domenica 10 marzo 2013

quarta di quaresima

Siamo oltre la metà di questa traversata nel deserto che è la Quaresima. Il deserto, per la Parola, non è solo luogo di difficoltà e di stenti: è spazio in cui Dio rivela il suo volto, è il luogo del fidanzamento, dei grandi sogni, forse delle illusioni, comunque luogo di promesse che riempiono di senso i tuoi giorni.
La proposta della Parola che ha segnato le tappe di questo cammino nasceva, nella Chiesa antica, come un itinerario di illuminazione soprattutto per chi avrebbe dovuto ricevere il Battesimo nella notte di Pasqua.
Per noi che abbiamo già ricevuto la fede questo cammino è un appello profondo perché non smarriamo la nostra vocazione ad essere figli. Sappiamo infatti quanto la vita è complessa e quanti nodi possono stringere la nostra libertà e rattrappirla come le ali quando si spezzano. Sappiamo che spesso ci troviamo al bivio di scelte che possono compromettere i sogni e svenderli. Sappiamo che è sempre in agguato il rischio che si affievolisca la passione per la Verità e che si sclerotizzi la voglia di essere autentici. Quaresima è dunque conversione ma che, più per sforzo moralistico,  nasce dalla nostalgia profonda, dalla voglia di tornare a bere con le mani non più a cisterne che sporcano l’acqua ma direttamente alla sorgente. I no che trovi il coraggio di dirti in questo tempo sono tutti in vista di un sì, sono la premessa per una vita diversa, più bella.  
Per questo mi piace considerare questi Vangeli come appuntamenti in cui la Parola ti mette con le spalle al muro e getta su di te la luce che ti permette di vedere con chiarezza in quali passaggi la tua libertà si è imbrigliata, a quali ceppi il tuo piede è rimasto legato. Oggi le parole di questo racconto di guarigione vogliono liberare il tuo sguardo, renderti la prospettiva giusta in cui metterti per comprendere chi è Dio, che sei tu e chi è il fratello che ti è dato come compagno di viaggio.

Il cieco nato, o meglio, l’uomo che fu cieco.
Il racconto di Giovanni è davvero una stanza piena di perle preziose ; si resta quasi abbagliati dalla loro bellezza e si prova una certa difficoltà nel doverne scegliere solo alcune piuttosto che lasciarne altre. Ma questa Parola può farci compagnia per tutta la settimana e affido ciascuno alla sua forza.

Il suo itinerario spirituale è rintracciabile attorno ai titoli che attribuisce a Gesù: per lui è anzitutto un uomo, ma poi, comprende che in lui abita un mistero più profondo: forse è un profeta anzi, è addirittura il Figlio di Dio davanti al quale si prostra in un atto che ricorda Mosè di fronte al roveto ardente, è il Dio con noi sicuramente il Dio per lui, la carezza che lo tocca, la mano che si stringe alla sua e non lo lascia più.

Il suo itinerario può essere anche il nostro.
Chi è per te Gesù? Le lenti con cui leggi il suo Mistero gli rendono verità oppure la distorcono? È evidente che Gesù per noi è Figlio di Dio, forse troppo evidente a rischio di diventare scontato e non bruciarti più addosso. C’è un’abitudine che ci fa perdere il senso dello scandalo nel dire che Gesù è Dio. Dobbiamo recuperare la certezza che lui non sia solo un’idea ma è stato accadimento nella storia, che i suoi passi hanno davvero calcato il proscenio di questo mondo. E la sua Parola, come quella di un profeta, sa dare un senso al nostro cammino, tocca il nostro oggi. Gesù è Dio per te, ha a che fare con la tua vita, ha una direzione di novità che colora i tuoi giorni. È anche accadimento nella tua storia, vocazione ad una vita diversa, è un tu con cui relazionarti e da cui lasciarti incontrare.

Il cieco, per questa nuova fede, viene cacciato fuori, viene allontanato perché ha osato infrangere le convinzioni di chi pretendeva di sapere, perché viene avvertito come pericoloso e sovversivo.

Se lasci dilagare in te la luce del Vangelo preparati a pagare le conseguenze. Cambierà il modo con cui guardi te stesso e quindi il mondo. Tu non sei più semplicemente un individuo ma sei, con tutta la tua umanità, persona, porti in te, come marchio indelebile, il bisogno di una relazione con un altro che non può essere più un estraneo ma che ti è fratello: dalla sua felicità dipende anche la tua! E il bisogno di una relazione con l’Altro, un Dio che per te diventa Padre e smette i panni del Giudice severo e distaccato. E questo è pericoloso per chi vorrebbe confinare Dio in un oltre che non tocca la storia; per chi vede l’altro come un nemico o un concorrente alla tua realizzazione.

Fuori con Gesù il cieco nato probabilmente incontra la comunità di tutti i piccoli e i semplici che, come lui, sono la compagnia di Gesù.

Se anche tu hai il coraggio di uscire dal sistema delle convenzioni inizierai a guardare la Storia con lo sguardo degli ultimi sapendo che la debolezza è la forza di Dio e che devi mettere mano ad una rivoluzione che attende il tuo sì per ridare alla storia le coordinate della Storia della salvezza.

domenica 3 marzo 2013

terza di quaresima

Ogni volta che si legge questo passaggio di Giovanni mi colpisce sempre, all’inizio, la specificazione di questo gruppo con cui Gesù imbastisce il serratissimo dialogo che poi segue: questi uomini erano Giudei che avevano creduto in lui. Un’indicazione che non vedo solo come una precisazione che contestualizza il brano ma come un avvertimento per tutti quelli che si mettono alla sequela di Gesù…come quando nelle scatole dei medicinali, sul foglietto allegato, leggi le controindicazioni: poni attenzione perché la scelta di stare con Gesù e di seguirlo, di ascoltare la sua Parola o di partecipare alla vita della comunità, non ti pone al riparo da ipocrisie o non ti salva istintivamente: la fede ti deve condurre di conversione in conversione verso una meta di comunione, verso un orizzonte in cui fai della sua vita la tua vita, in cui ti lasci attrarre dall’Amore per essere anche tu amore!

Questi Giudei erano partiti da una presumibile situazione di prossimità a Gesù, si erano lasciati avvincere dal Vangelo, avevano iniziato a riporre le loro speranze in questo profeta di Nazareth, avevano investito la loro intelligenza e il loro affetto per fare spazio al nuovo che si imponeva. Eppure qualcosa a un certo punto si è inceppato. Prima di tradire probabilmente si saranno sentiti traditi da una Parola che si faceva di volta in volta più esigente. Forse per un motivo di fede: credere in Gesù come Figlio di Dio è altamente pericoloso perché significa immaginare che il cielo si sia squarciato e che quel confine invalicabile che separa il sacro dal profano sia stato valicato dal piede di un Dio che si fa prossimo rubando lo spazio di autonomia all’uomo; forse perché si sentono spiazzati da un atteggiamento che sta andando oltre le loro attese. Si aspettavano una rivoluzione in armi che sovvertisse il potere economico e politico ma questa non solo stenta ad arrivare ma si allontana sempre di più: Gesù ha già detto più volte di preferire ai segni del potere il potere dei segni e di volersi schierare con i piccoli ma non stando sopra di loro o al massimo dichiarando di essere per loro, ma unicamente facendosi come loro! Oppure forse tradiscono per un motivo sociale: sentono che Gesù, con il suo fare, si sta ponendo fuori dal sistema religioso, un sistema in cui tutto è ben definito, in cui ognuno ha un ruolo, in cui una Legge norma ciò che è giusto ma soprattutto vieta ciò che è sbagliato, un sistema in cui non devi inventarti di amare e fare quello che vuoi, un sistema che ultimamente ti dà sicurezza. In loro avverto la paura e sicuramente il Vangelo non era riuscito a fare breccia nella profondità del loro cuore.

E il brano prosegue con un rapidissimo distaccarsi delle due posizioni. È Gesù ad esigerlo. Lui si pone di fronte a loro: esaspera i contorni, mette in evidenza i punti deboli, chiede loro di smascherare le loro ipocrisie e le loro incoerenze come unico presupposto per fare spazio alla Verità e iniziare un cammino autentico, per questo spinge con le spalle al muro, esige una presa di posizione, non ha paura di restare solo. Lui non perde mai la calma al contrario di loro che invece, alla fine, in modo drammatico, segnano l’ultima e inesorabile distanza afferrando delle pietre per lapidarlo. Emerge la loro incoerenza e questo scatena la loro rabbia che si fa violenza.

Questo brano oggi ci obbliga a fare una sosta di riflessione sul nostro agire; possiamo dire che se vuoi fare Pasqua devi purificare la tua azione. L’azione, anche se non esaurisce in sè la tua verità, racconta chi sei e cosa si muove nel tuo cuore. Possiamo nascondere le nostre ipocrisie, possiamo mettere la maschera per darci l’aria di aver fatto nostro un certo stile e per sentirci al sicuro, possiamo nascondere fino ad un certo punto la nostra fragilità ma, presto o tardi, cosa si muove nel tuo cuore emerge.

Quali passi muovere se anche noi ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di liberarci dalle maschere e ci sentiamo scoperti nella nostra incoerenza.

Stai nella Parola, fatti mettere da Gesù con le spalle al muro: il dolore è solo necessario perché possa essere innestato qualcosa di nuovo. Ritrova la tua identità di figlio amato che non avevi mai perduto, e poi, di conseguenza, sommerso dalla Grazia, emergi come persona di fede, spendi i tuoi giorni per una certezza che altri non vedono ma che muove i tuoi passi verso un orizzonte diverso della vita. emergi come persona di speranza, osa sogni che profumano di futuro e, infine, diventa uomo di carità, progetta la tua vita sapendo che la tua felicità non può mai essere senza quella di un altro, sapendo che hai la vocazione di rendere questo mondo più bello di come l’hai trovato, cosa che nessuno potrà mai compiere al tuo posto.

domenica 24 febbraio 2013

II di quaresima, della Samaritana


Sovente, per divertirsi, i marinai/catturano degli albatri, grandi uccelli marinai/che seguono, indolenti compagni di viaggio,/la nave scivolante sugli amari abissi ./Appena li depongono sulla tolda,/questi re dell'azzurro, goffi e vergognosi,/lasciano cadere miseramente ai loro fianchi,/le grandi, candide ali, come ritirati remi./Com'è molle e goffo questo viaggiatore alato!/Lui, poco fa così bello, com'è brutto e ridicolo.
…/Assomiglia al principe delle nuvole il Poeta,/che sfida le tempeste e si prende gioco dell'arciere,/ma esiliato in terra, fra gli scherni,/le sue ali di gigante gli impediscono di camminare.

Mi piace pensare che la Parola che ascolteremo di domenica in domenica in questo tempo particolarissimo che è la Quaresima, se lasciamo che dilaghi la nostalgia per quello che siamo e si è perso per poi mettere mano ad un serio processo di conversione, sia un cammino che accende le luci su quelle situazioni – sempre le stesse, sempre quelle più fondamentali, sempre quelle più insidiose - in cui la nostra libertà si imbriglia e stentiamo a spiccare il volo, proprio come l’albatros di Baudelaire, e ci convinciamo di non sapere più usare  quelle grandi ali che in realtà ci sono state donate per sfidare il cielo.

È evidente che questo scorcio biografico che Giovanni ci regala della Samaritana sia la perfetta parabola di una vita credente: non senza ironia se pensiamo a come un Giudeo giudicava questa gente; non senza stupore perché solo i piccoli e gli ultimi sanno cogliere i segni del Regno e ne fanno parte facendo crollare sotto il loro passo il sistema di un mondo che esclude chi sbaglia inchiodandolo al proprio errore con un giudizio incontrovertibile.
Questa donna lascia che la ferita di una vita giocata male a livello affettivo – forse all’inizio non per colpa sua, ma certo, poi, anche lei ha iniziato a starci al gioco diventando in apparenza sempre più cinica ma in realtà più vulnerabile e fragile – possa essere sanata dall’incontro con un uomo che finalmente le vuole bene ma non per possederla ma per liberarla, per quello che è più che per quello che può dare o soddisfare, per poi scoprire il vero volto di Dio che è Spirito e Verità, Padre che rincorre i suoi figli e fa breccia nel loro cuore con una sete d’infinito e di eternità, scopre chi è il Messia per poi diventare con la sua vita annuncio e infine testimonianza, portale perché anche altri possano darsi appuntamento con l’evento capace di ribaltare le sorti di una vita.

Il cuore del racconto è la guarigione della memoria. Oggi la Parola ci dice che se vogliamo spiccare il volo e conquistare i nostri sogni dobbiamo togliere le ancore da un passato che ci tiene legati e che ci fa paura. Perché anche se non ci pensi, anche se mascheri a te stesso e agli altri le tue ferite, in realtà ci costruisci sopra attimo dopo attimo la tua vita sgualcendola e rendendola fragile.
È successo proprio ieri. Un giovane mi ha raggiunto, ha voluto confessarsi, sono anni – mi ha detto – che non lo faccio. E poi, mentre molti fanno passare uno dopo l’altro i comandamenti per giustificarsi, lui mi diceva che li ha proprio traditi tutti. Ma alla fine, con una luce diversa negli occhi, ha aggiunto: ma io sono diverso, io non sono quello che ho fatto! Ecco la frase giusta di chi ha deciso di farsi guarire la memoria. Noi non siamo quello che facciamo, siamo molto di più. Ma devi lasciartelo dire, non può bastare ripeterselo, deve essere convincente chi ti guarda amandoti, deve rompere i lucchetti di quelle catene che ti serrano la gola, deve prometterti un futuro diverso, in altre parole, deve essere Gesù e con lui i fratelli di una comunità non di gente rigida ma di peccatori in conversione felici di fare spazio ad altri fratelli fragili come loro, pietre scartate che all’improvviso si sentono scelte per essere pietre d’angolo.

E mentre lascio che in questa settimana ognuno possa lasciarsi incontrare da Gesù e dargli appuntamento al crocevia della propria memoria, vorrei concludere dicendo che c’è anche una memoria collettiva, una memoria che condividiamo, una memoria di Chiesa che deve essere guarita. Giovanni Paolo II all’inizio della Quaresima dell’anno Santo aveva domandato perdono per il passato della Chiesa. Forse, in modo meno esplicito, anche Benedetto XVI più volte ha chiesto che la Chiesa possa cambiare rotta e radicarsi sull’unica roccia che è Gesù Cristo. Perché i segni del potere che spesso sostituiscono il potere dei segni, quelli secondo il Vangelo, il divario incolmabile fra noi e i poveri, la frantumazione fra la Liturgia e la Carità o il muro che gli adulti hanno costruito nei confronti delle nuove generazioni e infine l’irresponsabilità con cui i credenti hanno abdicato al loro impegno nella società strizzando l’occhio ad un’economia ingiusta che segna un divario fra il nord e il sud del mondo, alla logica della guerra, alla distruzione dell’ambiente sono una memoria zavorrata che deve essere liberata perché dilaghi la vita nuova che la prepotenza della Pasqua invoca.

domenica 3 febbraio 2013

penultima dopo l'Epifani

Signore, io non sono capace di pregare mai nessuno me lo ha insegnato! Anche adesso non so cosa dirti: Ma tu esisti? Se esisti perché non ti fai vedere da me. forse pretendo troppo: le vette il mare i fiori tutto il creato parlano di te ma io non sono capace di scoprirti. Dicono anche che l'amore sia una prova della tua esistenza: forse è per quello che io non ti ho incontrato: non sono mai stato amato in modo da sentire la tua presenza. Signore fammi incontrare un amore che mi porti a te, un amore sincero disinteressato, fedele e generoso che sia un poco l'immagine tua.

Così scrive Agostino, un ragazzo rinchiuso a forza nel centro salesiano di Arese. Uno dei tanti. Aveva quattordici anni e chiesero a lui e agli altri compagni, in un campeggio in Valformazza, di comporre una preghiera. Morì a sedici anni. Chissà se finalmente riuscì a trovare qualcuno che gli volesse bene e che, senza troppe parole, gli raccontasse l’amore di Dio: l’amore, l’unica forza che attrae senza fare violenza, l’unica mano che ti modella senza deformare nulla, l’unica cosa che mette in ordine tutto senza spostare niente.

Detto così, forse, si comprende perché il lezionario ambrosiano ci obbliga a fare sosta sul tema della Misericordia e del Perdono in queste due domeniche che precedono la quaresima, il tempo in cui sei chiamato a riordinare la tua vita, a orientare nuovamente la tua libertà nella direzione dell’amore, a prendere fra le mani le tue scelte per renderle profumate di Vangelo, per mettere il lievito nuovo nella pasta della tua ordinarietà: non c’è conversione senza la percezione che chi ti chiama a cambiare è il Dio dell’amore.

E noi che Dio abbiamo incontrato nella nostra vita? Forse dovremmo mettere al bando per sempre l’idea tutta nostra di una santità che è solo diversità, alterità inaccessibile se non per sentieri inestricabili di faticosa ascesi.  L’avvenimento che ci precede è l’affacciarsi di Dio nella storia, il suo sporcarsi con la nostra vita, anche con le pagine più drammatiche e nauseanti delle nostre biografie; la sua santità - la sua diversità - è proprio l’amore che si colora di tutte le sfumature possibili, anche la rabbia e la gelosia ma che, in sintesi, è Misericordia, mano teso, perdono incondizionato. Proprio per questo Gesù, quando parlava di Dio, non ha trovato un modo migliore di chiamarlo se non Padre. Padre perché si assume il rischio di dare libertà, perché ti mette con le spalle al muro ma perché sa quanto vali, perché non solo ci vuole bene ma si inventa con una creatività tutta sua il modo per dimostrarcelo, perché non ti toglie nulla ma ti dona tutto e se cerchi la felicità, nella sua alleanza, tu ne trovi le coordinate.

Levi, Matteo, quel giorno si imbatte proprio in un Dio così. Penso, come capita molto spesso a noi, che lui fosse il primo a provare disgusto per la sua vita: noi infatti siamo i giudici più severi di noi stessi. La sua vita era fatta di molto denaro frutto in gran parte di corruzione e procacciato in modo illecito. All’inizio forse accarezzava l’idea che potesse bastargli, forse lo confortavano quegli amici che circondano i ricchi più per quello che hanno che per quello che sono; forse il giudizio dei benpensanti e l’odio della gente comune all’inizio era solo un fastidio. Ma alla fine anche lui si sarà sentito solo e con la voglia di dare un cambio di rotta alla sua vita ma gli mancava la forza o proprio qualcuno che davvero gli volesse bene. “seguimi”: ecco la promessa di un orizzonte diverso. Gli occhi di chi lo chiamava, fissi nei suoi, probabilmente brillavano di un amore mai sperimentato prima, un amore che dà sostegno a quella promessa. E solo allora si alza, riprende a camminare, sente che la sua vita può essere schiodata da un passato che non lasciava spazio al futuro ma solo a un presente malinconico. Gli occhi di Gesù…il racconto di quello sguardo avrà messo nel cuore a tutti i peccatori di quella città la voglia di incontrarlo per trovare riscatto e quella dignità di creature.

Vorrei che tutti noi incrociassimo questo sguardo. Saremo eterni analfabeti di Vangelo se non incontriamo il perdono di Dio, se almeno una volta nella vita non lasciamo che il suo perdono dia luce agli angoli bui che nascondiamo abilmente a tutti e in cui non vogliamo mai scendere per vergogna, se non lasciamo che il suo amore ci faccia fare la pace con quei mostri che abbiamo dentro. Dio cerca ogni giorno di abbattere il muro della nostra presunta capacità di salvarci con le nostre forze passando attraverso quegli spiragli che sono le nostre ferite e la nostra sete di felicità.

E quando avremo scoperto che è bello lasciarci salvare, amare per quello che siamo, potremo fare nostri i tratti di questa misericordia, essere figli che portano indelebile, come marchio di fabbrica, l’amore che salva. Ma questo è già il miraggio di una comunità, di una Chiesa, che non condanna ma che fa verità nella misericordia e che si fa casa accogliente per tutte le pietre di scarto di questo mondo.

domenica 27 gennaio 2013

santa Famiglia di Nazareth

1 una certa distanza Quando devo predicare per la festa della s. Famiglia provo sempre un certo imbarazzo e questo almeno per due motivi. Non è immediato l’esempio della Famiglia di Nazareth. E non penso semplicemente al fatto che nessuno dei nostri padri è come Giuseppe, delle madri come Maria e dei figli come Gesù! Penso soprattutto alla loro vocazione che, se a tratti assomiglia alla nostra, per molti aspetti rimane unica e segna una distanza incolmabile con noi. Il secondo motivo è che chi predica una famiglia sua non ce l’ha. Personalmente posso solo guardarmi indietro ed esprimere  considerazioni sulla mia vita di figlio. Mi guardo bene dal dispensare consigli, dallo svendere facili giudizi. Preferisco di solito ascoltare i genitori e condividere il fardello pesante del loro impegno educativo; oppure, dei mariti e delle mogli, ammiro la capacità, tutt’altro che facile, di mettere ogni giorno in gioco l’amore per l’altro e di rendere attuale quel  per sempre che non schiaccia ma dà espressione alla loro libertà.
2 una certa somiglianza. E tuttavia, pur restando un esempio al limite, perché le vicende che la interessano sono davvero estreme, ci sono degli stili di vita della Famiglia di Nazareth che possono suggerire alle nostre famiglie alcune intuizioni.
Mi lascio provocare dal brano di Vangelo in almeno tre passaggi
I sogni della famiglia. L’obbedienza ad un sogno muove i passi di Giuseppe dall’Egitto e li orienta verso la terra. Anche lui visionario come Mosè. Giuseppe nei Vangeli non parla mai. Matteo tuttavia, l’unico che ne tratteggia i contorni, lo presenta come uomo giusto, perché innamorato di Dio, in costante ricerca della sua volontà che sempre vede racchiusa nei sogni. Nelle poche pagine che lo riguardano c’è posto per tre sogni. Il primo perché non abbia paura a prendere con sé Maria. La sua vocazione sarà quella di tessere i legami fra Gesù e la terra, e la casa di Davide: Dio ha scelto lui e Maria, non solo lei. Il secondo perché fugga via da Erode e protegga Maria e il bambino. E il terzo è quello di cui abbiamo letto adesso.
I sogni delle nostre famiglie. Non solo sicurezze ma anche sogni in grande.
Chi oggi parla di famiglia giustamente auspica che possa godere di sempre maggiori sicurezze…in effetti mi chiedo cosa ne sarebbe della nostra città se non si potesse contare sull’impegno delle famiglie in ambito educativo ma anche in termini di supplenza allo Stato sociale! Eppure c’è un di più che va oltre i diritti di sicurezza che devono essere garantiti da altri e che vanno rivendicati con forza…è la possibilità di sognare in grande. il sogno supera la logica della delega, della lamentela, richiama immediatamente l’infinito e coinvolge la nostra libertà con scelte autentiche. Le famiglie oggi devono poter sognare. E non solo un posto di lavoro, condizioni abitative degne, possibilità per i propri figli. Ma anche la possibilità di essere modello alternativo, laboratorio che educa alla responsabilità le nuove generazioni consegnando loro un tessuto non fragile, modello di una Chiesa povera e autenticamente evangelica, contesto in cui si ama davvero perché si lotta l’uno per il bene dell’altro.   
Le paure. La paura per l’incolumità del Bambino. Quando Giuseppe entra in Israele prova la paura di esporre Gesù alla violenza del potente di turno. Per questo cammina ancora verso nord e si stanzia a Nazareth. La paura non è un sentimento stupido. Solo gli incoscienti non la provano. Ma diventa problematica quando paralizza, blocca, impedisce di compiere scelte e di compiere passi in avanti, ci fa arroccare sulle posizioni del passato idealizzandole. Giuseppe sente paura e discerne che deve camminare un poco ancora, un poco oltre.
Le paure delle nostre famiglie sono molte. Ci sono le paure che nascono dai dubbi: due sposi che sentono di essere fragili e di non poter scommettere solo sulla loro volontà nel vivere la fedeltà. Due genitori che temono per il futuro dei loro figli. Ci sono le paure dettate dalle vicende, a tratti inverosimili, che riguardano la storia di una famiglia come la malattia oppure la precarietà che si affaccia come uno spettro alla porta. Ci sono le paure legate al tempo come quando si invecchia e si teme di non poter più essere utili ma solo di peso agli altri. In ogni caso Giuseppe Maria e Gesù ci insegnano il segreto di non restare paralizzati ma di camminare e di confidare nel fatto che Dio trasforma i vicoli ciechi in spazi aperti e gli angoli bui in occasioni provvidenziali. La paura è buona solo se ci stimola a guadare il presente e a incamminarci verso un oltre che sta appena dietro le siepi dei nostri ricordi e delle nostre illusioni.
Scopriremo che ciò che ci faceva paura può davvero essere un’occasione provvidenziale: nell’obbedienza al quotidiano si realizza la nostra vocazione. Invecchiare assieme…scoprire di nuovo l’altro. La sofferenza che può dividere alla fine può risultare una sorgente di nuova unità. Le scelte dei figli una scommessa per il loro futuro e per raccogliere quanto seminato.

domenica 13 gennaio 2013

Battesimo di Gesù

Quel giorno ero lì. Del resto la sponda del Giordano, lì dove il letto s’incurva e poi s’allarga fin quasi a sembrare un lago, dove l’acqua s’abbassa e i pesci hanno imparato a tenersi bene alla larga da mani desiderose di cibo, era diventata la mia seconda casa. A papà non servivo: quella non era stagione per la pesca. Solo mia madre ogni tanto mi rimbrottava quando ritornavo a casa soltanto per la cena, quando il sole accarezzava le colline di Giuda, e il profeta, stanco, si ritirava nel suo bivacco al limite del deserto in compagnia di pochi amici. Non so nemmeno io, in fondo, cosa ci stavo a fare lì. Forse mi piaceva il gioco di luce sul grande fiume, forse quel posto conciliava il ripasso della lezione dell’ultimo sabato; forse mi piaceva spiare la faccia di tutta quella gente che, si diceva, venisse da ogni parte. Mi piaceva la smorfia che scompaginava il loro viso compunto quando l’acqua bagnava la loro testa. Mi piaceva osservare le divise dei soldati, l’opulenza dei signori, la miseria degli straccioni. E poi, quando Giovanni  era particolarmente ispirato, le sue prediche ti toglievano il fiato: nemmeno quelli che si sentivano accusare apertamente di qualcosa avevano il coraggio di rispondergli! Allora mi chiedevo se fosse vero quello che si diceva di lui...sentivo dire che era il figlio di un sacerdote del Tempio, nato da una donna molto in avanti di età. La mia gente riesce a leggere lo straordinario ovunque, parla di angeli come di vecchi compagni di viaggio e vede le orme del passaggio di Dio come quelle dei predoni fra le pietre del deserto. Proprio dalla sua voce avevo inteso che lui non era il Messia, non era lui il Forte, l’erede di Davide che tutti aspettavano e che avrebbe ridato il sole al nostro paese. Lui era soltanto la luce all’orizzonte, presagio dell’alba imminente. Lo diceva chiaramente: “il tempo sta per compiersi”, “Verrà uno che, dopo di me, vi battezzerà con il fuoco”; “non crediate di sfuggire all’ira di Dio”; “preparatevi all’incontro con il Signore”. Erano tempi difficili quelli - certo mai come quelli di oggi, ora che non abbiamo più il nostro Tempio, la nostra terra e siamo sparsi qua e là per il mondo portandoci a spasso la valigia della nostalgia e la sensazione di essere ovunque ospiti poco graditi. Quel giorno, all’inizio, non mi accorsi di nulla. Proprio non dava nell’occhio. Sarà stato uno dei tanti. Si era messo in fila per ascoltare Giovanni e per farsi battezzare da lui. Solo poi ho capito che quel gesto lo aveva maturato da molto tempo: quel posto che, per molti aveva segnato l’inizio per una vita nuova, doveva essere anche la sua linea di partenza; era al pari di tutti, o meglio, non voleva mettersi davanti e nemmeno sopra nessuno. Aveva scelto di piazzarsi all’ultimo posto perché nessuno potesse sentirsi escluso, perché  anche chi ne aveva fatte di tutti i colori, chi si era smarrito nella notte del suo cuore, nel suo abbraccio, sentisse la speranza di una possibilità in più. Non voleva sembrare quel Dio altero, imponente, scorbutico, acceso d’ira in cui tutti noi, forse anche Giovanni, credevamo…meglio, voleva essere il Dio del sorriso, il figlio di un Dio che è Padre e che scrive con il fuoco dell’amore nel nostro cuore le lettere di un’amicizia che ti cambia la vita. Qualcuno dice di aver visto come una colomba, qualcuno ha sentito anche un tuono o forse una voce dal cielo…io, che non perdevo di vista nulla, ero tutto preso dall’espressione di Giovanni, dal suo indugiare e poi da quell’acqua che bagnò il suo capo. Da allora Giovanni iniziò a farsi vedere di meno. Sparì del tutto poi, inghiottito dalla prigione di chi non gli perdonò la sua passione per la Verità. Qualcuno però diceva che c’era un altro che battezzava sul Giordano. C’era stato come un passaggio di testimone. Un cambio di scena. Gesù non si fermò lì a lungo. Imparai a fare i conti con quell’ansia di sentirsi randagio, di raggiungere ogni angolo d’Israele, di lambire la vita di ogni uomo. E io con lui e con me altri sognatori convinti che il cielo fosse sceso sulla terra. Erano le quattro del pomeriggio quando mi trovai da solo con lui la prima volta. Avevo balbettato qualche parola. Da allora lui è diventato la mia casa, il mio cibo, il mio vestito, il mio tutto, il mio desiderio. Passo a passo ho scoperto nelle sue parole, nei suoi gesti e anche nel suo silenzio cosa significa essere figlio, io come lui, anche io amato. Ho imparato a guardarmi con gli occhi di Dio che sceglie chi è piccolo e non conta nulla e trasforma le ferite in feritoie di luce. Sapersi figli e amati è come guardare il mondo da una finestra ma in pieno giorno: non ti possono sfuggire i dettagli; se non ti sai amato è come affacciarsi dalla stessa finestra ma di notte: cogli solo le linee del paesaggio ma ti perdi il meglio! Per questo, quando il tempo era maturo, sono riuscito anche a fare la pace con me stesso e questo ti cambia la vita: senti nel cuore la voglia di tuffarti in Dio e, allo stesso modo, di sporcarti le mani in questa storia che sei chiamato ad abitare e di perderti per amore di tutti i naufraghi del mondo, di tutte le pietre che i costruttori scartano con indifferenza. Sono passati tanti anni da allora. I ricordi mi divorano questo poco tempo che mi è dato da vivere. Ma gli occhi di Gesù li vedo ancora fissi dentro ai miei. Sentivo il bisogno di scriverti perché la mia avventura potesse essere anche la tua. Pensa a questo quando leggerai queste parole e quando spezzerai con gli altri il Pane in memoria sua.
 

sabato 5 gennaio 2013

Epifania del Signore

1 Dio, ci sei? è affidabile la testimonianza di chi dice di averti incontrato? Ha senso cercarti nella nostalgia di infinito e di eternità che abita nel nostro cuore e che ci lega all’uomo di sempre? Oppure tu sei proiezione di ciò che ci appare giusto e vero, tu sei invenzione dei nostri cuori ansiosi, in preda al panico di fronte alla violenza e alla morte? Dio, squarcia il cielo e rivelati, Dio muovi tu il primo passo verso di noi, Dio, dammi un segno della tua esistenza.
Non sono estranee al cuore del credente questo grido e queste domande. Domande cruciali, a volte conturbanti, che si allineano per interrogare e spingere la parte credente in noi a cercare risposte autentiche e non di maniera sui cui radicare la fede. Il mondo infatti non si divide in atei o credenti ma in chi ricerca e in chi ha smesso di inseguire risposte e si accontenta del suo guadagno, come ci si potrebbe accontentare di un’oasi mentre la meta oltre il deserto è ancora lontana: il dramma è che però l’acqua fresca di quel rifugio presto o tardi si esaurisce e ci si ritrova assetati e immobili. Chi si accontenta diventa un estremista da una parte o dall’altra. Costa fatica la ricerca ma ti rende autentico. E attorno alla risposta che ti dai si fa chiara anche la verità della tua esistenza e dunque anche la qualità. Non è vero che non cambia nulla, mi sembra estremamente superficiale chi lo afferma perché è come camminare con una direzione e con la bussola fra le mani oppure vagando senza sapere né da dove si viene e nemmeno dove si approderà [lettura di quando, il cecchino serbo a una mia amica ha colpito il bambino tra le braccia di Marko Vesovic]

2 E Dio da parte sua sembra amare proprio chi ha il cuore inquieto ed è in ricerca. Dio si rivela a chi è in cammino o, come dice Ambrogio in una commento al Salmo 118, chiama a sé quelli che faticano e fra questi sicuramente anche quelli che non si accontentano di facili risposte e si avventurano su sentieri inesplorati. Il cielo è chiuso per chi lo guarda in modo scontato, ma tutte le stelle invece sorridono per chi si lascia incantare e cerca la poesia e il perché nascosto dietro alla loro bellezza. E Dio entra a modo suo nella ricerca dell’uomo, si diverte a mostrare il suo volto poco a poco e all’improvviso, lo vedi come quando un lampo squarcia il buio della notte e vedi per un istante solo con chiarezza quanto ti circonda. Dio si lascia vedere, ma non afferrare, per intuizioni che poi cercano radici. Si rivela e poi si nasconde perché tu possa affidarti. E ci consegna una Parola in cui ritrovare la grammatica per decifrare questo gioco.

3 penso che sia illuminante leggere in questa prospettiva il brano del Vangelo di oggi. I magi sono metafora dell’uomo in ricerca, di chi è inquieto ed alza ogni notte il suo sguardo al cielo, di chi, a partire da un’intuizione, si mette in cammino mettendo in discussione ogni sapienza conquistata pur a fatica. A gente come loro a Dio piace riempire di segni il cammino, ispirare sogni,  e infine mostrare il suo volto nella paradossalità e nella piccolezza del suo essersi fatto carne, bambino, limite e finitezza in uno slancio d’amore per condividere ogni cosa con la sua creatura. Contrapposti a loro ci sono Erode e la sua corte, fatta anche di profeti e di sapienti, di esperti conoscitori della Scrittura, chiusi però nelle loro rassicuranti teorie o stretti ad un potere che spegne il desiderio: loro non hanno sentito in quella notte il coro degli angeli, non hanno mai alzato lo sguardo al cielo e non si erano mai accorti prima di allora che una stella illuminava in modo speciale la fetta di terra che gli era stato chiesto di abitare. Il mistero scivola silenzioso sotto le loro esistenze e non lascia traccia. Il valore della ricerca è talmente forte nei Magi che anche alla fine, per non smentirsi e non tradire i loro sogni, cambiano strada per fare ritorno al loro paese, abbandonano per un’altra volta il modulo appena battuto.

4 E proprio a partire da questa provocazione di un’ altra strada vorrei trovare una conseguenza per ognuno di noi e poi per la nostra comunità. Percorreremo un’altra strada se osiamo stupirci e non ci accontentiamo di quanto abbiamo, se avremo la capacità di mettere in dialogo la parte credente con quella non credente di noi stessi, se non avremo assecondato la logica che appiattisce il desiderio sul consumo, se saremo disposti a farci sorprendere dall’alto, se avremo il coraggio di cambiare spesso, se alzeremo lo sguardo al cielo e sapremo intendere la voce di Dio nella profondità più recondita dei nostri desideri. E sarà Dio allora a venirci incontro, sarà lui a tenderci la mano da un punto che non ci aspettavamo e che all’improvviso squarcerà l’orizzonte.  Percorreremo un’altra strada se poi lo riconosceremo al fianco della nostra vita come compagno di viaggio fedele che, con la mano poggiata alla nostra spalla, ci guida come un pastore fedele anche quando il sentiero si snoda nell’ombra. Percorreremo un’altra strada se ci rapisce la certezza della sua Risurrezione e sapremo piegare le ginocchia ad ogni suo passaggio nella nostra vita e in modo del tutto particolare nel segno del Pane spezzato e nella Parola aperta e spiegata.
E infine come comunità dobbiamo percorrere la via alternativa dell’accoglienza e della carità. Perché Dio infine ha deciso di mostrarsi negli ultimi e in chi non corrisponde ai nostri parametri, in chi non giudicheremmo mai degno di fiducia perché lontano dai nostri moduli. E così diventeremo anche noi, magari nostro malgrado, un segno della sua Misericordia.