chiesa. tutti siamo chiamati ad amarci, quasi a chiuderci per poi aprirci, e dare sostegno a chi fra noi è più esposto. 2 la missione alle genti di Paolo, verso chi di principio si pensava non potesse essere accolto nella storia della Salvezza. Paolo ribalta ogni pregiudizio. La Chiesa di oggi è chiamata a scommettere proprio sulle persone apparentemente più lontane, quelle su cui non faremmo mai nessun investimento. Anch3 accanto a noi, case, strade, posti di lavoro e di vita c’è gente che attende il vangelo! Dalla roccia durissima il Signore sa far scaturire le sorgenti d’acqua più fresche. Non è tempo perso perdere tempo con i giovani sul muretto delle nostre piazze, fermarsi a raccontare la speranza che è in noi con chi ci interroga, con i figli che sembrano aver cambiato direzione. E se non noi altri raccoglieranno i frutti della nostra semina i figli delle lacrime non andranno mai perduti 3 Gesù chiama i suoi sul Monte. Per esser missionari si deve stare prima con Gesù e conoscerlo, amarlo, sentire nel cuore la sua presenza di Signore risorto: la nostra fede non è un’ideologia ma un incontro con chi ti ha amato da sempre. alcuni dubitavano. Per andare in missione non serve una fede granitica. I dubbi si scioglieranno lungo la strada. Il dubbio ti mette dalla parte di chi ascolta il vangelo e sta nel buio. Io sono con voi. È Gesù che agisce. Noi non lo portiamo da nessuna parte. È lui che ci porta. Noi non annunciamo la Parola: è lei che annuncia che la nostra vita è più bella se palpita in essa il segreto del Crocifisso-Risorto. Noi siamo poveri strumenti, comunque necessari perché Dio ha voluto così Grazie a chi vive ogni giorno la sua missione ed è speranza per tutti noi e per il mondo.

sabato 9 ottobre 2010

VI dopo il martirio - festa dell'oratorio ss. Nazaro e Celso

La Chiesa nasce dalla condivisione di un sogno. Quando Gesù chiamava attorno a sé donne e uomini che stessero con lui e annunciassero al mondo la sua Parola, quando cioè dava forma con le sue mani alla comunità, voleva che fosse segno del Regno, un angolo di Paradiso tratteggiato sulla terra. La Parola di queste domeniche, che ci conducono alla festa della Dedicazione della Chiesa Cattedrale, ci fanno proprio riprendere fra le mani i disegni originari di questa casa, sono abbozzi consegnati alla creatività dello Spirito in noi e al nostro impegno perché la nostra comunità sia ordinata, ben orientata, aperta, luminosa. Ogni sillaba pronunciata è espressione di quel sogno e noi siamo chiamati oggi ad abbandonare ogni pessimismo, ogni sfiducia, e a dare a quel sogno di Chiesa le ali della speranza e del nostro amore.

La cifra sintetica attorno a cui possiamo raccogliere le indicazioni di questa domenica è l’accoglienza

Vorrei con voi non leggerla anzitutto in chiave moralistica, come un dovere, un imperativo da mettere subito in pratica. Proviamo a dare tempo alla memoria e alla contemplazione, a risvegliare in noi l’emozione e la gioia di saperci accolti. L’accoglienza è come l’amore, come il perdono: se non sai cos’è difficilmente riesci a praticarla!

Ognuno di noi è stato accolto con infinita sorpresa dall’amore di due genitori, qualcuno ci ha fatto sentire amati nel suo abbraccio, ognuno di noi è stato preso per mano e condotto sui sentieri della vita ed è diventato grande con qualcuno che ha accolto la nostra voglia di essere grandi; abbiamo sentito nel cuore la gioia di avere un amico o una persona speciale che con il suo amore ci volesse bene per quello che realmente siamo. Non c’è vita se non si è accolti e se si vive senza essere accolti da qualcuno, se si è soli, in noi rimangono ferite difficilmente rimarginabili. Si diventa scontrosi, si mettono maschere e si inscena una finzione per sentirsi sempre all’altezza e per farsi amare. Proviamo ora ad andare con la memoria a chi ci ha accolti e trasformiamola in gratitudine: questo ci darà pace e ci darà gioia mista a commozione.

Ma anche Dio è mistero di accoglienza in sé, si fa in tre per raccontarcelo, e con noi suoi figli.

Accoglie il grido dell’uomo e non lo lascia solo: tutta la storia della salvezza si potrebbe leggere sulla falsariga dell’accoglienza che si fa Alleanza con il suo popolo.

Accoglie la nostra umanità con tutto il suo carico di dolore e di gioia: danza con noi, piange con noi, decide di essere come noi.

Accoglie noi ogni domenica alla sua mensa e condivide la sua vita, ci invita alla comunione perché ciò che è nostro diventi suo e ciò che è suo palpiti in noi.

Noi siamo figli accolti e amati, benedetti, noi valiamo perché abbiamo di fronte un Dio che dà senso alla nostra vita.

Dunque la Chiesa deve farsi mistero di accoglienza perché ha ricevuto proprio questo dal suo Signore.

Alla maniera della vedova di Zarepta: mettendo in gioco quanto si ha perché Dio sa sempre colmare di doni chi si priva del suo per fare posto al’altro: la Provvidenza è abbondante con chi la sa assecondare e con chi in lei ci crede.

Alla maniera di Ebrei verso tutti i poveri della terra, anche aprendo le proprie case ai carcerati, agli orfani e alle vedove, allo straniero. La Chiesa apostolica era amata e suscitava simpatia proprio per questo tratto di Carità che sapeva raccontare il volto premuroso del Padre. Mi piace molto la frase in cui si dice che accogliendo i poveri in realtà si è accolto in casa propria un angelo…mi ricorda quanto avvenuto anche questa estate con i bambini di Sarajevo!

Alla maniera di Matteo in cui si dice di praticare l’ospitalità verso i discepoli e chi annuncia la Parola per accogliere nella propria vita Gesù stesso.

E ora proviamo a dare due risvolti concreti per la nostra comunità in questa domenica: accogliere questi bambini e farsi loro compagni di fede è un dovere non solo per i loro genitori ma per tutti noi. Il vero volto di una comunità si delinea proprio nella sua capacità di trasmettere quello che è il suo fondamento. Accoglierli nella Chiesa significa raccontare loro l’avventura affascinante di Gesù e della vita comune ed essere coerenti per non smentirsi e perdere così la loro fiducia.

Ma oggi è anche la festa del nostro Oratorio: non sto a soffermarmi troppo su cosa sia un oratorio dal muretto basso, dalla soglia facilmente accessibile perché rischierei di ripetermi. Penso invece che sia doveroso per la nostra comunità sapere che fra quei cortili e quelle aule si gioca il futuro della nostra Chiesa. È doveroso sapere che accogliere bene i ragazzi, anche solo con il sorriso e con la mano tesa, vuol dire parlare loro del Vangelo e mettersi in ascolto dei loro bisogni e della loro sete di felicità e farsi compagni di volo. È doveroso che l’accoglienza sia scommettere sulla loro libertà e dare loro le ali anche per cambiare la direzione avviata: un giovane deve arrivare più lontano della generazione che lo ha preceduto. È doveroso che accogliere e amare è puntare con loro e per loro sulla santità.

Grazie a chi si fa accogliente per tutti i nostri bambini e giovani. Non avrò mai sufficienti parole per dire quanto è bello collaborare con voi in questo scorcio della vigna di Dio.

domenica 3 ottobre 2010

V domenica dopo il Martirio del precursore - festa dell'oratorio Berni e Bono

So che con questa celebrazione, cuore della festa di apertura dell’anno oratoriano, inizio ufficialmente il mio mandato fra voi. Sono molto emozionato anche solo all’idea che, poco lontano da quella che fino ad ora è stata la mia unica casa, c’è una comunità in cui sono chiamato a muovere i miei primi passi. Mi emoziona di più l’onore di servirvi come mi spaventa la grandezza del campo d’azione. Parto dalla certezza che non voglio camminare dietro di voi: mi perderei in un vicolo cieco, forse un sentiero troppo mio; non ho la pretesa di stare davanti, sono ancora troppo inesperto e poi rischierei di nascondere il volto e la voce di chi realmente ci guida; voglio stare in mezzo a voi perché quelle che sono le vostre attese diventino anche le mie e così le vostre gioie e i vostri dolori per fissare l’orizzonte e prendere in mano la bussola per orientarci in obbedienza al Signore.

All’inizio della mia vita di prete ho voluto raccogliere ogni convinzione in una frase rubata a I corinti in cui Dio dice a Paolo: “ti basta la mia Grazia, la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza”…perché è davvero così: anche le mie debolezze sono diventate, e sarà ancora così, occasione perché Dio racconti la sua Misericordia.

Che cosa sognava Gesù per la sua Chiesa, per questa comunità di uomini e di donne chiamati a testimoniare la storia della salvezza che continua a scorrere nelle vene della nostra storia. È questa la domanda attorno a cui ruota la Liturgia della Parola in questo scorcio dell’anno liturgico.

Se preferite provo a dirlo con un’immagine: queste domeniche ci invitano ad ascoltare una Parola che è come un disegno originario a cui bisogna continuamente ritornare perché questa casa che è la Chiesa possa crescere bene, senza stanze troppo anguste o buie, senza sproporzioni ma bella, aperta, luminosa e accogliente.

Isaia, con la sua voce profetica, racconta di un Dio che chiede fedeltà alla sua Legge e che promette a chi gli è fedele, indipendentemente dalla sua origine e condizione di vita, di accoglierlo nella sua eredità. Il rispetto dell’Alleanza, stare con fedeltà al patto d’amore stretto fra Dio e Israele sono come un fondamento perché la casa possa essere realmente aperta e accogliente verso tutti quelli che desiderano entrarvi.

Paolo, fissando lo sguardo sulla comunità di Roma, chiede ai suoi di essere accoglienti gli uni verso gli altri, di più, di sentire per l’altro quello che Cristo stesso prova. È una Chiesa, quella che tratteggia questa lettera, in cui si respira l’amore che si fa perdono, servizio umile, dono totale in pura perdita di sé stessi.

E poi il Vangelo tira le somme su tutto. È un brano tratto dai primissimi discorsi di Gesù ai suoi, in Luca chiamato il discorso della pianura. La perfezione sta nell’essere Misericordiosi come è il Padre e da qui, come per cerchi concentrici, le parole diventano esempi di carità concreta, esagerata. La Chiesa che Gesù sogna custodisce nel suo cuore il fuoco dell’amore del Padre e cerca con creatività di mostrarne il volto. I cristiani devono, prima che emergere con i loro progetti e le loro ambizioni, lasciarsi sommergere dalla Misericordia, devono portare sulla loro pelle i segni della Grazia, devono conoscere per comprendere chi anzitutto sono la grammatica di un Signore buono. E poi allora si deve amare chi non ci ama, perdonare chi ci ha offeso e questo è un Vangelo che va ben oltre la Legge e dice la tenerezza di un Dio che si getta alle spalle i nostri peccati; non rispondere con violenza a chi ci fa del male e così si predica non a parole ma con i fatti un Signore che si è consegnato e si è ritratto per fare spazio alla nostra libertà; non giudicare mai nessuno è uno stile che annuncia un Dio che non ci tiene crocifissi ai nostri errori, che non mette sui nostri volti la maschera di quello che noi abbiamo fatto ma che sa che noi valiamo e siamo preziosi perché suoi figli.

Vorrei allora trarre due conclusioni.

La prima la dedico ai genitori del bambino che riceverà fra poco il Battesimo. Siete davvero sicuri di voler donare questa fede a vostro figlio? È altamente pericoloso, è un’avventura di grande respiro, è un cammino tutto in salita che lo porterà su sentieri poco battuti. Ma è anche una promessa di felicità perché una vita spesa in questo progetto che oggi Gesù ci consegna è davvero riscattata dalla banalità.

E poi quali punti possiamo fissare per il nostro oratorio dopo aver ascoltato una Parola così?

1 dobbiamo costruire un oratorio in cui Gesù sia il cuore ardente. A lui si deve arrivare in ogni percorso, da lui si deve partire per progettare ogni cammino. I nostri ragazzi e i nostri giovani sono assetati di parole autentiche e non accolgono le mezze misure. Abbiamo il dovere di mostrare il volto di un amore che non si risparmia.

2 un oratorio in cui la vita comune sia la meta, a partire dall’aggregazione. Una comunità in cui ci si ama così, ci si accoglie per quello che si è e si può gettare via ogni maschera, in cui il fratello sia il sorriso di Dio per noi ogni giorno.

3 un oratorio dal muretto basso, aperto sia per entrare perché ogni giovane del nostro quartiere ha il diritto di sentirsi raccontare l’amore che Dio ha per lui e tutta la stima che ha nei suoi confronti – ed è questo il principio di riscatto per tutti quelli che la vita ha ferito – sia anche per uscire perché le nostre strade si colorino di questa buona notizia e il nostro quartiere sia un angolo di mondo più simile al Paradiso.

sabato 11 settembre 2010

II domenica dopo il Martirio del Precursore

1 Uno sguardo all’insieme della proposta del nuovo Lezionario per questo tempo
Dopo aver percorso assieme le tappe principali della storia della salvezza, l’approdo è al Ministero di Gesù che chiama attorno a sé gli uomini e le donne che sono la Chiesa. Cercheremo di interrogare la Parola per comprendere cos’è la Chiesa, Mistero fra luci e ombre, il legame profondo che sta fra lei e Gesù che l’ha sognata e formata, e come la storia della salvezza prosegue anche attraverso di noi e, talvolta, nonostante noi. La Parola ci interrogherà per purificare il nostro sguardo e il nostro agire perché come Chiesa possiamo essere obbedienti al mandato del Signore e perché anche noi possiamo sognare e costruire, aldilà della lamentosità e del pressapochismo che sembrano contraddistinguere questa stagione, una comunità dal sapore evangelico.
2 uno sguardo all’insieme della Parola di oggi
Le tre letture, cariche anche di una venatura polemica, ci raccontano la scelta di Dio di guardare oltre il recinto rassicurante d’Israele per chiamare alla santità ogni uomo. Isaia e la sua visione profetica, attraverso l’immagine della vigna abbandonata, ci parla di un popolo nuovo che sarà obbediente alla Legge, meglio sarebbe dire, in cui la Legge è inscritta con lo Spirito nel cuore; un popolo che corrisponderà alle esigenze di santità: non più grida di oppressi e non più spargimento di sangue. La fede, se autentica, diventa carità.
Paolo, che ha speso tutta la sua vita per annunciare il Vangelo alle genti, ovvero a chi non apparteneva alla radice d’Israele, pagando di persona le chiusure del suo popolo, oggi ci aiuta a mettere a fuoco qual è il senso della fede ovvero la giustificazione non per le opere ma per Grazia. Gesù con la sua Pasqua ci ha salvati tutti, giudei e pagani, le sue mani trafitte d’amore ci aprono al perdono. L’Amore di Dio è gratuità totale e non solo per alcuni; è prima di ogni cosa, anche prima del nostro sì, è punto di partenza per una vita nuova, è l’alba di un tempo nuovo. Una comunità che vive di questa consapevolezza scommette su ognuno e ogni uomo che bussa alla sua porta è il benvenuto perché in lui palpita il Mistero dell’amore di Dio.
La pagina di Matteo è assolutamente provocatoria in tutte le sue parti. Gesù sa che il mondo non si divide in buoni e cattivi, le sfumature sono molte. Tuttavia ci sono peccatori incalliti, e per loro c’è solo da pregare; giusti incalliti: tantissimi, quelli che cioè hanno la pretesa di salvarsi con le proprie forze e sono chiusi a tutto; e poi ci sono i peccatori in conversione, chi umilmente ascolta la Parola e sa rimettersi in gioco. Il Vangelo è per loro. Con queste parole Gesù sfalda a colpi di piccone la pretesa della sua gente di sapersi salvata solo perché, per nascita, appartenente a quella porzione di uomini giusti.
3 Parole per la Chiesa in cammino, ovvero cosa dice a noi la Parola di questa domenica
- da dove nasce la Chiesa: sull’olivo d’Israele è stato impiantato l’olivastro o, fuori di metafora, nel solco della storia della salvezza, che era di un popolo solo in dialogo con il nostro Dio, siamo entrati anche noi, l’orizzonte si è spalancato ad altre genti. Non avevamo alcun diritto, non potevamo avanzare nessuna pretesa, eppure ci siamo anche noi. Abbiamo conosciuto una storia più grande di noi e ne siamo diventati protagonisti. Dio ha scommesso sulla nostra presenza per raccontare all’umanità il suo amore e la sua verità. Dobbiamo conservare viva questa memoria per slanciarci verso il futuro, dobbiamo affondare le radici in questa terra perché i nostri frutti siano molti.
Ecco perché dobbiamo insieme sognare e costruire una Chiesa aperta, con il muretto basso, una Chiesa in cui non importa il percorso dell’altro che si trova al nostro fianco - se non solo per accoglierlo e fargli sentire la forza del perdono del Padre e per schiodarlo dal suo passato – ma in cui si loda Dio per essere assieme. Dobbiamo superare quella tentazione del pregiudizio, delle maschere che diventano stereotipi avvilenti. Un muretto basso per andare noi agilmente in ogni angolo del nostro quartiere a raccontare che ogni uomo è figlio amato e benedetto perché una Chiesa che si chiude nel recinto è già perdente in partenza;un muretto basso perché chi vuole possa entrare e piantare i picchetti della sua tenda. Bisogna trasformare in azione questa intuizione per permetterci scelte pastorali e anche economiche azzardate.
una Chiesa che fa della diversità la sua ricchezza, dove i carismi e i ministeri non si appiattiscono sul modulo uniformato ma dove ognuno può essere quello che è e mettersi in gioco con la sua specificità.
una Chiesa dove i primi sono gli ultimi e regna chi serve. È quanto ci consegna con la sua Parola il vangelo. Chi viene giudicato ultimo è in realtà il primo e chi si mette operosamente al servizio fa la volontà del Padre. Mettere al centro i nostri fratelli più poveri non è mai occasione persa.