A 40 giorni dalla Pasqua, Giovedì scorso, abbiamo celebrato la solennità dell’Ascensione di Gesù al Cielo. Il racconto biblico segna la fine delle apparizioni del Risorto con Gesù che sale verso il Padre mentre agli apostoli viene consegnato il mandato di annunciare fino agli angoli più estremi della terra il Vangelo che salva. In quel giorno si è aperto un tempo in cui anche noi siamo protagonisti nella Chiesa; si è inaugurata un’altra tappa della storia della salvezza che coincide con il mandato missionario che è stato messo anche nelle nostre mani. La spiritualità di questo tempo è dettata da due atteggiamenti che vorrei evocare con due immagini: lo sguardo al cielo e i piedi a terra. Il credente ha la testa fra le nuvole, tiene fisso lo sguardo in alto dove Gesù ci ha preceduto, sa che non tutto si consuma nella battaglia del contingente ma c’è un oltre che ci attende, c’è un qualcuno nelle cui mani rimettere il giudizio definitivo su di sé e sulla storia, in lui palpita una speranza che ha sempre la meglio su tutte le disperazioni, un punto sempre più in alto di ogni fatica. Il credente poi sa che da qual cielo un giorno Gesù ritornerà sulla terra e allora avrà inizio la festa del Regno. Per questo ogni tanto ci può rapire la nostalgia di vedere il volto del Risorto, di poterlo abbracciare, di lasciarci salvare da lui e guarire in ogni ferita più profonda del nostro cuore. Ma questo non basta. Il discepolo di Gesù è anche uno che ha i piedi ben ancorati sulla terra; proprio perché ha conosciuto Gesù e lo ha amato, si sente chiamato a darne un’immagine viva qui e ora, ad incarnare a modo suo i lineamenti del suo volto. La battaglia per rendere questa terra un po’ più simile al Paradiso ci appartiene. Il cristianesimo non è sterile spiritualismo e nemmeno profonda filantropia.
Mi sembrava giusto richiamare all’inizio dell’omelia di quest’oggi il contesto liturgico e spirituale in cui si colloca questa domenica sospesa fra l’Ascensione e la Pentecoste, anche per comprendere la Parola appena proclamata.
Anzitutto Atti ci presenta la comunità, subito dopo l’Ascensione, impegnata a scegliere uno che potesse sostituire Giuda, l’unico che nel vangelo Gesù ammette di aver perduto - in quella logica misteriosa per cui il limite che Dio dà alla sua onnipotenza è proprio la libertà dell’uomo, anche se volta all’autodistruzione – perché all’inizio della sua missione fosse intatta la struttura dei Dodici. Così la Chiesa poteva presentarsi al mondo nella forma che Gesù stesso le aveva dato: i discepoli guidati dai Dodici, richiamo simbolico del nuovo Israele. È una Chiesa che non vuole staccarsi dal modello che le ha consegnato Gesù ed è un richiamo anche per la Chiesa di oggi perché, nelle vicende della storia, non smarrisca quell’essenzialità che Gesù ha pensato per lei e non insegua altre forme, troppo umane, troppo impregnate di potere e ricchezza.
Nella sua lettera a Timoteo Paolo richiama, con un inno già in uso nelle prime comunità cristiane, il Mistero di Gesù che è passato fra noi ed è ora in Cielo. La nostra fede è tutta giocata su un equilibrio singolare fra Carne e Spirito, Umanità e Divinità. Abbiamo incontrato un Dio che è a noi vicino, che cammina in mezzo a noi pur restando sempre oltre a noi.
Vorrei però soffermarmi maggiormente sul Vangelo. Siamo al termine della lunga preghiera di Gesù nel Cenacolo poco prima della sua Pasqua, dell’Ora in cui sarà glorificato. E ora sta affidando i suoi discepoli al Padre. Sono parole altissime, siamo nel cuore della relazione fra il Padre e il Figlio. E noi camminiamo proprio in mezzo a loro perché Gesù stende le sue braccia fra noi e il Padre. Che cosa chiede Gesù per noi, dunque cos’è l’essenziale da preservare nella nostra vita in attesa del ritorno del Figlio.
Custoditi nel nome del Padre per essere una cosa sola. Sembra che la cosa che stia più a cuore a Gesù è che i suoi siano perfetti nell’unità. L’unione non è l’omologazione ma la convivialità delle differenze, proprio come è Dio, quando cioè ognuno sa valorizzare il carisma dell’altro e tutti trovano il loro posto. Unione non è risparmiarsi dalla dialettica ma è alla fine saper fare spazio all’altro e alle sue esigenze e alle sue prospettive. La comunione è un’arte che si impara anche dagli sbagli della storia. La Chiesa, che vive dai giorni dell’Ascensione e cammina verso il Regno, è spettacolo di unità. Per meno di questo si tradisce il desiderio profondo di Gesù. Ricordiamolo quando pensiamo anche alla nostra comunità e chiediamo perdono a Dio per quando qualcuno se n’è andato perché non accolto, giudicato, considerato perduto.
La pienezza della gioia. Gesù prega perché la nostra gioia sia piena nella certezza che lui ci ha preceduto per prepararci un posto. Il cristiano trabocca di gioia perché consegna nelle mani del Figlio il senso della sua storia. Non c’è tristezza più forte della gioia e su questo punto dovremmo spesso interrogarci per discernere se abbiamo incontrato il Vangelo o qualche altra parola mascherata magari di buon senso religioso.
Custoditi dal Maligno. Gesù non ci risparmia la battaglia che è stata anche la sua contro le forze del Male. Se ne parla forse poco. Ma il Male c’è e il padre è il Diavolo. Se decidi di abbracciare la via di Dio devi fare i conti con il Male che vuole distruggere, che vuole mandare a monte la tua partita, che usa mille e più armi per farti mollare il colpo.
Nel mondo come missionari. Gesù non ci toglie dal mondo anche se non vuole che gli apparteniamo, e non apparteniamo alla sua logica di potere, avere e apparire. Ma siamo chiamati a restare in questo mondo, a calcare la terra di tutti i nostri fratelli e a condividere il loro sudore come ha fatto lui. E’ vero anche per noi il mistero dell’Incarnazione e più sei di Dio e più sei chiamato a portare il suo nome sulla terra. Cambia, rispetto agli altri, solo lo stile. Profumati di Vangelo, con il cuore povero perché pieno della presenza dello Spirito, saremo per questo mondo una provocazione che muove all’interrogativo e ultimamente alla fede.
l'omelia è come un evidenziatore che scorre sulle pagine della Parola che di domenica in domenica la Sapienza della Chiesa ci offre
sabato 23 maggio 2009
sabato 16 maggio 2009
sesta di pasqua

Mi piace pensare alle letture di oggi come ad un dittico: da una parte il Vangelo con la Promessa che Gesù fa dello Spirito ai suoi discepoli insieme alla certezza della persecuzione e della sofferenza a motivo del suo nome. E dall’altra parte, come un’esemplificazione, come una prova che le parole di Gesù si sono compiute a suo tempo, le due letture in cui Paolo deve difendere la sua fede contro i suoi connazionali di fronte al re Erode Agrippa e poi contro quei Corinzi che, dopo la sua partenza, avevano iniziato a dubitare della sua attendibilità come apostolo.
E allora con voi, quest’oggi, desidero osservare quest’opera soffermandomi sul primo e poi sul secondo quadro. Vorrei infine aggiungerne un terzo parlando di noi e della lotta che anche noi dobbiamo sostenere per essere credenti.
Anzitutto allora il brano di Vangelo. Dicevamo che ci sono due promesse legate fra di loro: verrà lo Spirito, e anche noi ne sentiamo il presagio avvicinandosi il grande giorno della Pentecoste, l’ultimo della Festa. Lo Spirito darà testimonianza a Gesù in noi, ci ricorderà le sue parole, cioè sarà nostro maestro interiore e ricomporrà, come l’abile mano di un pittore, l’armonia dei colori della fede fra di loro. Ci farà sentire come credibile e meritevole di fiducia l’accadimento della Risurrezione del Crocifisso. Ci farà vibrare alla luce della paradossale verità delle parole di Gesù. Ci aiuterà ad abbandonarci al Padre e a fare di lui, come Gesù ci ha insegnato, il segreto dei nostri fragili giorni e per questo ci riempirà di speranza eterna. Ci prenderà per mano e ci aiuterà ad amare fino alla fine, a stare completamente fuori di noi, rivolti a braccia aperte verso ogni fratello proprio come Gesù. Lo Spirito, insomma, traccerà sul nostro volto i lineamenti stessi di Gesù e ognuno, a modo suo, ne riproporrà qui e ora la sua immagine. Ma lo stesso Spirito ci sarà compagno nella testimonianza che sgorgherà dal nostro cuore come un fiume irrefrenabile. E se sei decisamente di Cristo andrai incontro all’accusa, alla persecuzione, alla croce perché il mondo da sempre, dai tempi del Giardino, preferisce altre parole, altri modelli, non lasciarsi avvicinare da questo Dio che è amore e per questo esigente nella relazione. La cosa più commovente è pensare che queste righe, ambientate nel cenacolo prima della Passione, con i discepoli in preda alla paura e allo smarrimento, sono state scritte a distanza di qualche decennio quando ormai la maggior parte di loro aveva già donato la sua vita sostenendo, pieni di Spirito, la lotta per il Vangelo.
Spostiamo ora lo sguardo e contempliamo la seconda parte del dittico. Il protagonista è Paolo. Oggi ci apre il suo cuore raccontandoci qualcosa di inatteso che è accaduto nella sua vita e che lo ha trasformato nel profondo squarciandogli prospettive inattese. L’accadimento è proprio l’incontro con il Risorto sula via di Damasco. Quel nome che lui perseguitava, quella notizia della risurrezione di un uomo che, a suo avviso, si stava diffondendo come una pericolosa bugia fra la sua gente, la fede in un Messia Figlio di Dio crocifisso, che aveva tutti le fattezze di una bestemmia, Gesù ora gli si è fatto accanto, si è lasciato incontrare, ha fatto irruzione nelle sue ostinate pretese e gli ha consegnato una nuova vocazione, la testimonianza a tutte le genti del Vangelo che salva. E poco importa della sua debolezza: ciò che conta è la potenza di Cristo che fa sgorgare dalla roccia più arida sorgenti freschissime. Per amore di Gesù ora lui è capace di abbracciare anche la croce. Lo Spirito gli fa da compagno in una vita che, definire avventurosa, è poco!
E ora permettermi di aggiungere un altro quadro, la nostra vita. La prima cosa che vorrei tratteggiare è il fondamento di tutto. Se vuoi essere testimone di Gesù devi anche tu lasciarti rapire dallo Spirito, devi anche tu farti trovare da Cristo e iniziare ad amarlo alla follia. Altrimenti, ogni impegno di testimonianza diventa sterile moralismo. Se non hai negli occhi la luce di chi ha incontrato il Cristo, se non palpiti di gioia, se non bruci nella fiamma d’amore dello Spirito poca importa dirsi credenti. Ma questa non è un’avventura da poco. Infatti anche oggi il mondo si opporrà alla tua gioia con la sua logica, a volte apertamente in contrasto con la fede, ma molto più spesso con convinzioni subdole e calcoli raffinati e per questo affascinanti. E penso a chi fra noi, in nome della fede, sul posto di lavoro o a scuola deve sostenere battaglie, perché non si china al compromesso. Penso a chi è per la vita, per la famiglia, per l’oggettività dei valori e si trova schiacciato nella morsa del relativismo. Penso a chi fa scelte di carità e non molla la presa anche se gli altri lo giudicano folle. Penso a chi fa della logica dell’accoglienza dei più deboli e degli stranieri, scritta a chiare lettere sulle pagine del Vangelo, un motivo di vita e non si fa piegare dalla paura dello straniero e non tace di fronte alle ingiustizie, anche se a compierle è uno Stato che si dichiara di diritto e magari finge di ispirarsi alle radici cristiane.
Coraggio! Come ci dice la Parola, come ci ricorda l’esempio di Paolo, per dare frutto si deve soffrire, morire come un seme. Per provare l’oro si usa il fuoco. E se alla fine avremo resistito, beati noi!
Il pensiero infine va a questi bambini che ricevono oggi la prima comunione. Anche per loro c’è un sentiero tracciato fatto di amore per Gesù, dopo che lui avrà riempito del suo amore il loro cuore, e di testimonianza. Siamo disposti ad accompagnarli? Siamo disposti a raccontare tutta la verità e fargli percorrere il sentiero in salita della fede? Perché di cristiani dalle mezze misure non sappiamo che farne, perché proprio per una posta in gioco così alta li abbiamo portati qui sull’altare.
E allora con voi, quest’oggi, desidero osservare quest’opera soffermandomi sul primo e poi sul secondo quadro. Vorrei infine aggiungerne un terzo parlando di noi e della lotta che anche noi dobbiamo sostenere per essere credenti.
Anzitutto allora il brano di Vangelo. Dicevamo che ci sono due promesse legate fra di loro: verrà lo Spirito, e anche noi ne sentiamo il presagio avvicinandosi il grande giorno della Pentecoste, l’ultimo della Festa. Lo Spirito darà testimonianza a Gesù in noi, ci ricorderà le sue parole, cioè sarà nostro maestro interiore e ricomporrà, come l’abile mano di un pittore, l’armonia dei colori della fede fra di loro. Ci farà sentire come credibile e meritevole di fiducia l’accadimento della Risurrezione del Crocifisso. Ci farà vibrare alla luce della paradossale verità delle parole di Gesù. Ci aiuterà ad abbandonarci al Padre e a fare di lui, come Gesù ci ha insegnato, il segreto dei nostri fragili giorni e per questo ci riempirà di speranza eterna. Ci prenderà per mano e ci aiuterà ad amare fino alla fine, a stare completamente fuori di noi, rivolti a braccia aperte verso ogni fratello proprio come Gesù. Lo Spirito, insomma, traccerà sul nostro volto i lineamenti stessi di Gesù e ognuno, a modo suo, ne riproporrà qui e ora la sua immagine. Ma lo stesso Spirito ci sarà compagno nella testimonianza che sgorgherà dal nostro cuore come un fiume irrefrenabile. E se sei decisamente di Cristo andrai incontro all’accusa, alla persecuzione, alla croce perché il mondo da sempre, dai tempi del Giardino, preferisce altre parole, altri modelli, non lasciarsi avvicinare da questo Dio che è amore e per questo esigente nella relazione. La cosa più commovente è pensare che queste righe, ambientate nel cenacolo prima della Passione, con i discepoli in preda alla paura e allo smarrimento, sono state scritte a distanza di qualche decennio quando ormai la maggior parte di loro aveva già donato la sua vita sostenendo, pieni di Spirito, la lotta per il Vangelo.
Spostiamo ora lo sguardo e contempliamo la seconda parte del dittico. Il protagonista è Paolo. Oggi ci apre il suo cuore raccontandoci qualcosa di inatteso che è accaduto nella sua vita e che lo ha trasformato nel profondo squarciandogli prospettive inattese. L’accadimento è proprio l’incontro con il Risorto sula via di Damasco. Quel nome che lui perseguitava, quella notizia della risurrezione di un uomo che, a suo avviso, si stava diffondendo come una pericolosa bugia fra la sua gente, la fede in un Messia Figlio di Dio crocifisso, che aveva tutti le fattezze di una bestemmia, Gesù ora gli si è fatto accanto, si è lasciato incontrare, ha fatto irruzione nelle sue ostinate pretese e gli ha consegnato una nuova vocazione, la testimonianza a tutte le genti del Vangelo che salva. E poco importa della sua debolezza: ciò che conta è la potenza di Cristo che fa sgorgare dalla roccia più arida sorgenti freschissime. Per amore di Gesù ora lui è capace di abbracciare anche la croce. Lo Spirito gli fa da compagno in una vita che, definire avventurosa, è poco!
E ora permettermi di aggiungere un altro quadro, la nostra vita. La prima cosa che vorrei tratteggiare è il fondamento di tutto. Se vuoi essere testimone di Gesù devi anche tu lasciarti rapire dallo Spirito, devi anche tu farti trovare da Cristo e iniziare ad amarlo alla follia. Altrimenti, ogni impegno di testimonianza diventa sterile moralismo. Se non hai negli occhi la luce di chi ha incontrato il Cristo, se non palpiti di gioia, se non bruci nella fiamma d’amore dello Spirito poca importa dirsi credenti. Ma questa non è un’avventura da poco. Infatti anche oggi il mondo si opporrà alla tua gioia con la sua logica, a volte apertamente in contrasto con la fede, ma molto più spesso con convinzioni subdole e calcoli raffinati e per questo affascinanti. E penso a chi fra noi, in nome della fede, sul posto di lavoro o a scuola deve sostenere battaglie, perché non si china al compromesso. Penso a chi è per la vita, per la famiglia, per l’oggettività dei valori e si trova schiacciato nella morsa del relativismo. Penso a chi fa scelte di carità e non molla la presa anche se gli altri lo giudicano folle. Penso a chi fa della logica dell’accoglienza dei più deboli e degli stranieri, scritta a chiare lettere sulle pagine del Vangelo, un motivo di vita e non si fa piegare dalla paura dello straniero e non tace di fronte alle ingiustizie, anche se a compierle è uno Stato che si dichiara di diritto e magari finge di ispirarsi alle radici cristiane.
Coraggio! Come ci dice la Parola, come ci ricorda l’esempio di Paolo, per dare frutto si deve soffrire, morire come un seme. Per provare l’oro si usa il fuoco. E se alla fine avremo resistito, beati noi!
Il pensiero infine va a questi bambini che ricevono oggi la prima comunione. Anche per loro c’è un sentiero tracciato fatto di amore per Gesù, dopo che lui avrà riempito del suo amore il loro cuore, e di testimonianza. Siamo disposti ad accompagnarli? Siamo disposti a raccontare tutta la verità e fargli percorrere il sentiero in salita della fede? Perché di cristiani dalle mezze misure non sappiamo che farne, perché proprio per una posta in gioco così alta li abbiamo portati qui sull’altare.
domenica 10 maggio 2009
quinta di Pasqua
Oggi, in questa V domenica di Pasqua, si danno appuntamento alcuni avvenimenti che colorano la nostra celebrazione e la rendono particolarissima. Anzitutto è la festa patronale. Auguri, cara Parrocchia: quasi 500 anni di storia e non sentirli! Perché è sempre attuale la tua vocazione di essere presenza del Dio che salva in mezzo alle case del nostro quartiere; sprofondata nella storia dell’uomo ma con il dito puntato all’orizzonte, ad indicare la Stella Polare che è Gesù con la sua sfrenata voglia di amare e di raccogliere nella sua mano la trama complessa dei nostri giorni per darci consolazione e pace; con la tua certezza che in te non si esaurisce la creatività del Regno di Dio ma tu sei chiamata a leggerne e interpretarne i segni nel palpito della vita delle nostre famiglie.
E poi oggi è fra noi p. Rocco Baione. La sua presenza discreta e costante per tanti anni è stato per noi un riflesso della cura del buon Pastore per il suo gregge. Pensando a te e a tutti i miei fratelli più grandi nel ministero mi viene in mente la favola suggestiva dell’albero e di un bambino. All’inizio si incontrarono quasi per caso e il bambino amava appendersi ai suoi rami per dondolarsi e l’albero, anche se ogni tanto sentiva spezzarsi qualche ramo, era felice della sua gioia. Cresciuto, quel bambino chiese all’albero i frutti per venderli e comprare cose per divertirsi. E l’albero non trattenne nulla per sé e riempì le mani del bambino ormai cresciuto. Passò del tempo e venne ancora il bambino che ormai era un uomo. L’albero si sentì riempire di gioia. Voleva una casa per abitarvi con sua moglie. E l’albero lo invitò a tagliare i suoi rami. Passarono ancora molti anni, il bambino era ormai anziano ma non così tanto e volle costruire una barca per fuggire da tutto e da tutti. E l’albero gli fece dono del suo tronco. Un giorno a quell’albero, diventato ormai solo un ceppo, tornò il bambino di un tempo, stanco della vita, con la sola voglia di sedersi e riposarsi. E l’albero, che non poteva dargli quasi più nulla, lo invitò a sedersi e ancora si sentiva felice. Il segreto di un ministero riuscito è accogliere in noi il dono della Parola, essere pervasi della presenza di Cristo e poi non trattenere nulla per sé.
E infine, l’ultima coincidenza è la celebrazione della Prima Comunione di un gruppo di 23 nostri ragazzi. Gesù farà comunione con voi, ci tiene cioè a darvi ciò che è suo, vuole piantare i picchetti della sua tenda in voi perché vi ama. Il suo corpo è per voi, il suo sangue è un’Alleanza, una mano unita alla vostra e che continuerà a cercarvi anche quando vi dimenticherete di stringerla. Non credete a nient’altro: Dio vi ama teneramente, dona tutto e non pretende nulla. E stare con lui è l’unica possibilità per strappare alla banalità i nostri giorni. Di questo annuncio ne siamo oggi, qui davanti a voi, tutti responsabili e così questo non sarà solo un rito: questo azzardo di una Chiesa che mette fra le vostre mani il suo tesoro più prezioso diventerà una scommessa sul futuro della nostra comunità.
E ora vorrei chiedere alla Parola di oggi, quando siamo ormai oltre la metà della festa di questo tempo pasquale e si intravvede all’orizzonte il Mistero della Pentecoste - e in effetti la Parola inizia proprio da questa domenica a preparare il nostro cuore al dono dello Spirito - qualche segreto che dia profondità alla nostra vita.
Leggendo in Atti la testimonianza di Stefano, la lucidità con cui legge la Storia della Salvezza, la schiettezza con cui mette a tacere i suoi interlocutori penso al segreto delle aquile. L’aquila non ha paura di spiccare il volo, di raggiungere come nessun altro le altezze del cielo, è tutto al contrario dello struzzo che corre goffamente e mette la testa sotto la sabbia! E proprio perché vola così alta, l’aquila non perde di vista le sue prede e si fionda sopra loro. Ecco: bisogna volare alto, lì dove ci porta lo Spirito, avere orizzonti esagerati, per poi non lasciarci sfuggire i particolari, le sfide del quotidiano in cui siamo invitati a giocarci con franchezza. Più fai di Dio il senso dei tuoi giorni e più sei capace di leggere la storia e di affrontarla da protagonista. Più temi Dio e Dio solo e più sarai un temerario nei confronti di chiunque. E costi quel che costi porterai l’annuncio del Vangelo di Verità ai confini del mondo.
Ascoltando la Parola di Paolo invece penso al segreto del caleidoscopio. Fissi l’occhio nella fessura di un cilindro e scopri all’interno un mondo di colori e di forme sempre nuove. Lo Spirito di Dio che ci è stato donato è capace di aprire al nostro sguardo orizzonti sempre nuovi di Grazia se siamo tentati di ripiegarci su noi stessi o di arrovellarci sui nostri problemi e sulle nostre paure. Lo Spirito ci fa vedere nell’altro non più uno straniero, un nemico, ma un fratello da amare e nella sua diversità leggiamo i carismi che costruiscono il bello della comunità. Lo Spirito sa aprire al nostro sguardo a volte disperato la certezza della Risurrezione e ci fa vedere accanto a noi il Dio che salva. Vorrei, come un augurio e un appello alla nostra responsabilità, che questo segreto appartenesse sempre più alla nostra comunità. Cambierebbe tutto anche fra noi se fossimo fratelli aperti a Dio e accoglienti fra noi oltre ogni paura, se fossimo impregnati di Spirito e per questo capaci di speranza, portatori di gioia.
E infine nel brano di Vangelo, in questa preghiera che Gesù leva al Padre e con cui ci trascina con sé a mete altissime, in cui ogni Parola sarebbe da centellinare leggo il segreto dell’albero. Tanto è più alto e maestoso, e così è capace di dare ombra a chi si rifugia sotto i suoi rami, tanto profonde sono le sue radici. Quello che si vede è grazie ad una profondità invisibile. Ciò che conta è il cuore. Bisogna radicarsi in Dio, mettere casa nel Mistero del suo Amore. Lascia che lui ti conosca e ti ami, lascia che la sua Parola riempia le tue mani, lasciati portare alle sorgenti della Misericordia e allora sarai un uomo riuscito. Se le nostre radici non si nutrono dell’acqua freschissima che è Cristo presto ci pieghiamo e diventiamo rigidi, aridi. Ma se non tagliamo queste radici e abbiamo il coraggio di restare allora, proprio come un albero maestoso, faremo ombra e daremo pace ad ogni nostro fratello. E questo è l’augurio che faccio ai ragazzi della prima comunione. La comunione di oggi sia la comunione con lui per tutta la vita. e grazie perché oggi lo ricordate anche a noi.
E poi oggi è fra noi p. Rocco Baione. La sua presenza discreta e costante per tanti anni è stato per noi un riflesso della cura del buon Pastore per il suo gregge. Pensando a te e a tutti i miei fratelli più grandi nel ministero mi viene in mente la favola suggestiva dell’albero e di un bambino. All’inizio si incontrarono quasi per caso e il bambino amava appendersi ai suoi rami per dondolarsi e l’albero, anche se ogni tanto sentiva spezzarsi qualche ramo, era felice della sua gioia. Cresciuto, quel bambino chiese all’albero i frutti per venderli e comprare cose per divertirsi. E l’albero non trattenne nulla per sé e riempì le mani del bambino ormai cresciuto. Passò del tempo e venne ancora il bambino che ormai era un uomo. L’albero si sentì riempire di gioia. Voleva una casa per abitarvi con sua moglie. E l’albero lo invitò a tagliare i suoi rami. Passarono ancora molti anni, il bambino era ormai anziano ma non così tanto e volle costruire una barca per fuggire da tutto e da tutti. E l’albero gli fece dono del suo tronco. Un giorno a quell’albero, diventato ormai solo un ceppo, tornò il bambino di un tempo, stanco della vita, con la sola voglia di sedersi e riposarsi. E l’albero, che non poteva dargli quasi più nulla, lo invitò a sedersi e ancora si sentiva felice. Il segreto di un ministero riuscito è accogliere in noi il dono della Parola, essere pervasi della presenza di Cristo e poi non trattenere nulla per sé.
E infine, l’ultima coincidenza è la celebrazione della Prima Comunione di un gruppo di 23 nostri ragazzi. Gesù farà comunione con voi, ci tiene cioè a darvi ciò che è suo, vuole piantare i picchetti della sua tenda in voi perché vi ama. Il suo corpo è per voi, il suo sangue è un’Alleanza, una mano unita alla vostra e che continuerà a cercarvi anche quando vi dimenticherete di stringerla. Non credete a nient’altro: Dio vi ama teneramente, dona tutto e non pretende nulla. E stare con lui è l’unica possibilità per strappare alla banalità i nostri giorni. Di questo annuncio ne siamo oggi, qui davanti a voi, tutti responsabili e così questo non sarà solo un rito: questo azzardo di una Chiesa che mette fra le vostre mani il suo tesoro più prezioso diventerà una scommessa sul futuro della nostra comunità.
E ora vorrei chiedere alla Parola di oggi, quando siamo ormai oltre la metà della festa di questo tempo pasquale e si intravvede all’orizzonte il Mistero della Pentecoste - e in effetti la Parola inizia proprio da questa domenica a preparare il nostro cuore al dono dello Spirito - qualche segreto che dia profondità alla nostra vita.
Leggendo in Atti la testimonianza di Stefano, la lucidità con cui legge la Storia della Salvezza, la schiettezza con cui mette a tacere i suoi interlocutori penso al segreto delle aquile. L’aquila non ha paura di spiccare il volo, di raggiungere come nessun altro le altezze del cielo, è tutto al contrario dello struzzo che corre goffamente e mette la testa sotto la sabbia! E proprio perché vola così alta, l’aquila non perde di vista le sue prede e si fionda sopra loro. Ecco: bisogna volare alto, lì dove ci porta lo Spirito, avere orizzonti esagerati, per poi non lasciarci sfuggire i particolari, le sfide del quotidiano in cui siamo invitati a giocarci con franchezza. Più fai di Dio il senso dei tuoi giorni e più sei capace di leggere la storia e di affrontarla da protagonista. Più temi Dio e Dio solo e più sarai un temerario nei confronti di chiunque. E costi quel che costi porterai l’annuncio del Vangelo di Verità ai confini del mondo.
Ascoltando la Parola di Paolo invece penso al segreto del caleidoscopio. Fissi l’occhio nella fessura di un cilindro e scopri all’interno un mondo di colori e di forme sempre nuove. Lo Spirito di Dio che ci è stato donato è capace di aprire al nostro sguardo orizzonti sempre nuovi di Grazia se siamo tentati di ripiegarci su noi stessi o di arrovellarci sui nostri problemi e sulle nostre paure. Lo Spirito ci fa vedere nell’altro non più uno straniero, un nemico, ma un fratello da amare e nella sua diversità leggiamo i carismi che costruiscono il bello della comunità. Lo Spirito sa aprire al nostro sguardo a volte disperato la certezza della Risurrezione e ci fa vedere accanto a noi il Dio che salva. Vorrei, come un augurio e un appello alla nostra responsabilità, che questo segreto appartenesse sempre più alla nostra comunità. Cambierebbe tutto anche fra noi se fossimo fratelli aperti a Dio e accoglienti fra noi oltre ogni paura, se fossimo impregnati di Spirito e per questo capaci di speranza, portatori di gioia.
E infine nel brano di Vangelo, in questa preghiera che Gesù leva al Padre e con cui ci trascina con sé a mete altissime, in cui ogni Parola sarebbe da centellinare leggo il segreto dell’albero. Tanto è più alto e maestoso, e così è capace di dare ombra a chi si rifugia sotto i suoi rami, tanto profonde sono le sue radici. Quello che si vede è grazie ad una profondità invisibile. Ciò che conta è il cuore. Bisogna radicarsi in Dio, mettere casa nel Mistero del suo Amore. Lascia che lui ti conosca e ti ami, lascia che la sua Parola riempia le tue mani, lasciati portare alle sorgenti della Misericordia e allora sarai un uomo riuscito. Se le nostre radici non si nutrono dell’acqua freschissima che è Cristo presto ci pieghiamo e diventiamo rigidi, aridi. Ma se non tagliamo queste radici e abbiamo il coraggio di restare allora, proprio come un albero maestoso, faremo ombra e daremo pace ad ogni nostro fratello. E questo è l’augurio che faccio ai ragazzi della prima comunione. La comunione di oggi sia la comunione con lui per tutta la vita. e grazie perché oggi lo ricordate anche a noi.
domenica 3 maggio 2009
quarta di Pasqua

Il Risorto, che è apparso a Maria e ai discepoli confermandoli nella fede, non ha mai smesso di darci appuntamento di settimana in settimana. Domenica scorsa lo abbiamo contemplato come la nostra Via, Verità e Vita e oggi come il buon Pastore.
Ma, prima di sottolineare qualche passaggio della Parola proclamata, vorrei soffermarmi sul tema della preghiera per le vocazioni che unisce oggi l’intera Chiesa. Pregare perché ogni giovane trovi la sua vocazione è un gesto di carità profondo. Non si può essere uomini riusciti senza un progetto di vita da abbracciare: è come se una nave non avesse una rotta da seguire e stesse in balia delle onde; è come se si guardasse il cielo e si desiderasse spiccare il volo senza però mai trovare il coraggio; senza progetto la vita è vuota, è solo trascinata, drammaticamente ripiegata sul presente e sul contingente; senza la vocazione anche la fede non ha senso perché resta un astratto insieme di regole e precetti. Al tema della vocazione è legata la felicità dei nostri giovani. Ma nessuno può scoprire la sua vocazione senza un qualcuno che si faccia suo compagno di viaggio e, pazientemente, gli tenga la mano sulla spalla nei momenti difficili o lo aiuti a interpretare i segni della direzione precisa che deve scegliere. Ecco perché non possiamo fermarci alla preghiera, ma questa giornata è un appello alla nostra responsabilità educativa. Se forse i giovani non sanno più fare scelte definitive, se forse li attanaglia un senso di vuoto che li rende disperati, talvolta cinici, se ci sembrano così tristi e il loro cuore sembra che non batta più per ideali altissimi è anche perché noi adulti abdichiamo al nostro ruolo educativo e non abbiamo più il coraggio di farci loro maestri, alziamo muri aldilà dei quali stanno vite che faticano ad uscire dal bozzolo e aldiquà stiamo noi con il nostro perbenismo di persone riuscite. Il nostro oratorio è un cortile promettente, pieno di giovani ma, troppo spesso vuoto di adulti che stiano lì con loro e per loro…se solo qualche adulto in più mi tendesse la mano e mi dicesse di voler imbarcarsi nell’avventura educativa! Daremmo vita a mille percorsi che accenderebbero mille sorrisi, non verremmo meno, come talvolta mi capita di pensare, al vero compito educativo dell’oratorio che è proprio accompagnare un ragazzo a spiccare il volo nel cielo della vita!
I versetti del Vangelo di oggi seguono l’espressione con cui Gesù si definisce il buon Pastore: io Sono il buon Pastore. Lui, cioè, è il Figlio fatto carne del Dio di Israele che aveva promesso al suo popolo di dimorare fra loro come un pastore che, a differenza dei sacerdoti, dei re o dei falsi profeti, non avrebbe pensato al suo interesse ma solo al bene del suo gregge. Gesù è il pastore che conosce le pecore, cioè le ama, le sa distinguere, non le tratta allo stesso modo, sa dare loro un nome e conosce la loro storia prendendola fra le mani; queste pecore si fidano e lo seguono ascoltando la sua voce. Nessuna di loro andrà perduta e saranno rivestite con l’abito dell’eternità. È bello per noi scoprirci amati così dal nostro Dio; è bello, soprattutto nei momenti in cui ci sentiamo soli o non sappiamo dove sta la meta dei nostri giorni, scoprire che la mano del Pastore non viene meno e che magari ci sta portando sulle sue spalle; è bello sapere che c’è un orizzonte di eternità che ci è promesso e che nulla e nessuno potranno strapparci. Gesù è l’unico vero Pastore. Nessun altro può avere la pretesa di sostituirsi a lui. Al massimo si può essere un riflesso della sua guida, si può essere un’eco della sua voce che ci chiama a seguirlo. Questo gli apostoli lo sapevano bene. Paolo, che a Troade compie questo miracolo, non smette di celebrare l’Eucarestia perché la vita che è ritornata nel giovane Eutico sgorga freschissima proprio nella presenza del Risorto nel Pane spezzato e nella Parola predicata. Timoteo, giovane vescovo di una comunità, deve continuamente far riferimento a Gesù e in lui trovare il principio della sua autorevolezza.
Noi sacerdoti, in comunione con il Vescovo, non siamo altro che testimoni della presenza del buon Pastore, deboli strumenti nelle sue mani grandi, portatori di un tesoro in vasi di coccio. Ogni tentativo di superarlo è inutile, ogni tratto dispotico e autoritario è fuori posto e rischia di essere fuorviante. Con la nostra vita, in particolare con l’annuncio della Parola e nella celebrazione dei Sacramenti, nel tessere pazientemente la trama di una comunità, siamo chiamati ad incarnare questo tratto di Gesù che guida il suo popolo verso un oltre sempre inatteso. Mi sento oggi di chiedere scusa a voi, comunità amata e che ho l’onore si servire, per quando la mia vita non è stata sufficientemente limpida da lasciar penetrare la luce del Risorto su di voi. Quando sono diventato prete ho scelto un brano della 2 Corinzi: la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza. Quando scorgete i tratti della mia debolezza non fermatevi a questa ma amate chi sa fare, con la Potenza della sua Grazia, grandi cose anche attraverso strumenti deboli e inadeguati come me.
Insieme però alla comunità noi sacerdoti siamo chiamati ad ascoltare la voce della sua presenza e a raggiungerlo lì dove si trova. Il sacerdote vive il carisma della sintesi ma non è la sintesi di tutti i carismi come purtroppo spesso accade. La comunione fra preti e laici, la scoperta e la valorizzazione dei ministeri, la certezza che ci accomuna un sacerdozio è ancora da realizzarsi. Sarà per questo che la vita del prete è sempre più appesantita da cose che non gli spettano? Sarà per questo che spesso appariamo così stanchi e la nostra vita, più che una promessa, il compimento di un sogno, ai nostri giovani sembra un incubo? Se oggi preghiamo perché molti giovani e molte ragazze scelgano di consacrarsi a Dio e ai fratelli completamente, permettetemi di dire che bisogna pregare prima per i sacerdoti e i religiosi perché la loro vita sia più semplice, più bella, più affascinante. Ma anche questo ci spinge ad assumere, ognuno per la sua parte, una precipua responsabilità.
Ma, prima di sottolineare qualche passaggio della Parola proclamata, vorrei soffermarmi sul tema della preghiera per le vocazioni che unisce oggi l’intera Chiesa. Pregare perché ogni giovane trovi la sua vocazione è un gesto di carità profondo. Non si può essere uomini riusciti senza un progetto di vita da abbracciare: è come se una nave non avesse una rotta da seguire e stesse in balia delle onde; è come se si guardasse il cielo e si desiderasse spiccare il volo senza però mai trovare il coraggio; senza progetto la vita è vuota, è solo trascinata, drammaticamente ripiegata sul presente e sul contingente; senza la vocazione anche la fede non ha senso perché resta un astratto insieme di regole e precetti. Al tema della vocazione è legata la felicità dei nostri giovani. Ma nessuno può scoprire la sua vocazione senza un qualcuno che si faccia suo compagno di viaggio e, pazientemente, gli tenga la mano sulla spalla nei momenti difficili o lo aiuti a interpretare i segni della direzione precisa che deve scegliere. Ecco perché non possiamo fermarci alla preghiera, ma questa giornata è un appello alla nostra responsabilità educativa. Se forse i giovani non sanno più fare scelte definitive, se forse li attanaglia un senso di vuoto che li rende disperati, talvolta cinici, se ci sembrano così tristi e il loro cuore sembra che non batta più per ideali altissimi è anche perché noi adulti abdichiamo al nostro ruolo educativo e non abbiamo più il coraggio di farci loro maestri, alziamo muri aldilà dei quali stanno vite che faticano ad uscire dal bozzolo e aldiquà stiamo noi con il nostro perbenismo di persone riuscite. Il nostro oratorio è un cortile promettente, pieno di giovani ma, troppo spesso vuoto di adulti che stiano lì con loro e per loro…se solo qualche adulto in più mi tendesse la mano e mi dicesse di voler imbarcarsi nell’avventura educativa! Daremmo vita a mille percorsi che accenderebbero mille sorrisi, non verremmo meno, come talvolta mi capita di pensare, al vero compito educativo dell’oratorio che è proprio accompagnare un ragazzo a spiccare il volo nel cielo della vita!
I versetti del Vangelo di oggi seguono l’espressione con cui Gesù si definisce il buon Pastore: io Sono il buon Pastore. Lui, cioè, è il Figlio fatto carne del Dio di Israele che aveva promesso al suo popolo di dimorare fra loro come un pastore che, a differenza dei sacerdoti, dei re o dei falsi profeti, non avrebbe pensato al suo interesse ma solo al bene del suo gregge. Gesù è il pastore che conosce le pecore, cioè le ama, le sa distinguere, non le tratta allo stesso modo, sa dare loro un nome e conosce la loro storia prendendola fra le mani; queste pecore si fidano e lo seguono ascoltando la sua voce. Nessuna di loro andrà perduta e saranno rivestite con l’abito dell’eternità. È bello per noi scoprirci amati così dal nostro Dio; è bello, soprattutto nei momenti in cui ci sentiamo soli o non sappiamo dove sta la meta dei nostri giorni, scoprire che la mano del Pastore non viene meno e che magari ci sta portando sulle sue spalle; è bello sapere che c’è un orizzonte di eternità che ci è promesso e che nulla e nessuno potranno strapparci. Gesù è l’unico vero Pastore. Nessun altro può avere la pretesa di sostituirsi a lui. Al massimo si può essere un riflesso della sua guida, si può essere un’eco della sua voce che ci chiama a seguirlo. Questo gli apostoli lo sapevano bene. Paolo, che a Troade compie questo miracolo, non smette di celebrare l’Eucarestia perché la vita che è ritornata nel giovane Eutico sgorga freschissima proprio nella presenza del Risorto nel Pane spezzato e nella Parola predicata. Timoteo, giovane vescovo di una comunità, deve continuamente far riferimento a Gesù e in lui trovare il principio della sua autorevolezza.
Noi sacerdoti, in comunione con il Vescovo, non siamo altro che testimoni della presenza del buon Pastore, deboli strumenti nelle sue mani grandi, portatori di un tesoro in vasi di coccio. Ogni tentativo di superarlo è inutile, ogni tratto dispotico e autoritario è fuori posto e rischia di essere fuorviante. Con la nostra vita, in particolare con l’annuncio della Parola e nella celebrazione dei Sacramenti, nel tessere pazientemente la trama di una comunità, siamo chiamati ad incarnare questo tratto di Gesù che guida il suo popolo verso un oltre sempre inatteso. Mi sento oggi di chiedere scusa a voi, comunità amata e che ho l’onore si servire, per quando la mia vita non è stata sufficientemente limpida da lasciar penetrare la luce del Risorto su di voi. Quando sono diventato prete ho scelto un brano della 2 Corinzi: la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza. Quando scorgete i tratti della mia debolezza non fermatevi a questa ma amate chi sa fare, con la Potenza della sua Grazia, grandi cose anche attraverso strumenti deboli e inadeguati come me.
Insieme però alla comunità noi sacerdoti siamo chiamati ad ascoltare la voce della sua presenza e a raggiungerlo lì dove si trova. Il sacerdote vive il carisma della sintesi ma non è la sintesi di tutti i carismi come purtroppo spesso accade. La comunione fra preti e laici, la scoperta e la valorizzazione dei ministeri, la certezza che ci accomuna un sacerdozio è ancora da realizzarsi. Sarà per questo che la vita del prete è sempre più appesantita da cose che non gli spettano? Sarà per questo che spesso appariamo così stanchi e la nostra vita, più che una promessa, il compimento di un sogno, ai nostri giovani sembra un incubo? Se oggi preghiamo perché molti giovani e molte ragazze scelgano di consacrarsi a Dio e ai fratelli completamente, permettetemi di dire che bisogna pregare prima per i sacerdoti e i religiosi perché la loro vita sia più semplice, più bella, più affascinante. Ma anche questo ci spinge ad assumere, ognuno per la sua parte, una precipua responsabilità.
domenica 26 aprile 2009
terza di pasqua
Tempo pasquale: la Chiesa si diverte a fermare il tempo e a considerare 50 giorni un unico e grande giorno, forse perché l’accadimento della Risurrezione non può essere racchiuso nell’esiguità di 24 ore, forse per anticipare quello che sarà il mistero dell’eternità, quando non ci sarà più il tempo e vivremo nella comunione della Trinità, quando anche noi saremo risorti in Cristo.
Il percorso tematico di queste domeniche, che sono appunto di Pasqua, ci fa contemplare oggi e la prossima settimana il volto del Risorto: siamo inviatati a rimanere stupiti e sorpresi della novità di Cristo. Del resto non trovo modo migliore per esprimere la condizione in cui ci getta la nostra fede: siamo chiamati ad essere sorpresi, stupefatti, radiosi per un Mistero che ha sconvolto tutte le regole della storia. Nelle altre due domeniche ci prepareremo al dono dello Spirito e poi sarà Pentecoste.
Oggi vorrei soffermarmi sui primi versetti del Vangelo: non abbiate timore. Vorrei, a proposito, ascoltare anzitutto l’esempio di Paolo e dei primi cristiani sia nella lettura di Atti che nel brano dell’Epistola e poi, dopo esserci chiesti di che cosa noi possiamo avere paura, cercare nel Risorto e nelle sue parole una risposta.
Paolo e Sila hanno vinto ogni paura e, sebbene picchiati, torturati, incarcerati per amore di Gesù non si tirano indietro e gli danno testimonianza. Mi colpisce il loro canto in quella notte: forse noi avremmo pianto, saremmo rimasti immersi in un mare di perplessità, avremmo magari deciso in segreto di fare un passo indietro. E invece loro sono nella gioia, vivono in una sorta d’estasi un momento di panico. La testimonianza cristiana è proprio questa croce portata con gioia, è proprio la consapevolezza profonda che oltre il buio e la notte ci sono sempre la luce e l’alba. Il crinale che separa sofferenza e gioia, croce e risurrezione non è mai così marcato. Soffrire per amore di Gesù è per loro un privilegio, un discorso consumato nel silenzio ma molto più eloquente di tante parole se poi la guardia carceraria decide di abbracciare la loro stessa fede con il Battesimo. Paolo, nella sua riflessione ai cristiani di Colossi, conferma questa tesi: non ha paura di abbracciare la sofferenza piuttosto che rinunciare al privilegio di annunciare il Vangelo. Anzi, proprio questo suo essere simile al Cristo crocifisso conferma il fatto che sta camminando sulla strada giusta. Per i credenti il parametro del successo non si misura con gli indici di gradimento dei sondaggi o con il trend positivo come per la Borsa: se scegli di essere discepolo e apostolo del Crocifisso risorto anche tu devi mettere in conto l’impopolarità, il fallimento apparente, la sofferenza e, proprio perchè l’oro si prova con il fuoco e il seme per dare frutto deve morire, così non c’è fede senza il caro prezzo della croce. Qquesta logica spezza ogni paura e ha fatto di questi nostri fratelli maggiori delle colonne su cui oggi anche noi possiamo poggiare con certezza la nostra fede.
Ma veniamo ora a quel non abbiate timore. I discepoli, in quella cena che avevano presagito fosse l’ultima, avevano paura di perdere il loro Maestro e con lui il senso della loro fede, della loro scelta di seguirlo. Avevano paura di aver sciupato la loro vita dietro ad un sogno che si stava rivelando tragicamente diverso dall’abbaglio iniziale. Ed ecco la rassicurazione di Gesù: si separerà ma ritornerà; lui è la Via per raggiungere la Verità e la Vita che sono il mistero di Dio Padre che è Amore incondizionato per i suoi figli. La separazione che avverrà sarà lo spazio per i discepoli per rielaborare il senso vero del loro credere e per ritrovare nel Maestro di Nazareth il vero volto di Dio che abbraccia la sua croce per Amore e che, Risorto, cammina per sempre fra noi.
E noi di che cosa possiamo avere paura. Forse per gli stessi motivi dei discepoli. Anche noi abbiamo paura quando siamo al confine di qualche cambiamento e possiamo solo affidarci; anche noi abbiamo paura quando ci sembra di non vedere più accanto ai nostri passi le orme rassicuranti del nostro Dio. Abbiamo paura quando ci assale l’angoscia della morte, la nostra, con il suo carico di domande sul senso e la finitezza della vita, o quella di qualcuno di caro, vicino a noi. Abbiamo paura quando la fede si inoltra in una foresta di dubbi o entra in un mare di nebbia e ci sembra di aver perso la direzione; abbiamo paura quando le scelte fatte magari con il ciglio sicuro e spregiudicato della giovinezza ci portano sul crinale della sofferenza e ci sembra di aver sbagliato tutto. Non abbiate timore! In realtà se non vediamo Dio non è perché lui non ci sta più accanto ma, come dice quella splendida poesia brasiliana, è perché ci sta portando sulle spalle. Anche per noi, come per Gesù, la morte non è l’ultima parola ma solo la possibilità per affidarci totalmente al Padre nella convinzione che nella sua casa c’è posto anche per noi. Se la fede si fa dubbio non dobbiamo avere paura perché Gesù, che è la Via, a volte ci conduce per valli oscure perché non smettiamo mai di ricercare e di vivere appieno la nostra libertà. Non dobbiamo avere paura se iniziamo ad un certo punto a pagare al caro prezzo della croce le nostre scelte perché significa che sono vere e ci è chiesto di perseverare: questa è la vera forza.
Non abbiate timore! Il volto del Risorto allora è capace quest’oggi di sciogliere il groviglio del nostro panico e di restituirci ad una vita piena, senza ripiegamenti e tentennamenti, gioiosa di sciogliersi in pienezza perché in totale abbandono a lui.
Non abbiate timore! è anche quello che ripeteva papa Giovanni Paolo II al mondo intero. Solo Cristo sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. Non avere paura di lui significa essere temerari, costruttori di un mondo nuovo.
Il percorso tematico di queste domeniche, che sono appunto di Pasqua, ci fa contemplare oggi e la prossima settimana il volto del Risorto: siamo inviatati a rimanere stupiti e sorpresi della novità di Cristo. Del resto non trovo modo migliore per esprimere la condizione in cui ci getta la nostra fede: siamo chiamati ad essere sorpresi, stupefatti, radiosi per un Mistero che ha sconvolto tutte le regole della storia. Nelle altre due domeniche ci prepareremo al dono dello Spirito e poi sarà Pentecoste.
Oggi vorrei soffermarmi sui primi versetti del Vangelo: non abbiate timore. Vorrei, a proposito, ascoltare anzitutto l’esempio di Paolo e dei primi cristiani sia nella lettura di Atti che nel brano dell’Epistola e poi, dopo esserci chiesti di che cosa noi possiamo avere paura, cercare nel Risorto e nelle sue parole una risposta.
Paolo e Sila hanno vinto ogni paura e, sebbene picchiati, torturati, incarcerati per amore di Gesù non si tirano indietro e gli danno testimonianza. Mi colpisce il loro canto in quella notte: forse noi avremmo pianto, saremmo rimasti immersi in un mare di perplessità, avremmo magari deciso in segreto di fare un passo indietro. E invece loro sono nella gioia, vivono in una sorta d’estasi un momento di panico. La testimonianza cristiana è proprio questa croce portata con gioia, è proprio la consapevolezza profonda che oltre il buio e la notte ci sono sempre la luce e l’alba. Il crinale che separa sofferenza e gioia, croce e risurrezione non è mai così marcato. Soffrire per amore di Gesù è per loro un privilegio, un discorso consumato nel silenzio ma molto più eloquente di tante parole se poi la guardia carceraria decide di abbracciare la loro stessa fede con il Battesimo. Paolo, nella sua riflessione ai cristiani di Colossi, conferma questa tesi: non ha paura di abbracciare la sofferenza piuttosto che rinunciare al privilegio di annunciare il Vangelo. Anzi, proprio questo suo essere simile al Cristo crocifisso conferma il fatto che sta camminando sulla strada giusta. Per i credenti il parametro del successo non si misura con gli indici di gradimento dei sondaggi o con il trend positivo come per la Borsa: se scegli di essere discepolo e apostolo del Crocifisso risorto anche tu devi mettere in conto l’impopolarità, il fallimento apparente, la sofferenza e, proprio perchè l’oro si prova con il fuoco e il seme per dare frutto deve morire, così non c’è fede senza il caro prezzo della croce. Qquesta logica spezza ogni paura e ha fatto di questi nostri fratelli maggiori delle colonne su cui oggi anche noi possiamo poggiare con certezza la nostra fede.
Ma veniamo ora a quel non abbiate timore. I discepoli, in quella cena che avevano presagito fosse l’ultima, avevano paura di perdere il loro Maestro e con lui il senso della loro fede, della loro scelta di seguirlo. Avevano paura di aver sciupato la loro vita dietro ad un sogno che si stava rivelando tragicamente diverso dall’abbaglio iniziale. Ed ecco la rassicurazione di Gesù: si separerà ma ritornerà; lui è la Via per raggiungere la Verità e la Vita che sono il mistero di Dio Padre che è Amore incondizionato per i suoi figli. La separazione che avverrà sarà lo spazio per i discepoli per rielaborare il senso vero del loro credere e per ritrovare nel Maestro di Nazareth il vero volto di Dio che abbraccia la sua croce per Amore e che, Risorto, cammina per sempre fra noi.
E noi di che cosa possiamo avere paura. Forse per gli stessi motivi dei discepoli. Anche noi abbiamo paura quando siamo al confine di qualche cambiamento e possiamo solo affidarci; anche noi abbiamo paura quando ci sembra di non vedere più accanto ai nostri passi le orme rassicuranti del nostro Dio. Abbiamo paura quando ci assale l’angoscia della morte, la nostra, con il suo carico di domande sul senso e la finitezza della vita, o quella di qualcuno di caro, vicino a noi. Abbiamo paura quando la fede si inoltra in una foresta di dubbi o entra in un mare di nebbia e ci sembra di aver perso la direzione; abbiamo paura quando le scelte fatte magari con il ciglio sicuro e spregiudicato della giovinezza ci portano sul crinale della sofferenza e ci sembra di aver sbagliato tutto. Non abbiate timore! In realtà se non vediamo Dio non è perché lui non ci sta più accanto ma, come dice quella splendida poesia brasiliana, è perché ci sta portando sulle spalle. Anche per noi, come per Gesù, la morte non è l’ultima parola ma solo la possibilità per affidarci totalmente al Padre nella convinzione che nella sua casa c’è posto anche per noi. Se la fede si fa dubbio non dobbiamo avere paura perché Gesù, che è la Via, a volte ci conduce per valli oscure perché non smettiamo mai di ricercare e di vivere appieno la nostra libertà. Non dobbiamo avere paura se iniziamo ad un certo punto a pagare al caro prezzo della croce le nostre scelte perché significa che sono vere e ci è chiesto di perseverare: questa è la vera forza.
Non abbiate timore! Il volto del Risorto allora è capace quest’oggi di sciogliere il groviglio del nostro panico e di restituirci ad una vita piena, senza ripiegamenti e tentennamenti, gioiosa di sciogliersi in pienezza perché in totale abbandono a lui.
Non abbiate timore! è anche quello che ripeteva papa Giovanni Paolo II al mondo intero. Solo Cristo sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. Non avere paura di lui significa essere temerari, costruttori di un mondo nuovo.
sabato 18 aprile 2009
domenica in albis
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa (…) venne Gesù
Otto giorni dopo l’evento che ha sconvolto la storia, come un appuntamento irrinunciabile, Gesù ritorna in mezzo ai suoi. Mi piace immaginare che quella casa non solo si sia riempita di luce e di colore ma anche di profumo di vita, come un vento carico di sapori di primavera, e poi di suoni: le donne iniziarono a fare cerchio attorno a Gesù battendo i cembali e anche i discepoli si sono lasciati andare alla danza.
Da allora Gesù non è mai mancato nemmeno una volta all’appuntamento con noi, sua Chiesa, e ci chiama a stringerci attorno a lui nel segno della Parola aperta e spiegata e del Pane spezzato. Come sarebbe bello se anche la nostra comunità vibrasse di gioia, se ci sorprendesse un brivido perchè il Risorto è con noi, se anche noi sentissimo un bisogno irresistibile di danzare e fare festa e ci lasciassimo andare a quella felicità discreta di chi sa che la morte non è più l’ultima parola e anche davanti a noi, come per Gesù, si squarcia l’orizzonte dell’eternità. Ogni domenica è Pasqua, particolarmente in questo tempo di 50 giorni che la Chiesa ci fa vivere come se fossero un giorno solo, come un anticipo dell’eternità in cui non ci sarà più tempo, e allora usciamo dai nostri ripiegamenti, dalle nostre chiusure, dalle nostre paure e, come comunità, dai nostri schemi pastorali affannati, spesso giocati in difesa perchè di corto respiro! Cristo cammina con noi e questo è l’essenziale, il roveto ardente a cui ritornare per trovare poi l’iride della fantasia di nuove strategie per annunciare il Vangelo. Non c’è spazio per il pessimismo, a dire il vero, qui siamo anche oltre l’ottimismo: è la certa speranza che il nostro Capitano ha ben sicure le mani sul timone della nave della nostra vita e della sua Chiesa. Vorrei ora porre due domande ai protagonisti delle letture ascoltate raccogliendole così in un unico sguardo d’insieme per poi soffermarmi sulla figura di Tommaso lasciandomi aiutare da un’opera di Caravaggio. La prima domanda che rivolgerei a Pietro e Giovanni e anche a Paolo e a Tommaso è su che cosa ha rappresentato per loro la Risurrezione del Maestro. Ci risponderebbero che non in teoria ma in pratica per loro è cambiato tutto perché hanno compreso con il cuore che la morte di croce non è stata un incidente di percorso ma il modo che il Maestro ha scelto di amare sino alla fine e la Risurrezione del Crocifisso è il sì che il Padre ha pronunciato proprio su quella storia d’amore, è il soffio d’infinito e di eterno che ha dato vita al Figlio che non poteva restare nella tomba. Questa notizia li ha sorpresi, li ha fatti uscire fuori di sé dalla gioia e li ha proprio trascinati fuori dalle loro paure, dai loro ripiegamenti: Giovanni e Pietro non si vergognano di testimoniare Gesù in parole e opere anche al costo di soffrire; Paolo sa di essere stato perdonato e di essere diventato creatura nuova, nella prassi di ogni giorno chiamato ad incarnare il volto d’Amore del Signore e Tommaso si apre ad una nuova dimensione di fede e riconosce il suo Signore vivo e presente in quella comunità che aveva deciso di abbandonare. Tutti loro a noi oggi dicono che se abbiamo incontrato il Risorto niente in noi può essere più come prima. In noi dobbiamo accogliere la primavera di una nuova vita e avere il coraggio di bandire ogni paura, ogni tristezza, siamo chiamati in poche parole a vivere come dei sorpresi dalla Grazia, pronti a stupirci per qualche scherzo che il Risorto ogni tanto ama tirarci per farci vedere che è presente e non si è stancato di noi. Se ci concentrassimo più a cambiare noi stessi alla luce della Risurrezione piuttosto che avere sempre il ciglio di chi vuole imbracciare le armi per cambiare il mondo avremmo fatto la cosa più importante! La seconda domanda che vorrei rivolgere ai protagonisti della Parola di oggi è questa: come non si è esaurita la vostra gioia, come avete potuto vivere all’insegna della beatitudine? Ci risponderebbero che il modo migliore per moltiplicare la gioia è nel condividerla. Dividi per moltiplicare! Al nostro Dio permettiamo anche di stravolgere le regole della matematica! Se avessero trattenuto per sé la buona notizia della Risurrezione questa presto si sarebbe consumata in un sentimentalismo sterile. Invece è diventata fontana zampillante attraverso la loro testimonianza irrefrenabile e la loro corsa ha passato, di generazione in generazione, il testimone anche a noi. Se vogliamo vivere la beatitudine della Risurrezione anche noi dobbiamo salpare sul mare della testimonianza. E forse, se non l’abbiamo mai gustata, è perché non ci siamo mai sentiti in dovere di essere missionari. Ci sono schiere di giovani che si attendono da noi, e non solo a parole, l’annuncio della Verità del Risorto. E che aspettiamo per abbattere i muri di separazione e farci loro compagni? Lottare per la loro gioia moltiplica anche la nostra. E la vera gioia è proprio l’annuncio di Risurrezione.
Otto giorni dopo l’evento che ha sconvolto la storia, come un appuntamento irrinunciabile, Gesù ritorna in mezzo ai suoi. Mi piace immaginare che quella casa non solo si sia riempita di luce e di colore ma anche di profumo di vita, come un vento carico di sapori di primavera, e poi di suoni: le donne iniziarono a fare cerchio attorno a Gesù battendo i cembali e anche i discepoli si sono lasciati andare alla danza.
Da allora Gesù non è mai mancato nemmeno una volta all’appuntamento con noi, sua Chiesa, e ci chiama a stringerci attorno a lui nel segno della Parola aperta e spiegata e del Pane spezzato. Come sarebbe bello se anche la nostra comunità vibrasse di gioia, se ci sorprendesse un brivido perchè il Risorto è con noi, se anche noi sentissimo un bisogno irresistibile di danzare e fare festa e ci lasciassimo andare a quella felicità discreta di chi sa che la morte non è più l’ultima parola e anche davanti a noi, come per Gesù, si squarcia l’orizzonte dell’eternità. Ogni domenica è Pasqua, particolarmente in questo tempo di 50 giorni che la Chiesa ci fa vivere come se fossero un giorno solo, come un anticipo dell’eternità in cui non ci sarà più tempo, e allora usciamo dai nostri ripiegamenti, dalle nostre chiusure, dalle nostre paure e, come comunità, dai nostri schemi pastorali affannati, spesso giocati in difesa perchè di corto respiro! Cristo cammina con noi e questo è l’essenziale, il roveto ardente a cui ritornare per trovare poi l’iride della fantasia di nuove strategie per annunciare il Vangelo. Non c’è spazio per il pessimismo, a dire il vero, qui siamo anche oltre l’ottimismo: è la certa speranza che il nostro Capitano ha ben sicure le mani sul timone della nave della nostra vita e della sua Chiesa. Vorrei ora porre due domande ai protagonisti delle letture ascoltate raccogliendole così in un unico sguardo d’insieme per poi soffermarmi sulla figura di Tommaso lasciandomi aiutare da un’opera di Caravaggio. La prima domanda che rivolgerei a Pietro e Giovanni e anche a Paolo e a Tommaso è su che cosa ha rappresentato per loro la Risurrezione del Maestro. Ci risponderebbero che non in teoria ma in pratica per loro è cambiato tutto perché hanno compreso con il cuore che la morte di croce non è stata un incidente di percorso ma il modo che il Maestro ha scelto di amare sino alla fine e la Risurrezione del Crocifisso è il sì che il Padre ha pronunciato proprio su quella storia d’amore, è il soffio d’infinito e di eterno che ha dato vita al Figlio che non poteva restare nella tomba. Questa notizia li ha sorpresi, li ha fatti uscire fuori di sé dalla gioia e li ha proprio trascinati fuori dalle loro paure, dai loro ripiegamenti: Giovanni e Pietro non si vergognano di testimoniare Gesù in parole e opere anche al costo di soffrire; Paolo sa di essere stato perdonato e di essere diventato creatura nuova, nella prassi di ogni giorno chiamato ad incarnare il volto d’Amore del Signore e Tommaso si apre ad una nuova dimensione di fede e riconosce il suo Signore vivo e presente in quella comunità che aveva deciso di abbandonare. Tutti loro a noi oggi dicono che se abbiamo incontrato il Risorto niente in noi può essere più come prima. In noi dobbiamo accogliere la primavera di una nuova vita e avere il coraggio di bandire ogni paura, ogni tristezza, siamo chiamati in poche parole a vivere come dei sorpresi dalla Grazia, pronti a stupirci per qualche scherzo che il Risorto ogni tanto ama tirarci per farci vedere che è presente e non si è stancato di noi. Se ci concentrassimo più a cambiare noi stessi alla luce della Risurrezione piuttosto che avere sempre il ciglio di chi vuole imbracciare le armi per cambiare il mondo avremmo fatto la cosa più importante! La seconda domanda che vorrei rivolgere ai protagonisti della Parola di oggi è questa: come non si è esaurita la vostra gioia, come avete potuto vivere all’insegna della beatitudine? Ci risponderebbero che il modo migliore per moltiplicare la gioia è nel condividerla. Dividi per moltiplicare! Al nostro Dio permettiamo anche di stravolgere le regole della matematica! Se avessero trattenuto per sé la buona notizia della Risurrezione questa presto si sarebbe consumata in un sentimentalismo sterile. Invece è diventata fontana zampillante attraverso la loro testimonianza irrefrenabile e la loro corsa ha passato, di generazione in generazione, il testimone anche a noi. Se vogliamo vivere la beatitudine della Risurrezione anche noi dobbiamo salpare sul mare della testimonianza. E forse, se non l’abbiamo mai gustata, è perché non ci siamo mai sentiti in dovere di essere missionari. Ci sono schiere di giovani che si attendono da noi, e non solo a parole, l’annuncio della Verità del Risorto. E che aspettiamo per abbattere i muri di separazione e farci loro compagni? Lottare per la loro gioia moltiplica anche la nostra. E la vera gioia è proprio l’annuncio di Risurrezione.
Mi lascio aiutare da Caravaggio e dalla sua opera che rappresenta proprio il brano ascoltato oggi. Anche nella nostra chiesa custodiamo un quadro manierista che replica lo stesso soggetto. C’è Tommaso assieme a Pietro e a Giovanni. Gesù afferra dolcemente la mano del discepolo incredulo e se la porta al costato e le dita penetrano la ferita. La sua incredulità diventa fede certa ed esplosiva. Mi chiedo perché assieme a lui ci siano anche Pietro e Giovanni: il primo rappresenta la Chiesa come Gerarchia, Istituzione; il secondo la Chiesa come comunione. Tommaso rappresenta la Chiesa fatta da tutti quelli che fanno fatica a credere ma che, nonostante tutto, si lasciano portare da qualche testimone ad incontrare il Risorto. E Gesù non lo rimprovera ma lo educa, lo conduce fuori dal suo buio, e lo porta a credere. Se noi ci sentiamo un po’ come Tommaso, a tratti dubbiosi, immersi nel buio del venerdì santo, appesi a quel grido Dio mio perché mi hai abbandonato a volte anche noi in bilico nel lasciare la comunità dei credenti perché ci sentiamo fuori posto, non sentiamoci a meno degli altri! Siamo i benvenuti! Il Signore ha per noi gesti di compassione e ci dà luce, fosse anche solo un poco che basta per attraversare a vista il mare della vita.
sabato 11 aprile 2009
Pasqua di Risurrezione

Quanto vorrei che la nostra comunità, formata da volti noti o da pellegrini che approdano a questa chiesa soltanto oggi per santificare la festa di Pasqua – a cui do il mio più affettuoso benvenuto e che spero si sentano immediatamente a casa – vibrasse come la comunità di Gerusalemme, come quel cenacolo in cui la disperazione si è trasformata in danza, le porte chiuse per la paura e il dolore si sono spalancate su un orizzonte nuovo e inatteso di luce, in cui è riemersa la fede come una fiamma dalla brace che non si era mai spenta. Surrexit Dominus vere, alleluia! E passa in mezzo a noi con le sue mani ferite d’amore ma splendenti di luce a toccare i cuori desolati, ad asciugare le nostre lacrime, a lenire i nostri dolori, a sorreggere le nostre croci, ad accarezzare i nostri visi stanchi. Surrexit Dominus vere, alleluia! E non ha sguardi di rimprovero, non ha parole dure ma un sorriso che accorcia le nostre distanze, un abbraccio che riscalda la nostra tiepidezza, una mano stretta che ci rialza dalle nostre cadute, una luce improvvisa che illumina il buio della fede in cui spesso ci sentiamo immersi. Se solo ci accorgessimo di questo passaggio di Gesù chi fermerebbe più la nostra gioia, chi metterebbe più un freno alla nostra corsa! Per la nostra storia, per la storia della nostra comunità e della Chiesa intera e per la vita, la speranza e la gioia del mondo penso che sia cruciale fare l’esperienza di incontro con il Risorto. La nostra fede non è un’accozzaglia di idee filosofiche di un Dio lontano e troppo immagine delle nostre speculazioni e dei nostri ragionamenti; la nostra fede non è un insieme rigido di precetti – la Legge certo c’è ma sta su un piano decisamente secondo – la nostra fede è l’incontro con un Signore la cui presenza palpita anche oggi nella nostra storia, ha la pretesa di afferrarci per mano e di condurci in alto, fino alle vette della santità, della piena conformazione a lui.
La Parola ascoltata, sotto diverse prospettive, ci racconta proprio di questo incontro con ilo Risorto. Atti ci dà una descrizione quasi formale dell’abbraccio fra Gesù e gli Undici riuniti a Gerusalemme in attesa dello Spirito. Corinzi ci racconta dell’apparizione del Risorto ad una numerosa assemblea e poi in privato a Paolo. E infine il Vangelo racconta di quell’incontro, il primo, in quella mattina al Sepolcro con Maria.
Questi racconti hanno in comune, mi sembra, almeno tre aspetti:
1 l’incontro con il Risorto cambia la vita dei protagonisti. Gli Undici da disperati si aprono alla Speranza del Regno e del dono dello Spirito. Paolo da persecutore e, come dice lui stesso, aborto d’uomo, diventa apostolo fino a dare la vita per il Vangelo. Maria, in lacrime, chiamata per nome, riconosciuta dal suo Maestro, raccolta dal suo dolore, si apre ad una gioia inedita e, prima quasi paralizzata dal dolore, ora si mette a correre e a gridare ai suoi fratelli di aver incontrato il Signore vivo.
2 La risurrezione squarcia l’intelligenza chiusa dei protagonisti e li porta a credere che la croce davvero non è stata un incidente di percorso ma la scelta del Maestro di amare sino alla fine i suoi perché l’amore è proprio smisuratezza, non ha regole, si gioca completamente per dare frutto. E la Risurrezione di quel Crocifisso è il sì di Dio proprio a quella storia d’amore, è l’intervento del Padre sul suo Figlio che non poteva restare in potere della morte.
3 chi ha incontrato il Risorto deve diventare testimone di questo evento. La gioia che ti dà la sua presenza non la puoi trattenere altrimenti si esaurisce fra le mani. Più la condividi e più si moltiplica.
Anche noi siamo chiamati a fare la stessa esperienza degli Undici, di Paolo e della Maddalena. Incontri il Risorto nella tua vita quando ti sorprende una luce improvvisa proprio nel buio delle tenebre, quando sotto il peso della tua croce invochi la forza e misteriosamente la trovi sempre ad ogni mattino, quando si apre una relazione che pensavi chiusa, quando senti che la sua tenerezza asciuga le tue lacrime, quando anche il nostro cuore e la nostra mente comprendono un qualcosa in più del nostro Dio e lo sentiamo non distante ma compagno di viaggio, quando ti senti schiodato dal peso di una colpa e ti senti risollevato, amato per quello che sei e non giudicato, quando decidi che non puoi fare a meno di questa celebrazione settimanale in cui il Risorto riempie di senso la nostra vita con la sua Parola e spezza il suo Pane per indicarci la via dell’Amore che ci ha salvato, quando inizi anche tu ad amare qualcuno solo in nome di Gesù e proprio quando non se lo merita.
E se abbiamo incontrato il risorto anche per noi non può mancare un nuovo slancio di testimonianza. Il mondo, inchiodato alla sua vecchiezza, il nostro mondo sospeso sulla drammaticità del nulla, in fondo attende, come un deserto l’acqua, la nostra parola di risurrezione, il nostro vento di primavera.
La Parola ascoltata, sotto diverse prospettive, ci racconta proprio di questo incontro con ilo Risorto. Atti ci dà una descrizione quasi formale dell’abbraccio fra Gesù e gli Undici riuniti a Gerusalemme in attesa dello Spirito. Corinzi ci racconta dell’apparizione del Risorto ad una numerosa assemblea e poi in privato a Paolo. E infine il Vangelo racconta di quell’incontro, il primo, in quella mattina al Sepolcro con Maria.
Questi racconti hanno in comune, mi sembra, almeno tre aspetti:
1 l’incontro con il Risorto cambia la vita dei protagonisti. Gli Undici da disperati si aprono alla Speranza del Regno e del dono dello Spirito. Paolo da persecutore e, come dice lui stesso, aborto d’uomo, diventa apostolo fino a dare la vita per il Vangelo. Maria, in lacrime, chiamata per nome, riconosciuta dal suo Maestro, raccolta dal suo dolore, si apre ad una gioia inedita e, prima quasi paralizzata dal dolore, ora si mette a correre e a gridare ai suoi fratelli di aver incontrato il Signore vivo.
2 La risurrezione squarcia l’intelligenza chiusa dei protagonisti e li porta a credere che la croce davvero non è stata un incidente di percorso ma la scelta del Maestro di amare sino alla fine i suoi perché l’amore è proprio smisuratezza, non ha regole, si gioca completamente per dare frutto. E la Risurrezione di quel Crocifisso è il sì di Dio proprio a quella storia d’amore, è l’intervento del Padre sul suo Figlio che non poteva restare in potere della morte.
3 chi ha incontrato il Risorto deve diventare testimone di questo evento. La gioia che ti dà la sua presenza non la puoi trattenere altrimenti si esaurisce fra le mani. Più la condividi e più si moltiplica.
Anche noi siamo chiamati a fare la stessa esperienza degli Undici, di Paolo e della Maddalena. Incontri il Risorto nella tua vita quando ti sorprende una luce improvvisa proprio nel buio delle tenebre, quando sotto il peso della tua croce invochi la forza e misteriosamente la trovi sempre ad ogni mattino, quando si apre una relazione che pensavi chiusa, quando senti che la sua tenerezza asciuga le tue lacrime, quando anche il nostro cuore e la nostra mente comprendono un qualcosa in più del nostro Dio e lo sentiamo non distante ma compagno di viaggio, quando ti senti schiodato dal peso di una colpa e ti senti risollevato, amato per quello che sei e non giudicato, quando decidi che non puoi fare a meno di questa celebrazione settimanale in cui il Risorto riempie di senso la nostra vita con la sua Parola e spezza il suo Pane per indicarci la via dell’Amore che ci ha salvato, quando inizi anche tu ad amare qualcuno solo in nome di Gesù e proprio quando non se lo merita.
E se abbiamo incontrato il risorto anche per noi non può mancare un nuovo slancio di testimonianza. Il mondo, inchiodato alla sua vecchiezza, il nostro mondo sospeso sulla drammaticità del nulla, in fondo attende, come un deserto l’acqua, la nostra parola di risurrezione, il nostro vento di primavera.
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