domenica 1 luglio 2012

quinta dopo Pentecoste

Prosegue la nostra corsa lungo le tappe più importanti della storia della salvezza. La liturgia, da parte sua, rende presente qui e ora quegli avvenimenti: è come se si squarciasse l’orizzonte del tempo e il passato e il presente si dessero appuntamento per noi, perché possiamo guardare, prendere parte, scoprire che in questa storia anche noi siamo i protagonisti, anche noi da sempre nella mente di Dio, che quelle dinamiche in cui si sono trovati gli altri protagonisti sono anche le nostre, così le loro scelte illuminano il nostro sentiero perché possiamo ricalcarne le orme. Il futuro della vicenda dell’uomo con Dio passa anche attraverso il nostro sì! E poi l’ascolto della Parola apre i nostri occhi a volte così annebbiati dalle cose che contano poco e che hanno preso il sopravvento, quelle cose urgenti che fingono di essere necessarie, e ci riporta alla certezza che il Regno c’è, che i piccoli di questo mondo che non contano nulla sono i beati, che in mezzo a noi passa il Signore e allora tutto si veste di nuovo e noi non siamo più soli.

E così dopo aver ascoltato la Parola della Creazione, dopo che abbiamo contemplato e ci siamo lasciati interrogare sull’amore dell’uomo per la sua donna, dopo la riflessione sul Male, le sue conseguenze e la sua drammaticità che può essere evitata solo con una austera resistenza, comprendendo che solo il Bene getta semi di speranza. E oggi, mettendo al centro la figura del padre Abramo, la Parola ci invita a pensare alla fede.

Paolo ci autorizza a chiamarlo padre, anche noi che non siamo circoncisi e siamo come un innesto sull’olivo di Israele. La fede ci rende suoi figli perché la circoncisione è solo il segno esteriore, il suo fidarsi di Dio, sentirsi protetto nel palmo della sua mano diventa il principio a cui anche noi possiamo ispirarci.

Mi sembra che siano almeno 3 le angolature da cui dare risonanza alla Parola ascoltata

1 la fede è la gioia di un’amicizia a cui corrispondere.

L’uomo di fede, come Abramo, è aperto ad una realtà altra, sula presenza di un Dio che tuttavia è il primo a venirci incontro. E se le altre religioni sono lo sforzo dell’uomo di dare un senso e una risposta alla nostalgia dell’Altro che l’uomo di sempre si porta nel cuore, per la nostra fede c’è un dato in più: è l’adesione a un Dio che si dà appuntamento con la sua creatura, bussa alla porta del suo cuore, per lui lotta, scommette, promette giurando su di sé senza pretendere altro, in modo del tutto unilaterale. Il vero miracolo, il punto di partenza imprescindibile, non è tanto la fede dell’umo in Dio ma l’atteggiamento di dio che continua a credere nell’uomo.   

2 la fede è una finestra spalancata al futuro.

Abramo crede, si affida a questo Dio che gli parla in modo perentorio e autorevole, comunque pieno d’amore. Eppure, alla fine della sua vita, Abramo vede la promessa di oggi realizzata solo per metà. Potrà abbracciare Isacco ma la terra non la possiederà mai. Solo un piccolo fazzoletto in cui ha potuto seppellire sua moglie Sara. Dunque, all’atto pratico, credere a che serve? Non stringi nulla, forse ti prendono in giro perché ti ostini a darti valori altri, porterai sul tuo volto per sempre i tratti del perdente. È vero, la fede non serve a nulla…ma averla ti cambia tutto! chi crede viene dal futuro, ha il respiro dell’eterno ecco perché appare spesso fuori moda perché non è mai di moda! È troppo avanti! Ama la povertà perché Dio solo gli basta, ama la semplicità perché è l’unica cosa che non ti spegne mai il sorriso, ama l’essenzialità perché sa che nell’apparire non c’è mai la sostanza. L’uomo di fede è così un rivoluzionario, uno che sa ribaltare la logica del mondo e lo fa nel silenzio, e diventa roccia per molti, sorgente zampillante di vita eterna.

3 la fede è sorella della Speranza e della Carità

La carità è l’esito della fede, talvolta è anche il principio. Comunque sia la storia di ognuno, l’una non può stare senza l’altra. Chi ha fede cammina nella luce e sparge luce attorno a sé. La fede ti modella a immagine di questo Dio che è solo Amore e che tu vuoi ostinarti a rendere presente, con la tua povera immagine come un riflesso, in mezzo a tutti quelli che qui e ora hanno bisogno di sentire il suo abbraccio di Padre.

E infine vorrei concludere con qualche appunto a margine per resistere nella fede
-          Non avere paura degli alti e dei bassi! Il cammino della fede è sempre sinusoidale. Chi ti dà ali d’aquila a volte ti conduce nel deserto per metterti alla prova. Ciò che conta, alla fine, è se hai tenuto la tua mano nella sua di Buon Pastore.
-          Alimenta la tua fede ma nel modo giusto. La preghiera e i suoi appigli: i sacramenti, la Parola, l’adorazione e i giorni di ritiro.
-          Chiediti spesso se hai imparato ad amare di più: il termometro della fede è la Carità
-          Da solo non ce la farai! La Chiesa custodisce la tua fede e la sorregge quando vacilli. Questo mistero è grande, più della storia della comunità sempre segnata da luci e ombre.

domenica 10 giugno 2012

II dopo Pentecoste


Il lezionario ambrosiano nel tempo dopo la Pentecoste
L’itinerario che ci fa correre lungo le tappe principali della storia della salvezza.

Mettere sul naso le lenti giuste per comprendere che, sotto le apparenze, nelle vene della nostra storia, scorre il fiume della salvezza di Dio, della sua amicizia con noi. Non si tratta di essere ottimisti ma piuttosto di stringere fra le mani la certezza che Dio ci ama e lotta dalla nostra parte, cammina con noi, ha deciso di sporcarsi le mani con la nostra vita, non ci guarda come un signore dalla balconata del suo palazzo, altro e altrove. Sa cosa significa la nostra gioia, il nostro dolore, la nostra sete di verità e di felicità, e ci dona una rotta, una speranza. Svegliarci ogni mattina con questa certezza ci riscatta dalla tentazione di sentirci sconfitti e inutili.
E ancora, sostare sulla storia della salvezza ci permette di riscoprirci protagonisti anche noi di questa trama. Noi siamo chiamati ogni giorno a scrivere assieme a Dio una riga in più di questo amore per l’umanità con la nostra vita, la nostra vocazione, le nostre scelte in autenticità. Il nostro Dio è così. Ha deciso di non voler fare a meno di noi. Noi valiamo e quello che non compiremo noi nessun altro lo porterà a termine al nostro posto. In questo senso riscopriamo il ruolo fondamentale di assecondare lo Spirito nella nostra vita.

Il tema della Creazione, prima tappa della storia della salvezza
Una creazione che è stata creata con sapienza. Guardati attorno e riconosci che nulla è per caso ma che tutto è per te e tutto ti racconta l’amore del Padre. Mi colpisce molto il passaggio in cui si dice che Dio crea dividendo. Mi piace l’idea che la creazione non avviene per somma di cose ma per distinzione. La luce e le tenebre, il cielo e la terra, la terra e le acque e infine l’uomo e la donna. Dio divide ma non per contrapporre ma per creare comunione. È davvero un miracolo quando un uomo e una donna si amano perché diversi e la loro differenza diventa occasione di arricchimento, di completamento. È davvero un miracolo quando nella comunità si ha il coraggio non di chiudersi a chi la pensa differentemente da noi ma di fare convivialità con lui e così essere Chiesa. La tua differenza diventa il motivo per cui io ti amo e perché assieme possiamo testimoniare l’amore del Padre. Come dice Erri De Luca in una sua poesia due non è la somma ma il contrario di uno, perché in due è vinta la solitudine. Chi fa di ogni motivo un’occasione di contrapposizione esasperando la sua posizione commette un crimine contro la comunione, contro la creazione che non si è esaurita nell’arco di 7 giorni. 
Anche Paolo, nel suo inizio della lettera ai Romani, sottolinea il tema della perfezione della creazione rimproverando i pagani perché in essa avrebbero potuto riconoscere Dio e invece si sono persi nei loro ragionamenti. Forse per noi, alla lettera, questo discorso ci può apparire davvero lontano. Però anche a noi può capitare a volte di non riuscire ad andare oltre la creatura e di non leggere nella trama più segreta della sua bellezza le tracce della mano di Dio. L’altro è un dono che è stato pensato per te dall’infinito e dall’eternità.
E infine nel brano di Vangelo, oltre la singole parole che dovremmo tutti noi scrivere come frontespizio della nostra personalissima regola di vita, mi suggestiona lo sguardo di Gesù sulla creazione. Tutto gli parlava del Padre e del suo amore. E per questo la bellezza dei fiori, la semplicità degli uccelli del cielo diventavano la predica più eloquente a vivere nella libertà e nella certezza di essere creature amate custodite da sempre nel palmo della mano di Dio.

Ma c’è un ultimo accenno che vorrei fare in conclusione.
L’uomo è il punto più alto della creazione. Tutto è per la sua gioia. il rispetto del creato passa necessariamente dalla lotta contro tutto ciò che calpesta la dignità dell’uomo. Asciugare le lacrime dei poveri è restituire alla creazione una parte seriamente compromessa. Promuovere la giustizia è in linea con la Parola di quest’oggi. Denunciare tutto quello che calpesta la felicità dell’altro, pensare che la mia gioia non può mai essere senza la gioia del mio fratello è importante come celebrare i sabati e le feste. i nostri adolescenti e gli adulti che nei prossimi giorni faranno di tutto per dare un sorriso ai nostri piccoli o che più tardi porteranno uno scampolo di gioia all’Aquila o a Sarajevo scriveranno una pagina in più sulla Provvidenza di Dio e ritroveranno anche loro stessi come creature bellissime.

domenica 27 maggio 2012

Pentecoste


Lo Spirito è il grande protagonista della vita della Chiesa, è l’anima del mondo e della storia. È quella nostalgia di mete alte e fuori dalla nostra portata, è il sogno di realizzare un’isola che non c’è qui e ora! È la spinta che avverti nel cuore che ti porta a scommettere sulla fede contro ogni speranza, a essere un’immagine viva di Gesù con la tua vocazione; è l’investimento nella Carità anche quando tutti e tutto ti dicono che è una follia amare fino allo stremo delle tue forze. Eppure ho l’impressione che poco lo si conosca, che poco il suo nome compaia sulle nostre labbra, che poco lo si comprenda.

Vorrei allora quest’oggi trasformare quest’omelia in una preghiera allo Spirito lasciandomi guidare dalle immagini con cui la Parola ne tratteggia i contorni.

Tu, Spirito sei fuoco! E perché sei così ti prego di dare calore alle nostre vite un po’ troppo spente, un po’ troppo avvelenate dal freddo che ci hanno messo in cuore. Spirito, donaci la passione per la Giustizia, la passione per la Libertà, la passione per la Verità, donaci di bruciare per un sogno altro che Dio ci mette nelle mani e che se noi non realizziamo nessun altro farà al nostro posto, e che se noi non realizziamo rischiamo di giocare in perdita la nostra vita, sempre con un pegno di tristezza. Tu che sei Fuoco brucia la nostra mediocrità, le nostre mezze misure, ricordaci che noi siamo stati creati per essere felici e che tutto quello che ci toglie la gioia non viene mai da Dio. ricordaci che una vita senza passioni è vissuta solo in piccolissima parte. Ma oso pregarti, Spirito, perché tu possa scendere come fuoco anche sulla tua Chiesa. Un fuoco che purifica anzitutto, che bruci tutto ciò che ora la sta ancorando troppo alle logiche di questo mondo, a logiche di potere e di ricchezza. Come sarebbe bella una nuova Pentecoste per la tua Chiesa, come sarebbe bello se sul capo di chi la guida e ha responsabilità tanto grandi quanto grande è la loro chiamata brillasse una scintilla di quel fuoco sceso sugli apostoli! Come sarebbe bello vederli spinti fuori, verso il mondo, con in bocca un annuncio di Speranza capace di anticipare i tempi e stupire le nuove generazioni. Perché è tanta la sofferenza assieme all’imbarazzo per pastori troppo chiusi nel loro mondo e nel loro linguaggio astruso, è raggelante lo spettacolo del restauro di un’antichità che significa indisponibilità al dialogo e al servizio, è gelido constatare il divario fra un Vangelo liberante e una prassi ipocrita e di cortissime vedute.

Tu, Spirito sei vento! E perché sei così ti prego di spazzare ogni nube che non ci permette di vedere Dio all’opera nella storia e in noi e che tu riempi davvero la terra. Apri i nostri occhi perché sappiamo vedere che davvero Gesù non ci ha lasciati ma cammina con noi e che ora tocca a ognuno di noi essere una sua immagine viva. E fra le altre, spazza le nubi che oscurano la prospettiva anche su noi stessi perché spesso siamo giudici feroci di noi stessi, non ci amiamo a sufficienza e dimentichiamo che noi, costi quel che costi, siamo i figli amati del Padre. Come nelle belle giornate di sole, aprici l’orizzonte perché sembra che siamo condannati a razzolare nel presente senza un sogno per il futuro, portaci per questo il profumo della Primavera perché questa inclinazione alla depressione, a guardare il bicchiere sempre mezzo vuoto, a scorgere sempre qualcosa che non va per perderci in mille e più rigagnoli di critiche e malumori ci sta uccidendo poco a poco e non sappiamo più sentire il profumo della nuova fioritura perché troppo concentrati ancora sulle foglie secche. Al vento del tuo passaggio vogliamo aprire le finestre delle nostre case, stendere da una casa all’altra i fili ma non per stendere il bucato ma per creare un legame d’amore con vicini che ora sono sconosciuti e che in realtà sono fratelli che attendono il nostro sorriso. Perché tu sei Vento gioca con noi, non farci scordare che la Vita è un grande gioco e che non vale la pena passarla imbronciati in un angolo. Facci volare via il cappello e dacci di sorridere se siamo diventati troppo musoni, troppo impegnati e ripiegati su noi stessi e su tutte le cose seriose che crediamo siano toccate in sorte solo a noi.

Tu, Spirito, sei acqua! E perché sei così ti prego di dissetare la nostra ansia di infinito e di eternità; il nostro cuore tanto stanco perché sono giorni in cui siamo tutti in salita e non intravvediamo oasi. Donaci sollievo come la pioggia sui campi aridi e riarsi. Travolgi ogni argine che ci allontana dai fratelli e portaci con la tua corrente verso una meta di comunione, dove i diversi stanno assieme aldilà di ogni tentazione di uniformità. Lava le ferite di chi ora sta giocando la sua partita con la sofferenza e la morte.

Grazie, Gesù, perché a questa mia preghiera forse troppo parolaia si unisce la tua: io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità. Donaci oggi una nuova Pentecoste!

domenica 20 maggio 2012

VII domenica di Pasqua

Questa è una domenica particolare, sospesa fra la solennità dell’Ascensione che abbiamo celebrato giovedì scorso e la domenica di Pentecoste che porrà fine a questo tempo di Pasqua: sono quasi come due sponde su cui rimbalzano i temi della Parola appena ascoltata. Provo a darne eco nella certezza che il Signore ci sta guidando lungo il nostro deserto, che queste parole sono come bocconi di manna che ci vengono messi fra le mani per darci la forza di andare avanti per fidarci di lui e per essere davvero alternativi al mondo.

Parto dalle suggestioni di Paolo nella lettera a Timoteo. Grande è il mistero della nostra fede. E poi ne mostra la paradossalità. Gesù è uomo ma è anche Dio, vive nella Gloria ma cammina con noi. Questo è il traguardo che l’intelligenza della fede conquista dopo la sua Ascensione. Noi non crediamo semplicemente in Dio. Noi non pensiamo che Dio sia dall’altra parte della nostra storia, delle nostre fatiche, della nostra gioia e dei nostri mille perché. Noi non possiamo immaginarci Dio come affacciato ad un balcone che guarda con apatica indifferenza lo scorrere del nostre tempo, oppure che si destreggia come un abile burattinaio a muovere i fili delle nostre vite. In Gesù noi abbiamo incontrato l’uomo che ci ha raccontato che Dio è Padre e che lotta per sempre dalla nostra parte, il Signore che si sporca le mani con la nostra storia, il Padre pieno di premure che non si ferma per amore nemmeno davanti all’abisso della nostra colpa; Gesù è il segno più evidente di questo amore quando stende le braccia sulla croce e in segno di riconciliazione spezza la sua vita; e la morte non ha messo fine a questa parabola di amore, quel Dio lo ha risuscitato e in questo accadimento abbiamo compreso che anche lui era Dio, il Dio con noi. La nostra fede è davvero paradossale, diversa, alternativa, scandalosa. Unisce la dimensione verticale a quella orizzontale, ci racconta non semplicemente dello  slancio dell’uomo verso l’alto ma soprattutto del piegarsi del cielo sulla terra. Dai giorni dell’Ascensione, da quando cioè Gesù ha messo un termine alle sue apparizioni agli Undici, noi non lo vediamo più ma comprendiamo chi è, sappiamo cioè che la nostra storia è segnata per sempre dal suo passaggio, non ci sentiamo più soli, e nemmeno dispersi ma incamminati verso l’orizzonte dell’infinito e dell’eterno, stringiamo fra le mani una bussola che ci dice che vivere a sua immagine, vivere nella logica del Vangelo che ci chiede di amare senza misura, ha davvero senso e ci riscatta da ogni ripiegamento e banalità.

In attesa dello Spirito. Solo lo Spirito ci può dare lo slancio per rimanere fedeli a questa Parola.

Il brano di Vangelo ci riporta a quel cenacolo in cui Giovanni colloca il lungo discorso di Gesù ai suoi che termina con la preghiera di cui oggi abbiamo ascoltato la parte finale. Gesù sa che sarà tolto ai suoi e li lascerà camminare nel mondo. Fra i suoi ci siamo anche noi. Mi colpisce anzitutto questo farsi da parte di Gesù, il suo ritrarsi, la sua intenzione di andare, sparire, lasciare spazio. È un atteggiamento proprio delle persone più grandi. Sa di aver dato ai suoi ogni cosa, di aver inciso nei loro cuori con il segno della Parola, è come se li avesse equipaggiati con il necessario perché possano camminare ora da soli, proprio come un bravo istruttore, dopo aver spiegato loro ogni cosa, sa che devono buttarsi in acqua per imparare a nuotare davvero. È da Dio questo fidarsi della libertà dell’uomo. Deve andarsene perché loro possano restare. Deve sparire perché loro possano affermarsi. Deve lasciare la presa della loro mano perché possano spiccare il volo. E in questo momento così delicato prega per loro, prega per noi.

Mi colpiscono alcuni passaggi di questa preghiera che per noi resta come una carta progettuale per non smarrire l’intenzione di Gesù per la sua Chiesa.

Non li tolgo dal mondo. Il credente sa che il suo orizzonte è questo mondo in cui Gesù ha voluto incarnarsi, anzi, come lui ha deciso di sprofondare nelle dinamiche della storia, sporcarsi le mani con tutto ciò che di bene e di male il mondo offre, anche noi non possiamo fuggire in nome della nostra fede, siamo chiamati a stare dove s’intrecciano i sentieri degli uomini e dove si gioca la partita della vita. il credente sa che non c’è altra possibilità di incontrare Dio e di annunciare Dio se non al crocevia della città degli uomini. Amare la storia e segnarla con il passo della fede è amare Dio.

La pienezza della mia gioia. È questa la cifra ultima che contraddistingue il credente dagli altri. La gioia è la consapevolezza profonda di essere nel palmo della mano di Dio, custoditi dal suo amore, guidati dalla sua premura di Padre.

Siano una cosa sola. È forse la consegna più difficile che Gesù ci affida,. Non giochiamo la sfida della fede in solitaria, siamo chiamati alla fede nella Chiesa e ad essere una cosa sola, siamo chiamati a lavarci i piedi gli uni gli altri e rimanere uniti proprio nel servizio e nel perdono e nell’accoglienza. La divisione ci darà l’apparenza di camminare più veloci, liberi dalla zavorra dell’altro ma non ci porterà molto lontano.

Come la prima comunità

Quando sento un brano come quello degli Atti sento dilagare in me la nostalgia di una Chiesa che viveva nella consapevolezza profonda di essere condotta per mano dallo Spirito di Cristo fino ad apparire imprudente, ingenua, banale. Chi fra noi si affiderebbe alla sorte per una scelta tanto impegnativa come quella di rimpiazzare il posto di un apostolo. Eppure Pietro e gli altri azzardano così tanto perché vivono la dimensione della fede. Come mi piacerebbe che la prossima Pentecoste potesse essere per la Chiesa e per la nostra comunità un’occasione per essenzializzare le nostre complesse geometrie pastorali per vivere di più lo slancio di un abbandono pieno di fiducia a un signore che c’è.

domenica 15 aprile 2012

domenica in Albis

Oggi si chiude l’ottava di Pasqua, otto giorni che la Liturgia ci ha fatto vivere come se fosse un giorno solo. Non si può racchiudere in appena ventiquattro ore la gioia di chi ha incontrato la Speranza, di chi sa che l’Amore ha vinto la morte, di chi può sentire nella sua vita la mano forte del Risorto stringere la sua. E ora la Chiesa continua a vivere dell’eco di questa gioia nel tempo di Pasqua che terminerà con la festa di Pentecoste. Un arco di cinquanta giorni. Mi piace sempre sottolineare che se la Quaresima, i giorni della Penitenza, dell’ascesi, della prova è di quaranta giorni, quello della gioia è composta da una decade in più! Per i cristiani vale più la festa, la felicità, la danza, come direbbe Ambrogio, la sobria ebrezza dello Spirito piuttosto che la penitenza. In questi giorni ci faranno compagnia i brani delle apparizioni di Gesù, i racconti in cui si dice che non tanto i discepoli hanno visto il Risorto, troppo chiusi nel loro dolore, nella loro tristezza e nel ripiegamento di uno sconvolgente e interminabile venerdì di Passione, ma piuttosto è stato Gesù a farsi vedere, a rendersi disponibile, a lasciarsi incontrare, a voler riprendere il filo di una storia inaugurata con la predicazione in Galilea e che veniva consegnata nelle loro mani come un tesoro prezioso. Ma ci faranno compagnia anche i brani che ci diranno in che modo il Risorto ha deciso di restare nella sua Chiesa e, in modo particolare, quei Vangeli che metteranno a fuoco la Persona dello Spirito come continuazione di una presenza in noi e fra noi di Gesù.

Se dunque questa è la cornice in cui si inserisce la liturgia di oggi, vorrei ora, volare sopra le letture ascoltate raccogliendo qualche perla preziosa che ci viene consegnata per metterla nella nostra bisaccia di poveri pellegrini per trovare un pizzico di ristoro e riprendere il coraggio di affrontare il nostro quotidiano a  tratti così pesante e a ritmo sempre più frenetico sapendo di non essere mai soli.

La prima lettura. Mi colpiscono due passaggi. La predicazione di Pietro. Pietro rilegge la Scrittura e in essa trova le tracce della notizia della risurrezione. Si convince che l’amico incontrato un giorno mentre stava gettando le reti e lo ha chiamato a seguirlo è il Figlio, il Messia che la morte non poteva tenere prigioniero. È la pietra scartata dai costruttori che è diventata pietra angolare. Anche nella sua lettera questa immagine ritorna, forse per lui aveva una forza evocativa grandissima, forse per lui, Pietra della comunità dei credenti, sapere di poter poggiare su una Roccia più solida era di grande consolazione. Il mondo non ha riconosciuto Gesù lo ha scartato; è abituato a fare così: se non appari, se non possiedi, se non hai un potere che schiaccia non sei nessuno, se non ti allinei a questa logica sei messo da parte. Ma Dio sa far diventare pietra di base ciò che noi scartiamo, Dio fa la rivoluzione con i poveri, Dio sa far tremare sotto i loro passi la Storia, Dio sa rendere polvere di stelle ciò che è debole e di poco conto. Dai giorni della risurrezione in avanti è così. E la seconda cosa che mi colpisce è che Pietro, in questa notizia, trova la forza di schierarsi con ciò che è debole fino a farsi lui stesso pietra di scarto e in questa linea predicare il Vangelo e la sua novità. Dio non ha mai smesso di fare così. Lui è riscatto per noi quando siamo pietre scartate, per noi quando ci sentiamo piccola cosa, e per tutti i poveri che ci stringono attorno, per tutti quelli che sulla terra, nell’agenda dei potenti, non conteranno mai un granché. Il Risorto è il fondamento di una storia nuova, invertita di senso, di un Regno che fa degli ultimi i primi. Sarebbe bello se la Chiesa ne fosse sempre più uno spaccato rappresentativo. Sarebbe bello se la nostra bocca si aprisse per rendere notizia tutto questo che davvero ha la forza di cambiare l’ordine delle cose.

Della lettera di Paolo invece mi colpisce quella convinzione che noi siamo gente risorta con Cristo, la certezza che può esserci un modo altro di abitare la nostra vita, un paradigma diverso per dare senso alle nostre relazioni e alle nostre scelte e anche per rileggere ciò che siamo. Sapere che Gesù non è prigioniero della morte, che c’è stato un giorno in cui uno per amore ha dato la vita e perché si è spezzato per il bene di qualcuno, perché non ha trattenuto nulla ma si è lasciato andare come un seme nella terra, Dio ha fatto Giustizia, si è fatto vedere in lui, gli ha ridato vita è come indossare un paio di lenti nuove e giudicare tutto in modo diverso! Allora anche le nostre scelte d’amore sempre paradossali e sempre in perdita acquistano valore.

E infine del brano di Vangelo mi rapisce sempre l’ostinata convinzione di Tommaso di non credere che lo aveva portato lontano dal Cenacolo, che lo aveva condotto a decidere di troncare la sua vicenda con quella comunità. E proprio lui, nell’abisso della sua notte, viene raccolto dalla mano di Gesù. Una mano che non lo giudica, non lo mette con le spalle al muro inchiodandolo alla sua pochezza, ma che lo aiuta a superare la sua incredulità. È di una tenerezza incredibile quel gesto di far toccare le sue piaghe ora splendenti di luce. E, come ci dice la tradizione, questa sarà la forza che porterà il più sospettoso e forse cinico dei discepoli a percorrere più chilometri di tutti, fino alle Indie, e lì donare la sua vita dopo aver annunciato il Vangelo. Non ha paura Gesù delle nostre tenebre, non ha timore il Signore della nostra incredulità, non si lascia arginare dallo scoglio dei nostri dubbi. Ma nella comunità, dove anche chi fatica a credere si deve sentire il benvenuto, ci dà appuntamento per lasciarsi incontrare, vedere, toccare e sciogliere le nostre resistenze perché la follia del credere è più ragionevole, ha un motivo in più sempre, del baratro della negazione di una Vita nuova.     

domenica 8 aprile 2012

domenica di Pasqua


E da quel mattino, quando già le prime luci dell’alba stemperavano il buio della notte e rendevano più nitide le forme e distinguibili i colori,  anche della pena di quel Giardino, la notizia che Gesù è stato risuscitato è iniziata a correre di bocca in bocca fino a scavalcare il tempo. È per questo che ora siamo qui. Eppure nessuno lo ha visto risorgere, uno dopo l’altro i protagonisti del racconto del Vangelo hanno dovuto compiere un atto di fede, sbilanciare il loro cuore su una Parola che intuivano essere ragionevole. Le donne hanno creduto all’angelo, i discepoli alle donne e noi a loro e alla Chiesa che ha custodito questo annuncio assieme agli altri racconti di apparizione.

Questa sera sento un brivido nell’accorgermi di quanto sia tenue il filo della nostra fede, avverto come è sottile il crinale fra tenebra e luce, fra disperazione e speranza, fra il venerdì della Passione e la Domenica di Risurrezione. Perché se è Risorto cambia davvero tutto, acquista senso la sua vita e la sua morte, il presente si colora di futuro; ma se non lo è niente ha senso! Non ha senso la Creazione, non ha senso la fede di Abramo e quella dei nostri padri, l’esodo da una schiavitù verso una meta che è deludente e ha il gusto della morte. Non ha senso parlare di perdono, di futuro, non ha senso nulla del Vangelo se poi Gesù rimane attaccato a quella croce e la sofferenza del Giusto non ha riscatto e la violenza rimane la parola assoluta con il suo carico di dolore e di sangue.

Per questo mi piace pensare che anche chi fra noi vive il dramma dell’incredulità, sente in sé la tentazione di giudicare tutto come un inganno, come una storia troppo bella per essere vera, possa sentirsi a casa.

Io vorrei invece con voi, e grazie a voi, afferrare questo filo sottilissimo e dire che è perché è troppo bella questa storia, proprio per questo, è vera. Vorrei stringere fra le mani questo annuncio e dire con convinzione che non poteva non essere così.

Perché Dio è il Dio della vita e la sua Gloria siamo noi se viviamo liberi e in pienezza. Perché Dio non poteva tacere e chiudere nell’ambiguità questa vicenda. Perché Dio non poteva non essere il Padre. Perché il Padre non poteva permettere che quella storia d’amore venisse sepolta sotto il peso del silenzio grosso come il macigno posto sul sepolcro. Perché il Padre non poteva lasciare che il seme morisse senza portare frutto. Perché ognuno di noi questa sera, se è vero che l’esperienza delle donne diventa paradigmatica anche per la nostra vita, può dire con certezza di aver incontrato il Signore risorto, di aver sentito sulla sua pelle il suo sorriso, magari dietro l’angolo del nostro dolore, magari proprio dove non ce lo aspettavamo, magari proprio quando la morte sembrava farla da padrona e stava scivolando nel baratro del non senso. Perché ognuno di noi sente picchiare forte nel cuore la voglia di risurrezione e questa non può che essere la voce dello Spirito che ci avvince e ci conduce alla fede. Perché fra la follia del credere e il baratro della disperazione io sento di dover arrendermi alla prima.

E dunque lasciamo che la luce della risurrezione da questa notte entri e dilaghi in ogni fibra di noi. Perché risurrezione è vita nella sofferenza, è voce che ci fa sentire amati quando ci sentiamo inadeguati e deboli. È consolazione sulle cicatrici che la vita ci ha lasciato. Risurrezione è voglia di essere perdonati e schiodati da quell’errore che ci fa vergognare ogni volta che ci affacciamo nell’atrio della memoria. È voglia di ricostruire un rapporto che si è lacerato e pensavamo perduto per sempre. È possibilità di giocarsi la vita fino in fondo, nella logica della gratuità e dell’amore che si spezza, sapendo che nulla sarà perduto ma siamo custoditi per l’eternità.

Ma vorrei dire un’altra cosa. Il risorto non possiamo imprigionarlo nel nostro rito. Anzi, è già fuori di questa chiesa e ci aspetta sule strade del mondo perché lui non ha mai smesso di danzare proprio lì dove si infittiscono le tenebre della paura e della morte. E dobbiamo tenergli il passo, perché  con lui il mondo attende noi proprio noi che siamo aggrappati a questo filo di speranza.

Questo mondo che rischia di annegare nella disperazione. Perché è questa che ci rende nervosi al mattino sulle strade, intrattabili con chi pensiamo ci tolga il diritto di esistere, è questa che autorizza i nostri giovani a non guardare più con passione il futuro e ha tolto dalla loro mente ogni idea di rivoluzione oltre che dare la delega agli adulti di disinteressarsi dell’educazione. È perché camminiamo al passo della disperazione che non sentiamo più la voglia di indignarci e di prendere per mano i piccoli e con loro anticipare la logica del Regno.  Forse è mancanza di speranza anche quella della Chiesa quando si arrocca su posizioni autoritarie e ha dimenticato la semplicità del Vangelo, compagna della povertà. È frutto di disperazione permettere che il venerdì santo di tante famiglie, di tanti piccoli e poveri, si consumi nel silenzio. Da questa sera soffia il vento nuovo della Vita. Beato chi si lascia portare lontano.

s. Messa in coena Domini


Nella notte in cui fu tradito

È notte. La notte dove prendono forma di mostri gli incubi che abitano nel cuore dell’uomo. La notte del sangue e della follia, dove si prepara il male che si avventa rapace su ciò che è bello, giusto e vero per distruggere e fare razzia. È la notte del tradimento dell’amico, è la notte della solitudine.

Ostacolo, scoglio su cui si infrange la voglia di amare…eppure il Maestro in quella notte, proprio in essa, ama senza trattenere, ama proprio chi non se lo merita, si consegna, si gioca fino in fondo senza fare sconti a quella tensione di donarsi che da sempre è stata la trama dei suoi giorni. In quella notte, proprio in essa, prende il pane e lo spezza, prende il calice e vi versa il vino e ne fa corpo e sangue, preludio della croce, promessa di una presenza che non smette di accompagnare i suoi.

Da quella notte non c’è spazio per il fraintendimento, per l’ambiguità di un qualcosa lasciato irrisolto. Se vuoi trovare il Signore lo devi cercare nel Pane spezzato. Se vuoi capire il Signore non puoi prescindere da questa logica esagerata di dono, altra, che ci supera in ogni dimensione. È sangue di una nuova alleanza. È amicizia, perdono che cambia il cuore e lo rende disponibile alla relazione. 

Il tuo Dio è così: arreso, umile, povero, disarmato, consegnato, debole, ritratto per fare spazio alla tua libera decisione di amarlo e di seguirlo: perché l’amore non si impone se non per se stesso, non ha ragioni se non quelle della passione e della gratuità. Non puoi confonderlo con altro. Ogni altra idea è proiezione tua. È miraggio troppo umano il Dio che fa la rivoluzione, il Dio che parla con voce di tuono e spezza le reni dei suoi nemici. Il nostro è il Dio che si fa uomo e intreccia il suo sentiero al nostro fino a pagare di persona, è il Dio che avvince e cambia le cose dal di dentro.

Se celebro l’Eucarestia cambia lo sguardo che ho su di me. Io questa notte sento tutto il peso dei miei tradimenti, delle mie fughe, della mia atavica paura, antica come quella del primo uomo nel Giardino, che mi paralizza, che mi fa tenere la mano sempre un po’ chiusa perché non voglio perdere e perdermi. Questa notte comprendo che nel suo cuore ci sono anch’io. E io un Dio così non lo lascio più. In quell’abbraccio io mi posso perdere e posso gettare nell’abisso della sua Misericordia, e farmi sommergere, la voglia di emergere.  E a me non resta che adorare, portare la mano alla bocca per lo stupore e anch’io tacere e farmi cambiare. Era proprio quello che Dio stava chiedendo a Giona e che ora domanda anche a me.

Io posso vivere come arreso, alzare finalmente bandiera bianca e deporre, assieme con le armi con cui mi difendo, anche la maschera che rivesto per sembrare forte, sempre pronto a rispondere nel modo giusto a chi pretende che io sia altro. Io posso di fronte a lui, è lui che mi autorizza a farlo, essere debole, farmi trovare, sul crocevia fra speranza e disperazione, e lasciarmi amare finalmente per quello che sono. Posso dire di essere ferito, di essere un povero pellegrino e che la strada mi ha inciso sulla pelle cicatrici indelebili ma non sarò giudicato ma raccolto. E poi restituito al presente. Perché se ti riconcili con la tua debolezza, se comprendi di essere poca cosa ma teneramente amata puoi davvero fare la rivoluzione. Qui e ora noi possiamo essere incisivi con segni di novità.

Ma vorrei anche allargare l’orizzonte e sostare su un’altra conseguenza, questa decisamente comunitaria. Mi chiedo spesso come deve essere la Chiesa, la comunità dei credenti, che fa dell’Eucarestia il centro delle sue premure, che riconosce come suo Dio il Cristo che si fa Pane, arreso e crocifisso.

Pensavo a tre aggettivi che iniziano tutti per s  

Semplice. Essenziale, come il suo Dio. Non persa su sentieri della ricerca dell’immagine. Non arroccata in linguaggi e segni incomprensibili al mondo. Povera perché amata. Agile perché è custode del sogno di Dio sull’umanità. Aperta a chi è in ricerca perché il suo Signore non ha mai smesso di cercare anche l’ultimo dei suoi figli magari persi su qualche sentiero scosceso.   

Serva. Non c’è modo migliore di definirsi. Al servizio del mondo, al servizio della gioia dell’uomo senza cedere alla tentazione di servirsene. Perché così è stato il suo Maestro. Non in ricerca di onori, mai sotto i riflettori. Serva di chi la abita. Non possiamo servire chi sta fuori dalla Chiesa e in nome di ciò dimenticare chi ci sta accanto e condivide la nostra fede. Sarebbe un assurdo farci del male fra noi in maldicenze o esclusioni e poi pretendere di servire il mondo: non ci crederebbe nessuno. E poi serva fra i piccoli del mondo, piccola anch’essa, perché fra loro Gesù ha deciso di tenere piantati i paletti della sua tenda. Una Chiesa senza poveri, ma non messi al margine o sempre sotto al piedistallo del nostro buon assistenzialismo, ma al centro, come figli prediletti come ci invita a fare Paolo.

Sicura. Sogno una Chiesa che ricorda sempre che nel Pane spezzato c’è la promessa di Gesù di restare fra noi e proprio per questo possiamo dirci sicuri. Non supponenti. Aggrappati come ad una roccia. Se ce ne dimentichiamo inseguiamo altre sicurezze, altri tesori. Dovremmo inserire spesso fra i nostri peccati quello della paura che paralizza. Noi abbiamo una Verità che ha in sé la forza del crocifisso risorto. E non è poco per aprire le braccia a chi cerca una dimora sicura.