sabato 27 giugno 2009

quarta dopo Pentecoste

Nella nostra corsa lungo la storia della salvezza ci troviamo oggi di fronte ad un tema scottante che emerge già nelle prime pagine di Genesi, ben prima della vicenda di Abramo e di Lot ascoltata stamattina: il peccato, l’ingiustizia, il rifiuto dell’uomo a Dio e alla sua proposta di Alleanza. Tutta la storia d’Israele e anche della Chiesa può essere descritta come un alternarsi di luci e ombre: la luce è la presenza di un Dio che non si stanca dell’uomo e che continua ad amare testardamente la sua creatura al costo altissimo del perdono e ultimamente della vita del Figlio; luce è anche la vita dei giusti che si sono lasciati plasmare dalle mani abili del Padre come un vaso di argilla nelle mani del vasaio; ombra è la chiusura allo Spirito che diventa infine ingiustizia nei confronti dei fratelli, la storia di uomini che hanno smesso di guardare in alto, hanno tradito i desideri più grandi, hanno svenduto la loro dignità di creature rincorrendo il successo, il potere e l’avere. La lettura ci parla delle diverse reazioni dei protagonisti di fronte al male di Sodoma: Lot e Abramo uomini giusti che non si sono lasciati coinvolgere dall’ingiustizia contrapposti alla moglie di Lot che, con il suo voltarsi alla città, in un certo senso rimpiange quanto lasciato, forse la sicurezza, forse il benessere anche se provenivano da un male. Nella lettera Paolo ammonisce la sua comunità: avere ottenuto la salvezza in Cristo non li ha liberati dall’inclinazione a compiere il male, quello che si chiama concupiscenza, e la lotta contro il male si deve consumare anzitutto con se stessi ogni giorno con tenacia. Nella parabola raccontata da Gesù nel discorso escatologico del Vangelo di Matteo invece il male e il peccato da una parte sono il rifiuto del Vangelo e dall’altra l’inadeguatezza alle esigenze radicali della festa del Regno.
1 vorrei ora chiedermi con voi, interrogando la Scrittura, pensando alla nostra vita, qual è la radice del peccato. Il peccato è quando decidiamo con piena lucidità di contrapporci a Dio e alla sua Parola e questo avviene in pensieri, parole, opere e omissioni. Perché, pur sapendo che una cosa è sbagliata la facciamo? Perché, pur sapendo che il male non potrà che fare e farci male, noi lo scegliamo? Perché ci ritroviamo invischiati, a volte malgrado i nostri principi, in vicende che ci uccidono dentro? E così alla fine ci ritroviamo aridi, invecchiati, irrigiditi.
Penso che l’uomo scelga di contrapporsi deliberatamente a Dio perché talvolta a praticare la giustizia avverta la sensazione di un deficit di bilancio: i conti sono sempre in rosso e non tornano mai nell’immediato. Penso inoltre a quando assecondiamo la tentazione che a fare di testa nostra ci si guadagni, che Dio in fondo voglia tiranneggiare su di noi e ce ne sbarazziamo con facilità; penso che in noi, aldilà di tanti principi, urli forte la voglia di libertà ma intesa come assoluta, svincolata da tutto e da tutti. Penso che leghiamo la nostra felicità a cose che non vale la pena inseguire e dimentichiamo la nostra dignità, il nostro essere polvere di stelle chiamati a navigare in acque sempre più alte, verso orizzonti di infinito. La metafora della distruzione di Sodoma è l’emblema più eloquente per dire che a inseguire il Male alla fine ti ritrovi distrutto, frammentato, con il cuore diviso, impietrito come una statua di sale che non può né muoversi e nemmeno comunicare. Quello che appariva come un orizzonte di libertà si rivela come una prigione, come un cappio che a poco a poco si stringe attorno alla gola. E si sprofonda nell’inutilità alla fine ci si accorge di non aver strappato la vita alla banalità.
2 Dice André Louf che due categorie di persone devono temere il giudizio di Dio, quell’ira che oggi ci viene raccontata in Genesi e che è descritta nella durezza delle parole di Paolo o nella Parabola di Matteo: i peccatori incalliti e anche i giusti incalliti. I primi sono quelli che hanno deciso, nonostante l’aver sperimentato il male e le sue conseguenze, di continuare a perseguirlo. Ma forse sono pochi. I secondi invece sono molto più numerosi e sono quelli che credono con arroganza di non aver bisogno di essere perdonati, sono quelli che, magari mascherandosi di devoti sentimenti religiosi o trincerandosi sfacciatamente dietro ad opere giuste, in fondo non hanno bisogno di Dio e bastano a loro stessi: assomigliano molto a chi, nella parabola, rifiuta l’invito alle nozze del Regno. In mezzo ci sono tutti gli altri: peccatori in conversione, uomini che conoscono la loro fragilità, persone che piangono nel segreto le lacrime amare dei loro sbagli, uomini e donne che ogni giorno cercano di lasciarsi guarire le ferite del loro cuore con la voglia di ricominciare daccapo. E Dio di fronte a questi è sorprendente nella sua Misericordia e continua a rialzarli dalle loro cadute, continua a versare l’olio della Grazia sulle loro ferite, sa aprire per loro sentieri impensati per riprenderli nel suo gregge, per loro si fa pazzo d’amore dimenticando anche le novantanove pecorelle che non hanno in quel momento bisogno di lui per raggiungere l’unica che si era smarrita. I peccatori in conversione sanno che basta la Grazia di Dio e la sua potenza si manifesta pienamente nella loro debolezza. Non abbiamo bisogno di giusti incalliti: la loro presenza nella nostra comunità la renderebbe inaccessibile e antipatica. Abbiamo bisogno di una comunità di fratelli che si sanno continuamente in conversione e per questo, fra di loro, sanno creare spazi di accoglienza verso chi cerca disperatamente il perdono per potere ricominciare.
3 Signore, io so di essere alla festa con un abito poco adatto. È di poco stile la mia atavica propensione a fare di testa mia per poi ritrovarmi più povero e più arido. È di poco stile la mia imprecisione, le ferite che a volte procuro ai miei fratelli per la mia supponenza; è davvero misera la landa solitaria delle mie gelosie, del mio egoismo e quella voglia di trattenere e stringere nel mio pugno tutto e tutti. Non mandarmi fuori: ti propongo un’alternativa anche se so che il tempo si è fatto breve. Dammi tu una veste ricamata con il perdono, con il tuo amore che non ha mai smesso di rincorrermi e di rialzarmi e allora sarò pronto per fare festa con te.

domenica 21 giugno 2009

terza dopo Pentecoste

1 Come avevamo detto domenica scorsa, il nuovo Lezionario, in queste domeniche che seguono la Pentecoste e fino all’inizio dell’Avvento, ci fa ripercorrere le tappe principali dell’intera storia della salvezza. E se la volta scorsa la nostra attenzione era stata richiamata a scorgere nella bellezza dell’intero creato la presenza del Padre, oggi siamo invitati a sostare sul Mistero dell’uomo e della donna, vertice dell’opera di Dio. Ambrogio, in un passaggio dei suoi scritti, afferma che Dio, dopo aver creato l’uomo, riposa perché si ferma quasi stupito a contemplare la sua bellezza – meritiamo lo sguardo estasiato di Dio! – e ha trovato chi rivestire di premura, di Grazia e di perdono.
2 Vorrei però partire nel mio commento alla Parola dalla pagina del Vangelo con una domanda tutt’altro che retorica: sull’amore fra un uomo e una donna, quella di Gesù, è una proposta praticabile? Ai suoi tempi era abbastanza normale porre fine ad un matrimonio con un atto di ripudio; la stessa Legge di Mosè normava la questione. Creò certamente scalpore la forza con cui Gesù dichiarava indissolubile il matrimonio se gli stessi discepoli, in privato, ritornano sulla questione per approfondirla, quasi che non avessero capito bene! E del resto, non solo di fronte al numero sempre maggiore di separazioni e di divorzi, ma anche a partire dalla nostra esperienza, ci sembra impossibile che l’amore sia destinato a durare per sempre. Ma cosa aveva in mente Gesù? Con un atto di autorità che poteva sembrare sfacciata, interpreta la possibilità del ripudio come una concessione alla durezza del cuore dell’uomo e richiama l’inizio della Creazione quando l’uomo e la donna sono stati dati l’uno all’altra per essere una cosa sola per sempre.
3 Non è bene che l’uomo sia solo. La cosa più triste che possa capitarci è la solitudine che non è tanto non avere qualcuno che ti ama, quanto piuttosto non avere nessuno da amare. Dio non ha creato l’uomo per la solitudine, per il monologo, per una sorta di egoistica autoreferenzialità ma lo ha destinato da sempre alla prossimità, al dialogo e alla comunione; proprio nella relazione sta la nostra possibilità di essere felici. Non basta a saziare la nostra ansia di vita nemmeno il possesso sull’intero creato, ma solo quando ami qualcuno e fai dono di te stesso in una prospettiva di eternità.
Ed ecco che sull’uomo scende un torpore e dalla sua costola viene plasmata una nuova creatura, metafora ineguagliabile per dire la somiglianza e la pari dignità. Uguali e diversi e per questo destinati ad attrarsi, comprendersi, amarsi e costruire giorno dopo giorno la loro storia di comunione. השא la donna, aperta alla vita come aperta è l’ultima lettera, accogliente, ostinata a perseguire i suoi obiettivi e dolce nel tessere le sue relazioni; שיא è l’uomo proteso oltre se stesso, forte ma allo stesso tempo debole e per questo bisognoso di sostegno. Uno completa l’orizzonte dell’altra, uno in un ruolo diverso dall’altra ma insieme vincitori nella partita della vita. Insieme, uno per l’altra, destinati ad essere una sola cosa nell’amore nelle molteplici sfumature dell’affetto e della tenerezza e dell’eros.
4 A questo si riferiva Gesù: dunque non aveva intenzione di imprigionare nessuno con le sue parole ma piuttosto di richiamare la grandezza dell’amore di coppia e farci gustare tutto il suo fascino. Se un uomo e una donna si scelgono deve esserci una scommessa sulla definitività che ultimamente è tutela della verità del loro amore: ogni giorno si deve progettare l’amore anche quando si invecchia, anche quando dell’altro emergono tratti fino a poco prima sconosciuti, anche quando la passione viene meno per lasciare però il posto alla complicità e alla tenerezza. Come comunità dovremmo forse di più stringerci attorno a chi ha deciso di promettersi amore per sempre. Mi sembra che tanta fatica, giustamente, sia spesa nel preparare due fidanzati al matrimonio ma molto poco ci si occupi delle giovani famiglie pur sapendo che i primi anni sono un cammino in salita molto arduo, pur sapendo quanto l’arrivo di una nuova vita sia capace di rimescolare le carte in un rapporto di coppia, pur sapendo che ci sono momenti in cui bisogna compiere nuovamente un salto di affidamento l’uno nei confronti dell’altro e insieme in Dio il solo che può aprire orizzonti quando tutto sembra costringere a lasciare la partita.
Ma una pagina come quella di oggi ci obbliga a pensare anche a chi non ce l’ha fatta a portare avanti l’avventura di un matrimonio e ha deciso per una separazione o anche per il divorzio. Il Signore, come ci ricordava in una sua lettera il nostro Arcivescovo, è vicino a chi ha il cuore ferito. Le ferite, in queste situazioni, sono amare, profonde, difficilmente risanabili anche perché non è sempre vero che la colpa, se così si può definire, sta equamente da tutte e due le parti. E così non è sempre deprecabile chi fa seguire un nuovo rapporto al matrimonio ormai in frantumi dandogli magari una forma stabile. Sbaglia chi, magari anche nella Chiesa, interpreta questa pagina come una condanna e un giudizio: Gesù si è sempre astenuto dal farlo e amava lenire con la Misericordia la sofferenza dei cuori e sapeva distinguere sempre fra peccato e peccatore. La Grazia di Dio supera ogni caduta, ogni sbaglio, ogni fallimento e si rivela anche oltre i segni del Sacramento della Riconciliazione e della Comunione eucaristica: l’ascolto della Parola e la Carità, che è il vincolo della perfezione, sono due sorgenti a cui tutti dobbiamo attingere per essere immagine di Cristo. E così, mano nella mano, insieme, ognuno con i propri fallimenti e le proprie croci, ognuno con la sua bellezza di figlio di Dio, siamo chiamati a ricercare e a costruire il Regno dei Cieli.

domenica 14 giugno 2009

II domenica dopo Pentecoste

Il dono dello Spirito nel giorno di Pentecoste offre alla Chiesa un tempo per fare memoria del suo Signore e per incarnare nelle scelte di tutti i giorni, fino al suo ritorno, la logica del Vangelo: quel tempo sono i nostri giorni.
Anzitutto desidero studiare la mappa che il nuovo Lezionario Ambrosiano ci mette fra le mani per queste domeniche che seguono il mistero della Pasqua. Ci sono due punti fermi che fanno da cardine per i temi delle letture e sono rispettivamente la memoria del Martirio del Battista al 29 di agosto e la festa della Dedicazione della Chiesa Cattedrale alla III di ottobre. Le domeniche che precedono la memoria del martirio del Battista ci fanno ripercorrere l’intera storia della salvezza dalla Creazione al dono della Legge sul Sinai fino alle vicende di Israele al tempo dei Re e all’episodio dei Maccabei che non hanno esitato a dare la loro piuttosto che rinunciare alla fede per arrivare infine all’alba del Mistero dell’Incarnazione del Verbo. Le domeniche che seguono questa festa ci aiutano a cogliere la presenza del Verbo nella Chiesa e ci preparano a celebrare il giorno della Dedicazione. Così che da quella Domenica fino all’Avvento ascolteremo le parole che muovono la missione della Chiesa di annunciare la Parola fino agli estremi confini della terra.
È una corsa rapida attraverso l’intera Scrittura: è un dono poter ascoltare in abbondanza la Parola anche in passaggi magari inediti. Ascoltare poi la Storia della Salvezza significa aprire gli occhi e imparare a guardare oltre ogni apparenza la presenza di Dio nella nostra vita. Nelle vene della storia, delle nostre tante storie, scorre la Storia di un Dio che non ci abbandona e che ci è Padre, di una Luce, la sua, che vince ogni ombra, di una roccia a cui poter aggrapparsi senza temere di scivolare nel baratro del nulla, di una Verità in nome della quale scegliere in una prospettiva di definitività e secondo parametri diversi rispetto a quelli del mondo.
Oggi la Parola ci chiede di porre attenzione alla Creazione. Dio l’ha ordinata con estrema Sapienza e Bellezza; fra le sue righe c’è la grammatica dell’Amore del Padre che Gesù ci ha annunciato nel Vangelo e proprio per questo attraverso di essa tutti gli uomini, come ci ricorda Paolo nella lettera ai Romani, anche se non conoscono Cristo, possono cogliere la traccia della presenza di Dio. La Parola della Creazione è aperta anche per noi per stupirci della Bellezza di Dio e per poterci fidare della sua bontà e imparare ad essere anche noi uomini d’amore. Vorrei sottolineare con estrema forza questo rapporto che c’è fra il Bello e il Buono. Per educare alla Bontà di cuore si deve passare attraverso la Bellezza. Forse le nostre città sono crocevia di tristezza, forse dilaga fra i nostri ragazzi la violenza e la paura, forse il nostro respiro si riempie d’affanno e non riusciamo a scorgere un orizzonte promettente anche perché siamo circondati da cose brutte e ci permettiamo di sovvertire le regole della Creazione. Invece possono avvenire veri e propri miracoli, per esempio in ragazzi in difficoltà, quando si trovano sotto l’immensità di un cielo stellato oppure nello spettacolo della natura incontaminata o anche di fronte alla Bellezza che l’uomo ha replicato nell’Arte. Forse ci è capitato di stupirci di fronte ad un tramonto mentre siamo affacciati alla finestra di casa nostra e il cielo si tinge di mille sfumature; forse ci è capitato di rimanere senza fiato di fronte alla maestà di qualche monte o all’immensità dell’orizzonte del mare: è allora che il cuore si placa e riscopre la sua dignità di creatura ma senza paure ma con il desiderio di abbracciare quel Dio che ci ha regalato tutto questo ed essere qui e ora immagine del suo volto d’amore.
Mi piace pensare che anche Gesù fosse innamorato della Creazione perché spesso prendeva da qui spunto per annunciare il Vangelo. Un esempio è la pagina di oggi. Gesù guarda gli uccelli del cielo e chiede anche a noi di fidarci del Padre che non ci fa mancare nulla e così i gigli del campo e la loro bellezza e, perché noi valiamo più di loro e il Padre si prende cura di noi suoi figli, ci chiede di stabilire la giusta scala di priorità: cercate il regno di Dio e il resto ci verrà dato in aggiunta. Vivere secondo il Vangelo è bandire ogni forma di ansietà, è stanare nel nostro cuore quei pensieri che ci fanno paura perché ci fanno credere di essere soli e abbandonati al nostro destino di morte. Il cristiano sa che Dio è all’opera nel mondo, nella storia, nella nostra vita e non ci manca nulla altrimenti il Padre già ce l’avrebbe dato. E così si galleggia come un turacciolo sulle correnti dell’acqua: talvolta si può andare sotto per la pressione della vita ma alla fine si ritorna sempre a galla. Salutare ogni mattino con questa certezza ci permette di sorridere al mondo intero e ci fa scoprire che nulla accade per caso ma tutto è per la nostra felicità.
Oggi la nostra parrocchia celebra la festa in famiglia. Don Ezio e la comunità di allora l’aveva pensata per ribadire che la Parrocchia è una famiglia formata da tante famiglie, ognuna con la sua storia, ognuna con le sue bellezze e anche le sue difficoltà. La Parola di oggi ricorda anche alle nostre famiglie di non temere perché Dio non dimentica nemmeno uno dei suoi figli e mi piacerebbe che questa parola fosse una carezza per tutte le famiglie che si trovano nella sofferenza, nella crisi e sul baratro della povertà. Ma questa Parola ci chiede di essere insieme comunità che promuove il Bene e il Bello per ogni famiglia perché, se un rinnovamento nel nostro mondo può esserci, questo non può che passare dalle nostre famiglie.

sabato 6 giugno 2009

SS. Trinità

3=1…Forse è un gioco matematico i cui conti non tornano mai? Forse una dottrina astrusa per gli addetti ai lavori: Trinità non di una sola Persona ma di un sola Sostanza? Forse una complicazione del cristianesimo: che importa se c’è un Padre, un Figlio e lo Spirito santo, perché, in fondo, l’importante è pregare Dio! Forse non ci resta che alzare le spalle e ammettere che la Trinità è un mistero di cui difficilmente comprenderemo qualcosa.
…ma se è vero che tutto quello che Gesù ha rivelato è per noi, per la nostra salvezza, per la nostra gioia, per la nostra realizzazione come creature, allora anche il Mistero della Trinità deve dare forma alle nostre scelte, deve essere come una sorgente d’acqua freschissima per la nostra vita, deve dare colore alla nostra fede.
3=1 non è un gioco matematico ma la Verità di Tre Persone che sono una per l’altra, una al servizio dell’altra, capaci di donarsi definitivamente, totalmente senza risparmiarsi in nulla fino al punto di essere una cosa sola; 1x1x1 fa sempre 1! E così il mistero della Trinità ci insegna che il segreto di una vita riuscita non sta nell’assommare ricchezza, potere, apparenza ma nel dono che sai fare agli altri della tua vita: sei creatura formata a immagine e somiglianza di Dio e per questo chiamato a stare costantemente fuori di te, verso gli altri, per gli altri!
La Trinità non è una dottrina per gli addetti ai lavori: Dio è Una sola Cosa ma in tre Persone distinte. E proprio perché sono diversi sono una Cosa sola e proprio perchè sono una Cosa sola sono diversi. La differenza per Dio non è opposizione ma principio di comunione. Così il mistero della Trinità ci insegna che anche noi siamo Chiesa, una sola cosa, comunità radunata attorno al Crocifisso-Risorto nella diversità di ognuno; siamo un arcobaleno di colori chiamati ad accogliersi e ad amarsi nella loro diversità. La comunione non è opera delle nostre mani, non è neppure un punto di partenza ma è dono della nostra fede nella Trinità, meta da raggiungere non senza fatica.
E se è vero che l’importante è pregare Dio bisogna ribadire con forza che il nostro Dio ha questo volto ben preciso: Padre, Figlio e Spirito santo. Lo Spirito palpita in noi e ci conduce per mano ad imitare in ogni attimo della nostra vita il Figlio Gesù, a fare nostre le sue scelte e, proprio per questo mistero di imitazione, anche noi facciamo diventare segreto della nostra vita l’Amore immenso del Padre e su di lui iniziamo a scommettere in una prospettiva di eternità.
Vorrei ora passare a commentare i 3 brani ascoltati oggi immaginandoli come una carta d’identità che Dio ci mette fra le mani per non smarrire la verità del suo volto.
Nella prima lettura Mosè fa esperienza del passaggio di Dio. E’ uno dei brani forse più suggestivi di Esodo. Dio mentre passa mostra di sé solo le spalle e rivela il suo Nome. Il Nome di Dio è salvezza per Mosè e per tutto Israele: come dicevamo prima non c’è nulla che Dio non riveli di sé che non sia per la nostra salvezza e felicità. E se vuoi cogliere i suoi segni nella tua vita, se vuoi scorgere dove ha preso dimora la Trinità in te e attorno a te, devi guardare le orme del suo passaggio nella tua storia. La fede si alimenta nella memoria. E oggi, se abbiamo il coraggio di rientrare in noi stessi, possiamo proprio alzare il nostro inno di lode al Figlio che ci ha dato lo Spirito e non ci ha abbandonati ma ci ha messi sulle spalle del Padre soprattutto nelle ore più difficili che abbiamo vissuto.
Nella seconda lettura Paolo parla della differenza fra la vita secondo la carne e la vita secondo lo Spirito. La prima porta in sé il marchio della morte e della distruzione - la carne è il peccato quindi è l’autonomia solitaria ed autoreferenziale - la seconda è vita. Lo Spirito infatti ci dona la vita stessa di Dio e quindi anche noi ci scopriamo figli amati aldilà dei nostri limiti e della nostra debolezza proprio come Gesù; quando ci sentiamo crocifissi, sul baratro della disperazione e della morte è allora che il Padre si mette all’opera e non ci lascia soli.
Infine il brano di Vangelo, in uno degli scorci del discorso d’addio nel cenacolo, ci presenta lo Spirito come il Paraclito Consolatore che renderà testimonianza all’annuncio di Gesù e del suo essere Figlio. Lo Spirito inoltre ci darà la forza di essere testimoni di questo annuncio: sulla faccia del mondo, in un tempo e in uno spazio precisi, non solo si è affacciato ma ha conficcato i paletti della sua Tenda il Signore della storia nella carne del Figlio Gesù. Noi crediamo non a un Dio fatto a immagine e somiglianza dell’uomo ma ad un Uomo che per la sua vita e soprattutto la sua Morte e Risurrezione non possiamo non pensare che fosse Dio! L’enigma Gesù è la Parola forte che abbiamo il dovere di annunciare al mondo per la sua salvezza e la sua gioia e a lui bisognerà tornare quando saremo assetati di Verità o di Speranza.

sabato 30 maggio 2009

Pentecoste

In me
Attorno a me… e siamo già un noi
Oltre noi e abbracceremo il mondo intero
Credo sia questa la mappa che ci indica la Liturgia della Parola di quest’oggi, quasi una geografia dello Spirito che anzitutto dobbiamo assecondare, accogliere come un dono, da riscoprire e non tanto da costruire.
Ma vorrei prima di tutto esprimere un sogno: mi piacerebbe che questa chiesa vibrasse come il cenacolo in quel giorno, che la gioia di Dio ci rapisse, che quel fuoco, che il rito con la sua austerità ci promette di donarci, iniziasse a scottarci dentro, a sciogliere il gelo dei nostri cuori, a squarciare per noi tracciati di vita autentica, che la forza dello Spirito ci porti in alto, verso Dio, ci renda cioè estatici per poi sprofondare in mezzo agli uomini, ci renda cioè estroversi, colmi di una speranza incrollabile, con le mani pronte a piegarsi su ogni ferita dei nostri fratelli. Se il miracolo della Pentecoste si ripetesse anche oggi fra di noi scopriremmo così che non si può essere credenti dalle mezze misure, cristiani del modulo ripetuto stancamente, arresi alle nostre incertezze e ancorati alla banalità, ci scopriremmo invece avventurieri che amano andare controcorrente sfidando ogni limite.
Lo Spirito in noi.
Gesù promette il Paraclito ai suoi discepoli mentre l’Ora della Passione e della Gloria sta per consumarsi. Paraclito vuol dire certo Consolatore, ma di più Avvocato, chiamato a raccogliere e a schierarsi dalla nostra parte. Nel momento in cui Gesù sta per abbandonare il timone della Chiesa, di questa comunità che a fatica si era costruito, promette la presenza di questo Consolatore che renderà noi stessi capaci di condurre al largo, sui flutti della storia, la Chiesa. Lo Spirito è la presenza di Gesù in noi, è il Maestro interiore che ricorda a noi Gesù e costruisce in noi i suoi stessi tratti. Ci indica ad ogni passo cosa farebbe Gesù al nostro posto e ci rende capaci di imitarlo e di renderlo presente qui e ora incarnato in noi. Dunque siamo chiamati a discernere cosa realmente lo Spirito ci chiede e questo comporterà fatica perché nel nostro cuore si agitano sempre anche altri spiriti, quelli del Male, che tentano di ripiegarci sul nostro egoismo e tentano di convincerci che la verità sta tutta nel successo, nel possesso e nell’apparenza. Ma non dobbiamo mai avere paura: non siamo soli. Il nostro destino è la santità. Azzardiamo pure scelte alte e alternative. E quando sentiremo nel cuore la pace e la gioia allora saremo certi di aver camminato sui sentieri dello Spirito. E alla fine dimoreremo in quell’abbraccio d’amore che c’è fra il Padre e il Figlio e la nostra gioia sarà piena.
Attorno a me…e siamo già un noi.
Mi piacerebbe dare questo sottotitolo alla seconda lettura. Infatti lo Spirito che scende su di noi non permette mai che la nostra avventura sia un solitario. Lo Spirito ci conduce sempre in una comunità e ci invita a sederci e a mettere in gioco il nostro dono per il bene di tutti. Se pensiamo di poter fare a meno di questi fratelli di fede che incontriamo la domenica, che costruiscono con noi la nostra comunità, non stiamo ascoltando la voce dello Spirito. Se prevale in noi la voglia di criticare piuttosto che di costruire non stiamo combattendo una battaglia giusta. La comunità, come la intende Paolo, è l’espressione dello Spirito. I diversi sono chiamati a vivere assieme come i convitati di una stessa festa: è la convivialità delle differenze. La comunità non è l’amicizia ma un qualcosa di più grande. Gli amici si scelgono per un’affinità, i fratelli di fede li ritrovi accanto a te e sono da ascoltare, amare e con loro devi costruire su questa terra una angolo di Paradiso. La critica e il disappunto non devono mai essere più forti della passione con cui condividiamo la nostra fede. Il malumore deve diventare al massimo correzione fraterna ma mai distruttivo. Lottare contro la comunità e voltarle le spalle è chiudere la porta allo stesso Spirito. È la comunità il contesto in cui si manifesta lo Spirito e dunque senza l’altro io non potrei credere o comunque sarebbe un cammino tutto in salita e quasi impossibile da praticare.
Oltre noi e abbracceremo il mondo intero
Infine lo Spirito ci spinge ad andare anche oltre quel noi che è la comunità e sbaraglia i chiavistelli delle nostre porte sbarrate al mondo. Lo Spirito vuole che la nostra testimonianza si riversi sui sentieri del mondo come i rivoli di una sorgente. E questa mi sembra l’immagine più bella per descrivere il miracolo raccontato nella lettura di Atti. I Dodici iniziano a parlare le lingue di chi abita in Gerusalemme e lasciano che ognuno intenda l’annuncio del vangelo nella sua lingua. Diversità che tornano a fondersi fra di loro in un unico messaggio: Pentecoste si trova al polo opposto di Babele. Sogniamo anche oggi una Chiesa che non ha timore di parlare il linguaggio dell’uomo per raccontare la buona notizia di sempre. Una Chiesa arroccata e sempre pronta a difendersi come in trincea non è secondo lo Spirito. Il mondo è come la pasta in cui scioglierci e da far lievitare. E l’abbraccio di testimonianza è il servizio più grande e più utile che possiamo rendere al mondo, un’aurora di pace che stenta ancora a levarsi nel buio in cui siamo immersi.

sabato 23 maggio 2009

settima di pasqua

A 40 giorni dalla Pasqua, Giovedì scorso, abbiamo celebrato la solennità dell’Ascensione di Gesù al Cielo. Il racconto biblico segna la fine delle apparizioni del Risorto con Gesù che sale verso il Padre mentre agli apostoli viene consegnato il mandato di annunciare fino agli angoli più estremi della terra il Vangelo che salva. In quel giorno si è aperto un tempo in cui anche noi siamo protagonisti nella Chiesa; si è inaugurata un’altra tappa della storia della salvezza che coincide con il mandato missionario che è stato messo anche nelle nostre mani. La spiritualità di questo tempo è dettata da due atteggiamenti che vorrei evocare con due immagini: lo sguardo al cielo e i piedi a terra. Il credente ha la testa fra le nuvole, tiene fisso lo sguardo in alto dove Gesù ci ha preceduto, sa che non tutto si consuma nella battaglia del contingente ma c’è un oltre che ci attende, c’è un qualcuno nelle cui mani rimettere il giudizio definitivo su di sé e sulla storia, in lui palpita una speranza che ha sempre la meglio su tutte le disperazioni, un punto sempre più in alto di ogni fatica. Il credente poi sa che da qual cielo un giorno Gesù ritornerà sulla terra e allora avrà inizio la festa del Regno. Per questo ogni tanto ci può rapire la nostalgia di vedere il volto del Risorto, di poterlo abbracciare, di lasciarci salvare da lui e guarire in ogni ferita più profonda del nostro cuore. Ma questo non basta. Il discepolo di Gesù è anche uno che ha i piedi ben ancorati sulla terra; proprio perché ha conosciuto Gesù e lo ha amato, si sente chiamato a darne un’immagine viva qui e ora, ad incarnare a modo suo i lineamenti del suo volto. La battaglia per rendere questa terra un po’ più simile al Paradiso ci appartiene. Il cristianesimo non è sterile spiritualismo e nemmeno profonda filantropia.
Mi sembrava giusto richiamare all’inizio dell’omelia di quest’oggi il contesto liturgico e spirituale in cui si colloca questa domenica sospesa fra l’Ascensione e la Pentecoste, anche per comprendere la Parola appena proclamata.
Anzitutto Atti ci presenta la comunità, subito dopo l’Ascensione, impegnata a scegliere uno che potesse sostituire Giuda, l’unico che nel vangelo Gesù ammette di aver perduto - in quella logica misteriosa per cui il limite che Dio dà alla sua onnipotenza è proprio la libertà dell’uomo, anche se volta all’autodistruzione – perché all’inizio della sua missione fosse intatta la struttura dei Dodici. Così la Chiesa poteva presentarsi al mondo nella forma che Gesù stesso le aveva dato: i discepoli guidati dai Dodici, richiamo simbolico del nuovo Israele. È una Chiesa che non vuole staccarsi dal modello che le ha consegnato Gesù ed è un richiamo anche per la Chiesa di oggi perché, nelle vicende della storia, non smarrisca quell’essenzialità che Gesù ha pensato per lei e non insegua altre forme, troppo umane, troppo impregnate di potere e ricchezza.
Nella sua lettera a Timoteo Paolo richiama, con un inno già in uso nelle prime comunità cristiane, il Mistero di Gesù che è passato fra noi ed è ora in Cielo. La nostra fede è tutta giocata su un equilibrio singolare fra Carne e Spirito, Umanità e Divinità. Abbiamo incontrato un Dio che è a noi vicino, che cammina in mezzo a noi pur restando sempre oltre a noi.
Vorrei però soffermarmi maggiormente sul Vangelo. Siamo al termine della lunga preghiera di Gesù nel Cenacolo poco prima della sua Pasqua, dell’Ora in cui sarà glorificato. E ora sta affidando i suoi discepoli al Padre. Sono parole altissime, siamo nel cuore della relazione fra il Padre e il Figlio. E noi camminiamo proprio in mezzo a loro perché Gesù stende le sue braccia fra noi e il Padre. Che cosa chiede Gesù per noi, dunque cos’è l’essenziale da preservare nella nostra vita in attesa del ritorno del Figlio.
Custoditi nel nome del Padre per essere una cosa sola. Sembra che la cosa che stia più a cuore a Gesù è che i suoi siano perfetti nell’unità. L’unione non è l’omologazione ma la convivialità delle differenze, proprio come è Dio, quando cioè ognuno sa valorizzare il carisma dell’altro e tutti trovano il loro posto. Unione non è risparmiarsi dalla dialettica ma è alla fine saper fare spazio all’altro e alle sue esigenze e alle sue prospettive. La comunione è un’arte che si impara anche dagli sbagli della storia. La Chiesa, che vive dai giorni dell’Ascensione e cammina verso il Regno, è spettacolo di unità. Per meno di questo si tradisce il desiderio profondo di Gesù. Ricordiamolo quando pensiamo anche alla nostra comunità e chiediamo perdono a Dio per quando qualcuno se n’è andato perché non accolto, giudicato, considerato perduto.
La pienezza della gioia. Gesù prega perché la nostra gioia sia piena nella certezza che lui ci ha preceduto per prepararci un posto. Il cristiano trabocca di gioia perché consegna nelle mani del Figlio il senso della sua storia. Non c’è tristezza più forte della gioia e su questo punto dovremmo spesso interrogarci per discernere se abbiamo incontrato il Vangelo o qualche altra parola mascherata magari di buon senso religioso.
Custoditi dal Maligno. Gesù non ci risparmia la battaglia che è stata anche la sua contro le forze del Male. Se ne parla forse poco. Ma il Male c’è e il padre è il Diavolo. Se decidi di abbracciare la via di Dio devi fare i conti con il Male che vuole distruggere, che vuole mandare a monte la tua partita, che usa mille e più armi per farti mollare il colpo.
Nel mondo come missionari. Gesù non ci toglie dal mondo anche se non vuole che gli apparteniamo, e non apparteniamo alla sua logica di potere, avere e apparire. Ma siamo chiamati a restare in questo mondo, a calcare la terra di tutti i nostri fratelli e a condividere il loro sudore come ha fatto lui. E’ vero anche per noi il mistero dell’Incarnazione e più sei di Dio e più sei chiamato a portare il suo nome sulla terra. Cambia, rispetto agli altri, solo lo stile. Profumati di Vangelo, con il cuore povero perché pieno della presenza dello Spirito, saremo per questo mondo una provocazione che muove all’interrogativo e ultimamente alla fede.

sabato 16 maggio 2009

sesta di pasqua


Mi piace pensare alle letture di oggi come ad un dittico: da una parte il Vangelo con la Promessa che Gesù fa dello Spirito ai suoi discepoli insieme alla certezza della persecuzione e della sofferenza a motivo del suo nome. E dall’altra parte, come un’esemplificazione, come una prova che le parole di Gesù si sono compiute a suo tempo, le due letture in cui Paolo deve difendere la sua fede contro i suoi connazionali di fronte al re Erode Agrippa e poi contro quei Corinzi che, dopo la sua partenza, avevano iniziato a dubitare della sua attendibilità come apostolo.
E allora con voi, quest’oggi, desidero osservare quest’opera soffermandomi sul primo e poi sul secondo quadro. Vorrei infine aggiungerne un terzo parlando di noi e della lotta che anche noi dobbiamo sostenere per essere credenti.
Anzitutto allora il brano di Vangelo. Dicevamo che ci sono due promesse legate fra di loro: verrà lo Spirito, e anche noi ne sentiamo il presagio avvicinandosi il grande giorno della Pentecoste, l’ultimo della Festa. Lo Spirito darà testimonianza a Gesù in noi, ci ricorderà le sue parole, cioè sarà nostro maestro interiore e ricomporrà, come l’abile mano di un pittore, l’armonia dei colori della fede fra di loro. Ci farà sentire come credibile e meritevole di fiducia l’accadimento della Risurrezione del Crocifisso. Ci farà vibrare alla luce della paradossale verità delle parole di Gesù. Ci aiuterà ad abbandonarci al Padre e a fare di lui, come Gesù ci ha insegnato, il segreto dei nostri fragili giorni e per questo ci riempirà di speranza eterna. Ci prenderà per mano e ci aiuterà ad amare fino alla fine, a stare completamente fuori di noi, rivolti a braccia aperte verso ogni fratello proprio come Gesù. Lo Spirito, insomma, traccerà sul nostro volto i lineamenti stessi di Gesù e ognuno, a modo suo, ne riproporrà qui e ora la sua immagine. Ma lo stesso Spirito ci sarà compagno nella testimonianza che sgorgherà dal nostro cuore come un fiume irrefrenabile. E se sei decisamente di Cristo andrai incontro all’accusa, alla persecuzione, alla croce perché il mondo da sempre, dai tempi del Giardino, preferisce altre parole, altri modelli, non lasciarsi avvicinare da questo Dio che è amore e per questo esigente nella relazione. La cosa più commovente è pensare che queste righe, ambientate nel cenacolo prima della Passione, con i discepoli in preda alla paura e allo smarrimento, sono state scritte a distanza di qualche decennio quando ormai la maggior parte di loro aveva già donato la sua vita sostenendo, pieni di Spirito, la lotta per il Vangelo.
Spostiamo ora lo sguardo e contempliamo la seconda parte del dittico. Il protagonista è Paolo. Oggi ci apre il suo cuore raccontandoci qualcosa di inatteso che è accaduto nella sua vita e che lo ha trasformato nel profondo squarciandogli prospettive inattese. L’accadimento è proprio l’incontro con il Risorto sula via di Damasco. Quel nome che lui perseguitava, quella notizia della risurrezione di un uomo che, a suo avviso, si stava diffondendo come una pericolosa bugia fra la sua gente, la fede in un Messia Figlio di Dio crocifisso, che aveva tutti le fattezze di una bestemmia, Gesù ora gli si è fatto accanto, si è lasciato incontrare, ha fatto irruzione nelle sue ostinate pretese e gli ha consegnato una nuova vocazione, la testimonianza a tutte le genti del Vangelo che salva. E poco importa della sua debolezza: ciò che conta è la potenza di Cristo che fa sgorgare dalla roccia più arida sorgenti freschissime. Per amore di Gesù ora lui è capace di abbracciare anche la croce. Lo Spirito gli fa da compagno in una vita che, definire avventurosa, è poco!
E ora permettermi di aggiungere un altro quadro, la nostra vita. La prima cosa che vorrei tratteggiare è il fondamento di tutto. Se vuoi essere testimone di Gesù devi anche tu lasciarti rapire dallo Spirito, devi anche tu farti trovare da Cristo e iniziare ad amarlo alla follia. Altrimenti, ogni impegno di testimonianza diventa sterile moralismo. Se non hai negli occhi la luce di chi ha incontrato il Cristo, se non palpiti di gioia, se non bruci nella fiamma d’amore dello Spirito poca importa dirsi credenti. Ma questa non è un’avventura da poco. Infatti anche oggi il mondo si opporrà alla tua gioia con la sua logica, a volte apertamente in contrasto con la fede, ma molto più spesso con convinzioni subdole e calcoli raffinati e per questo affascinanti. E penso a chi fra noi, in nome della fede, sul posto di lavoro o a scuola deve sostenere battaglie, perché non si china al compromesso. Penso a chi è per la vita, per la famiglia, per l’oggettività dei valori e si trova schiacciato nella morsa del relativismo. Penso a chi fa scelte di carità e non molla la presa anche se gli altri lo giudicano folle. Penso a chi fa della logica dell’accoglienza dei più deboli e degli stranieri, scritta a chiare lettere sulle pagine del Vangelo, un motivo di vita e non si fa piegare dalla paura dello straniero e non tace di fronte alle ingiustizie, anche se a compierle è uno Stato che si dichiara di diritto e magari finge di ispirarsi alle radici cristiane.
Coraggio! Come ci dice la Parola, come ci ricorda l’esempio di Paolo, per dare frutto si deve soffrire, morire come un seme. Per provare l’oro si usa il fuoco. E se alla fine avremo resistito, beati noi!
Il pensiero infine va a questi bambini che ricevono oggi la prima comunione. Anche per loro c’è un sentiero tracciato fatto di amore per Gesù, dopo che lui avrà riempito del suo amore il loro cuore, e di testimonianza. Siamo disposti ad accompagnarli? Siamo disposti a raccontare tutta la verità e fargli percorrere il sentiero in salita della fede? Perché di cristiani dalle mezze misure non sappiamo che farne, perché proprio per una posta in gioco così alta li abbiamo portati qui sull’altare.